ELIAS CANETTI.
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IL GIOCO DEGLI OCCHI.
STORIA DI UNA VITA. 1931 - 1937.
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Traduzione di: Gilberto Forti.
1996. Adelphi Edizioni, MILANO.
ISBN 88-459-0639-6.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il pi intenso ritratto-racconto di Vienna, quando i suoi abitanti erano Robert Musil, Hermann Broch, Alban Berg o laffascinante dottor Sonne che, seduto al suo tavolo del Caf Museum, parlava come Musil scriveva.
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L'AUTORE.
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Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905  Zurigo, 14 agosto 1994)  stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.
Era primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trov ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spost prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni pi felici. 
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi,  essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia.
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A Hera Canetti.
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PARTE PRIMA.
NOZZE.
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Bchner nel deserto.
 Kant prende fuoco  - questo era allora il titolo del romanzo - aveva fatto il deserto dentro di me. Lincendio che aveva distrutto i libri era qualcosa che non potevo perdonarmi. Non credo che fosse
rimasto in me qualche rammarico per la sorte di Kant (colui che poi sarebbe diventato Kien). Durante tutta la stesura del libro Kant era stato talmente bistrattato e io mi ero talmente tormentato per
reprimere ogni compassione verso di lui, per non lasciare in me neppure la minima traccia di compassione, che dal punto di vista dellautore il mettere fine alla sua esistenza era piuttosto una
liberazione.
Ma per questa liberazione erano stati coinvolti i libri, e il fatto che essi fossero finiti in fiamme
lo sentivo come se fosse accaduto a me stesso. Mi sembrava di aver sacrificato non soltanto i miei libri
personali, ma quelli del mondo intero, perch la biblioteca del sinologo conteneva tutto ci che aveva
qualche valore per il mondo, i libri di tutte le religioni, quelli di tutti i pensatori, quelli delle letterature
orientali, quelli delle letterature occidentali, solo che avessero conservato anche un minimo di vita. Il
fuoco aveva distrutto tutto questo, io lo avevo permesso senza fare neppure un tentativo di salvare
qualcosa, e adesso rimaneva un deserto, non cera nientaltro che il deserto, e io ne portavo la colpa.
Perch ci che avviene in un libro simile non  mero gioco,  una realt di cui si deve rispondere, e non
tanto di fronte alle critiche esterne quanto davanti a se stessi; e se anche si pu essere costretti a
scrivere cose simili dallangoscia pi grande, resta pur sempre da riflettere, da domandarsi se con esse
non si affretta proprio ci che si paventa cos intensamente.
Il senso della rovina era ormai annidato in me, e non potevo liberarmene. Aveva cominciato a
imprimersi sette anni prima, attraverso Gli ultimi giorni dellumanit, ma ora aveva assunto una forma
molto personale che scaturiva dalle costanti della mia vita: dal fuoco, di cui il 15 luglio 1927 avevo
scoperto la relazione con la massa assistendo allincendio del Palazzo di Giustizia di Vienna; e dai libri,
che costituivano la mia frequentazione quotidiana. Sebbene il protagonista del romanzo fosse diverso
da me per molti aspetti, ci che io gli avevo prestato era cos essenziale che non potevo riprendermelo
intatto, impunemente, dopo che lui aveva raggiunto il suo scopo.
Il deserto che mi ero creato con le mie mani cominci a ricoprire ogni cosa. La minaccia che
incombeva sul mondo in cui si viveva non mi era mai sembrata cos pesante come allora, dopo la
rovina di Kien. Linquietudine in cui ricaddi somigliava a quella dei giorni in cui avevo abbozzato il
progetto della  Comdie humaine dei folli , con la differenza che nel frattempo era accaduto qualcosa
di decisivo e io mi sentivo colpevole. Era uninquietudine che non ignorava la propria causa. Di notte,
ma anche di giorno, percorrevo a passi veloci le stesse strade. Neanche lontanamente potevo pi
pensare di dedicarmi a un altro romanzo o a un libro della serie che una volta avevo progettato: il
progetto gigantesco era rimasto soffocato nel fumo del rogo dei libri, senza rimpianto, e al suo posto,
dovunque mi trovassi, non riuscivo ormai a vedere pi nulla che non fosse minacciato da una catastrofe
che poteva sopravvenire da un momento allaltro.
Ogni conversazione di cui, passando, coglievo al volo qualche frammento mi sembrava
lultima. Sotto limperio di una forza terribile, ineluttabile, accadeva ci che doveva accadere negli
ultimi momenti. Ma ci che accadeva alle vittime future si ricollegava nel modo pi stretto al loro
stesso comportamento. Erano state loro a mettersi nella situazione dalla quale non cera scampo. Si
erano sforzate in ogni e pi bizzarra maniera di essere tali da meritare la propria fine. Ogni volta che
ascoltavo una conversazione, i due interlocutori mi apparivano tanto colpevoli quanto lo ero io stesso
da quando avevo attizzato quel fuoco. Ma mentre questa colpa compenetrava ogni cosa come un etere
tutto speciale, senza risparmiare nulla, per il resto gli uomini rimanevano esattamente quelli che erano.
Conservavano il loro accento e il loro aspetto, le situazioni in cui si trovavano erano
inconfondibilmente le loro proprie, non dipendevano da colui che le osservava e le registrava. Questi si
limitava a dare ad esse una direzione e a caricarle della propria paura come di un carburante. Ognuna
delle scene a cui assisteva col fiato sospeso e che registrava con la passione dellosservatore, in cui
losservare  diventato lunico dei sensi, si concludeva con la rovina.
Egli le annotava precipitosamente e in caratteri giganteschi, come graffiti sui muri di una nuova
Pompei. Era come la preparazione a un terremoto o a uneruzione vulcanica: qualcuno si rende conto
che sta per arrivare, molto presto, inevitabile, e annota ci che  accaduto prima, ci che gli uomini
hanno fatto prima, divisi dal loro operare e dalle circostanze, ignorando lapprossimarsi del loro
destino, inalando col loro respiro quotidiano latmosfera dellasfissia, e proprio per questo, prima
ancora che tutto sia davvero cominciato, respirando in una maniera un poco pi ostinata e febbrile. Io
buttavo sulla carta una scena dopo laltra, e ciascuna era autonoma, nessuna era legata allaltra, ma
ciascuna aveva una conclusione violenta e solo da questa era legata allaltra; e se ora esamino ci che
di esse mi  rimasto nella memoria, mi sembrano come scaturite dai bombardamenti notturni della
guerra mondiale che stava per venire.
Una scena dopo laltra, ed erano molte, scritte come di corsa, con una furia ossessiva, e
ciascuna portava alla rovina, e subito dopo cominciava una scena nuova, con altre persone, e non aveva
nulla in comune con la precedente se non la meritata rovina in cui sfociava. Era come un tribunale cui
non si poteva sfuggire, che inglobava tutto; e la condanna pi dura era inflitta a chi pretendeva di
saperne pi degli altri. Poich colui che voleva evitarlo lo portava con s. Era lui che capiva la
mancanza damore di quelle persone. Egli le sfiorava passando, le vedeva e gi le aveva lasciate
indietro, udiva il suono delle loro voci, che non gli usciva pi dallorecchio, lo trasmetteva alle altre
che erano altrettanto prive damore, e quando la testa minacciava di scoppiargli per laccumularsi delle
voci dellegoismo, allora si sentiva costretto a mettere sulla carta le pi incalzanti.
In quelle settimane la cosa che mi tormentava di pi era la mia stanza nella Hagenberggasse. Da
oltre un anno convivevo con le riproduzioni della pala di Isenheim, che mi erano penetrate nel sangue
con gli spietati particolari della crocifissione. Finch ero occupato a scrivere il romanzo mi sembrava
che fossero al posto giusto, come un aculeo insistente mi pungolavano sempre nella stessa direzione.
Erano ci che io volevo sopportare, non mi ci assuefacevo, non le perdevo mai di vista, si
trasformavano in qualcosa che apparentemente non aveva niente in comune con loro: chi potrebbe
essere cos temerario e cos mentecatto da paragonare le sofferenze del sinologo con quelle del Cristo?
Eppure si era stabilito come un legame tra le riproduzioni alle pareti e i capitoli del libro. Quelle
immagini mi erano diventate cos necessarie che non le avrei mai sostituite con nientaltro. Non valeva
a dissuadermi neanche il raccapriccio delle poche persone che venivano a trovarmi.
Ma quando le fiamme ebbero divorato la biblioteca e il sinologo, avvenne uno strano
cambiamento, qualcosa che non mi ero aspettato. Grnewald ricuper tutta intera la sua forza. Non
appena smisi di lavorare al romanzo il pittore torn ad essere l soltanto per se stesso, e lui solo rimase
operante nel deserto che io avevo creato. Quando rincasavo, la vista delle pareti della mia stanza mi
riempiva di paura. Tutto ci che di minaccioso io sentivo prendeva nuovo vigore in Grnewald.
In quei giorni neanche la lettura poteva soccorrermi. Non solo avevo perduto il mio diritto ai
libri perch li avevo sacrificati in nome di un romanzo, ma anche quando mi costringevo a superare
questo senso di colpa e allungavo la mano per prenderne uno, come se ci fosse ancora, come se il fuoco
non lavesse bruciato e annientato, quando mi costringevo anche a leggerlo, subito ero preso dal
disgusto, e il disgusto era tanto pi forte per i libri che conoscevo meglio, per quelli che amavo da pi
tempo. Ricordo la sera in cui la nausea fu causata da Stendhal, che pure mi aveva stimolato al lavoro
per un anno, ogni giorno. Lasciai cadere il libro in un impeto di collera, e non sul tavolo, ma sul
pavimento, ed ero cos disperato per la delusione provata che non lo raccattai neppure ma lo lasciai
dovera. Un altro giorno mi venne lidea assurda di provare con Gogol, e questa volta perfino Il
cappotto mi parve cos insulso e arbitrario che mi domandai che cosa potevo aver trovato di tanto
eccitante in quella storia. Nessuna delle cose care che mi avevano formato poteva aiutarmi. Forse con
lincendio dei libri avevo davvero distrutto tutto il passato. In apparenza i libri erano ancora l, ma il
loro contenuto era bruciato, in me non ne era rimasto pi niente, e ogni tentativo di rianimare le ceneri
provocava collera e resistenza. Dopo alcuni penosi tentativi, tutti falliti, non presi pi in mano nulla. La
libreria, con i volumi stessi che avevo letto infinite volte, rimase intatta. Era come se addirittura i libri
non ci fossero pi: io non li vedevo nemmeno, non li cercavo, e il deserto intorno a me era diventato
totale.
Poi, una notte, in una condizione di spirito che non poteva essere pi sconsolata, trovai la
salvezza in qualcosa di sconosciuto, qualcosa che era l gi da tempo ma non avevo mai toccato. Era un
libro di Bchner, alto, stampato a grossi caratteri, rilegato in tela gialla, collocato nello scaffale in
modo tale che non si poteva non vederlo, accanto a quattro volumi delle opere di Kleist, nella stessa
edizione, di cui ogni singola lettera mi era familiare. Sembrer incredibile, ma non avevo mai letto
Bchner. Sapevo benissimo quanto fosse importante, e probabilmente sapevo anche che per me
avrebbe avuto ancora molta importanza. Potevano essere passati due anni da quando avevo messo gli
occhi su quel volume nella libreria Vienna della Bognergasse, lavevo comprato, portato a casa e
collocato accanto alle opere di Kleist.
Tra le cose essenziali che si preparano dentro di noi vi sono gli incontri rinviati. Pu trattarsi di
luoghi e di uomini, di quadri come di libri. Vi sono citt per le quali provo unattrazione cos forte
come se fossi predestinato a trascorrervi una vita intera fin dallinizio. Con mille astuzie evito di
andarvi, e ogni volta che si presenta loccasione di visitarle e vi rinuncio, sento aumentare a tal segno la
loro importanza che si potrebbe quasi pensare che io sono ancora al mondo soltanto per quelle citt e
che sarei gi scomparso da un pezzo se non ci fossero loro che continuano ad aspettarmi. Vi sono
persone di cui mi piace sentir parlare, e allora ascolto quanto pi  possibile e con tale avidit che si
potrebbe quasi pensare che in fondo so di loro pi di quanto ne sappiano esse stesse - ma evito di
guardare una loro fotografa e mi sottraggo a ogni raffigurazione visiva, come se un divieto particolare
e legittimo impedisse di conoscere la loro faccia. Vi sono anche persone che mi incontrano per anni sul
medesimo percorso, che mi danno motivo di riflettere e mi appaiono come enigmi di cui sono chiamato
a trovare la soluzione, e tuttavia io non rivolgo loro la parola, proseguo in silenzio per la mia strada,
come esse fanno con me, e tutte due ci scambiamo sguardi interrogativi, tutte due teniamo le labbra
ben chiuse: io penso a quello che sar il nostro primo colloquio e mi eccito allidea di tutte le cose
inaspettate che scoprir allora. E infine vi sono persone che amo da anni senza che esse possano averne
il minimo sospetto, e intanto io divento sempre pi vecchio, e ormai deve apparire come unassurda
illusione lidea che io glielo dica mai, sebbene io viva sempre nellattesa di questo momento stupendo.
Senza questo minuzioso prepararmi al futuro non sarei capace di vivere, e per me, se mi studio
attentamente, questi preparativi non sono meno importanti delle improvvise sorprese che arrivano come
dal nulla e lasciano senza parola.
Non vorrei nominare i libri ai quali continuo ancora oggi a prepararmi. La lista comprende
alcune delle opere pi celebri della letteratura mondiale, opere del cui valore non potrei dubitare perch
hanno avuto in passato il consenso di tutti coloro le cui opinioni sono state per me determinanti. 
evidente che limbattersi in uno di tali libri dopo ventanni di attesa diventa qualcosa di sconvolgente:
forse solo cos  possibile arrivare a quelle resurrezioni spirituali che ti preservano dalle conseguenze
della routine e della decadenza. Allora, in ogni modo, si dava il caso che io, a ventisei anni, conoscessi
da tempo il nome di Bchner e che da due anni avessi in casa un volume piuttosto appariscente con le
sue opere.
Una notte, in un momento di estrema disperazione - ero sicuro che non avrei pi scritto una
riga, ero sicuro che non avrei pi potuto leggere una riga -, allungai la mano verso il volume giallo e lo
aprii a caso: era una scena del Wozzeck (a quel tempo si usava ancora questa grafia), esattamente quella
in cui il dottore parla a Wozzeck. Fu come se il fulmine mi avesse colpito. Lessi quella scena, tutte le
altre del frammento, rilessi lintero frammento pi volte, non so quante, ma dovettero essere
innumerevoli perch lessi tutta la notte, non lessi nientaltro nel volume giallo, sempre ricominciando
dal principio il Wozzeck, ed ero in un tale stato di eccitazione che uscii di casa prima delle sei del
mattino e corsi gi alla ferrovia urbana. L presi il primo treno che portava in citt, mi precipitai nella
Ferdinandstrasse e svegliai Veza dal sonno.
Alla porta non cera la catena, e io avevo la chiave dellappartamento. Avevamo deciso cos per
il caso che uninquietudine improvvisa mi spingesse fuori di casa di buon mattino, ma il nostro amore
resisteva gi da sei anni e non era mai accaduto niente di simile. Se adesso accadeva per la prima volta,
sotto leffetto di Bchner, Veza non poteva non esserne allarmata.
Veza aveva respirato di sollievo quando si era concluso lanno ascetico dedicato al romanzo, e
forse nessun lettore, in seguito, ha provato un uguale senso di liberazione allorch il lungo e magro
sinologo muore tra le fiamme. Veza aveva temuto nuove svolte, una ripresa e un proseguimento della
vicenda. Prima di scrivere lultimo capitolo, Il gallo rosso, mi ero concesso qualche settimana di
pausa, e Veza aveva male interpretato quellindugio come un mio dubbio sulla conclusione del
romanzo. Immaginava che Georges, nel viaggio di ritorno, fosse preso da scrupoli improvvisi e si
rendesse conto allultimo momento, ma ancora in tempo, delle vere condizioni di spirito del fratello:
come aveva potuto abbandonarlo cos! Alla prima stazione scendeva dal treno e ripartiva in senso
inverso. Era di nuovo davanti alla casa di Kien e ne forzava lingresso. Senza tanti complimenti lo
impacchettava e se lo portava a Parigi per farne uno dei suoi pazienti. Un paziente insolito, certamente,
che si opponeva al fratello con tutte le forze, ma ogni resistenza era inutile, e a poco a poco anche lui
trovava in Georges il suo padrone.
Veza sospettava che mi stuzzicasse lidea di far proseguire, in quella nuova situazione, la lotta
tra i due fratelli, il loro dialogo occulto che si era avviato in un lungo capitolo senza tuttavia esaurirsi.
Alla notizia che finalmente  Il gallo rosso  era scritto, che il sinologo era riuscito nel suo intento,
Veza aveva reagito dapprima con incredulit. Pensava che io volessi placarla, perch mi erano ben noti
i suoi dubbi sul mio modo di vivere in tutto quel periodo. Nella terza parte del romanzo cerano molte
cose che le erano penetrate fin nelle ossa, e Veza si era messa in testa che quel frugare senza fine nella
mania di persecuzione del sinologo non poteva non avere effetti perniciosi sul mio stesso stato mentale.
Nessuna meraviglia, dunque, se Veza aveva respirato di sollievo ascoltando la lettura dellultimo
capitolo; e mentre per me cominciava il periodo peggiore, quello che ho chiamato il  tempo del
deserto , lei avrebbe voluto credere che il peggio era passato.
Ma si accorse che proprio adesso mi tenevo alla larga da lei come da tutti gli altri, e bench in
verit, per il momento, non facessi nulla di particolare, non trovavo tempo n per lei n per i pochi
amici. Quando poi ci incontravamo, ero taciturno e imbronciato, mentre tra noi non cera mai stato
questo tipo di silenzio. Una volta Veza perse talmente il controllo da dire:  Da quando  morto, quel
tuo uomo dei libri ti  entrato nel sangue, e tu sei come lui.  il tuo modo di prendere il lutto per la sua
morte. Veza aveva con me una pazienza infinita, ma io non le perdonavo il senso di liberazione che
provava per la fine del sinologo. E quando una volta mi disse :  Peccato che la tua Therese non sia una
vedova indiana, altrimenti avrebbe dovuto buttarsi nel fuoco anche lei , io ribattei con rabbia :  Lui
aveva amici migliori di una donna, aveva i suoi libri, che conoscevano il loro dovere e sono bruciati
con lui.
Da allora Veza si aspettava che mi facessi vivo improvvisamente, una notte o una mattina, con
la notizia che temeva pi dogni altra: che cio avessi cambiato parere sullultimo capitolo e lo avessi
cancellato, anche perch non era scritto nello stesso stile del resto del libro. Cos Kant ritornava in vita
e tutto ricominciava da capo, come se il romanzo continuasse in un secondo volume, ci che mi
avrebbe tenuto occupato almeno per un altro anno.
Veza si spavent molto quando la svegliai dal sonno in quel mattino bchneriano.  Ti
meravigli che io venga cos presto? Finora non  mai successo. No, disse lei ti aspettavo; e gi
pensava disperata al modo di distogliermi dal dare un seguito al romanzo.
Ma io attaccai subito con Bchner. Conosceva il Wozzeck? Naturalmente: chi non lo
conosceva? Lo disse con impazienza, aspettando il peggio, proprio quello che secondo lei mi stava
veramente a cuore. Nel tono della sua risposta cera qualcosa di sprezzante, e io mi sentii offeso per
Bchner.
 Ma come? Tu tratti il Wozzeck come una cosa da niente? . La mia reazione fu cos
minacciosa e ostile che Veza cap all'improvviso di che cosa si trattava.
 Chi? Io? Ma che cosa credi? Per me  il dramma pi grande di tutta la letteratura tedesca.
Non credevo alle mie orecchie, e dissi cos per dire:  Per  soltanto un frammento! .
 Frammento! Frammento! Lo chiami un frammento? Quello che manca  ancora meglio di
quello che c negli altri drammi, nei migliori. Bisognerebbe averne tanti, di frammenti cos .
 Ma tu non mi hai mai parlato del Wozzeck.  molto che conosci Bchner? .
 Lo conoscevo prima di conoscere te. Lho letto piuttosto presto. Al tempo in cui mi sono
imbattuta nei diari di Hebbel e in Lichtenberg.
 Ma hai sempre taciuto! I brani di Hebbel e di Lichtenberg me li hai mostrati spesso, ma del
Wozzeck mai una parola. Si pu sapere perch? Perch? .
 Lho nascosto, addirittura. Il volume di Bchner non saresti riuscito a trovarlo in casa mia .
 Ho passato tutta la notte a leggere il Wozzeck. A leggerlo e a rileggerlo. Non volevo credere
che esistesse qualcosa di simile. Non ci credo ancora. Sono venuto a dirti quello che meriti. Prima ho
pensato che forse non lo conoscevi. Ma poi mi sono reso conto che non era possibile. Con tutto il tuo
amore per la letteratura, come potevi non conoscerlo? E infatti lo conosci, naturalmente. Ma me lhai
tenuto nascosto. Da sei anni parliamo di tutte le cose meravigliose che ci sono. Bchner non lhai
nominato una sola volta. E adesso vieni a dirmi che mi hai tenuto nascosto il libro. Non  possibile.
Conosco ogni angolo della tua stanza. Dammi la prova! Mostramelo! Dove lhai nascosto?  un grosso
volume giallo. Non  cos facile nasconderlo .
 Non  n grosso n giallo.  unedizione in carta India. Adesso vedrai con i tuoi occhi .
Apr larmadio in cui custodiva i suoi libri pi cari. Pensai al momento in cui me laveva fatto
vedere la prima volta. Ormai lo conoscevo meglio delle mie tasche. E il Bchner era nascosto l? Veza
tolse alcuni volumi di Victor Hugo. Dietro, schiacciata di piatto contro il fondo dellarmadio, cera
ledizione di Bchner dellInsel-Verlag. Veza mi porse il volume. A me non piaceva vederlo in quel
formato ridotto. Avevo ancora negli occhi i grandi caratteri della notte, e ormai volevo averlo sempre
davanti con quegli stessi caratteri.
Mi hai nascosto qualche altro libro?.
 No, questo  lunico. Sapevo che non avresti mai tirato fuori un libro di Victor Hugo, perch
non tinteressa. L dietro, Bchner era al sicuro. Del resto, proprio lui ha tradotto due drammi di Victor
Hugo .2
Me lo mostr, e io, irritato, le restituii il volume.
 Ma perch, insomma? Perch me lhai nascosto? .
 Dovresti essere contento di non averlo letto. Se no, credi che saresti stato capace di scrivere
qualcosa? Bchner  anche il pi moderno di tutti gli scrittori. Potrebbe essere di oggi, solo che oggi
nessuno  come lui. Non si pu prenderlo a modello. Si pu solo vergognarsi e dire: A che scopo
scrivere?. Si pu solo tenere la bocca chiusa. Io non volevo che tu tenessi la bocca chiusa. Io credo in
te .
Nonostante Bchner?.
 Di questo non voglio parlare, per il momento. Ci devono pur essere cose che restano
irraggiungibili. Ma lirraggiungibile non deve schiacciarci. Adesso che hai finito il romanzo, devi
leggere qualche altra cosa ancora. C un altro frammento di Bchner, un racconto: Lenz. Leggilo
subito! .
Mi sedetti e senza dire altro lessi il pi meraviglioso brano di prosa. Dopo la notte del Wozzeck
spuntava il mattino del Lenz, senza un attimo di sonno tra luno e laltro. E io vidi crollare in pezzi il
mio romanzo: lopera di cui ero stato cos fiero non era pi che polvere e cenere.
Fu un duro colpo, ma salutare. Veza, dopo avere ascoltato la lettura di tutti i capitoli di  Kant
prende fuoco , mi giudicava uno scrittore di teatro. Era vissuta nel timore che non trovassi pi la
strada per uscire dal romanzo. Aveva visto come vi ero rimasto irretito e quanto mi aveva coinvolto.
Fosse quel romanzo o un altro, uno nuovo, al quale potevo accingermi, Veza scopriva in me la fatale
inclinazione a imprese che si protraevano per anni. Ricordava gli abbozzi per una  Comdie humaine
dei folli , quella serie di romanzi di cui le avevo parlato spesso. La vista dello Steinhof dalla mia
finestra, che allinizio le aveva fatto tanta impressione, non le piaceva pi da un pezzo. Aveva la
sensazione che con la stesura del romanzo fosse ancora cresciuto il fascino che gli invasati e gli
anormali esercitavano su di me. Anche la mia amicizia con Thomas Marek 3 la preoccupava. La mia
solidariet con Marek era veemente e aggressiva, e una volta, quando ero arrivato al punto di sostenere
che quel giovane paralitico contava pi di tutti quelli che se ne vanno in giro ignari e ingrati sulle loro
gambe, lei mi aveva contraddetto rimproverandomi la mia stravaganza.
Veza era davvero in ansia per me. Nel mio romanzo, nel capitolo intitolato Un manicomio,
cera una dichiarazione damore a tutti coloro che passano per matti, e lei ne aveva tratto la
convinzione che io avessi varcato un confine pericoloso. La tendenza allisolamento, lammirazione per
chiunque fosse diverso, il desiderio di abbattere tutti i ponti tra noi e una umanit inferiore - tutto
questo le dava molto da pensare. A proposito delle allucinazioni di certe persone di mia conoscenza mi
ero espresso con lei in termini ammirativi, come se fossero opere darte perfette, e mi ero sforzato di
ricostruire passo per passo la genesi di una di quelle allucinazioni. Veza, anche per motivi estetici, si
era spesso mostrata infastidita dalla minuziosit con cui avevo ricostruito un caso di mania di
persecuzione, e io usavo ribattere che non si poteva fare altrimenti, che ogni particolare, ogni minimo
passo aveva la sua importanza. Scendevo in campo contro precedenti rappresentazioni della follia nella
letteratura e cercavo di dimostrarle quanto poco corrispondessero alla realt. Veza pensava che doveva
pur essere possibile rappresentare quelle situazioni in una forma condensata e quindi ottenendo
unefficacia maggiore. Ma io obiettavo, nella maniera pi energica, che allora non veniva a galla la
verit, bens lautocompiacimento degli autori, la loro vanit di pavoni. Bisognava finalmente decidersi
a capire che la follia non ha niente di spregevole, essendo un fenomeno pieno di significati e di
relazioni particolari che cambiano da un caso allaltro. Lei negava tutto questo ed era pronta a
difendere, contro la sua natura e solo per il mio bene, le classificazioni dominanti nella psichiatria. In
questa sua difesa mostrava una certa propensione per il concetto di pazzia maniaco-depressiva,
mentre aveva qualche riserva a proposito della  schizofrenia, che allora stava diventando un concetto
di moda.
Sapevo bene che Veza in realt mirava soprattutto a distogliermi da quel genere di romanzi. Io
ero deciso, ferocemente deciso, a non lasciarmi consigliare da nessuno, neanche da lei, e
contrapponevo come unarma quello che consideravo un romanzo riuscito. Anche se mi sentivo
colpevole come incendiario e soffrivo molto di questa colpa, ci non toglieva nulla alla qualit del
romanzo, di cui ero fermamente convinto. Sebbene, ora che lavevo finito, tutto mi spingesse verso il
teatro drammatico, non potevo assolutamente escludere che dopo un periodo di esaurimento mi sarei
dedicato a un altro romanzo, non meno lungo, che di nuovo avrebbe avuto per tema un caso di follia.
Ma la notte in cui avevo scoperto il Wozzeck e la mattina seguente in cui il Lenz mi aveva
sorpreso in uno stato di eccitata spossatezza, ebbero effetti decisivi. In poche pagine avevo trovato tutto
ci che si poteva dire sulla peculiarit della condizione di spirito di Lenz, e sarebbe stato terribile
immaginare tutto questo nella forma minuziosa di un romanzo. Lorgoglio e la tracotanza mi avevano
abbandonato. Non scrissi un altro romanzo, e passarono mesi prima che ritrovassi la mia fiducia in 
Kant prende fuoco . Ma allora ero gi tutto preso dal progetto di un dramma: Nozze.
Se adesso dico che non avrei scritto Nozze senza la folgorazione notturna del Wozzeck potr
sembrare sulle prime unesagerazione. Ma non posso aggirare la verit solo per evitare questa
impressione. Non devo farlo. Le visioni di rovina che avevo allineato fino allora risentivano pur sempre
dellinflusso di Karl Kraus. Tutto ci che accadeva, e accadeva sempre il peggio, accadeva senza
motivo e accadeva per giustapposizione, una cosa accanto allaltra. Veniva captato da uno scrittore ed
era messo alla gogna, irriso. Era irriso dallesterno, appunto da colui che scriveva, e su tutte le scene
dello sfacelo lui teneva alta la sa frusta. La frusta non gli dava requie, lo incalzava continuamente, e
lui si fermava solo quando cera qualcosa da frustare; ma non appena la punizione era inflitta, la frusta
tornava a incalzarlo. In fondo accadeva sempre di nuovo la stessa cosa: gli uomini, nelle loro faccende
pi quotidiane, pronunciavano le frasi pi banali stando ignari sullorlo dellabisso. Allora arrivava la
frusta, li spingeva gi, ed era lo stesso abisso quello in cui cadevano tutti. Non cera nulla che potesse
salvarli dallabisso. Perch le loro frasi non cambiavano mai, erano commisurate alla loro statura, e
colui che aveva preso le loro misure era sempre lo stesso, lo scrittore con la frusta.
Il Wozzeck mi aveva fatto scoprire una cosa per la quale trovai un nome solo in seguito, quando
la chiamai autoirrisione. Se si esclude il protagonista, i personaggi che fanno limpressione pi forte si
presentano da s. Il dottore e il tamburo maggiore infieriscono su ci che li circonda. Aggrediscono, ma
in modi cos diversi che si esita a usare per entrambi la stessa parola aggressione . Eppure 
unaggressione, e come tale agisce su Wozzeck. Le loro parole, che non sono intercambiabili, si
rivolgono contro Wozzeck e hanno le conseguenze pi terribili. Ma le hanno solo in quanto
rappresentano se stesse, e cio il parlante, il quale, col proprio io, vibra un perfido colpo, un colpo che
non si pu dimenticare e dal quale lo si riconoscerebbe sempre e dappertutto.
I personaggi, come ho detto, si presentano da s. Nessuno li ha spinti avanti a frustate. Come se
fosse la cosa pi naturale del mondo, si mettono alla gogna da s, e in questo comportamento c pi
irrisione che punizione. Stanno davanti a noi, comunque siano, prima che su di loro sia stato
pronunciato un giudizio morale. Certo, si pensa ad essi con disgusto, ma al disgusto si mescola la
soddisfazione, perch si presentano senza immaginare lorrore che suscitano. C una specie di
innocenza nell'autoirrisione: non  stata ancora tesa una rete giuridica che la riguardi, una rete che, se
mai, potr essere gettata su di essa in seguito; ma nessun atto daccusa, neanche quello del satirico pi
violento, potrebbe avere il peso dellautoirrisione, poich questa comprende anche lo spazio in cui un
uomo esiste, anche il suo ritmo, la sua paura, i suoi respiri.
 giusto che a queste creature si conceda senza riserve il pieno uso della parola  io  che il
satirico puro non riconosce a nessuno, tranne che a se stesso. La vitalit di questo  io  immediato,
non chiuso tra parentesi,  enorme. Questo  io  dice di s pi di qualsiasi giudice. Per il giudicante
quasi tutto  contenuto nella terza persona, e perfino il discorso diretto, nel quale si dicono le cose
peggiori,  usurpato. Solo quando ricade nel suo io il giudice  presente in tutta la terribilit degli atti
che compie, ma allora anche lui  diventato personaggio ed  lui, il giudicante, a presentarsi ignaro
nella sua autoirrisione.
II capitano, il dottore, il reboante tamburo maggiore fanno la loro apparizione come per forza
spontanea. Nessuno ha prestato loro la voce, essi dicono il proprio io, si scatenano tutti sulla stessa
persona, appunto Wozzeck, e affermano la propria esistenza in quanto lo colpiscono. Egli serve a tutti e
tre,  il loro centro. Senza di lui non esisterebbero, ma Wozzeck lo ignora, non meno di quei tre; e si
potrebbe perfino sostenere che egli trasmette ai suoi tormentatori il contagio della propria innocenza.
Essi non possono essere diversi da quello che sono,  nella natura del-lautoirrisione comunicare questa
impressione. La forza di questi personaggi, di tutti i personaggi  la loro innocenza. Si deve odiare il
capitano, si deve odiare il dottore perch potrebbero essere diversi, solo che lo volessero? Si deve
sperare in una loro conversione? Deve forse il dramma essere una scuola missionaria che i personaggi
frequenteranno fino a quando si lasceranno descrivere in maniera diversa? Il satirico si aspetta dagli
uomini che siano diversi. Li frusta come se fossero scolaretti. Li prepara per tribunali morali a cui essi
dovranno forse rispondere un giorno. Sa perfino come potrebbero essere migliori. Dove attinge questa
incrollabile sicurezza? Se non lavesse, non potrebbe neppure mettersi a scrivere. Tutto comincia
perch lui  impavido come Dio. Senza dirlo esplicitamente, il satirico  il rappresentante di Dio e si
sente a suo agio in questa veste. Non si sofferma nemmeno un attimo a pensare che forse lui non 
proprio Dio. Dal momento che questa istanza esiste, l'istanza suprema, da essa discende un potere di
rappresentanza: si tratta solo di conquistarlo.
Ma c anche un altro atteggiamento, totalmente diverso, che si vota alle creature e non a Dio,
un atteggiamento che sinteressa alle creature in opposizione a Dio e forse arriva fino al punto di
prescindere interamente da lui per occuparsi solo delle creature. Allora appare limmutabilit delle
creature, per quanto si possa volerle diverse da quelle che sono. Con lodio o con le pene non si ottiene
nulla dagli uomini. Gli uomini si accusano presentandosi come sono, ma  la loro autoaccusa, non
laccusa di un altro. La giustizia dello scrittore non pu consistere nel condannarli. Egli pu individuare
colui che  la loro vittima e mostrare tutte le loro tracce su di lui come impronte digitali. Il mondo
pullula di tali vittime, ma sembra che la maggiore difficolt stia nel prendere una vittima e nel farne un
personaggio, nel farla parlare in modo che le tracce rimangano riconoscibili e non si cancellino nelle
accuse. Wozzeck  questo personaggio, e il dramma ci fa vivere ci che egli subisce di volta in volta, e
non c da aggiungere neanche una parola di accusa. In lui sono riconoscibili le tracce delle
autoirrisioni. Quelli che si sono scatenati contro di lui sono davanti a noi, e quando per lui  la fine essi
rimangono in vita. Il frammento non mostra come finisce Wozzeck: mostra ci che egli fa, la sua
autoirrisione dopo quelle degli altri.
Occhio e respiro
I miei rapporti con Hermann Broch furono segnati, pi di quanto avvenga di solito, dalle
circostanze del nostro primo incontro. Io dovevo tenere una lettura del mio dramma Nozze nella casa di
Maria Lazar, una scrittrice viennese che entrambi conoscevamo. Cerano alcuni invitati. Due di questi
erano Ernst Fischer e sua moglie Ruth, ma non so pi chi fossero gli altri. Broch aveva promesso di
venire, tutti lo aspettavano, ma era in ritardo. Stavo gi per cominciare quando lo vidi arrivare,
allultimo momento, in compagnia di Brody, il suo editore. Ci fu appena il tempo per una rapida
presentazione: prima ancora che ci fossimo scambiati qualche parola, diedi inizio alla lettura.
Maria Lazar aveva raccontato a Broch quanto io ammirassi I sonnambuli, che avevo letto
nellestate di quel 1932. Lui non conosceva niente di mio, n poteva, dal momento che niente avevo
pubblicato. Dopo limpressione che avevo ricevuto dalla trilogia I sonnambuli, e soprattutto da uno dei
volumi, Huguenau, vedevo in lui un grande scrittore, mentre io ero per lui un giovane scrittore che lo
ammirava. Poteva essere la met di ottobre, e avevo terminato Nozze sette od otto mesi prima. Avevo
letto il dramma ad alcuni amici, separatamente, ed erano amici che avevano una certa fiducia in me.
Non era mai accaduto che si trovassero insieme in buon numero.
A Broch, e questo  il punto importante, capit cos di ascoltare lintero dramma in un colpo
solo, in tutta la sua violenza, e senza sapere niente di me. Io lessi con passione, i personaggi presero
vita e spicco a uno a uno, ben definiti dalle loro maschere acustiche - in questo non  pi cambiato
niente, in tanti anni che sono passati. Dur pi di due ore, e lessi tutto dun fiato. Latmosfera era
densa, compatta: oltre Veza e me ci sar stata forse una dozzina di persone, ma la loro presenza si
faceva sentire come se il pubblico fosse ben pi numeroso.
Avevo Broch proprio davanti a me, e mi colp il modo in cui seguiva la lettura. La sua testa da
uccello sembrava un po incassata tra le spalle. Notai i suoi occhi durante la scena del portinaio
Kokosch, lultima del prologo, quella che adesso mi  cara pi di tutte le altre. La battuta che la
Kokosch morente rivolge al marito: Ehi tu, devo dirti una cosa, la battuta che  costretta a
ricominciare pi volte e che non riesce a terminare, segna per me il momento dellincontro con gli
occhi di Broch. Se gli occhi potessero respirare, quelli avrebbero trattenuto il fiato. Aspettavano che la
frase fosse pronunciata fino in fondo, e quegli attimi di sospensione e di disperati tentativi erano
riempiti dalle parole di Kokosch che raccontava la fine di Sansone. Era una doppia lettura, e al dialogo
ad alta voce, che ormai non cera pi perch Kokosch non ascoltava le parole della moribonda, era
subentrato un dialogo sotterraneo, tra gli occhi di Broch, che si erano concentrati sulla moribonda, e
me, che ricominciavo ogni volta quella battuta e mi facevo interrompere dalle frasi bibliche del
portinaio.
Questo accadeva nella prima mezzora della lettura. Poi venne il dramma vero e proprio, che
cominciava con una grande spudoratezza della quale per non mi vergognavo affatto, allora, tanto mi
riusciva odiosa. Forse non avevo unidea precisa del realismo di quelle scene disgustose. Una fonte era
Karl Kraus, ma vi era stato anche un altro influsso: quello di George Grosz, del quale avevo ammirato e
detestato la cartella dell'Ecce homo. Per la maggior parte si trattava di cose che avevo udito con le mie
orecchie.
Quando leggevo ad altri le squallide scene centrali non prestavo mai attenzione a ci che mi
circondava. Era abbastanza naturale: a un certo punto sei come invasato e allora credi di librarti
nellaria, trasportato da frasi volgari e terribili che non hanno niente, assolutamente niente a che fare
con te ma ti esaltano sempre pi, ti gonfiano a tal segno che cominci a volare sulle loro ali - come uno
sciamano, forse, sebbene a quel tempo non potessi saperlo.
Ma quella sera le cose andarono diversamente. Durante tutta la parte centrale del dramma sentii
la presenza di Broch. Il suo silenzio era pi tangibile di quello degli altri. Broch si tratteneva, cos come
si trattiene il respiro. Non sapevo quale fosse esattamente il meccanismo, ma sentivo che aveva a che
fare con la respirazione, e credo di essermi reso conto, quella sera, che Broch respirava in maniera
diversa da tutti gli altri. Contro il chiasso spaventoso che facevano i miei personaggi sinnalzava il suo
silenzio. Era un silenzio che aveva un che di corporeo ed era voluto e manovrato da lui, un silenzio che
si produceva da s: oggi so che dipendeva dal suo modo di respirare.
Nella terza parte del dramma, col crollo vero e proprio e con la danza dei morti, non avvertii pi
nulla di ci che mi accadeva intorno. Trascinato dallo sforzo e dalla tensione, ero cos preso dal ritmo,
che in quelle scene  lelemento decisivo, da non poter individuare le reazioni di questo o
quellascoltatore; e quando ebbi finito mi ero dimenticato perfino della presenza di Broch. Avevo perso
la nozione del tempo, doveva essere successo qualcosa, e pu darsi che fossi tornato nella stanza in cui
avevamo aspettato larrivo di Broch. Fatto sta che egli mi rivolse la parola e disse che non avrebbe
scritto il suo dramma se avesse conosciuto Nozze. (Sembra che proprio allora stesse lavorando a un
dramma, e sar stato quello che fu poi rappresentato a Zurigo).
Disse altre frasi che preferisco non riportare, sebbene rivelassero con quale acutezza era
penetrato nella genesi del dramma. Io non conoscevo ancora Broch, ma capivo che era scosso, che
cera stata una vera partecipazione. Brody, il suo editore, si limit a un sorriso cerimonioso, un ghigno
che non mi piacque affatto. Per lui non era successo niente, forse lo avevano irritato i furibondi attacchi
alla borghesia, ma non voleva farlo vedere e si nascondeva dietro la cerimoniosit. Ma forse Brody era
sempre cos, non si lasciava mai scuotere. Non saprei dire che cosa lo legasse veramente a Broch, ma
non cera dubbio che era suo amico.
I due non si trattennero a lungo, erano gi attesi da qualche altra parte. Broch, sebbene fosse
arrivato in compagnia del suo editore e questa circostanza facesse pensare a un certo sussiego, mi
sembr alla fine della lettura un uomo assai fragile. Era una bellissima fragilit che aveva il suo
presupposto in un animo sensibile e dipendeva dagli avvenimenti e dalle oscillazioni nei rapporti tra le
persone. Ai pi sembrer debolezza, ma io posso permettermi di chiamarla cos perch la considero un
privilegio, anzi una virt, quando arriva a un tale grado di consapevolezza. Quando per sento parlare
della  debolezza  di Broch da persone dellambiente mercantile, quello in cui egli era vissuto, o di
altri ambienti simili, mi viene una gran voglia di farle tacere con uno schiaffo.
Non mi riesce facile scrivere di Broch, perch non so come rendergli giustizia. Dovrei ricordare
la trepidazione con cui mi avvicinai a lui, la corte impetuosa che gli feci fin dallinizio e alla quale
cercava di sottrarsi, la cieca fiducia che mi faceva apprezzare tutto di lui, la bellezza dei suoi occhi, in
cui mi sembrava di leggere tutto fuorch il calcolo: che cosa non ho visto di nobile in lui, e con quanta
ingenuit e leggerezza mi sono lasciato andare a una specie di fanatismo senza nascondere la mia
immensa ignoranza! Per quanto avessi uno spirito aperto e ansioso di sapere, questa ansia non aveva
ancora dato i suoi frutti. Oggi, se provo a misurare quello che ero, mi rendo conto che avevo imparato
ben poco, e addirittura nulla nel campo in cui Broch aveva una preparazione particolare: la filosofia
contemporanea. Aveva una biblioteca principalmente filosofica e non rifuggiva, come me, dal mondo
dei concetti, ai quali era dedito come altri sono dediti ai locali notturni.
Broch  stato il primo debole che ho incontrato. Non gli interessava vincere e neanche
prevalere e meno che mai mettersi in mostra. Si guardava bene dal-lenunciare grandi propositi, perch
gli ripugnava profondamente, mentre io non sapevo pronunciare due frasi senza dire :  Ci scriver
sopra un libro  - non riuscivo a esprimere un pensiero o forse soltanto unosservazione senza
aggiungere subito :  Ci scriver sopra un libro. Ma la mia non era pura millanteria, perch avevo
scritto un lungo libro,  Kant prende fuoco , e il manoscritto era gi pronto, anche se pochi ne
conoscevano lesistenza, mentre mi ero prefisso di dedicare la vita a un altro libro, per me molto pi
importante, quello sulla massa, per il quale esistevano al momento soltanto alcune esperienze, che per
andavano molto in profondit, e ampie e voraci letture che ad essa ritenevo collegate - mentre in verit
si riferivano a  tutto  non meno che alla massa. La mia vita era dunque votata a una grande opera, e
ne ero cos convinto che potevo dire senza la minima esitazione: Certo, ci vorranno decenni. Il fatto
che io volessi includere tutto nei miei propositi e nei miei progetti, questo programma cos vasto e
inesauribile dovette sembrare a Broch il segno di una passione autentica. Ci che lo contrariava era il
fanatismo crudele che faceva dipendere il miglioramento dellumanit da un intervento punitivo, da
unautorit di cui io mi ero eletto tranquillamente organo esecutivo. Questo era uno dei frutti
dellinsegnamento di Karl Kraus. Non avrei mai osato imitare Karl Kraus consapevolmente, ma da lui
avevo assorbito uninfinit di cose, e in particolare, quando nellinverno 1931-32 scrivevo Nozze, il suo
furore.
Con questo furore, che era diventato mio attraverso Nozze, mi ero presentato a Broch la sera
della lettura del dramma. Lui se nera lasciato soggiogare, ma non cera niente altro in me che potesse
soggiogarlo. Per il resto, come si vide poi, se accett qualcosa di mio, lo fece alla sua maniera, in un
modo che compresi molto pi tardi, soltanto dopo la sua morte: assimilando e facendo propri gli
impulsi di una volont estranea dai quali non sapeva difendersi altrimenti.
Broch cedeva sempre, e solo cedendo assimilava. Non era un processo complicato, era la sua
natura, e credo di aver visto giusto collegando anche questo processo al suo modo di respirare. Ma tra
le innumerevoli cose che assimilava ce nerano alcune troppo prepotenti per lasciarsi conservare
tranquillamente come in un magazzino. Questi elementi perturbatori, che lo colpivano come fitte
dolorose e che Broch condannava moralmente, si trasformavano in seguito, presto o tardi, in sue
iniziative personali. Dopo lemigrazione in America, quando decise di occuparsi della psicologia delle
masse, non poteva certamente aver dimenticato i nostri colloqui su questo argomento. Ma il contenuto
delle mie osservazioni, la sostanza vera, non laveva toccato in alcun modo. Lignoranza
dellinterlocutore, che non sapeva colorare le proprie parole con nessuna delle terminologie filosofiche
dominanti, gli faceva trascurare del tutto il contenuto del discorso, anche quando aveva una sua
originalit. Ci che lo colpiva era l'energia dei propositi, la pretesa di enunciare una nuova teoria che
un giorno avrebbe preso forma; e sebbene questa teoria non esistesse affatto - se non in qualche gracile
spunto -lui accoglieva quei propositi come un comando e lasciava che quel comando fermentasse
dentro di lui, come se a lui fosse diretto. Se in sua presenza cominciavo a parlare del mio progetto, lui
captava una voce che gli diceva:  Fallo tu! , ma non capiva subito fino a che punto fosse
unimposizione e si congedava da me con dentro il germe di un compito per lui che fior poi in un altro
ambiente ma non diede frutti.
Mi accorgo di anticipare molte cose e di scompigliare cos la chiara linea dei nostri rapporti; ma
comunque siano cominciati, adesso  inevitabile, dopo tanti decenni, che io veda le cose cos come
andarono realmente tra noi gi allinizio, senza che nessuno di noi lo sapesse, neanche lui.
Non di rado, nelle sue frettolose camminate, Broch veniva a trovarci nella Ferdinandstrasse. Mi
pareva di vedere in lui un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze. Sembrava che si ricordasse
di un tempo in cui poteva ancora volare. Non si era mai riavuto da quella mutilazione, da ci che gli era
successo. Avrei voluto fargli qualche domanda, ma allora non ne avevo il coraggio. La sua particolarit
di bloccarsi nel discorso traeva in inganno, forse Broch avrebbe anche accettato di parlare di s. Ma
prima di parlare rifletteva, e da lui non cera da aspettarsi qualcuna delle facili confessioni a cui mi
avevano abituato tante persone che conoscevo a Vienna. Avrebbe parlato senza riguardi per se stesso,
perch tendeva ad accusarsi. In lui non cera traccia di autocompiacimento, si apriva con molta
insicurezza, ma era, cos mi sembrava, una insicurezza acquisita. Bench lo irritasse il mio tono
risoluto, era troppo riguardoso per darlo a vedere. Me ne accorgevo, tuttavia, e quando lui se ne andava
mi restava addosso un senso di vergogna. Mi facevo dei rimproveri perch avevo limpressione di non
riuscirgli simpatico. Broch avrebbe voluto ispirarmi qualche dubbio su me stesso, forse educarmi
cautamente a dubitare di me, ma proprio non gli riusciva. Io lo mettevo su un piedistallo, ero entusiasta
dei Sonnambuli perch vi aveva dimostrato una capacit che io non avevo. Latmosfera, in unopera
letteraria, non mi aveva mai interessato, pensavo che fosse qualcosa da lasciare alla pittura. Ma in
Broch latmosfera era presente in un modo che non poteva lasciare insensibili. Era una capacit che
ammiravo, perch ammiravo tutto quello che mi era negato: non mi faceva perdere di vista ci che mi
prefiggevo, ma era meraviglioso scoprire che cera qualcosa di totalmente diverso che aveva un suo
diritto di esistere e che attraverso la lettura liberava da se stessi. Per uno scrittore queste trasformazioni
dovute alla lettura sono essenziali: egli pu veramente ritornare a se stesso e ritrovarsi solo se  stato
trascinato via con violenza da qualcun altro.
Broch portava subito nella Ferdinandstrasse ogni brano di prosa che gli veniva pubblicato. Per
lui aveva una particolare importanza ci che appariva nella Frankfurter e nella Neue Rundschau.
Non avrei mai immaginato che tenesse tanto al mio giudizio. Quale bisogno avesse di consenso lo
compresi solo pi tardi, alcuni anni dopo la sua morte, quando furono pubblicate le sue lettere. Sebbene
lo irritasse il mio modo di parlare, cos affermativo, accettava volentieri un giudizio perentorio quando
riguardava lui, e lo citava addirittura nelle sue lettere ad altre persone.
A quel tempo avevo trovato una spiegazione quasi mitica alla frettolosa andatura di Broch: lui,
il grande uccello, non sapeva rassegnarsi allidea che gli avessero mozzato le ali. Non poteva pi
ritrovare la libert di quellatmosfera, unica, in cui si librava sopra tutti gli uomini. Ma in compenso, in
mezzo agli uomini, non si lasciava sfuggire uno solo di quelli che io chiamo campi di respirazione.
Altri scrittori facevano collezione di uomini, lui raccoglieva i loro campi di respirazione, contenenti
laria che avevano inalato e poi espulso dai polmoni. Da questa aria accumulata lui desumeva la loro
natura, definiva gli uomini attraverso i loro rispettivi campi di respirazione. A me sembrava qualcosa di
assolutamente nuovo, qualcosa in cui non mi ero mai imbattuto. Sapevo di scrittori che si lasciavano
guidare da ci che  visivo, di altri che si affidavano alludito. Non avrei mai pensato che uno scrittore
potesse lasciarsi guidare dal suo modo di respirare.
Broch era molto riservato e, come ho gi detto, dava unimpressione di insicurezza. Dovunque
posasse lo sguardo, risucchiava tutto in s, non col ritmo di chi inghiotte ma con quello di chi inspira.
Non toccava, non urtava nulla, tutto rimaneva comera, immutabile, e conservava il proprio particolare
alone daria. Sembrava che Broch assorbisse le cose pi disparate per custodirle in s. Diffidava dei
discorsi troppo impetuosi, e per quanto fossero animati da buone intenzioni vi fiutava il male. Per lui
nulla era di l del beile e del male; e il fatto che fin dal primo momento, fin dalla prima frase assumesse
un atteggiamento responsabile e non se ne vergognasse, gli valse tutta la mia ammirazione. Questo
atteggiamento si rivelava anche nel ritegno con cui dava un giudizio, in quello che io chiamai ben
presto il suo bloccarsi.
Questo suo bloccarsi - e cio la sua tendenza a chiudersi in lunghi silenzi, lasciando per
trasparire con quanta intensit rifletteva - io lo spiegavo col desiderio di non affliggere linterlocutore,
chiunque fosse. Soffriva a dover badare al proprio interesse. Sapevo che apparteneva a una famiglia di
industriali e che suo padre era stato il proprietario della filanda di Teesdorf. Broch vi aveva lavorato
controvoglia perch desiderava invece diventare un matematico. Alla morte del padre dovette occuparsi
di tutta lazienda, non per il proprio tornaconto, ma perch bisognava provvedere alla madre e agli altri
membri della famiglia. Continu a studiare per una specie di sfida e in seguito studi anche filosofa.
Quando lo conobbi, frequentava il seminario di filosofia dellUniversit di Vienna e ne parlava come di
una cosa molto seria. Intuivo che le origini mercantili avevano suscitato in lui una reazione simile alla
mia: unavversione profonda che ricorreva a ogni mezzo per opporre una barriera difensiva. E poich
non poteva smettere di dedicarsi alla fabbrica paterna, neanche da adulto, neanche nella maturit, aveva
bisogno di difese particolarmente efficaci. Le sue inclinazioni lo portavano verso le scienze esatte, ed
era disposto ad accettarle e a subirle anche nella loro forma accademica. Io cercavo di immaginarlo
nella veste di studente, un uomo spiritualmente cos ricco e vivo. Se era tanto saggio da rimanere
insicuro, come poteva trovare sicurezza nei seminari? Gli interessava il dialogo, ma poi si comportava
come se fosse sempre lui a dover imparare, mentre nella maggior parte dei casi non poteva essere cos,
poich saltava agli occhi la sua superiorit sugli interlocutori. Da tutto questo desumevo che fosse la
bont danimo a trattenerlo dallumiliare il suo prossimo.
Al Caf Museum feci la conoscenza di Ea von Allesch, lamica di Broch. Ceravamo incontrati,
io e lui, non so dove. Mi disse di avere un appuntamento con Ea e di averle promesso di condurre anche
me. Mi sembrava vagamente impacciato, aveva un tono diverso dal solito ed era arrivato molto in
ritardo.  Ci sta aspettando da un pezzo  disse. Affrett landatura e alla fine super la porta girevole
quasi volando e trascinandomi a rimorchio dentro il locale. Abbiamo fatto tardi  disse subito, quasi
umilmente, prima ancora di presentarmi. Poi disse il mio nome e aggiunse in un tono neutro che non
tradiva pi nessuna preoccupazione: E questa  Ea Allesch.
Quel nome lavevo gi sentito da lui qualche volta, e mi era sembrato strano, perfino
enigmatico, sia il nome che il cognome. Non avevo domandato a Broch da dove venisse quell Ea , e
neppure in seguito ho voluto saperlo. Era una donna non giovane, sulla cinquantina, aveva la testa di
una lince, ma di velluto, e i capelli rossicci. Era bella, e io pensai quasi sbalordito quanto doveva essere
stata bella. La voce era morbida e sommessa, ma cos insistente da ispirare subito un po di paura. Era
come se lei, senza accorgersene, ti avesse messo gli artigli addosso. Ma dava quellimpressione solo
perch si sentiva in dovere di contraddire Broch a ogni frase, inesorabilmente. Domand dove ci
eravamo attardati e disse che era l ad aspettare da unora, ormai convinta che non saremmo pi venuti.
Broch le spieg dove eravamo stati; ma sebbene mi chiamasse in causa, come se io fossi l per
testimoniare, lei aveva laria di non credere una parola: non fece alcuna obiezione, ma non si
rassegnava; e anche quando eravamo seduti l da un bel po, tornava alla carica con una frase in cui il
suo dubbio era ormai consolidato, come se fosse gi diventato storia e lei volesse soltanto far notare
che lo aggiungeva a tutti gli altri suoi dubbi.
Cominci tra noi una conversazione letteraria. Broch, per deviare il discorso dal nostro ritardo,
accenn alla serata in cui, subito dopo la lettura di Nozze, era andato da Ea nella Peregringasse e le
aveva parlato del mio dramma. Era come se Broch volesse pregarla di prestarmi un po di attenzione, e
lei non trov niente da ridire sulle circostanze di quella serata, ma le rivolt subito contro di lui.
Raccont che Broch, dopo la lettura, era molto depresso e si era lagnato di non essere un vero
drammaturgo, perch dopo tutto aveva scritto un solo dramma, quello che aveva mandato al teatro di
Zurigo e che adesso avrebbe preferito ritirare. Da qualche tempo, disse ancora Ea, Broch si era messo
in testa di dover solo scrivere; e chi sa chi gli aveva fatto venire unidea simile, probabilmente una
donna. Tutto questo era detto in un tono soave, quasi accattivante, sebbene l non ci fosse nessuno da
accattivarsi; e leffetto era micidiale. Ea aggiunse di aver capito gi dalla grafa di Broch che lui non
era un vero scrittore, e di averglielo anche detto: lei era grafologa, infatti, e bastava confrontare la
scrittura di Broch con quella di Musil per capire la differenza.
Io ero talmente imbarazzato che colsi al volo laccenno a Musil per domandarle se lei lo
conosceva. Certo che lo conosceva, da decine di anni, fin dal tempo in cui era sposata con Allesch, anzi
da prima ancora, prima di conoscere Broch. Quello s era uno scrittore, disse, e il tono era totalmente
cambiato. Quando poi aggiunse che Musil non aveva una grande considerazione per Freud e non si
lasciava facilmente prendere per il naso, mi resi conto che la sua animosit si rivolgeva contro tutto ci
che per Broch contava, mentre Musil godeva della sua ammirazione incondizionata. Lo aveva visto
spesso negli anni del suo matrimonio con Allesch, che era il pi vecchio amico di Musil,4 e qualche
volta lo vedeva ancora, nonostante il tempo trascorso dal divorzio. Dava molta importanza alla propria
esperienza di grafologa e aveva le sue idee anche in fatto di psicologia.  Io sono Adler,  disse
indicando se stessa  e lui  Freud  aggiunse indicando Broch. Questultimo era veramente devoto a
Freud, vorrei dire in modo religioso - non che fosse diventato un fanatico, come tanti altri che
conoscevo a quel tempo, ma era impregnato di Freud come di una dottrina mistica.
Broch non era uomo da nascondere le proprie difficolt. Non andava in giro a mostrare soltanto
la facciata. Non so perch avesse voluto condurmi allappuntamento con Ea cos presto, quando la
nostra conoscenza era appena cominciata. Sapeva benissimo che lei non lo portava in palma di mano.
Forse, sentendosi disprezzato da Ea come scrittore, voleva opporle qualcuno che invece lo stimava
molto; ma questo  un particolare che allora mi sfuggi. Solo a poco a poco venni a conoscenza dei
meriti che Broch si era fatto come mecenate: era un industriale che anteponeva le cose dello spirito alla
propria fabbrica e che trovava sempre il modo di aiutare gli artisti. Aveva conservato il suo animo
nobile, ma ormai si capiva che non era pi un uomo ricco. Non si lamentava delle sue ristrettezze, bens
della mancanza di tempo. Tutti quelli che lo conoscevano avrebbero voluto vederlo pi spesso.
Col suo atteggiamento Broch induceva linterlocutore a parlare di s, a infervorarsi, a non
smetterla pi. Linterlocutore si convinceva che la sua persona, i suoi propositi, i suoi grandi progetti
suscitavano in Broch un interesse particolare, mentre sarebbe bastato conoscere I sonnambuli per
capire che linteresse di Broch si rivolgeva a ogni persona. In realt tutto questo dipendeva dal suo
modo di ascoltare, che soggiogava. Ci si effondeva nel silenzio di Broch, non sincontrava mai un
ostacolo. Si sarebbe potuto dire tutto, lui non respingeva niente, non si provava timore se prima una
certa cosa non era stata detta fino in fondo. Mentre di solito in queste conversazioni si arriva a un punto
in cui si ha un soprassalto e si dice tra s: Alt, fin qui e non oltre! , perch il desiderio di
abbandonarsi  stato gi largamente appagato e comincia a diventare pericoloso - infatti, come si pu
poi tornare indietro e ritrovare se stessi, come si potr essere di nuovo soli? -, con Broch questo punto e
questo momento non venivano mai, non cera niente che ordinasse lalt, non sincontravano mai segnali
di pericolo o linee di demarcazione, si continuava ad arrancare, sempre pi avanti, sempre pi in fretta,
e come in uno stato di ubriachezza.  unesperienza sconvolgente scoprire quante cose abbiamo da dire
su noi stessi; e quanto pi ci avventuriamo e ci smarriamo in questo territorio, tanto pi la corrente
singrossa: dal sottosuolo erompono le sorgenti calde, diventiamo un paesaggio di geyser.
Le eruzioni di questo tipo non mi erano ignote, le avevo subite io stesso da altri, con la
differenza che io ero abituato a reagire: dovevo dire la mia, non potevo star zitto, e nel parlare
prendevo posizione, giudicavo, consigliavo, lasciavo trasparire simpatia o antipatia. Broch invece, in
una situazione simile, taceva. Non era un silenzio freddo o calcolato, un silenzio come quello della
psicoanalisi, dove in sostanza un uomo si consegna irrimediabilmente a un altro che non deve
permettersi alcun sentimento, n favorevole n contrario. Il silenzio con cui Broch ascoltava era
interrotto da piccoli, percettibili respiri, i quali dimostravano allinterlocutore che non era stato solo
ascoltato, era stato accolto, come se ogni frase gli avesse aperto laccesso a una casa in cui poteva
accomodarsi a suo agio. I piccoli suoni che accompagnavano i respiri erano gli onori che lanfitrione
rendeva allospite: Chiunque tu sia, qualunque cosa tu dica, entra pure, sei mio ospite, rimani finch
vuoi, ritorna, resta pure per sempre! . Quei piccoli suoni erano una reazione ridotta al minimo, mentre
parole e frasi compiute avrebbero comportato un giudizio e avrebbero avuto il valore di una presa di
posizione prima ancora che tu avessi messo piede nella casa ospitale con tutto quello che ti eri portato
dietro. Lo sguardo dellanfitrione era sempre puntato su di te e, nello stesso tempo, verso linterno delle
stanze in cui ti invitava. Sebbene la sua testa somigliasse a quella di un grosso uccello, locchio non
celava mai propositi rapaci. Lo sguardo di Broch si perdeva in una lontananza che quasi sempre
inglobava linterlocutore che gli stava vicino, e ci che vi era di pi profondo in lui, mentre guardava,
si collocava nello stesso rapporto di vicinanza e lontananza.
Era unaccoglienza arcana, quella che ti riservava, e per quellaccoglienza ti lasciavi soggiogare
da Broch. A quel tempo non conoscevo una sola persona che non la desiderasse ardentemente. Quell
accoglienza non aveva segni premonitori, non aveva un prezzo, e nelle donne diventava amore.
Inizio di un contrasto
Nel corso dei cinque anni e mezzo in cui Broch fu presente nella mia vita, mi sono reso conto
solo a poco a poco di una cosa che oggi, mentre una minaccia perentoria sovrasta ogni forma di vita,
pu apparire naturale: la nudit del respiro. Il mezzo principale con cui Broch percepiva e assimilava il
mondo circostante, il senso che in lui primeggiava, era il respiro. Mentre altri sono costretti a vedere e
udire in continuazione, senza fine, e si concedono un po di riposo solo di notte, ritirandosi nel sonno,
Broch era senza tregua in bala del proprio respiro: non poteva liberarsene e cercava di scomporlo con
quei suoni, appena percettibili e rauchi, che io ho chiamato la sua punteggiatura respiratoria.5 Compresi
ben presto che Broch non era capace di scrollarsi di dosso nessuno. Mai una volta gli ho sentito
pronunciare un  no . Gli riusciva pi facile scrivere un no, perch allora la persona a cui era diretto
non gli stava di fronte e non gli mandava il proprio respiro.
Per strada uno sconosciuto avrebbe potuto rivolgergli la parola e prenderlo per il braccio: Broch
lo avrebbe seguito senza la minima resistenza. Non mi era mai accaduto di assistere a una scena simile,
ma me la immaginavo e mi domandavo dove Broch avrebbe seguito quelluomo: fino in un luogo che
era determinato dal respiro dello sconosciuto. Quella che comunemente si chiama curiosit assumeva in
Broch una forma particolare che si  tentati di definire avidit respiratoria. Ho scoperto allora,
attraverso Broch, che ogni atmosfera  un mondo peculiare e separato in cui si pu trascorrere una vita
senza avere coscienza di questa peculiarit. Ogni essere respirante, e quindi ogni persona, poteva
catturare Broch. Era stupefacente il modo in cui si esponeva, alla sua et, dopo tante esperienze e dopo
essersi occupato Dio sa di quante cose. Per lui ogni incontro era un rischio, perch non sapeva pi
sottrarvisi. Per liberarsene, aveva bisogno di persone che lo aspettassero gi da qualche altra parte.
Fissava dei punti dappoggio, sparsi in tutta la citt e magari molto distanti luno dallaltro.
Quando arrivava in un posto, per esempio da Veza nella Ferdinandstrasse, andava subito al telefono e
chiamava Ea Allesch.  Sono dai Canetti,  diceva  arrivo subito . Sapeva che l era gi atteso, e
dava una spiegazione rispettabile del proprio ritardo. Ma questo era il motivo apparente e superficiale
della telefonata, un motivo dettato dallatteggiamento ostile di Ea. Non telefonava soltanto a Ea: anche
quando laveva appena lasciata e lei sapeva benissimo da chi era andato, Broch si rivolgeva a Veza, che
non aveva ancora finito di salutarlo, e le domandava:  Posso telefonare? . Dallaltra parte cera
qualcuno a cui diceva dove si trovava in quel momento. Ogni volta era la persona che lo aspettava, e
sembrava naturale che Broch la chiamasse, poich doveva giustificare i suoi invariabili ritardi. Ma in
realt, credo, era ben altra loperazione che Broch cercava di compiere. Si premuniva, si assicurava la
strada che lo conduceva dalluna allaltra persona. Si preparava a dover percorrere in fretta la prossima
tappa. Nessuna sorpresa doveva impedirglielo, nessuna cattura.
La fretta con cui camminava quando lo si vedeva per caso in giro, era la sua unica difesa. La
prima cosa che diceva - in tono molto cortese, bench sostituisse il saluto - era :  Ho una gran fretta  ;
e muoveva le braccia, le sue ali mozzate, come se volessero levarsi in volo, le agitava un paio di volte e
le lasciava ricadere scoraggiato. In quei momenti mi faceva pena. Pensavo:  Poveretto, peccato che
non possa volare!  sempre costretto a correre! . La sua era una doppia fuga: doveva strapparsi da
coloro con i quali stava in quel momento, perch altri lo aspettavano, e lungo il cammino doveva
sfuggire a tutti quelli che potevano incontrarlo e cercavano di trattenerlo. A volte lo seguivo con gli
occhi mentre scompariva in fondo alla strada: la sua pellegrina svolazzava al vento come un paio dali.
La rapidit del movimento era pi apparente che reale. Quella testa duccello e la pellegrina davano
nellinsieme lidea di un volo tarpato che per non era mai indecoroso o scomposto. Quel tipo di
deambulazione era diventato qualcosa di naturale, di congenito.
Ho voluto accennare subito a ci che vi era di incomparabile in Broch, a ci che lo distingueva
da tutte le persone che ho conosciuto. Se si prescinde da quei misteriosi processi respiratori che
condizionavano il suo aspetto e le sue reazioni fisiche, ogni conversazione con Broch era cos
interessante che dispiaceva interromperla. Io gli avevo dedicato una devozione intatta e appassionata,
rovesciandogli addosso un vero diluvio di opinioni, convinzioni, progetti; ma qualunque cosa
esponessi, qualunque cosa arrischiassi, in lui restava sempre incancellabile la prima, violenta
impressione provocata da Nozze dopo oltre due ore di lettura. Questa impressione rimase dietro a tutto
ci che mi disse negli anni seguenti, ma Broch era troppo riguardoso per farlo notare. Non si lasci mai
sfuggire una frase da cui potessi desumere che con me si sentiva a disagio.
La casa di Nozze era crollata e tutti erano scomparsi nel crollo. Broch si rendeva conto dello
stato di disperazione da cui era nato il mio dramma. In quegli anni era una disperazione condivisa da
non poche persone, anche da lui. Ma la forma spietata in cui lavevo espressa lo metteva in sospetto,
come se io stesso facessi parte della minaccia che incombeva su tutti noi. Non credo che da questo egli
traesse qualche conclusione. Aveva conosciuto Karl Kraus molto prima di me - io avevo diciannove
anni meno di lui - e non era rimasto indifferente a Kraus e alla sua violenza, tanto superiore alla mia.
Nelle nostre conversazioni il nome di Kraus non ricorreva spesso, ma Broch lo nominava con
particolare rispetto. Non mi  mai successo, al tempo in cui vi partecipavo, di vedere Broch a una delle
serate di Kraus. Una testa come la sua non lavrei dimenticata. Forse evitava le letture pubbliche di
Kraus da quando si era dedicato ai propri libri, forse non ne sopportava pi ci che vi era di soffocante.
In questo caso avrebbe dovuto infastidirlo lincontro con unopera come Nozze, pervasa anchessa di
paure apocalittiche. Le mie, comunque, sono congetture: non potr mai stabilire da che cosa
dipendessero le reazioni segrete di Broch, forse cercava soltanto di sottrarsi alla mia impetuosa
infatuazione per lui come a ogni altra infatuazione.
Per le nostre prime conversazioni ci incontravamo al Caf Museum allora di pranzo, ma
nessuno dei due era solito mangiare qualcosa. Erano conversazioni animate, alle quali anche lui
partecipava vivacemente (solo in seguito fui colpito dal suo silenzio, sempre pi colpito). Ma non
duravano a lungo, forse unora, e proprio nel momento in cui la discussione si era fatta cos interessante
che sarei rimasto l per tutta la vita, lui si alzava di colpo e diceva: Devo andare dalla dottoressa
Schaxl . Era la sua analista. Broch era in analisi da anni, e poich faceva in modo che cincontrassimo
poco prima della seduta, io avevo la sensazione che andasse dallanalista ogni giorno. Mi sembrava di
ricevere una mazzata sulla testa: quanto pi libero e schietto era il tono con cui mi rivolgevo a lui - ogni
sua frase aveva leffetto di aumentare il mio slancio -, quanto pi sapienti e penetranti erano le sue
risposte, tanto pi soffrivo per quellinterruzione improvvisa; e per di pi mi sentivo offeso da quel
nome ridicolo, Schaxl.
Cerano l due persone impegnate nella conversazione, e lui, luomo di cui mi bevevo le parole,
luomo che aveva scritto unopera come I sonnambuli, lui si alzava, lasciava una frase a met e correva
via per andare a parlare ancora una volta, come ogni giorno (cos mi sembrava), con una donna che si
chiamava Schaxl e faceva lanalista. Io restavo interdetto, sgomento, mi vergognavo per lui e non
osavo immaginarlo nello studio di quella Schaxl, costretto a stendersi su un divano e a dirle cose che
nessun altro poteva ascoltare e di cui forse egli non teneva neppure un appunto. Bisogna aver
conosciuto Broch, la seriet, la dignit, la bellezza con cui stava l seduto ad ascoltare, per comprendere
quanto appariva umiliante il fatto che si stendesse su un divano per parlare - e senza guardare in faccia
nessuno con quei suoi occhi.
Ma  anche possibile, cos penso adesso, che Broch cercasse di salvarsi dal diluvio delle mie
parole, che non potesse sopportare il protrarsi di quelle conversazioni e che quindi scegliesse di
proposito lora dellappuntamento con me in modo che precedesse di poco la seduta dallanalista.
Daltra parte Broch era cos devoto a Freud che non rifuggiva neppure da usarne i termini, in
tutto il loro significato e senza unombra di dubbio, anche nel corso di una conversazione seria e
spontanea. Questo particolare non poteva non impressionarmi, perch sapevo della vasta cultura
filosofica di Broch; ed era unimpressione poco gradevole, perch stava a indicare che egli metteva
Freud sullo stesso piano di Kant, che pure adorava, di Spinoza e di Platone. I termini che nel linguaggio
viennese di allora erano diventati banalit quotidiane, lui li pronunciava accanto a parole santificate da
una venerazione secolare, compresa la sua.
Ci conoscevamo da poche settimane quando Broch mi domand se avevo voglia di tenere una
lettura allUniversit popolare di Leopoldstadt. Lui stesso vi era andato a parlare qualche volta, e
volentieri mi avrebbe presentato alluditorio. Mi sentii molto onorato dalla proposta e accettai.
Lorganizzatore, il dottor Schnwiese, fiss la lettura per il 23 gennaio 1933. Prima che finisse lanno
vecchio portai a Broch il manoscritto di  Kant prende fuoco. Alcune settimane dopo, eravamo gi in
gennaio, egli mi chiese di andare a trovarlo nella Gonzagagasse, dove abitava.
Che cosa vuol dire con questo?.
Furono le sue prime parole, accompagnate da un gesto indefinito con cui mi indic il
manoscritto del romanzo, posato sul tavolo accanto a lui. La domanda mi lasci talmente stupito che
non seppi rispondere. Mi sarei aspettato qualsiasi altra domanda. Come si poteva riassumere in poche
frasi ci che si  voluto dire con un romanzo? Balbettai qualche parola quasi incomprensibile,
certamente senza molto senso, ma dovevo pure rispondere qualcosa. Broch chiese scusa e ritir la
domanda.
 Se lei lo sapesse, non avrebbe scritto il romanzo. La mia  stata una pessima domanda.
Cap che non avevo un discorso belle pronto da tirar fuori per loccasione, e tent di
circoscrivere largomento escludendo un po alla volta tutto ci che a suo giudizio non poteva costituire
il vero intento del romanzo.
 Immagino che lei non avr voluto scrivere semplicemente la storia di un pazzo. Non pu
essere stata questa la sua vera intenzione. N, credo, voleva soltanto darci una figura grottesca alla
maniera di Hoffmann o di Poe .
Confermai che non era stata questa la mia intenzione, e lui annu. Poich lo aveva colpito
laspetto grottesco dei personaggi, mi sentii in dovere di portare il discorso su Gogol, che in effetti era
stato un mio modello.
 Ero piuttosto sotto linflusso di Gogol  dissi. 6 Dovevano essere personaggi estremi, spinti
fino ai limiti del possibile, comici e spaventosi insieme, in modo che lo spaventoso non si possa
separare dal comico.
 Lei mette addosso alla gente una bella paura. Vuole proprio spaventarla?.
 S. Intorno a noi tutto suscita paura. Non c pi un linguaggio comune. Nessuno capisce
laltro. Credo che nessuno voglia capire laltro. Nel suo Huguenau mi ha molto colpito il fatto che gli
uomini sono insediati entro diversi sistemi di valori e che fra loro non c possibilit di comprensione.
Huguenau  quasi un personaggio come lo concepisco io. Non che questa situazione si esprima nel suo
linguaggio, poich Huguenau parla ancora con gli altri. Ma alla fine del libro c un documento, c la
lettera di Huguenau con la sua richiesta alla vedova Esch, scritta tutta nel linguaggio che gli  proprio:
la lingua tipica del mondo mercantile. Ebbene, qui lei porta al limite estremo la separazione di
questuomo da tutte le altre creature del romanzo. Ci corrisponde in pieno a quello che ho in mente. A
questo io ho voluto attenermi sempre, in ogni personaggio e in ogni momento del mio romanzo .
 Ma questi, allora, non sono pi uomini reali. Tutto si trasforma in qualcosa di astratto. Gli
uomini reali sono composti di molti elementi. Hanno in s impulsi contraddittri che si combattono tra
loro. Si pu dare unimmagine veritiera del mondo se si prescinde dal mondo?  lecito deformare le
creature fino al punto che non sono pi riconoscibili come esseri umani? .
 Sono figure, personaggi. Uomini e personaggi non sono la stessa cosa. Il romanzo come
genere letterario  cominciato con i personaggi. Il primo romanzo  stato il Don Chisciotte. Che cosa
pensa lei del protagonista? Forse non le sembra credibile perch  talmente estremo? .
 Erano altri tempi. Allora, mentre imperversavano ancora i romanzi cavallereschi, era un
personaggio credibile. Oggi ne sappiamo di pi, sul conto degli uomini. Esiste una psicologia moderna
e ci dice sugli uomini cose davanti alle quali non possiamo semplicemente chiudere gli occhi. La
letteratura devessere, intellettualmente, allaltezza del proprio tempo. Se rimane indietro rispetto al
proprio tempo, diventa qualcosa di Kitsch e serve a scopi diversi che stanno al di l della letteratura e
dunque sono illeciti.
 In altre parole, il Don Chisciotte non dovrebbe dirci pi niente. Per me non  soltanto il primo
romanzo, ma rimane ancora e sempre il pi grande. Non mi fa rimpiangere nulla, neanche le scoperte
moderne. Arriverei perfino a dire che evita certi errori della moderna psicologia. Lautore non si
propone unindagine sulluomo, non vuole mostrare tutto ci che forse si nasconde in un singolo uomo,
ma crea certe unit che delinea nettamente e contrappone luna allaltra. Dalla loro azione reciproca
nasce ci che egli ha da dirci sulluomo .
 Ma cos non possono essere dette molte delle cose che oggi cinteressano e ci affliggono.
 Certo no, le cose che allora non esistevano non possono essere dette. Ma oggi si possono
concepire personaggi nuovi, e chi sa farli agire esprime le cose che oggi cinteressano .
 Devono esserci metodi nuovi anche nellarte. Nellet di Freud e di Joyce non pu restare
tutto come prima .
 Credo anchio che oggi il romanzo devessere diverso, ma non perch viviamo nellet di
Freud e di Joyce. La sostanza del tempo  unaltra, e ci vogliono personaggi nuovi per mostrarla.
Quanto pi si distinguono luno dallaltro, quanto pi sono portati allestremo, tanto pi forti sono le
tensioni tra loro. Quello che conta  il tipo di queste tensioni. Esse ci fanno paura, la paura che
riconosciamo come nostra propria. Esse servono a inculcare questa paura. Anche nella ricerca
psicologica ci imbattiamo nella paura e ne definiamo i contorni. Cos, si applicano i mezzi nuovi, o
nuovi almeno in apparenza, che devono liberarcene .
 Ma questo non  possibile. Che cosa potrebbe mai liberarci dalla paura? Si pu forse
attenuarla, ecco tutto. Ci che lei ha ottenuto, nel suo romanzo e anche in Nozze,  una intensificazione
della paura. Lei colpisce luomo nella sua malvagit, come se di questa volesse punirlo. So che la sua
intenzione pi profonda  quella di costringerlo a convertirsi. Viene spontaneo pensare a una predica, a
un quaresimale. Ma lei non minaccia linferno, lei lo rappresenta, e gi in questa vita. Lei non lo
rappresenta oggettivamente, affinch la gente ne abbia una visione pi esatta e una conoscenza reale,
ma lo rappresenta in modo che la gente ci si senta gi dentro e ne sia angosciata. Ma il compito dello
scrittore  quello di portare pi paura nel mondo? Le sembra uno scopo cos nobile? .
 Lei, per il romanzo, segue un altro metodo. E lo ha applicato con coerenza nella struttura di
Huguenau. Lei contrappone differenti sistemi di valori, buoni e cattivi, in modo che il contrasto salti
allocchio. A ridosso del mondo mercantile di Huguenau c il mondo religioso della ragazza
dellEsercito della Salvezza. Cos lei introduce una compensazione e toglie un po della paura che
incute col personaggio di Huguenau. Ho letto la sua trilogia tutta dun fiato, me ne sono lasciato
compenetrare, ed essa ha creato in me molti spazi che sono rimasti e resistono ancora oggi, sei mesi
dopo la lettura, dentro di me. Non c dubbio che con la sua trilogia lei ha allargato le mie vedute e mi
ha arricchito. Ma lei mi ha anche acquietato. Capire acquieta. Ma  lecito che la comprensione acquieti
soltanto?.
 Lei invece vuole intensificare linquietudine fino a farla diventare panico. In Nozze vi 
certamente riuscito. Il risultato finale  uno solo: distruzione e rovina. Ma lei vuole questa rovina? Si
intuisce che lei vuole esattamente il contrario. Lei vorrebbe poter fare qualcosa per indicare una via
duscita, ma non ne indica nessuna: a tutte due le opere, al dramma come al romanzo, lei d un epilogo
crudele e spietato, con la distruzione. C in questo una intransigenza che bisogna rispettare. Ma questa
intransigenza significa che lei ha rinunciato alla speranza, che lei stesso non riesce a trovare la via
duscita? O significa che dubita addirittura della possibilit di una via duscita? .
 Se ne dubitassi, se avessi davvero rinunciato alla speranza, non potrei pi vivere. No, io credo
semplicemente che noi sappiamo ancora troppo poco. Lei si richiama volentieri alla psicologia
moderna, e mi sembra che ne sia orgoglioso, poich essa ha avuto i natali, per cos dire, nellambiente
che le  pi familiare, in questa cerchia particolare del mondo viennese. Per questa psicologia lei nutre
una specie di affetto patriottico. Forse ha la sensazione che avrebbe potuto scoprirla lei stesso.
Qualunque cosa essa dica, lei la ritrova subito dentro di s, non ha nemmeno bisogno di andare a
cercarla. Ebbene, a me questa psicologia sembra del tutto insufficiente. Essa si occupa dellindividuo, e
qui  anche arrivata a qualche risultato, ma c poi un altro terreno dove non sa neanche da che parte
cominciare, ed  la massa, che  la cosa pi importante, quella su cui sarebbe necessario sapere di pi,
perch ogni nuovo potere che sorge ai nostri giorni si ciba deliberatamente della massa. In pratica, chi
mira al potere politico sa come bisogna operare sulla massa. Solo gli altri, le persone consapevoli che
queste operazioni portano diritto alla nuova guerra mondiale, non sanno come influire sulla massa per
evitare che venga manovrata a danno di tutti noi. Bisognerebbe scoprire queste leggi del
comportamento di massa. Ecco il punto, ecco il compito pi importante davanti al quale ci troviamo
oggi: di questa scienza non esistono ancora neppure i primi rudimenti .
Non possono esistere. L tutto  vago e incerto. Lei  su una pista sbagliata. Lei non pu
trovare le leggi della massa perch non esistono.  un peccato che sprechi cos il suo tempo. Mi ha gi
detto pi di una volta che questo  il vero scopo della sua vita, di essere ben deciso a dedicarvi anni,
decenni, anche lintera vita, se  necessario. Sarebbe una vita buttata al vento. Si dedichi piuttosto ai
suoi drammi. Lei  uno scrittole. Non pu votarsi a una scienza che non  tale e non lo sar mai .
Non fu questo il solo colloquio che ebbe per tema le ricerche sulla massa. Broch, come ho gi
detto, era sempre pieno di riguardi verso linterlocutore, come se temesse di fargli male esprimendosi
in modo troppo reciso. Si preoccupava prima di tutto della natura di chi gli stava di fronte, del suo
carattere e delle premesse che lo facevano funzionare. Cos accadeva raramente che la conversazione
prendesse un tono aspro, per Broch era impossibile umiliare qualcuno, e quindi evitava di insistere
troppo a voler avere ragione.
Tanto pi riuscivano memorabili le poche occasioni in cui la discussione si faceva accanita.
Broch disapprovava severamente il nome che avevo scelto per il protagonista del mio romanzo, il quale
si chiamava ancora Kant nel manoscritto che gli avevo dato da leggere. Anche il titolo  Kant prende
fuoco  lo irritava, come se io volessi sottintendere che il filosofo Kant era una creatura fredda,
insensibile, e che ora, in quel libro crudele, era costretto a prender fuoco. Su questo punto Broch non si
esprimeva a chiare lettere, diceva tuttavia che gli sembrava inopportuno luso di un nome per il quale
nutriva la massima venerazione. Non per niente la sua prima osservazione critica fu appunto: Lei deve
cambiare il nome; ed era cos poco disposto a ricredersi che quasi a ogni incontro mi domandava: 
Allora, ha cambiato il nome? .
Io gli spiegavo che il nome e il titolo erano sempre stati provvisori e che prima ancora di
conoscere lui mi ero reso conto della necessit di cambiarli se il libro fosse arrivato alla pubblicazione.
Ma queste spiegazioni non gli bastavano. Non era soddisfatto e mi domandava:  Perch non li cambia
subito? Lo faccia adesso, sul manoscritto . Io provavo una certa riluttanza, era come un comando
impartito da una persona che non poteva dare ordini perch non si addiceva alla sua natura. Volevo
restare fedele il pi a lungo possibile al mio titolo originario, anche se provvisorio. Lasciai il
manoscritto comera e aspettai il momento in cui avrei fatto le correzioni di mia volont e non su
pressione altrui.
Ho gi detto qual era il secondo punto su cui Broch insisteva: limpossibilit di una psicologia
della massa. Il suo giudizio non mi faceva la minima impressione, e per quanto ammirassi Broch come
uomo e come scrittore, per quanto rinnovassi i miei vani sforzi per attirarmi anche la sua simpatia, non
mi sarei mai sognato di dargli ragione su questo punto solo per usargli un riguardo. Al contrario,
cercavo di convincerlo che il futuro poteva avere in serbo cose del tutto nuove, che cerano nessi e
situazioni su cui, stranamente, non si era mai riflettuto. Lui mostrava scarso interesse e, pur ascoltando
le mie parole, si limitava quasi sempre a sorridere. Sembrava indignato quando io criticavo le
concezioni di Freud. Una volta tentai di chiarire che occorreva distinguere tra panico e fuga di massa: il
panico  s una vera disgregazione della massa, ma vi sono anche casi - e lo si pu vedere per esempio
nelle mandrie - vi sono casi in cui le masse in fuga non si disgregano, restano compatte e anzi traggono
vantaggio proprio dal senso vivissimo di essere una massa. Quel giorno Broch mi domand:  E lei
come fa a saperlo? Le  capitato di essere una gazzella in un branco in fuga? .
Per contro non tardai a scoprire che cera qualcosa che gli faceva sempre effetto, ed era la
parola simbolo. Quando usavo lespressione simbolo di massa, tendeva lorecchio e si faceva
spiegare esattamente il significato che le attribuivo. A quel tempo avevo fatto le mie riflessioni sul
nesso tra fuoco e massa, e Broch, poich ricordava, come tutti a Vienna, lincendio del 15 luglio 1927,
meditava su ci che gli avevo detto e ogni tanto ritornava sullargomento. Ma soprattutto gli piacque un
certo mio discorso sul mare e sulle sue gocce prese singolarmente. Gli avevo raccontato come io
provassi una sorta di compassione per le gocce isolate che mi cadevano sulla mano, perch erano
separate dal grande insieme al quale appartenevano. Lo colpiva tutto quello che toccava o sfiorava la
sfera dei sentimenti religiosi, e quindi anche la semplice parola 'compassione che avevo adoperato a
proposito delle gocce; e si abitu a vedere qualcosa di religioso nelle mie ricerche sulla massa e a
parlarne in questo senso. PeT me era come una riduzione del mio impegno, e perci reagivo
vivacemente, ma alla fine rinunciai a discuterne con lui.
Il direttore dorchestra
Teneva le labbra ermeticamente serrate perch non ne sfuggisse una parola delogio. Imparare a
memoria con precisione era per lui una questione di vita o di morte. Ancora giovanissimo, quando
faceva una vita di stenti, si era avvicinato a testi difficili e se ne era impadronito a pezzi e bocconi nei
pochi momenti strappati al lavoro con cui campava. Mentre faceva il violinista nei locali notturni, ed
era ancora un ragazzo di quindici anni, pallido, con molto sonno arretrato, teneva Spinoza sul leggio,
sotto i suoi fogli di musica, e anche negli intervalli pi brevi studiava a memoria l'Etica, frase per frase.
Ci che imparava non aveva niente a che fare col suo mestiere, ma era come un gradino a s stante
della cultura. Studiava molte altre cose, e a parte lo sforzo che tutte gli costavano in uguale misura, non
ce nera una che avesse un reale rapporto con laltra. Prevaleva sempre la volont, era una volont
indistruttibile, aveva bisogno di cose nuove in cui esercitarsi e continu a trovarne per una vita intera.
Fino alla vecchiaia fu la volont a decidere, un appetito inestinguibile che per era diventato, per la
costante consuetudine con la musica, un appetito ritmico.
La smania di imparare, con cui si era elevato da giovane, rimase la stessa in tutte le fasi
successive della sua vita. Si potrebbe dire che laveva conservata come vocazione quando gi aveva
una professione. Era diventato direttore dorchestra precocemente, nonostante tutte le difficolt, ma
non era ancora contento di quello che aveva sotto mano. Forse quellattivit non bastava da sola a
riempirgli la vita, e forse per questo non  mai diventato un direttore dorchestra veramente grande.
Teneva gli occhi puntati su tutto ci che era diverso, perch l cera ancora da imparare. Gli anni in cui
la musica si rinnovava e per rinnovarsi si ramificava come non era mai avvenuto, furono per lui una
manna dal cielo. Ogni scuola musicale, purch fosse nuova, gli poneva dei problemi, e lui poteva, e con
tutte le forze voleva, risolvere problemi nuovi. Ma nessun problema, neanche il pi grande, poteva per
lui essere tale da eclissarne altri. Lui si accollava quel problema, ci si accaniva, non si lasciava
intimidire da nessuna difficolt, ma intanto si teneva in serbo tutti gli altri problemi che per altri versi si
presentavano come nuovi, e anche tutti quelli che prima o poi si sarebbero delineati in futuro. Per lui
era un doppio impegno: doveva imparare cose nuove che voleva far sue in tutto e per tutto (per quanto
 possibile, senza escludere interamente altre cose); ma poi si trattava anche - ed era il punto pi
importante -di portare queste cose nuove alla vittoria, cio di presentarle nella forma pi perfetta a un
pubblico impreparato per il quale erano nuove e da principio irriconoscibili, inusitate e repellenti, in
apparenza orribili. Per lui era una prova di forza che aveva un doppio volto: bisognava far violenza ai
musicisti costringendoli a eseguire quelle novit, e poi, presi in pugno i musicisti, far violenza al
pubblico, e tanto meglio se il pubblico era particolarmente riottoso.
La sua specialit, si potrebbe anche dire la sua libert, consisteva nel far violenza usando mezzi
sempre nuovi e diversi, nel non impegnarsi in una direzione precisa per volgersi invece da qualunque
parte dove gli si proponesse un problema difficile. Era dunque il primo che avesse presentato al
pubblico questa o quella cosa assolutamente ignota, prima di chiunque altro: era lui lo scopritore, si
potrebbe dire. E gli premeva che queste scoperte si sommassero luna allaltra, che ce ne fossero
sempre di pi, e poich il loro numero e la loro variet gli facevano crescere lappetito, a volte non si
accontentava della musica e provava una gran voglia di estendere il suo potere ad altri territori e di
annettersi, per esempio, anche il teatro drammatico: allora pensava di organizzare dei festival che
accogliessero un dramma nuovo insieme con la musica nuova. Fu in uno di questi momenti della sua
vita che io lo incontrai.
Hermann Scherchen era sempre alla ricerca del nuovo. Quando arrivava in una citt in cui
doveva dirigere per la prima volta, tendeva lorecchio per scoprire di chi si parlava. Conosceva
laccento con cui la gente pronunciava il nome di chi destava scandalo e sorpresa. Cercava di mettersi
in contatto con lui, gli faceva dire di presentarsi durante le prove e disponeva le cose in modo che
luomo nuovo lo trovasse in piena attivit e ci fosse appena il tempo per una stretta di mano, perch di
l cera lorchestra che lo aspettava. Se il nuovo glinteressava, glielo lasciava capire, ma purtroppo il
colloquio doveva essere rinviato a una prossima volta, e non era detto che allora ci fosse pi tempo.
Bastava questo perch il nuovo si sentisse onorato: dopo tutto, gli intermediari gli avevano detto e
ripetuto quanto il direttore dorchestra tenesse a quellincontro. Il primo contatto era dunque piuttosto
freddo, ma poteva dipendere dalla mancanza di tempo, ci voleva poco a capire quanto fosse arduo il
compito che il direttore si era assunto, per di pi in una citt come Vienna, che aveva una pessima fama
per il suo inveterato conservatorismo in fatto di musica. Non si poteva volerne a quel pioniere del
rinnovamento se era tutto assorto nel suo lavoro, anzi bisognava ancora essergli grati se manifestava il
desiderio di un secondo incontro in unoccasione pi favorevole. Era giusto dimostrargli comprensione,
accettare con entusiasmo. Perfino in quei momenti tumultuosi delle prove era facile rendersi conto che
un uomo come lui si aspettava qualcosa dal candidato di turno, e poich gli stavano a cuore soltanto le
cose nuove, ci che si aspettava era qualcosa di nuovo; e dunque il candidato, prima ancora di essersi
fatto conoscere, si sentiva incluso tra coloro che avevano il diritto di annoverarsi tra i nuovi. Poteva
succedere che vi fossero ancora alcuni incontri successivi senza che si arrivasse a un vero colloquio,
ma ogni rinvio rendeva il colloquio sempre pi importante.
Se per tra gli intermediari cera una creatura di sesso femminile che lo stuzzicava, la faccenda
non andava tanto per le lunghe. Dopo una prova il maestro faceva il suo ingresso al Caf Museum con
qualche persona al seguito e si accingeva ad ascoltare in silenzio il candidato. Lo costringeva a parlare
dellargomento essenziale - generalmente di una composizione, nel mio caso di un dramma -,
guardandosi tuttavia dal pronunciare anche una sola parola in proposito. In occasioni simili si era
colpiti in primo luogo dalle sue labbra sottili, ermeticamente serrate. Cera perfino da dubitare che
stesse ascoltando, perch non si apriva in alcun modo, il viso restava liscio e controllato, senza mai
unespressione che tradisse approvazione o rifiuto, la testa ben alta e dritta su un collo un po
grassoccio e sulle spalle rigide, inflessibili. Quanto pi efficace era il suo silenzio, tanto pi il
candidato parlava; e a poco a poco, senza accorgersene, si trovava ridotto a recitare la parte del
postulante al cospetto di un principe che si riservava ogni decisione il pi a lungo possibile, forse per
sempre.
Eppure Hermann non era propriamente un uomo taciturno. A conoscerlo meglio, si restava
increduli scoprendo quanto parlava e con quale velocit. Ma erano per lo pi parole di
autoincensamento, s potrebbe dire inni di vittoria se la voce non fosse stata cos incolore e monotona.
Cerano anche momenti in cui si piccava allimprovviso di stabilire un arbitrario collegamento tra cose
che per caso gli erano appena capitate sottocchio. Allora le disponeva in un certo ordine, come se
fosse autorizzato e ben deciso a dar loro forza di legge.  Intorno al 1100 avanti Cristo c stata
unesplosione nellumanit. Intendeva unesplosione di energia artistica, perch per il resto non aveva
molta simpatia per la parola  esplosione . Eri stato con lui in un museo ed eri passato piuttosto in
fretta, secondo la sua solita andatura, davanti a oggetti dalle provenienze pi diverse: cretesi, ittiti,
assiri, babilonesi. Sulle targhette con le date lui aveva letto due o tre volte lindicazione 1100 a.C. e ne
era rimasto colpito. Precipitoso e capriccioso comera, aveva tirato subito la sua conclusione:  Intorno
al 1100 avanti Cristo c stata unesplosione nellumanit.
Era taciturno, spietatamente taciturno, quando aveva davanti a s qualcuno che pensava di
scoprire o di spingere avanti. Per lui, allora, era una questione di vita o di morte non lasciarsi scappare
una parola di lode. Se ne stava l con le labbra serrate e si era talmente abituato a lesinare ogni sillaba, e
soprattutto ogni elogio, che la stessa espressione del viso ne era condizionata a dovere.
Fu H. a mandarmi da Anna Mahler con una sua lettera. Non lasciava nulla di intentato. Laveva
conosciuta quando lei, giovanissima, era sposata al compositore Ernst Krenek. Allora, essendo
allinizio della carriera, H. non poteva pretendere molta attenzione da parte di Anna. Del resto la
giudicava ancora immatura, tanto  vero che si sottometteva a Krenek, pronta a servirlo nel suo lavoro.
Krenek non faceva che comporre, rapido e instancabile, mentre Anna se ne stava rannicchiata accanto a
lui a ricopiare ogni nota. Era ancora il periodo in cui per lei esisteva soltanto la musica. Aveva imparato
a suonare sette od otto strumenti e a turno si teneva in esercizio con luno o con laltro. Era sempre
stata unammiratrice del talento prolifico e vedeva il segno del genio in una produzione copiosa,
continua, senza pause. Questo culto della fecondit ininterrotta le rimase in tutti i periodi successivi
della sua vita. Ammirava soltanto i creatori o quelli che riteneva tali. Quando poi pass dalla musica
alla letteratura, fecero colpo su di lei i romanzi lunghi e gli autori che, finito un romanzo, ne sfornavano
subito un altro. Negli anni del matrimonio con Krenek il culto della fecondit si limitava ancora alla
musica, e Anna sembrava ben contenta di servire quel giovane creatore.
Krenek era stato uno dei primi a entrare nella galleria dei talenti scoperti da H.6 Questultimo
aveva notato Anna fin da allora, ma non si sentiva attratto dallancella di un altro. Adesso, giunto a
Vienna con la testa piena di mirabolanti progetti, si diede a riallacciare tutte le vecchie relazioni,
comera sua abitudine, e cos fu invitato nel palazzo della Maxingstrasse che apparteneva alleditore
Paul Zsolnay. L trov Anna, divenuta la padrona di quella grande magione, una donna dai capelli
biondo chiaro, con le sue ambizioni nel campo dellarte e con una fama incipiente di scultrice. Forse H.
and a trovarla anche nellatelier, sebbene sia poco probabile, ma di sicuro la vide durante un
ricevimento in casa Zsolnay. H. non godeva della stima di Alma, la madre di Anna, della quale
conosceva il potere nella vita musicale di Vienna. Tanto pi teneva dunque ai favori della figlia.
Allung le sue antenne e cerc di ingraziarsela scrivendole una lettera che io stesso dovevo consegnare
ad Anna personalmente nel suo atelier.
H. era ben disposto verso di me, alla sua maniera, e fu lui a preparare la mia prima visita ad
Alban Berg. Gli aveva fatto impressione una lettura di Nozze alla quale aveva assistito nella casa di
Bella Band, cio in un ambiente ideale, proprio lambiente del mio dramma trasferito nel mondo della
grande borghesia. Non che avesse speso una sola parola per esprimere le sue reazioni: dopo due ore di
lettura - due ore di baldoria nuziale con lepilogo catastrofico - era rimasto muto come un pesce. I
lineamenti restarono freddi e impassibili come sempre, e le labbra, lho gi detto, ermeticamente
chiuse. Ci nonostante avevo notato che in lui era avvenuto un cambiamento. Mi era sembrato - quasi
impercettibilmente - rattrappito. Ma alla fine non si lasci sfuggire una parola di principesca
degnazione, non tocc i rinfreschi e se ne and molto presto.
Anche quella volta H. fu fedele alla sua abitudine di piantare tutti in asso. Si alzava e usciva
dicendo appena poche parole, solo quelle strettamente indispensabili secondo le circostanze. Dava la
mano quasi senza allungarla, neanche in questo voleva essere compiacente. Non solo, ma la teneva alta,
e per arrivarci bisognava tendersi in avanti e alzarsi sulla punta dei piedi. Il permesso di toccare quella
mano era una grazia concessa a pochi, e la grazia era accompagnata da un ordine secco col quale H.
comunicava il giorno e loccasione in cui ci si doveva presentare al suo cospetto. Poich era sempre
attorniato da altre persone, chi riceveva lordine si sentiva al tempo stesso privilegiato e umiliato.
Quando H. si accomiatava, anche le pi tenui tracce di un sorriso gli erano scomparse dalla faccia.
Sembrava un essere inanimato e solenne, la scena aveva tutta laria di un rituale del potere eseguito
davanti a una statua che per si muoveva a scatti e insieme con grande energia. Poi H. faceva il suo
dietro-front con la precisione di un militare, e subito dopo il suo ultimo ordine, con le istruzioni per la
prossima udienza, si aveva davanti agli occhi la visione di quella vasta schiena che si metteva in marcia
con decisione ma mai troppo in fretta. Come direttore dorchestra H. era senza dubbio abituato ad agire
sul pubblico con la schiena, ma non si pu dire che il suo repertorio di movimenti dorsali fosse molto
ricco. Sembrava inanimato nel dorso come nel viso, la mimica era assente in ogni parte del suo corpo; e
decisione, orgoglio, autorit, freddezza erano tutto ci che H. voleva far vedere di s.
Il silenzio era per lui lo strumento pi sicuro per esercitare loppressione. Non tard a rendersi
conto che con me era meglio lasciare da parte la musica in tutti i sensi, sia come talento artistico sia
come interesse intellettuale. Non poteva far la parte del maestro che minsegnava qualcosa. La
relazione maestro-allievo, nella quale era bravissimo, era da escludere, poich io non suonavo nessuno
strumento, non facevo parte di nessuna orchestra e non ero neanche un compositore. Doveva dunque
pensare ad altre possibilit di assoggettamento. Nellambito dei festival che voleva organizzare per la
musica moderna, pensava anche al teatro drammatico. Aveva ascoltato la mia lettura di Nozze, come ho
detto, ed era rimasto di ghiaccio. Avrebbe taciuto in tutti i casi, ma quella volta il silenzio fu rinforzato
dal fatto che H. se ne and subito, perfino un po prima del solito. Se lavessi conosciuto meglio, avrei
potuto dedurne che gli era rimasta addosso una certa perplessit.
Pensai sulle prime che gli riuscisse insopportabile latmosfera della serata, con quella padrona
di casa, tutta nera, opulenta come una donna orientale, che straripava dal divano sul quale si era
adagiata nel senso della lunghezza. Non mi sentivo affatto a mio agio mentre recitavo davanti a lei le
battute di Johanna Segenreich. Sapevo che Bella Band, la ricca e grande borghese, apparteneva a
tuttaltro ambiente, a un ambiente carico di brillanti, e che non avrebbe degnato di un solo sguardo la
Segenreich se mai lavesse incontrata; e tuttavia intuivo da ogni sua parola che si trattava dello stesso
tipo di donna. Ma non credo che Bella Band si sentisse colpita: lei era la padrona di casa e come tale
ascoltava la lettura organizzata in casa sua dal figlio, che io conoscevo. Quanto alla musica moderna,
per quel poco che a Vienna era presa in considerazione, lonore di un invito era riservato a H., il quale
era conosciuto come un pioniere anche in quellambiente, un pioniere ma niente di pi. Secondo questo
criterio si comport il divano carico di quella massa femminile: Bella Band non si sottrasse, rest al suo
posto sino alla fine, lesin i sorrisi esattamente come lo stesso H., al quale non fece la corte neppure
con uno sguardo. Sarebbe impossibile dire che cosa pass per tutta quella carne durante le scene della
catastrofe: sono sicurissimo che la paura non la sfior nemmeno, ma credo anche che il terremoto non
valse a intimorire H.
Alla lettura erano presenti alcune persone pi giovani. Anche loro, probabilmente, si sentivano
protette dalla freddezza di H. e dallimperturbabile amabilit di Bella Band. Cos io ero proprio lunico
che quella sera avesse paura. Non sono mai riuscito a leggere Nozze ad alta voce senza un senso di
paura. Non appena il lampadario comincia a oscillare sento avvicinarsi la fine; e non so spiegarmi
come posso arrivare fino in fondo e leggere senza sbagliare tutte le scene della danza macabra - che
pure occupano un terzo del dramma.
Alla fine di giugno del 1933 ricevetti una lettera di H. da Riva del Garda. Mi scriveva di avere
riletto Nozze e di essere rimasto atterrito dalla gelida, desolata astrazione in cui tutto si svolgeva. Era
come annichilito dalla forza che lautore aveva in s e dalluso che questa forza faceva di lui stesso. 
Venga presto a trovarmi - meglio dopo il 23 luglio a Strasburgo. Cos combatteremo insieme la nostra
battaglia .
Riteneva che lautore del dramma potesse arrivare alle vette pi alte della creazione letteraria,
ma non aveva mai conosciuto un caso come il mio, in cui tutto dipendesse da quel che era luomo
stesso. Essere capaci di cose tanto nuove, dominare una tecnica cos diversa, frutto di una sicurezza
sonnambolica, della forza propulsiva della parola come suono e della parola come pensiero, tutto ci
era una grande sfida. Io dovevo esserne allaltezza.
Allegava una lettera e mi pregava di consegnarla ad Anni, come lui la chiamava, a lei sola.
Le interessa il prospetto che unisco? Partecipi anche lei! Molto cordialmente, H. Sch. .
Mi costa un certo sforzo riferire il contenuto della lettera di H. nelle sue parti essenziali. Ma non
posso non accennarvi, dal momento che ebbe unimportanza decisiva nella mia vita. Fu quella lettera
ad attirarmi a Strasburgo, e senza le persone che incontrai grazie al soggiorno a Strasburgo il mio
romanzo non sarebbe arrivato alla pubblicazione. Ma la lettera contiene anche il pi efficace ritratto di
H.: non si potrebbe descrivere in minore spazio il suo modo di accattivarsi gli uomini, di legarli a s, di
approfittarne, di adoperarli.
Nella lettera non tutto  calcolo, e neppure tutto si riduce a una serie di ordini. Il terrore di cui
parla H. a proposito della gelida, desolata astrazione non  inventato. Su questo tema il discorso  pi
lungo di quello che ho citato, ed  un discorso che rispecchia il suo pensiero. Ma a H. questo non
potrebbe bastare. Ha appena ammesso il destinatario nel novero dei privilegiati, e subito lo convoca a
Strasburgo, al suo convegno per la musica moderna, dove il poveretto  un pesce fuor dacqua, dove H.
convocher mille altri che per sono musicisti, persone con le quali lavora e altre di cui  il primo a
eseguire le opere.  Venga presto a trovarmi  - perch mai, a che scopo?  Cos combatteremo insieme
la nostra battaglia . Sono parole di una mostruosa presunzione : quale battaglia potrebbe combattere
H. al fianco di uno scrittore? In realt H. vuole avere sotto mano qualcuno da presentare come una
grande promessa, vuole aggiungere un piccolo ornamento supplementare al suo convegno brulicante di
musicisti che un giorno si faranno strada. Che razza di battaglia pu mai essere? Per avere una
legittimazione - pur sapendo che non gli Testerebbe un minuto di tempo per la battaglia, anche se
potesse combatterla - H. giustifica il suo ordine di arruolamento con un giudizio altisonante, che per
revoca immediatamente accennando al presunto rischio che corre colui che viene giudicato. Cos il
destinatario, sballottato qua e l, si rende conto almeno di una cosa: che ha bisogno di H.  allegata una
lettera per Anni, segreta. Anche a lei verr ordinato di andare da qualche parte, per altri scopi. E poi
il tono si fa ancora pi sbrigativo: c il prospetto per il convegno, e:  Partecipi anche lei! .
Non so che cosa darei per conoscere il contenuto delle lettere ad altre persone arruolate per quel
convegno. I musicisti andarono a Strasburgo, e loro avevano un buon motivo. Ma H. ebbe anche la
bella idea di radunare cinque vedove. Erano le vedove di cinque compositori celebri, e io riesco a
ricordare soltanto tre delle cinque invitate: le vedove di Gustav Mahler, di Ferruccio Busoni e di Max
Reger. Nessuna and a Strasburgo. Al loro posto and una che non centrava affatto, la vedova, di
fresca data, di Friedrich Gundolf,7 che arriv vestita di nero da capo a piedi e si comport con molta
allegria e disinvoltura.
Trofei
Ero gi stato qualche volta alla Hohe Warte, ma in forma privata e solo per incontrare Anna,
che veniva ad accogliermi di persona da una porta secondaria. Quando finalmente decise di presentarmi
a sua madre, la curiosit era reciproca, ma per motivi molto diversi: Alma Mahler non sapeva niente di
preciso sul mio conto, si fidava poco della conoscenza che sua figlia aveva degli uomini e voleva
sincerarsi che io fossi innocuo; quanto a me, sapevo che tutta Vienna parlava di lei nei termini pi
pungenti.
Attraversai un cortile interno - ricoperto di piastrelle tra le quali lerba aveva il permesso di
crescere con calcolata naturalezza - e fui ammesso in una sorta di sancta sanctorum dove mi aspettava
mammina. Era una donna piuttosto alta, straripante da tutte le parti, fornita di un sorriso dolciastro e
di occhi chiari, spalancati, vitrei. Dalle sue prime parole sembrava che mi aspettasse da un pezzo,
perch ne sentiva tante sul conto di tutti.  Anneri mi ha raccontato  disse subito, e fin dallinizio fece
apparire piccola piccola sua figlia. Non voleva che ci fossero dubbi, neanche per un momento: chi
contava era lei, in casa e fuori.
Si sedette, e uno sguardo confidenziale fece intendere che bisognava prendere posto proprio
accanto a lei. Obbedii con riluttanza, perch dopo il primo sguardo che le avevo dato, ero inorridito.
Dappertutto si parlava della bellezza di Alma Mahler, si raccontava che era stata la pi bella ragazza di
Vienna e che aveva fatto una tale impressione su Mahler, molto pi anziano di lei, da indurlo a chiedere
la sua mano e a sposarla. La fama della sua bellezza si tramandava ormai da pi di trentanni, ma
adesso Alma Mahler era l in piedi e si sedette pesantemente: una persona in stato debbrezza, molto
pi vecchia della sua et, circondata da tutti i trofei che aveva raccolto.
La stanza in cui riceveva era infatti sistemata in modo che il visitatore avesse a portata di mano
i pezzi pi importanti di tutta una carriera: non cera nulla che potesse sfuggire alla vista, la stessa
Alma era il cicerone di quel museo privato. A meno di due metri da lei si trovava la vetrina in cui era
esposta la partitura della Decima sinfonia di Mahler, rimasta incompiuta. Lospite era invitato a
osservarla, si alzava, si avvicinava e leggeva le disperate invocazioni del malato - era la sua ultima
opera - alla moglie:  Almina, mia amata Almina!  e altre simili. La partitura era aperta su quelle
pagine terribilmente intime. Doveva essere un mezzo collaudato per far colpo sui visitatori. Io lessi
quelle parole tracciate dalla mano di un moribondo e guardai la donna alla quale erano dirette. Per lei,
ventitr anni dopo, era come se fossero state appena scritte. Chi osservava quel cimelio era tenuto a
dedicarle uno sguardo di ammirazione, uno sguardo cui lei aveva diritto per lomaggio che il
moribondo le aveva reso nelle ore dellagonia; e lei era cos sicura delleffetto di quelle parole estreme
che il suo sorriso insensato si allargava in un ghigno e con quel ghigno accoglieva lomaggio. Non
avvert nulla dellorrore e del disgusto che avevo negli occhi. Io non sorridevo, ma lei interpret
erroneamente la mia espressione seria come un segno della devozione dovuta a un genio morente; e
poich tutto avveniva in quella specie di cappella votiva che Alma aveva eretto alla propria felicit,
anche la devozione le apparteneva.
Ma era venuto il momento del quadro che stava appeso alla parete proprio di fronte a lei, un
ritratto di Alma, dipinto pochi anni dopo le ultime parole del compositore. Lavevo notato subito, mi
era rimasto negli occhi da quando ero entrato; aveva un che di feroce, di minaccioso, e la partitura
aperta mi aveva talmente sbigottito che lo sguardo mi si confuse e il quadro mi apparve come il ritratto
dellassassina del compositore. Non ebbi il tempo di respingere questo pensiero perch Alma Mahler si
alz, fece tre passi verso la parete e, stando davanti a me e indicando il quadro, disse: E questa sono
io, dipinta da Ko-koschka come una Lucrezia Borgia . Era unopera del periodo migliore di
Kokoschka. Alma Mahler alz subito un muro tra s e il pittore, che era ancora vivo e attivo,
aggiungendo compassionevolmente:  Poveretto, non ha fatto molta strada! . Kokoschka aveva ormai
abbandonato la Germania, dove era allindice come  artista degenerato , ed era andato a Praga per
fare il ritratto al presidente Masaryk. Ero cos stupito per quellosservazione sprezzante che non potei
trattenere una domanda:  In che senso non ha fatto molta strada? .  Ma s, adesso  a Praga, non 
che un povero emigrante. Non ha pi dipinto niente di buono ; e con uno sguardo alla Lucrezia Borgia
aggiunse:  Allora s che era bravo. Questo quadro fa paura a tutti . Anchio avevo avuto paura, ma
adesso ne avevo ancora di pi nellapprendere che il pittore non aveva fatto molta strada. Il suo apice lo
aveva toccato con le varie raffigurazioni della sua Lucrezia Borgia, e adesso, poveretto, era solo un
fallito, perch non piaceva ai nuovi padroni della Germania, e il fatto che il presidente Masaryk posasse
per lui contava poco o niente.
Ma la vedova non accord troppo tempo al secondo trofeo perch pensava gi al terzo, che non
era presente nel sacrario e che desiderava mostrarmi. Batt le sue mani adipose e grid:  Ma dove si 
nascosta la mia Mutz? .
Dopo pochi istanti una gazzella entr in punta di piedi nella stanza, unesile creatura bruna,
travestita da ragazzina, incontaminata dalle meraviglie in mezzo alle quali si trovava, cos innocente da
apparire pi giovane dei sedici anni che poteva avere. Pi che bellezza, irradiava intorno a s
timidezza, come una gazzella angelica venuta dal cielo, non dallarca. Io balzai in piedi per impedirle
di entrare in quellantro dei vizi o almeno per risparmiarle la vista dellavvelenatrice appesa alla parete,
ma costei, che non smentiva mai il suo personaggio, aveva gi preso inesorabilmente la parola:
 Bella, eh? Le presento Manon, figlia mia e di Gro-pius. Non ce n unaltra come lei. Tu,
Anneri, non la invidi, vero?... Che male c ad avere una bella sorella? Buon sangue non mente. Lei ha
mai visto Gropius? Alto, bello. Proprio quello che si dice un vero ariano. Lunico uomo fatto su misura
per me dal punto di vista razziale. Tutti gli altri che si sono innamorati di me erano piccoli ebrei, come
Mahler. Io vado bene per gli uni e per gli altri. Adesso puoi andare, Mutz. Ancora un momento. Sali un
po a vedere se c Franzl. Se sta scrivendo, non lo disturbare. Ma se non  occupato, digli di scendere
.
Manon, il terzo trofeo, scivol via dalla stanza, incontaminata comera venuta, lincarico
affidatole non sembrava esserle di peso. Provai un grande sollievo al pensiero che nulla potesse
toccarla, che sarebbe rimasta sempre comera adesso, che non sarebbe mai diventata come sua madre,
come il viso velenoso del quadro o la vecchia donna disfatta sul divano con i suoi occhi vitrei.
(Non sapevo in che modo orribile avrei avuto ragione. A distanza di un anno lagile gazzella era
una povera paralitica e veniva portata in giro sulla carrozzella, accompagnata dal chiacchierio di sua
madre, ancora lo stesso chiacchierio. Dopo un altro anno era morta. Alban Berg dedic la sua ultima
opera  Alla memoria di un angelo ).
In una delle stanze superiori, sotto il tetto, cera il leggio al quale Franz Werfel scriveva stando
in piedi. Una volta Anna mi aveva mostrato quella stanza durante una delle mie visite. Sua madre non
poteva sapere che avevo gi conosciuto Werfel a un concerto al quale avevo accompagnato Anna.
Quella sera Anna era seduta tra me e lui, e per tutto il tempo mi sentii addosso un grande occhio
sporgente. Werfel si era girato tutto verso destra per vedermi meglio, e quasi allo stesso modo il mio
occhio sinistro si era girato verso sinistra per osservare meglio lespressione del suo occhio. Cos i due
occhi fissi luno nellaltro sincontrarono, batterono dapprima in ritirata sentendosi colti in flagrante,
ma alla fine, poich non era pi possibile dissimulare quel vicendevole interesse, ritornarono al loro
posto di vedetta.
Io non so che musica fu eseguita. Se fossi stato Werfel avrei pensato prima di tutto al concerto,
ma io non ero un tenore come lui, ero stregato da Anna e nientaltro. Lei non si vergognava di me,
sebbene i miei pantaloni sportivi non fossero lideale per un concerto, e del resto avevo saputo solo
allultimo momento che cera un biglietto libero e che potevo accompagnarla. Anna era seduta alla mia
sinistra, e mentre fissavo su di lei uno sguardo che credevo furtivo, mi imbattevo nellocchio da batrace
di Werfel. Mi venne in mente che la sua bocca somigliava a quella di una carpa e che il suo grande
occhio sporgente vi si adattava a meraviglia. Ben presto il mio occhio sinistro si comport esattamente
come il suo occhio destro. Era il nostro primo incontro, e fu un duetto con accompagnamento musicale
tra due occhi che - separati da Anna - non potevano accorciare la distanza tra loro. Gli occhi di lei, la
cosa pi bella che avesse, occhi che nessuno poteva dimenticare dopo averli avuti addosso una volta,
rimasero esclusi dal gioco; ed era una grottesca deformazione della realt se si pensa quanto erano
insulsi, privi di qualsiasi irradiazione, gli occhi di Werfel e i miei.
Ma poich dovevamo seguire il concerto in silenzio, furono escluse dal gioco anche le parole,
proprio le parole che Werfel sapeva maneggiare da maestro, con patetica eloquenza. (Pierino
Boccadifuoco  il nome che gli ha affibbiato il pi grande dei suoi contemporanei, Musil). Di solito
avevo anchio la lingua pronta - almeno con Anna - ma tutte due stavamo zitti, ligi alla disciplina del
concerto; e gi in quel primo incontro era forse deciso il futuro dei nostri rapporti, lostilit di Werfel e
la mia antipatia, linimicizia che doveva indurre Werfel ai pi rozzi interventi nella mia vita.
Adesso per sono ancora seduto vicino ad Alma, in mezzo ai suoi trofei, e lei, ignara di
quellincontro al concerto, ha appena mandato il terzo trofeo a cercare il quarto - il suo nome  Franzl -
perch venga gi, se per caso non sta scrivendo. A quanto sembra, stava proprio scrivendo, perch non
si fece vedere, e per me fu meglio cos, perch ero sotto limpressione sconvolgente della vedova
straripante e dei suoi primi trofei. Ero fermo a questa impressione, volevo conservarla integra dentro di
me, e cera il pericolo che i discorsi Storici di Werfel potessero alterarla in qualche modo. Le cose
comunque andarono cos, e io non saprei dire come me ne venni via, come mi congedai da Alma: nel
ricordo io sono ancora seduto accanto allImmortale e la sento in eterno parlare di  piccoli ebrei come
Mahler.
Strasburgo 1933
Non so che cosa si ripromettesse Hermann Scherben dalla mia partecipazione al suo convegno
di lavoro per la musica moderna. Io non potevo dare alcun contributo al ricco programma di
Strasburgo. Le manifestazioni si tenevano al Conservatorio due volte al giorno. Erano arrivati musicisti
da tutto il mondo, alcuni alloggiavano negli alberghi, i pi erano ospiti di cittadini di Strasburgo.
Io ero stato accolto dal professor Hamm, un noto ginecologo che abitava nella citt vecchia, non
lontano dalla chiesa di San Tomaso, nella Salzmanngasse. Pur essendo molto occupato, venne a
prendermi lui stesso allufficio del Conservatorio, dove i forestieri venivano smistati alle loro
abitazioni, e mi condusse a piedi nella Salzmanngasse, illustrandomi subito alcune particolarit della
vecchia citt. Quando ci fermammo davanti alla sua casa, bella e solenne, rimasi colpito. Sentivo la
vicinanza della cattedrale: non avevo osato sperare che avrei abitato cos vicino alla meta dei miei
desideri, perch era stata soprattutto la cattedrale a farmi accettare linvito a Strasburgo. Entrammo
nellandrone, assai pi spazioso di quanto ci si potesse aspettare in una via cos angusta. Il professor
Hamm mi accompagn su per unampia scala fino al primo piano e apr la porta della stanza riservata
agli ospiti: una grande stanza, molto comoda, arredata secondo il gusto del Settecento. Gi sulla soglia
mi prese la sensazione che non ero degno di dormire l, e fu una sensazione cos intensa da lasciarmi
senza parole. Il professor Hamm, che era un uomo vivace, molto francese, si aspettava da me
unesclamazione di entusiasmo, perch nessun ospite avrebbe potuto desiderare una stanza pi bella.
Sent la necessit di spiegarmi dove mi trovavo, mi fece ammirare la vista sulla torre della cattedrale,
che sembrava quasi a portata di mano, e poi disse:  Nel Settecento questa casa era una locanda, si
chiamava Auberge du Louvre. Herder vi ha abitato per un inverno. Era malato, non poteva uscire, e
fu qui che Goethe veniva a trovarlo ogni giorno. Non lo sappiamo con sicurezza, ma la tradizione vuole
che Herder abbia abitato proprio in questa stanza .
Io ero sconvolto al pensiero che Goethe avesse parlato con Herder in quella stanza.
 Proprio qui? .
 Sicuramente in questa casa .
Guardai spaventato verso il letto. Rimasi vicino alla finestra da cui mi era stata mostrata la vista
della cattedrale. Non osavo rimettere piede nella stanza, tenevo docchio la porta da cui eravamo entrati
come se ormai mi aspettassi quel visitatore. Ma non era ancora finita. Il professor Hamm, infatti, non
aveva pensato soltanto alla leggendaria tradizione della casa. Si avvicin rapidamente al comodino da
notte, ne tolse un volumetto, un vecchio almanacco tascabile (credo che risalisse al 1770), e me lo
porse.
 Un piccolo dono per lospite,  disse  un Musenalmanach con alcune poesie di Lenz .
 Di Lenz? Di Lenz? .
 S, prime pubblicazioni. Ho pensato che poteva interessarle .
Come laveva saputo? Quel giovane poeta mi era caro come un fratello, mi era familiare in un
modo diverso da quei due grandi, come qualcuno che ha sofferto un sopruso, che  stato defraudato
della propria grandezza. Lenz, un eterno poeta dellavanguardia, quello che avevo imparato a conoscere
attraverso quel racconto di Bchner, il pi bel brano di prosa tedesca; Lenz, il poeta ossessionato dalla
morte, il poeta cui non era dato aver la meglio sulla morte. A Strasburgo, dove ora si raccoglieva
unaltra avanguardia, anche se era quella della musica, Lenz era a casa sua. Qui aveva incontrato
Goethe, il suo idolo, e lincontro gli era stato fatale; e qui, sessantanni dopo, era venuto Bchner, il suo
allievo, che grazie a lui doveva portare alla perfezione, in un frammento, il dramma tedesco. Erano
queste le cose che sapevo allora, e si concentravano tutte l. Ma come poteva sapere il professor Hamm
che mi stavano tanto a cuore? Sarebbe inorridito se avesse letto Nozze, e forse avrebbe perfino esitato
ad accogliermi nella sua dimora. Ma in lui lorgoglio per quella casa si univa allistinto di un vero
anfitrione, e perci mi riservava il trattamento al quale un giorno - forse - avrei avuto diritto.  vero,
minvitava a dormire nella stanza in cui Herder aveva ricevuto Goethe, e chi mai al mondo potrebbe
aver diritto a un tale onore? Ma mi aveva anche messo l lalmanacco con le poesie di Lenz. Era un
dono che risvegliava in me una commozione fraterna, perch Lenz aspettava ancora una riparazione,
non era ancora stato ammesso a pieno titolo nel santuario di cui anche lui era degno. Portarono il mio
bagaglio, e io mi insediai nella stanza.
Durante le giornate del convegno accadeva uninfinit di cose: due concerti al giorno, musica
tuttaltro che facile, conferenze (per esempio quella di Alois Hba sulla sua musica microtonale),
conversazioni con persone nuove e a volte molto interessanti. Ci che mi piaceva particolarmente in
quelle conversazioni era che si discuteva di musica, non di letteratura, perch gi allora non sopportavo
le conversazioni in pubblico su questioni letterarie. Non mancavano gli inviti da parte dei notabili della
citt e gli incontri serali dopo i concerti. Avevo la sensazione che tutto il mio tempo fosse impegnato,
sebbene io - a differenza dei musicisti - in verit non facessi un bel niente. Ma ero considerato un ospite
personale di Scherchen, nessuno trovava da ridire sulla mia presenza. Pu sembrare strano che nessuno
mi domandasse :  E lei, che cosha scritto? . Non mi sentivo per nulla un truffatore, perch avevo
scritto  Kant prende fuoco  e Nozze, e avevo la consapevolezza di aver fatto anchio, come i
compositori presenti a Strasburgo, qualcosa di nuovo. Che nessuno conoscesse quelle mie opere, tranne
H., non mi procurava il minimo imbarazzo.
A tarda notte, poi, ritornavo nella stanza che, almeno ai miei occhi, era stata sicuramente la
stanza di Herder allAuberge du Louvre. Sentivo di non esserne degno, era una sensazione da cui non
riuscivo a liberarmi. Ogni notte era la stessa eccitazione, una sorta di paura, la coscienza di una
profanazione, cui seguiva il castigo sotto forma di insonnia. Ma la mattina, quando era lora, mi alzavo
abbastanza fresco, mi rituffavo di buon animo nel trambusto del convegno e per tutto il giorno non
pensavo a ci che la notte mi avrebbe nuovamente riservato. Il passato in cui ero finito quasi per errore
ma nel quale sarei rimasto volentieri per tutta la vita, suscitava in me uninquietudine che trovava un
solo compenso; e questo era cos meraviglioso che ogni giorno mi concedevo qualche pausa per
godermelo: il mio compenso era la cattedrale.
Ero stato a Strasburgo una sola volta, nella primavera del 1927, durante un viaggio di ritorno da
Parigi a Vienna. Avevo fatto tappa in Alsazia per vedere la cattedrale a Strasburgo e laltare di
Isenheim a Colmar.
Nelle ben poche ore della sosta a Strasburgo avevo cercato la cattedrale, e improvvisamente, gi
tardi nel pomeriggio, mentre ero nella Krmergasse, me lero vista davanti. Lo splendore rosso della
pietra sullimmensa facciata occidentale era stata unapparizione inattesa, poich tutte le immagini che
avevo visto prima erano in bianco e nero.
Ora, dopo sei anni, ritornavo a Strasburgo, e non per poche ore - per settimane, un mese. Tutto
era avvenuto molto casualmente o cos sembrava. Nella sua instancabile ricerca di adepti H. si era
rivolto a me, io avevo accettato il suo invito, e cos, contro la mia volont, avevo spezzato i fili
dellimpetuosa passione per Anna, una passione appena agli inizi, e di cui era responsabile anche H., il
quale aveva tentato di usarmi come portalettere. In verit non avevo esitato ad accettare, nonostante
tutti gli ostacoli. Stavo scrivendo la Commedia della vanit ed ero ancora alla prima parte. Cerano
dunque due cose che mi trattenevano a Vienna, entrambe molto importanti: la mia prima passione da
quando avevo conosciuto Veza e - dopo il romanzo e Nozze - un terzo lavoro letterario che era nato
sotto limpressione degli avvenimenti in Germania e che dopo il rogo dei libri mi bruciava tra le dita. I
contrasti con Anna cominciarono quando la mia partenza era gi decisa ed era solo rinviata da qualche
contrattempo nel rilascio del passaporto. Ma la Commedia urgeva sempre pi: costretto a perdere il mio
tempo nelle anticamere degli uffici, scrissi la predica di Brosam mentre aspettavo il visto al consolato
francese.
Se oggi mi domando che cosa mi spinse veramente a partire per Strasburgo, devo rispondere
che fu - oltre allenergica volont di Scherchen, alla quale nessuno resisteva - il nome stesso della citt,
quella rapida occhiata alla cattedrale verso sera, e tutto ci che sapevo su Herder, Goethe e Lenz a
Strasburgo. Non credo che questi nessi mi fossero ben chiari: nulla mi sembrava cos irresistibile come
quell'immagine della cattedrale, ma la mia passione per lo  Sturm und Drang  nella letteratura
tedesca era molto forte e ormai legata allidea di quel breve periodo di Strasburgo. Proprio adesso la
letteratura tedesca era in pericolo, una minaccia pesava su quello che ieri era stato il suo carattere
distintivo: limpulso alla libert;8 e questo era anche il vero tema del dramma al quale ora pensavo
continuamente. Ma Strasburgo, la culla di ieri, era ancora libera. Cera da stupirsi se mi attirava, se mi
coinvolgeva insieme alla mia commedia, di cui avevo scritto solo una parte, piccola ma importante? E
non era stato a Strasburgo anche Bchner, al quale dovevo lincontro con Lenz? E Bchner non era per
me, ormai da due anni, la sorgente di tutto il teatro drammatico?
La citt vecchia non era molto grande, e quasi naturalmente si finiva sempre col ritrovarsi
davanti alla facciata della cattedrale. Ci si arrivava senza volere, e tuttavia era ci che in fondo si
voleva. Mi attiravano le figure dei portali, i profeti e pi ancora le vergini folli. Le vergini sagge mi
lasciavano indifferente, credo che fosse il sorriso delle vergini folli a conquistarmi. Di una di esse,
quella che mi sembrava la pi bella, mi innamorai addirittura. Pi tardi la incontrai per le vie di
Strasburgo, la condussi davanti alla sua effigie e fui il primo a mostrargliela. Stupita, guardava se stessa
nella pietra, e il forestiero ebbe cos la fortuna di scoprirla nella sua citt e la persuase che l era esistita
molto tempo prima di nascere, sorridente dal portale della cattedrale, nella parte di vergine folle che, a
vederla nella realt, non era poi cos folle : era stato il suo sorriso a sedurre lartista e a indurlo ad
assegnarle un posto tra le sette fanciulle del gruppo di sinistra.
Tra i profeti trovai invece un cittadino di Strasburgo, anche lui incontrato durante quelle
settimane. Era uno storico dellAlsazia, un uomo esitante, scettico, che non parlava molto e scriveva
anche meno. Dio sa come era capitato tra quei profeti, ma era l, scolpito nella pietra; e se non
accompagnai anche lui davanti al portale, spiegai tuttavia a lui e a sua moglie, una donna molto sveglia,
dove poteva ritrovarsi; e mentre egli, scettico come sempre, non si pronunciava su quella scoperta, sua
moglie mi diede pienamente ragione.
Ma il vero avvenimento di quelle feconde settimane brulicanti di persone, di odori e di suoni era
la scalata della cattedrale. Mi ci dedicavo quotidianamente, non saltavo un giorno. Sconsiderato e
impaziente comero, salivo fino alla piattaforma, non mi concedevo un attimo di sosta e arrivavo in
cima senza fiato. Per me un giorno che non cominciava con la scalata non era un vero giorno, e il conto
dei giorni era scandito da quelle scalate. Cos il mese della mia permanenza a Strasburgo dur in realt
pi di un mese, perch a volte, nonostante tutto quello che cera da ascoltare, riuscivo a eclissarmi
anche nel pomeriggio per scomparire sulla torre. Invidiavo luomo che aveva la sua dimora lass,
perch aveva un bel vantaggio nel lungo percorso delle scale a chiocciola. Ero incantato dalla vista dei
misteriosi tetti della citt, ma anche da ogni pietra che sfioravo durante la salita. Vedevo
contemporaneamente i Vosgi e la Foresta Nera, ed ero ben consapevole di ci che in quellanno li
divideva. Ero ancora oppresso dalla guerra finita quindici anni prima e sentivo che pochi anni mi
separavano dalla prossima.
Scalavo la torre, quella che era stata portata a termine, e, fatti pochi passi, stavo davanti alla
lastra sulla quale Goethe, Lenz e i loro amici avevano iscritto i loro nomi. Pensavo a Goethe, ai
momenti in cui Goethe attendeva lass larrivo di Lenz, il quale poco prima annunciava in una lettera
estasiata a Caroline Herder: Non posso pi scrivere, Goethe  da me e mi aspetta gi da mezzora
sullalta torre della cattedrale .
Nulla era tanto lontano dallo spirito della citt quanto il convegno indetto da Scherchen. Io non
ero nemico del moderno, non certo dellarte moderna: come potevo esserlo? Ma quando la sera, dopo
lultima manifestazione, andavo a sedermi al Broglie, il locale pi elegante di Strasburgo, in mezzo ai
musicisti venuti da fuori, che in generale non potevano permettersi piatti troppo costosi, e vedevo H.
intento a consumare il suo caviale - perch lui ordinava sempre caviale e crostini, lui solo -, allora mi
domandavo se si fosse mai accorto che a Strasburgo cera anche una cattedrale. Sfinito per la lunga
giornata di lavoro, ma cercando di nascondere la stanchezza, H. mangiava il suo caviale e ne ordinava
una seconda porzione. Si compiaceva di far vedere che lui mangiava caviale, lui solo, e se qualcuno lo
guardava bramoso ordinava anche una terza porzione, per s naturalmente, per il grande lavoratore che
aveva bisogno di un alimento concentrato. Poich il rito del caviale si celebrava a tarda ora, solo
raramente vi assisteva la signora Gustel, sua moglie, che si era gi ritirata in albergo a sbrigare per lui
le mansioni di scrivano. H. non sopportava che le persone della sua cerchia stessero in ozio e trovava
per tutte qualcosa da fare, come in unorchestra.
Della continua tensione che lo circondava lui non poteva farsi un rimprovero, dal momento che
la sua tensione superava quella di chiunque altro. Fin verso la mezzanotte se ne stava al Broglie davanti
al caviale e allo champagne, ma per le sei del mattino aveva gi convocato in albergo una cantante per
le prove. Non era mai troppo presto, lui trovava sempre il modo di anticipare linizio della sua giornata
di lavoro, e poich dava a tutti lesempio della sua spaventosa attivit, nessuno avrebbe osato protestare
per lora insolita di un appuntamento. Tutti prestavano la loro opera al convegno senza ricevere un
compenso. I musicisti erano accorsi sullonda dellentusiasmo, in onore della musica nuova. Il
Conservatorio, con le sue sale per i concerti, era stato messo a disposizione gratuitamente. E, dopo
tutto, gratuitamente si prestava anche luomo pi importante, colui che vi profondeva limpegno di gran
lunga maggiore, un impegno che superava - lui ne era convinto - quello di tutti gli altri messi insieme.
Si tenevano innumerevoli concerti, e ciascuno filava alla perfezione, si eseguiva musica insolita,
difficile, e come un demonio il capitano vigilava su tutto evitando qualsiasi contrattempo. Era
unimpresa grandiosa, nella quale alla fin fine il direttore contava pi dei compositori, perch era lui a
presentare tutto quanto, le cose pi diverse, spesso per la prima volta, e senza di lui non si sarebbe mai
venuti a capo di niente. Alcuni cittadini di Strasburgo, scelti a dovere, tutti amanti della cultura,
potevano accedere la sera al locale di Place Broglie e sedersi al tavolo di Scherchen. Si erano resi
benemeriti ospitando nelle loro case i partecipanti al convegno o anche offrendo grandi ricevimenti. Ad
essi era concesso il privilegio di guardare H. mentre mangiava il suo caviale, e tutti pensavano che quel
caviale fosse ben meritato, come lo era lo champagne. Una sera uno di loro, che conoscevo come un
medico miscredente, si rivolse a me e disse ammirato:  Mi sembra di vedere Ges Cristo .
Ma la giornata non era ancora finita. Alla Maison Rouge, lalbergo di H., una compagnia molto
pi ristretta si intratteneva ben oltre la mezzanotte. L cerano solo gli iniziati, per cos dire, erano
esclusi i cittadini e i soliti musicisti, l si ritrovavano tra loro gli eletti che avevano il diritto di
alloggiare alla Maison Rouge. Cera il giovane Jessner, regista anche lui come il padre 9 (doveva
mettere in scena Le pauvre matelot di Milhaud allo Stadttheater), e cera la vedova Gundolf, che aveva
gi detto addio a Heidelberg. Gundolf era morto da poco, ma lei prendeva parte alle allegre e talvolta
sguaiate conversazioni della notte. Scherchen, quando non si chiudeva nel suo mutismo o non eia
occupato a spiegare o a dare ordini, diventava cinico, e la scelta compagnia dei presenti si sentiva
onorata dal suo cinismo e stava al gioco.
Vale la pena di soffermarsi sul momento particolare in cui aveva luogo il convegno per la
musica moderna. Erano passate alcune settimane dal rogo dei libri in Germania. Da sei mesi era al
potere luomo dal nome impronunciabile. Dieci anni prima aveva imperversato in Germania una
sfrenata inflazione. Dieci anni dopo le truppe tedesche penetravano profondamente in Russia e
piantavano la loro bandiera sulla vetta pi alta del Caucaso. Strasburgo, la sede del convegno, era una
citt amministrata dai francesi in cui si parlava un dialetto tedesco.
La citt aveva conservato nelle vie e nelle case un carattere medievale che divenne eccessivo
per il naso dei forestieri a causa di un lungo sciopero della nettezza urbana. Sopra questo fetore si
innalzava la cattedrale, e a chiunque era possibile mettersi in salvo dando la scalata alla piattaforma.
Lorganizzatore del convegno, pur essendo incline ad atteggiamenti dittatoriali a causa della sua
professione di direttore dorchestra, si rifiutava tuttavia di esibirsi nella nuova Germania, dove sarebbe
potuto salire ai massimi onori grazie a unorigine incontaminata e alla sua teutonica laboriosit. Fu uno
dei non molti, e questo punto  stato sottolineato a suo merito. Allora, a Strasburgo, era riuscito a
riunire una sorta dEuropa, unEuropa fatta solo di musicisti che avevano fede nei loro tentativi di
innovazione, unEuropa coraggiosa e fiduciosa: che tentativi sarebbero stati infatti, se non li avesse
sorretti la fiducia in un avvenire?
In quelle settimane vivevo in mondi molto diversi. Uno di questi aveva per centro il
Conservatorio, dove passavo la maggior parte della giornata. Chi entrava nel palazzo era accolto da un
frastuono assordante. In tutte le stanze si facevano prove, come in ogni conservatorio, ma l veniva
realmente messo a profitto ogni minimo spazio. E poi accadeva di ascoltare per lo pi cose
imprevedibili. In ogni altro conservatorio si crede di conoscere ci che arriva allorecchio durante le
esercitazioni.  quasi sempre un confuso incrociarsi di particolari ben noti, viene voglia di scappare di
corsa, spaventati dalla banalit delle cose gi udite mille volte che si condensano in un caos nel quale
tuttavia ogni particolare resta riconoscibile e indistruttibile. Nel Conservatorio di Strasburgo, al
contrario, tutto era nuovo e inconsueto, il particolare come il confluire dei suoni in un tutto unico, e
forse era proprio questo ad affascinare e ad attirare sempre di nuovo. Io rimanevo stupefatto davanti
allindomabile costanza di quei musicisti, che non solo si raccapezzavano tra le difficolt delle loro
nuove imprese, ma lavoravano in quellinferno, provando e riprovando e riuscendo a giudicare, in
mezzo al frastuono generale, se avevano fatto progressi o no.
Forse uscivo cos spesso dal Conservatorio solo per potervi rientrare pi spesso. Infatti, se
lasciavo alle mie spalle il frastuono, piombavo nel fetore dei vicoli. Lo sciopero della nettezza urbana
durava da settimane. Era impossibile farci labitudine o dimenticarsene, un lezzo simile non si era mai
sentito, e poich di giorno in giorno si faceva pi forte, non c'era nulla che colpisse i sensi con la stessa
intensit, tranne appunto il caos acustico del Conservatorio.
Fu in quei giorni, in quei vicoli, che mi colse il pensiero della peste. Allimprovviso, senza
preparazione n transizione, mi trovai nel Trecento, unepoca che mi aveva sempre interessato per i
suoi movimenti di massa, i flagellanti, la peste, gli ebrei bruciati sul rogo, tutte cose che avevo scoperto
nella Cronaca lim-burghese 10 e che poi avevo continuato a studiare. Adesso ci abitavo in mezzo, nella
casa raffinata di un medico, e mi bastava fare un passo per scendere nei vicoli in cui regnavano
limmondizia e il fetore. Invece di fuggirne, animavo la scena con le immagini del mio terrore.
Dappertutto vedevo cadaveri e limpotenza dei sopravvissuti. Mi sembrava che le persone cercassero di
evitarsi, nellangustia dei vicoli, come se temessero il contagio. Non facevo mai la via pi breve, quella
che dalla citt vecchia mi portava verso i quartieri nuovi e pomposi in cui sorgeva anche la principale
sede del convegno. Camminavo di qua e di l per tutti i vicoli possibili,  incredibile quanti itinerari si
intrecciano in unarea cos limitata. Inspiravo il pericolo fino a riempirmene i polmoni, a quel pericolo
non volevo sottrarmi a nessun costo. Le porte davanti alle quali passavo restavano chiuse. Non ce nera
una che si aprisse, e io vedevo tutte le case piene di moribondi e di cadaveri. Ci che sullaltra riva del
Reno appariva come un prologo, qui lo avvertivo gi come il risultato della guerra che non era ancora
cominciata da nessuna parte. Non guardavo avanti, neanche di dieci anni - come avrei potuto fare simili
previsioni? -, invece mi guardavo indietro di sei secoli, e l cera la peste, la massa dei morti che si
propagava irresistibilmente e di l rinnovava la sua minaccia. Tutte le processioni espiatorie sfociavano
nella cattedrale, e le processioni non sono mai state daiuto contro la peste. Perch in realt la cattedrale
era l per se stessa, e il poterla contemplare era laiuto, come l'esservi entrati, come il fatto che essa
continuasse a stare in piedi e non fosse crollata mai, in nessuna delle pestilenze. Sentivo che anche a
me si comunicava lantico impulso alla processione, ci eravamo radunati in tutti i vicoli e marciavamo
insieme verso la cattedrale. E poi tutti eravamo in piedi l dentro, tutti, io solo: forse era un
ringraziamento e non una preghiera, un ringraziamento perch potevamo sostarvi indenni, nulla
essendo crollato sopra le nostre teste e restando ferma al suo posto la meraviglia delle meraviglie, la
torre. Alla fin fine io potevo salirvi e guardare dallalto il mondo ancora immune dalla distruzione; e
quando lass respiravo a pieni polmoni, la peste che tentava di nuovo di propagarsi tuttintorno
sembrava respinta, ricacciata nel suo vecchio secolo.
Anna
Larrendevolezza delle donne verso H. era stupefacente. Erano letteralmente comandate a
bacchetta, costrette ad amarlo, e poi lasciate al loro destino prima ancora di aver trovato un posto nella
sua vita. Si rassegnavano perch erano ancora legate a lui dal loro interesse per la musica. Se la loro
opera poteva essergli utile, lui restava coscienziosamente imparziale. Cos si salvava sempre qualcosa
della vecchia atmosfera, e nessuna perdeva la speranza di riconquistare un giorno, allimprovviso, i
suoi favori. Nessuna era gelosa dellaltra, ciascuna si sentiva di volta in volta la prediletta e si sforzava
di custodire per s il segreto di quella predilezione. La possibilit di essere prescelta in questa o in
quelloccasione, il riserbo contro ogni indiscrezione erano pi importanti di un atteggiamento di gelosia
e di odio nei confronti delle altre. Con H. gli atti dettati dalla gelosia non sarebbero approdati a nulla.
H. non era influenzabile, si sentiva un autocrate che faceva quel che voleva, e lo era veramente.
Cera tuttavia uneccezione: una donna che - per ragioni storiche, si potrebbe dire - aveva il
dovere di essere gelosa e faceva largo uso di questo dovere. La signora Gustel, che nei giorni del
convegno era legata ufficialmente a H., era la sua quarta moglie, e non da molto tempo, perch si era
unita a lui solo poche settimane prima. In verit aveva esitato parecchio a diventare la sua quarta
moglie, e non senza un buon motivo, poich era stata anche la sua prima moglie. Gustel gli era stata
vicina negli anni oscuri di Berlino, quando lui non era nessuno e voleva diventare qualcuno solo col
proprio lavoro. Lei era la sua ancella indiana e ricordava una indiana fin nel colore rossiccio della pelle,
che sembrava una pelle conciata: labitudine al silenzio e alla fedelt avevano avuto questo effetto.
Parlava molto raramente, ma quando lo faceva ogni parola era aspra, quasi glielavessero spremuta
fuori a forza. Sembrava allora che fosse legata al palo del supplizio, pronta a tutto pur di non cedere e
capace di tacere a oltranza. Fin dallinizio aveva aiutato H. lavorando per lui, scrivendo e annotando
tutto quello che cera da scrivere e da annotare, lettere, accordi, appuntamenti, tutta la parte
organizzativa passava per le sue mani: lei non negava il suo aiuto ovunque ci fosse qualche risultato da
raggiungere. Anche quando questi risultati cominciarono ad avvicinarsi e poi divennero realt, anche
quando lei vide che ogni successo del marito le scaricava addosso supplizi imprevedibili e
innumerevoli, anche allora rimase impavida al suo palo, ad attirarsi nuovi supplizi. Lui stesso era
taciturno, e non si riusciva a cavarne pi di quanto si ottenesse da Gustel. Lei taceva sulla propria
infelicit, lui sulla propria felicit. Tutte due avevano labbra sottili, ermeticamente chiuse.
H. era ancora abbastanza giovane quando aveva assunto a Francoforte, come successore di
Furtwngler, la direzione dei Saalbaukonzerte. Fu allora che conobbe Gerda Mller, la Pentesilea della
mia giovinezza, una delle attrici pi affascinanti del suo tempo.11 Per lei abbandon Gustel senza tanti
complimenti, e unendosi a Gerda Mller pot godersi lesatto contrario di Gustel: impeto e passione,
ruoli violenti e brutali, una forza che esisteva per amore di se stessa e non era al servizio di nessuno.
Con lei il palo del supplizio cessava di essere una virt perch era un segno di inettitudine. Forse in
quel periodo si svegli in H. linteresse per il teatro e il dramma. Dovette essere un periodo turbolento
anche nella sua vita privata, se non proprio il pi turbolento di tutti. Gustel si tir in disparte e dovette
fare la prova di una vita monotona e meno tribolata. Si trov un amico col quale visse serenamente per
sette anni.
Credo che H. non mi abbia mai parlato di Gerda Mller, mentre mi parl molto della moglie
successiva, che fece una breve apparizione nella sua vita e fu lunica ad andarsene contro la volont di
H. Era attrice anche lei, ma mentre Gerda Mller si rifugiava nellalcool, Carola Neher viveva per
lavventura, anzi la eccitavano le avventure pi pazze. 12
Qualche tempo dopo Strasburgo, uno o due anni dopo, feci un viaggio a Winterthur, dove H.
dirigeva lorchestra del mecenate Werner Reinhart. Dopo averlo ascoltato in un concerto lo
accompagnai nella sua stanza e rimasi con lui fino alle ore piccole. Avvertivo in H. uninquietudine
insolita, diversa dallansia di opprimere e di dominare che gli era abituale. Lui stesso appariva
oppresso, come se qualcuno lo avesse sconfitto, eppure il concerto era andato bene, sicuramente non
peggio del solito. Mi preg di rimanere, sebbene fosse gi molto tardi. Si guardava intorno nella stanza
in una strana maniera, come se vedesse fantasmi. I suoi occhi vagavano inquieti qua e l, senza
fermarsi su nulla in particolare. Non mi guardava neppure, voleva solo che lo ascoltassi. Ero un po
spaventato da quellansia che in lui non avevo mai visto, e restai in silenzio. Allimprovviso la cataratta
si apr, e H. si abbandon con una passione che non mi aspettavo :   accaduto qui, in questa stanza. 
stata lultima volta che ci siamo parlati. Abbiamo parlato tutta la notte  ; e a scatti, quasi ansimando,
mi fece il racconto dellultima conversazione tra Carola Neher e lui.
Lei voleva andarsene, lui la scongiurava di restare. Lei non ne poteva pi, quella vita non le
bastava. Voleva piantare tutto, il teatro, la fama e lui, H., un pagliaccio, altro che direttore dorchestra.
Lo disprezzava, era un impostore che recitava davanti al pubblico dei concerti. Per chi credeva di
dirigere, per chi versava ogni sera quel fiume di sudore? E che razza di sudore era quello? Sudore falso,
sudore che non contava niente. Per lei contava uno studente che aveva conosciuto, un ragazzo della
Bessarabia che era pronto a giocarsi la vita e non aveva paura di niente, n della prigione n di una
condanna a morte. H. sent che Carola faceva sul serio, ma era sicuro di poterla trattenre. Finora aveva
avuto ragione di tutto, anche di ogni donna, e se cera qualcuno che se ne andava poteva essere solo lui.
Se ne andava, lui, solo quando gli faceva comodo. Us tutti i mezzi per indurla a rimanere. Minacci di
tenerla sotto chiave. Disse che doveva proteggerla da se stessa, salvarla dal pericolo mortale in cui si
stava cacciando. Quello studente non era nessuno, era un ragazzino senza la minima esperienza della
vita. Lo copr di insulti e restitu a lei tutto ci che lei aveva appena detto contro di lui e contro la sua
arte di direttore. Sembr che gli attacchi contro lo studente come persona incrinassero la sicurezza di
Carola. Lei rispose affermando che era la causa di quel giovane che le stava a cuore, non tanto lui
quanto la sua causa: anche un altro avrebbe potuto farle la stessa impressione se avesse avuto quelle
idee e se avesse dimostrato lo stesso attaccamento per lei. Lo scontro dur tutta la notte. Lui voleva
stancarla per costringerla alla resa, lei opponeva una tenacia irriducibile e rispondeva allaggressione
fsica con grida e imprecazioni. Alla fine, era gi mattina, lui credette di averla domata. Lei si assop, e
lui la guard soddisfatto prima di addormentarsi a sua volta. Quando si svegli, lei era scomparsa, e
non si fece pi vedere.
Per giorni e settimane H. ne attese il ritorno. Aspett una notizia, non venne una parola. Non
sapeva dove fosse finita. Nessuno ne sapeva niente. H. fece fare delle ricerche, e risult che anche lo
studente era scomparso. Dunque era fuggita con lui, come aveva minacciato. Da tutte le piazze teatrali
in cui la conoscevano, veniva la stessa risposta. Era scomparsa senza lasciare traccia e senza scrivere
una parola a nessuno. Lui era ancora quello che ne sapeva di pi, dopo la battaglia di quella notte, e si
sentiva ferito, come se glielavessero strappata dalla carne. Non si rassegnava e non poteva pi
lavorare. Ebbe un tracollo e si consider un uomo finito.
Era in una condizione di spirito cos disperata che preg Gustel di ritornare. Aveva bisogno di
lei, era pronto a giurare che non lavrebbe lasciata mai pi. Avrebbe accettato tutte le condizioni. No,
non lavrebbe ingannata mai pi. Ma doveva ritornare, subito, perch ne andava della sua vita. Gustel
ruppe lamicizia settennale con un uomo che le aveva fatto solo del bene, e ritorn da H., dal quale
aveva ricevuto i torti peggiori. Mise delle condizioni molto severe, e lui le accett, promettendo di dirle
sempre la verit e di non nasconderle nulla.
Durante le settimane di Strasburgo lattenzione con cui osservavo il comportamento di H. era
acuita da una serie di circostanze delle quali n io n lui potevamo misurare tutta limportanza. A
Vienna mi aveva usato come portalettere, e cos avevo fatto la conoscenza di Anna. Ignoravo il
contenuto della lettera, ma H. mi aveva incaricato di consegnarla a lei e a nessun altro. Era un ordine
perentorio, anche se H. non aveva speso molte parole. Io avevo telefonalo ad Anna ed ero stato
convocato nel suo atelier di Hietzing.
La vidi prima che lei mi vedesse. Pi esattamente, vidi le sue dita, occupate a modellare
nellargilla una figura di grandezza superiore al naturale. Il viso restava nascosto. Anna mi voltava
ancora la schiena e apparentemente non ud lo scricchiolio della ghiaia che mi entrava negli orecchi a
ogni passo. Forse non voleva udirlo, assorta com'era in quella figura dalle forme appena accennate.
Forse la visita, bench preannunciata, cadeva per lei in un momento poco opportuno. Io pensavo solo
alla lettera che dovevo consegnare. Avevo appena messo piede nella serra che serviva da atelier quando
Anna si volt con uno scatto improvviso e mi guard in faccia. Ormai ero a pochi passi da lei e mi
sentii scosso dal suo sguardo. Da quel momento i suoi occhi non mi lasciarono pi. Non ero del tutto
impreparato, perch avevo avuto il tempo di avvicinarmi, ma fu lo stesso una sorpresa: unimmensit
senza fondo che non mi aspettavo. Anna era fatta solo di occhi, tutto il resto che si vedeva di lei era
illusione. Era una sensazione folgorante, ma nessuno avrebbe avuto la forza e lacume per confessarla a
se stesso.  impossibile ammettere qualcosa di cos mostruoso: occhi pi vasti della persona cui
appartengono. Nella loro profondit trova posto tutto quello che puoi aver pensato, e adesso che c
spazio per accoglierlo dovresti trovare le parole per esprimerlo.
Vi sono occhi che fanno paura perch mirano solo a sbranare. Servono a rintracciare la preda
che, una volta scoperta,  condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi resta bollata come tale.
 tremenda la fissit di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai,  prefigurata per sempre, non c
vittima che possa modificarla. Chi entra nel suo campo visivo  gi vittima, non pu opporre alcuna
difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale. Poich nella realt la metamorfosi non
 possibile, miti e uomini sono sorti per causa sua.
E' un mito anche locchio che non cerca vittime da sbranare e tuttavia non abbandona pi ci
che ha visto una volta. Questo mito  diventato realt, e chi ne ha fatto lesperienza non pu non
ripensare con terrore ed emozione allocchio che lha costretto ad annegare nella sua vastit e
profondit. Lofferta  irresistibile: vieni a gettarti in me con tutto quello che puoi pensare e dire, vieni,
dillo, e annega!
La profondit di questi occhi non ha limiti. Ci che vi precipita non tocca mai il fondo, e nulla
ritorna pi a galla. Il mare di questocchio non ha memoria,  un mare che esige e riceve. Tutto quello
che hai gli viene dato, tutto ci che conta, ci che forma la tua natura pi intima. Non  possibile
rifiutargli nulla. Non  un atto di violenza, non  un furto. Quello che dai lo dai con gioia, come se
questa fosse la tua naturale destinazione, come se non ci fosse altra destinazione possibile.
Cessai di essere un portalettere nel momento in cui consegnai la lettera ad Anna. Lei non la
prese, ma con un cenno del capo mi indic un tavolo, nellangolo dello studio, che prima non avevo
notato. Mi avvicinai al tavolo facendo tre passi di lato e deposi la lettera, forse a malincuore, perch
adesso avevo una mano libera per lei e non volevo dargliela. Gliela porsi solo a met, lei guard la sua
mano destra, imbrattata di argilla, e disse:  Come vede, non posso darle la mano .
Non so che cosa ci dicemmo subito dopo. Mi sono sforzato di ritrovare le prime parole, le sue
come le mie. Si sono perdute. Anna era tutta nei suoi occhi, e per il resto quasi muta: la sua voce,
profonda comera, non ha mai avuto un significato per me. Forse lei non parlava volentieri, rinunciava
alla voce tutte le volte che poteva, prendeva sempre in prestito la voce di altri, sia nella musica sia nei
rapporti con le persone. Per lei era pi importante agire che parlare, e poich, a differenza di suo padre,
non era portata allazione, cercava almeno di plasmare con le dita. Io ho conservato il ricordo del
primo incontro con lei liberandolo da tutte le parole : dalle sue, perch forse non ce nera nessuna da
conservare, dalle mie, perch lo stupore provato alla vista di Anna non aveva ancora trovato parole
abbastanza articolate.
Eppure so che qualcosa era stato gi detto prima che ci sedessimo al tavolo che mi aveva
indicato. Anna voleva leggere qualche mio lavoro e io le spiegai, senza vergognarmi, che non avevo
pubblicato neanche un libro e che avevo soltanto il manoscritto di un lungo romanzo. Se voleva, la
prossima volta potevo portarglielo. Disse che le piacevano i romanzi lunghi, non i racconti di poche
pagine. Fece il nome di Fritz Wotruba, dal quale prendeva lezioni di scultura.
Io ne avevo sentito parlare, lo ammiravano per il suo spirito indipendente e lo temevano per la
sua irruenza. Anna aggiunse che al momento Wotruba non era a Vienna. Raccont che prima si era
dedicata alla pittura e aveva studiato con De Chirico a Roma.
Della lettera di H. non si curava affatto. Laveva lasciata sul tavolo, ancora chiusa, e non poteva
non vederla. Mi ricordai del mio incarico, come se da H. avessi ricevuto una consegna, e dissi esitando:
Non vuole leggere la lettera?. Lei la prese in mano con aria annoiata, la scorse rapidamente, come se
tutto si riducesse a due o tre righe, mentre era una lettera piuttosto lunga. Sapevo che la scrittura di H.
era anche difficile da decifrare, e tuttavia sembr che Anna avesse afferrato tutto al primo sguardo.
Depose la lettera con un gesto di ripulsa che la fece finire pi vicino a me, e disse:  Non c niente di
interessante . La guardai stupito. Avevo creduto che tra lei e H. ci fosse quasi unamicizia e che lui
volesse comunicarle qualcosa di importante, tanto importante che si era rivolto a me per evitare di
servirsi della posta.  Pu leggerla  disse Anna.  Ma non ne vale la pena . Io non la lessi.
Come potevo pensare ancora a un messaggio importante se lei se ne sbarazzava cos
bruscamente? Non sapevo spiegarmi la sovrana indifferenza di Anna, il disprezzo che dimostrava per
H. Ma ormai non ero pi un portalettere. Non ero pi tenuto a rispettare i limiti del mio incarico perch
Anna me ne aveva esonerato. Si era comunicata anche a me la leggerezza con cui lei aveva messo da
parte la lettera, senza il minimo segno di collera o di disappunto. Non pensai di domandarle ancora se
voleva consegnarmi una risposta per H. o se gli avrebbe scritto direttamente, senza servirsi di me.
Quando mi congedai, avevo un nuovo incarico: dovevo ritornare presto per portarle il mio
manoscritto. Mi feci vivo tre giorni dopo, e lattesa mi era sembrata molto lunga. Anna lesse subito il
romanzo, credo che nessun altro labbia letto cos rapidamente. Da allora diventai per lei una persona
vera, e cominci a trattarmi come se fossi provvisto di tutto, anche di occhi. Diceva che a quel libro
dovevano seguirne molti altri della stessa qualit, e ne parl anche in giro. Insisteva per vedermi e
mandava lettere e telegrammi. Che un amore potesse cominciare con i telegrammi era per me
unesperienza del tutto nuova: ne ero sbigottito, allinizio mi sembrava impossibile che una frase di
Anna mi arrivasse tanto in fretta.
Mi invit a scriverle e mi diede un recapito dal quale le mie lettere le sarebbero state inoltrate.
Bisognava metterle in una busta, chiudere la busta con ogni cura e infilarla in una seconda busta da
indirizzare alla signorina Hedy Lehner nella Porzellangasse. Era questo il nome di una giovane modella
che andava da Anna ogni giorno, una bella ragazza con i capelli rossi e un viso volpino. A volte,
arrivando allatelier, la vedevo di sfuggita: aveva un sorriso quasi impercettibile, taceva e scompariva.
In certi casi aveva appena consegnato una mia lettera, e allora Anna non aveva avuto il tempo di
leggerla e nemmeno di aprirla. Anna era molto guardinga, perch qualcuno poteva sempre arrivare
inaspettatamente. Mi confess che le costava fatica parlare con me prima di aver letto la lettera, e anzi
avrebbe preferito non vedermi cos presto.  vero che io le raccontavo una quantit di cose, e lei
ascoltava tutto avidamente, ma pi ancora le piacevano le lettere in cui la glorificavo.
 Tamburi e trombe  era lespressione con cui Anna descriveva le mie frasi trasferendole in
una terminologia che le era pi familiare. Lettere simili non gliele aveva mai scritte nessuno, e ne
arrivavano molte, anche tre in un giorno, tante che la signorina Hedy Lehner non riusciva sempre a
consegnarle subito, una dopo laltra. La ragazza avrebbe dato nellocchio se si fosse fatta vedere pi
volte al giorno, e poich Anna era sotto stretta sorveglianza (un regime che lei del resto aveva
accettato), ogni imprudenza poteva costarle la perdita della modella che le era stata concessa. Alla mia
esuberanza verbale Anna rispondeva con altrettanti messaggi, spesso con telegrammi (che Hedy
portava allufficio postale dopo aver lasciato latelier). I telegrammi si addicevano a una persona di
poche parole come Anna, ma lei era orgogliosa e voleva ringraziare anche per lettera chi le rivolgeva
cos copiose e fantasiose testimonianze di glorificazione.
Anna mi sembrava molto misteriosa, e in realt era piena di misteri. Io non sapevo quali e
quanti segreti dovesse custodire, non pensavo che il silenzio su quei segreti fosse diventato un modo di
vivere, una questione vitale.  vero che Anna, per sua fortuna, dimenticava molto facilmente, ma
cerano altri che potevano risvegliare in lei il ricordo del passato. Le figure che modellava,
applicandosi con tanto impegno, sembravano lessenza stessa della segretezza. Per lei lavorare sodo era
un punto donore, e se gi aveva ereditato questo atteggiamento dal padre, un severo richiamo al lavoro
le veniva adesso da Wotruba, il suo giovane maestro, che era abituato a scolpire le pietre pi dure.
Certo, Anna modellava anche, soprattutto delle teste, e quello non era un lavoro duro, bens qualcosa di
totalmente diverso: era per lei lunico mezzo per avere contatti con altre persone, lunica via che non le
fosse preclusa dalle abitudini vessatorie e amatorie di sua madre.
Nelle sue lettere Anna non si scopriva, ma almeno tentava di reagire, e questi tentativi, finch
duravano, riuscivano ad appagarla. Quando non poteva pi reagire, nei periodi di delusione - ed erano
frequenti, poich Anna restava cieca davanti alle persone che non posavano per lei e soprattutto davanti
a quelle che aveva deciso di amare -, in quei periodi di delusione si abbandonava interamente alla
musica. Suonava molti strumenti, ma il pianoforte era il suo rifugio. Credo di non averla mai sentita
suonare, evitavo tutte le occasioni, e perci non so dire - per me  rimasto un enigma - che cosa
significassero realmente per Anna quegli sfoghi solitari. Io diffidavo di una musica che concedeva
tanto spazio alla scultura.
Laureola di gloria che cingeva il capo di Anna era cos splendente che non avrei dato credito
alla minima insinuazione. Se qualcuno fosse venuto a dirmi le cose pi orribili, se mi avesse dato tutte
le prove, scritte di pugno da lei, per dimostrarmi che quelle cose Anna le aveva pensate, fatte e
confessate, io non avrei creduto n a lui n alla stessa scrittura di Anna. Per me Anna era intangibile, e
mi riusc tanto pi facile conservare questa immagine quando di l a poco ebbi davanti agli occhi la sua
immagine in negativo, limmagine di sua madre, sulla quale potevo rovesciare tutto ci che di penoso si
notava in quellambiente. Erano l tutte due: da una parte la luce muta che si nutriva solo di colpi di
scalpello e di pura glorificazione, dallaltra la vecchia insaziabile, sempre brilla. La stretta parentela
che le univa non poteva trarmi in inganno: io vedevo nella figlia una vittima, e vedevo giusto, almeno
nel senso che si  vittime dellatmosfera che si respira in tenera et e poi si continua a respirare.
Il fatto che H. mi avesse scelto come portalettere poteva essere la riprova di quanto egli mi
riteneva innocuo. Prendeva se stesso talmente sul serio che il peso di una sua lettera autografa superava
di gran lunga il peso di qualsiasi intermediario. Ma pu anche darsi che mi giudicasse particolarmente
innocuo perch aveva ascoltato la mia lettura di Nozze. Lautore di un dramma cos glaciale doveva
essere un nemico giurato di ogni piacere. Forse gli sembr perfino spiritoso adoperare un essere simile
come latore di una lettera damore. Ma H. non ebbe nessuna risposta, neanche un diniego. Quando
andai a trovarlo tra una prova e laltra subito dopo il mio arrivo a Strasburgo, pronunci solo tre frasi,
nella solita maniera sforzata. Cominci domandando se avevo consegnato le sue due lettere ad Anni,
come lui la chiamava. Naturalmente  dissi io, e aggiunsi molto stupito :  Perch, non le ha risposto?
. Da queste parole H. dedusse che avevo visto Anna pi di una volta e che forse eravamo addirittura
diventati amici. Era un sospetto, per il momento, e come molti uomini di potere H. era portato a
sospettare sempre. Le mie parole  Perch, non le ha risposto? , significavano per lui che dovevo
conoscere Anna abbastanza bene per sapere che aveva labitudine di rispondere. H. aveva il diritto di
pensarlo. Ma il suo disprezzo per un giovane oscuro e trascurabile era daltra parte cos grande, cos
naturale in lui, che si affrett a soffocare quel sospetto. E, con ogni mezzo, fece di tutto per scoprire
che non cera nulla da scoprire.
Durante i primi giorni H. cerc di provocarmi con battute sarcastiche sul conto di Anna. Aveva
i capelli biondi ossigenati, diceva, ma una volta erano di un grigio topo; e calcava sul  grigio  come
se Anna fosse invecchiata precocemente e avesse avuto i capelli grigi fin dal giorno in cui laveva
conosciuta, quando lei aveva ventanni, ed era la moglie di Ernst Krenek. E il suo modo di camminare?
Ci avevo fatto caso? Quella non poteva essere una donna, nessuna donna cammina cos. Ognuna delle
sue osservazioni mi faceva salire il sangue alla testa. Difesi Anna con tanta passione e tanto furore che
H. non tard a capire tutto.  Lei  innamorato mica male,  disse  da lei non me lo sarei mai aspettato
. Non ammisi niente, non tanto per discrezione quanto perch odiavo H. per le sue osservazioni. Ma
parlai di Anna nei toni pi elevati, e H. sarebbe stato un imbecille a non accorgersi che la amavo. Fu
uno strano momento quello in cui H. mi obblig ad erigermi a paladino di Anna, perch pochi giorni
dopo il mio arrivo a Strasburgo avevo ricevuto un telegramma e una lettera con cui lei mi dava
freddamente il benservito. Dopo due mesi, poco pi, finiva per lei un rapporto che doveva
perseguitarmi ancora per anni. Non mi faceva rimproveri, non dava spiegazioni. La lettera fatale
cominciava con questa frase: Credo, M., di non amarti. Anna mi aveva dato un nome irlandese che
ora suonava irreale come le lettere in cui prima aveva protestato il suo amore. E adesso veniva H.,
ignaro della disgrazia che mi aveva colpito e che lui stesso aveva provocato - io ritenevo infatti che
fosse stato il mio viaggio a Strasburgo a disilludere Anna sul mio conto -, adesso veniva H. e faceva del
suo meglio per distruggere con ogni frase limmagine di lei. Era evidente il piacere che provava in
quella perfida impresa. Ogni volta lui diceva di Anna cose peggiori, e pi di una volta io pensai che
aspettasse solo di dirne altre e ancora pi cattive.
Ci vedevamo brevemente tra le prove e i concerti, mentre H. trangugiava caviale e crostini al
Broglie, oppure pi a lungo nel suo albergo, a tarda notte, quando la cerchia pi ristretta era radunata a
scambiarsi malignit. Ma H. preferiva sparlare di Anna quando era solo con me. Alla fine, ma non era
passato molto tempo, venne una sua diffida vera e propria:  Non metta le mani in questa faccenda, non
fa per lei, lei  troppo ingenuo e inesperto . Ogni frase era unoffesa, e io fremevo, ma ancora di pi
mi feriva ogni offesa rivolta ad Anna. H. se ne accorse, e quando torn alla carica sulla strana andatura
di Anna, tir fuori una storia cos abominevole che ancora oggi non so decidermi a riferirla. Io lo fissai
inorridito, ma anche con aria interrogativa, come se non avessi afferrato. Lui non volle rinunciare al
piacere di ripetere la frase.  Ma perch, perch?  domandai, ed ero talmente sbigottito che non mi
scagliai subito contro di lui. Con le sue affermazioni mostruose H. colpiva non tanto Anna quanto se
stesso. Cap di avere esagerato, di essersi spinto troppo oltre.  Adesso, per favore, non si agiti tanto
per cos poco. Ci sono pi cose tra il cielo e la terra di quante lei ne possa immaginare .
Non domandai come fosse venuto a conoscenza di tutto ci. Sapevo che mentiva, e sapevo
anche perch. Mi ricordai del gesto con cui Anna aveva spinto via quella lettera, dicendo: Non c
niente di interessante. H. le era indifferente. Lei lo aveva sempre spinto via, come aveva fatto con la
lettera in mia presenza. Anna non provava alcun interesse per lui, neanche per il musicista, figuriamoci
per luomo. Cerano direttori dorchestra che la interessavano, con i quali aveva rapporti, e come figlia
di suo padre aveva qualche titolo per giudicare se un direttore era bravo. Per lei H. poteva dirigere una
banda militare o poco pi, il suo aspetto e i suoi atteggiamenti gli giocavano un brutto scherzo. Proprio
lui, che si dava tanto da fare per scoprire musica nuova e difficile, veniva retrocesso all'ultimo posto,
dietro coloro che si sarebbero ben guardati anche solo dal toccare un brano di musica moderna,
inconsueta. Il rifiuto di Anna lo feriva in modo particolare. H. tentava di prendere piede a Vienna, ma
non contava nulla agli occhi della madre, che era un personaggio molto influente. Per lui, quindi,
sarebbe stato tanto pi importante contare qualcosa agli occhi della figlia. E poich lei, la figlia di
Mahler, non voleva saperne, H. non poteva fare a meno di coprirla dei peggiori insulti.
Mi trovavo improvvisamente in una situazione tesa fino al punto di rottura. Se non mi fossi
tanto appassionato alla vita di Strasburgo, alla storia letteraria della citt e anche alla nutrita schiera di
eccentriche figure di musicisti che avevo conosciuto tutte insieme in pochi giorni, se non fosse stato per
questo, non so se avrei trovato la forza di rimanere. Era la caduta da un cielo luminoso in cui ero stato
innalzato. Una donna che ammiravo e veneravo, che trovavo bella e nella quale vedevo perpetuarsi la
forza creativa di un grande uomo, mi aveva accolto nel suo mondo, aveva letto il mio romanzo e
laveva giudicato degno della sua affettuosa attenzione. Il romanzo non era neppure stato pubblicato e
solo pochi ne conoscevano lesistenza. Pochi sapevano anche del dramma che avevo letto al direttore
dorchestra e che mi aveva fruttato un suo invito al convegno dei musicisti nuovi. Dovevo quellinvito
al mio dramma e dovevo lamore di Anna al romanzo. Subito dopo il mio arrivo a Strasburgo ero salito
sulla piattaforma dove Goethe aveva atteso la venuta di Lenz. Ero stato lass davanti alla lastra sulla
quale avevano iscritto i loro nomi. Nella citt vecchia, ai piedi della cattedrale, ero stato accolto in una
delle case pi belle, ammesso nella stanza in cui, a quel che si diceva, Goethe aveva fatto visita a
Herder malato.
Forse il fatto che il mio senso di felicit si fosse stranamente impregnato della profonda
devozione verso quei grandi spiriti vissuti a Strasburgo avrebbe portato a una hybris pericolosa. Forse,
esaltato dallatmosfera della stanza, del tempio, in cui dovevo dormire, avrei concepito propositi nuovi
e smisurati, avrei abbandonato il compito vero e difficile che mi ero assegnato. Ma la fortuna volle che
fossi preso di mira dalla sfortuna proprio al momento giusto. Tre giorni dopo il mio arrivo trovai alla
segreteria del Conservatorio la lettera e il telegramma di Anna. In mezzo al tumulto infernale delle
prove, tra cento occhi, lessi quelle parole fredde come il ghiaccio. Anna non mi rimproverava niente,
ma non sentiva pi niente per me e dichiarava senza ritegno e senza riguardo che le erano piaciute
soltanto le mie lettere, non chi le scriveva. Adesso non parlava con nessuno, era ritornata al suo
pianoforte e suonava solo per s. E bench nella lettera non vi fosse nessuna sfumatura emotiva,
tuttavia si avvertiva una tristezza - molto contenuta - per la delusione sofferta. Anna si augurava di
ricevere le mie lettere anche in futuro, ma senza promettere che avrebbero avuto una risposta. Io non
contavo pi, ero stato deposto sulla terra, ma mi restava la facolt di raggiungere il cielo di Anna con le
lettere, soltanto con le lettere. Cera un che di sovrano nel modo in cui Anna trattava il suo prossimo,
come se esercitasse un diritto naturale, il diritto di innalzare e di destituire, senza spiegazioni e senza
cautele, come se la persona colpita pi duramente dovesse ancora esserle grata perch il colpo veniva
da lei.
Il senso di annientamento che si diffuse in me fu tuttavia bilanciato dal duello cavalleresco che
negli stessi giorni dovevo sostenere per Anna. Di tanto in tanto H. cercava di buttarla ancora pi in
basso, di scalzarla dal suo piedistallo, e ci che riusciva pi insopportabile era il fatto che quelle
contumelie erano intrise di una strana specie di libidine che doveva eccitare la mia gelosia. Lui stesso
agiva per gelosia e commetteva lerrore di attribuire a me una fortuna che non avevo pi, perch io ero
stato buttato a terra. Respingevo tutti i suoi attacchi, gli ricacciavo in gola a una a una le sue volgarit,
ero caparbio come lui, anche se del mio veleno ero assai meno sicuro che lui del suo. Allinizio ero
ancora prudente per non esporre Anna e me, noi due - come se esistesse ancora un noi due - al
ludibrio di H. Ma poi, con laggravarsi della tensione, quando le offese di H. non ebbero pi limiti,
lasciai cadere ogni ritegno e parlai di Anna come nelle lettere che le avevo scritto e che ora non dovevo
pi scriverle. Nella lotta contro la perfidia di H. tutto ci che vi era stato tra Anna e me - o avevo
creduto che vi fosse - rimase intatto e ben saldo. Io non potevo lamentarmi, non potevo dirgli la nuova
verit, ma proclamavo la vecchia verit con tale veemenza e convinzione che alla fine lui restava
interdetto e ammutoliva, pieno di rabbia, davanti alla mia incrollabile fede.
Poich H. parlava solamente in pubblico o in funzione del pubblico, le molte persone che lo
attorniavano e formavano la sua corte non potevano non meravigliarsi se qualche volta lui voleva
appartarsi con me, sia pure per poco. Ogni volta H. annunciava expressis verbis quei nostri incontri a
quattrocchi.  Devo parlare con C.  diceva. Il tono faceva pensare a una questione importante, ma
quei pochi minuti strappati alla sua frenetica attivit erano poi dedicati esclusivamente alle discussioni
su Anna. Senza dubbio H. si godeva i miei impetuosi contrattacchi, perch non prendevano mai di mira
la sua persona ma erano vere e proprie apologie di Anna e contrastavano a tal segno con le sue oscene
calunnie che lui stesso, H., ne aveva bisogno. Non poteva farne a meno, aveva bisogno di quelle
calunnie e delle mie apologie, e forse anchio - ma solo adesso me ne rendo conto - avevo bisogno delle
une e delle altre per uscire dalla pena e dallumiliazione che provavo a causa di Anna.
Gli altri, non avendo la minima idea del vero tema dei nostri colloqui, avevano limpressione
che H. si consultasse con me su certe questioni, come se tra me e lui esistesse un rapporto di fiducia, un
rapporto indispensabile per lintensa attivit che H. doveva svolgere durante quelle settimane musicali.
Era della stessa opinione anche Gustel, che a modo suo doveva sorvegliare il marito. H. laveva
richiamata spergiurando che non poteva vivere senza di lei, e per convincerla della sua importanza, per
invogliarla ad assumere la sua nuova funzione, le aveva promesso la pi assoluta sincerit. Gustel
aveva il dovere di vigilare perch lui non fosse attirato in nuove complicazioni. Era ancora fresca la
crisi seguita alla fuga di Carola Neher, che lo aveva piantato nel modo pi ignominioso e senza nessuna
circostanza attenuante. Era la prima volta che una storia di donne - o per meglio dire: una sconfitta di
fronte a una donna - lo privava della capacit di lavorare, e lui, limperturbabile H., era rimasto
talmente turbato da cercare rifugio in Gustel, la prima moglie, la moglie degli anni oscuri. Era sincero e
non la ingannava nellaffidarle il nuovo incarico di vigilare su di lui affinch nessuna donna potesse
nuocergli.
Gustel aveva dunque il diritto di scoprire, anche per fare una prova, quali fossero gli argomenti
delle conversazioni confidenziali tra H. e me. Cominci quindi a farsi sotto, e per guadagnarsi la mia
amicizia, e forse anche il mio aiuto, arriv perfino a parlarmi di s, lei che era cos ruvida e chiusa. La
condotta di H. le causava indicibili sofferenze ogni volta che una donna collaborava con lui, e al
convegno partecipavano anche molte musiciste: alcune cantanti, tra le quali una oltremodo seducente,
disinvolta e pronta a tutto, ma anche una meravigliosa violinista che H. conosceva gi da Vienna, una
creatura infantile che incantava tutti con loriginalit delle sue espressioni, con una naturalezza che era
per spiritualizzata e non priva di pretese. Questa violinista veniva da una famiglia di grande cultura
musicale che le aveva dato anche, tra gli altri, il nome di Amadea in onore di Mozart. Del resto era
degna di quel nome, perch in lei tutto era musica, ogni fibra e ogni respiro. In lei era natura ci che un
uomo come H. si era dovuto conquistare a prezzo di fatiche sovrumane. I tempi che doveva seguire
rientravano in una forma di obbedienza: le partiture erano prescrizioni nel pieno senso della parola.
Direttore dorchestra e partitura erano per lei una cosa sola e inscindibile, e ogni ordine del direttore,
qualunque ordine, era una continuazione, unestensione della partitura. Avrebbe dato la vita per una
partitura, e naturalmente anche per colui che ne era padrone e signore. Amadea - la chiamo col secondo
dei suoi nomi, quello mozartiano, che in verit veniva usato solo in forma abbreviata - non faceva
alcuna differenza tra i signori della musica di allora, mentre faceva molta differenza tra le opere in s e
aveva in proposito idee e convinzioni ben radicate. Le sue capacit non erano solo di natura tecnica,
sintendeva di Bach, che forse era il Giove del suo Olimpo, sintendeva di Mozart, ma anche di novit
assolute, davanti alle quali il colto pubblico viennese inorridiva come davanti al demonio. Fu tra i primi
a suonare musiche di Alban Berg e Anton von Webern, e fu chiamata perfino a Londra per la loro
esecuzione. Era per docilissima alle istruzioni dei veri usufruttuari di tutte le opere, i direttori
dorchestra: non si piegava alle loro persone, perch di queste non sapeva niente, bens ai loro
consapevoli ordini di potenti della musica. A Vienna aveva gi collaborato con H., e a Strasburgo
accettava che lui la convocasse per le prove alle sei del mattino; ed essendo una creatura assolutamente
limpida e aperta, non sapeva nascondere la sudditanza che la legava a lui fino a fame il vero oggetto
della gelosa sorveglianza di Gustel.
Io non mintendevo molto di musica. Non me nero mai occupato dal punto di vista teorico. Ero
un ascoltatore volonteroso, ma non avevo nessun metro per giudicare. Mi lasciavo impressionare dalle
cose pi disparate, da Satie e da Strawinsky, da Bartk e da Alban Berg, ma senza una reale
conoscenza, in un modo che non mi sarei mai permesso nelle cose letterarie.
Tanto pi importante era per me osservare attentamente le persone nella molteplicit delle
reazioni che si manifestano tra loro in simili circostanze. Ne ricavai esperienze incancellabili. Per la
maggior parte si trattava di persone che non ho pi visto, e tuttavia le ho ancora davanti agli occhi,
chiare e nette, a cinquantanni di distanza: mi piacerebbe poter dire oggi a ciascuna di esse
limpressione che mi diede allora. Ma loggetto principale delle mie osservazioni nei giorni del
convegno era colui che laveva indetto, luomo che ne era lartefice e il cuore. Fu uno studio
meticoloso e spietato, proprio come era lui. Non mi lasciavo sfuggire una parola, non un gesto, non un
silenzio. Finalmente avevo davanti a me, allo stato puro e a portata di mano, ci che volevo capire e
rappresentare: un uomo di potere.13
Dopo il felice esito del convegno, come ultimo atto e come ultima occasione per ritrovarsi tutti
insieme, fu annunciata una festa che doveva aver luogo a Schirmeck nei Vosgi. Pi duno avrebbe
preferito partire prima, ma si voleva anche dare un attestato di gratitudine a H. per il suo straordinario
impegno, e cos quasi tutti rimasero per festeggiarlo.
La festa si tenne in un albergo, ma allaperto. Seduti a lunghi tavoli, ascoltammo parecchi
discorsi. H. mi preg esplicitamente di dire qualche parola sulle mie impressioni: sarebbe stato
interessante, secondo lui, conoscere il parere di un profano, di un letterato. Mi trovai nella scabrosa
situazione di dover dire qualche frase che corrispondesse alla verit senza lasciar trapelare nulla delle
cose pi recondite che avevo scoperto in H. e che del resto non erano ancora mature nemmeno in me
stesso. Mi limitai quindi a descrivere labilit con cui H. riusciva a riunire tante persone, e larte
irresistibile con cui le costringeva a unimpresa comune. Le mie parole dovettero sembrargli troppo
generiche, troppo neutre, lui si aspettava piuttosto un panegirico come quelli che aveva ascoltato da
quasi tutti gli oratori della serata. Verso la fine della festa, quando la parte ufficiale si era conclusa e H.
era ormai in vena di lasciarsi andare, arriv il momento di vendicarsi.
Era stato festeggiato come maestro della bacchetta, e in verit nelle poche settimane del
convegno aveva saputo fare miracoli con i suoi allievi. Ma adesso, dopo aver bevuto la sua parte,
voleva divertirsi. H. si attribuiva un altro magistero del quale nessuno dei presenti aveva mai sentito
parlare, e all'improvviso venne fuori con lidea di leggere la mano a tutti, non a uno, non ad alcuni, ma
a tutti. Disse che gli bastava vedere la mano di una persona per conoscerne il destino, e raccomand di
non far ressa intorno a lui, di presentarsi uno alla volta, magari mettendosi in fila. Cos avvenne.
Dapprima ci fu qualche esitazione, ma non appena H. ebbe cominciato a leggere una mano, circa la
met dei presenti si alz dai lunghi tavoli per mettersi docilmente in fila. H. si concentr su ogni
singolo, dando la precedenza a quelli che aveva pi vicini a tavola. Era molto rapido, come in tutto
quello che faceva, non tratteneva la mano a lungo, una breve occhiata gli bastava; e col piglio risoluto
che gli era abituale pronunciava il verdetto. Si limitava a indicare quanti anni sarebbe vissuto il
soggetto, non sinteressava del resto, delle sue qualit, delle sue prospettive per il futuro: a ciascuno
dettava una determinata et e non spiegava come fosse arrivato a quella cifra. Non parlava pi forte del
solito, solo chi gli stava vicino poteva udire le sue parole.
Dopo la lettura della mano si vedevano visi soddisfatti ma anche visi preoccupati. Poi tutti
tornavano ai loro posti e si sedevano in silenzio. Nessuno discuteva, nessuno domandava al vicino di
ritorno :  Che cosa ha detto? . Ma ci fu un sorprendente cambiamento dumore. La voglia di
scherzare era passata. I fortunati ai quali si annunciava una lunga vita tenevano per s la loro fortuna.
Ma anche gli altri, quelli che secondo H. avevano poco da vivere, si astenevano dal protestare o dal
lamentarsi. Quanto a H., bench sembrasse assorto nellesame delle mani, era ben attento a osservare
chi si faceva avanti e chi no. Le mani appartenevano per lo pi a persone che gli erano indifferenti, e lui
le leggeva solo pro forma. Ma cerano altri che aspettava al varco, e poich io cercavo di tenermi
indietro, cominciai a sentirlo in agguato. Ero seduto abbastanza vicino a lui, di fronte, ma spostato un
po lateralmente, e non accennavo ad alzarmi per mettermi in coda. Tra una mano e laltra H. mi
lanciava rapide occhiate. Poi disse allimprovviso, con una voce acuta e cos forte che fu udito da tutta
la tavolata:  Che cosa le succede, C.? Ha paura? . Io non volevo lasciar credere che temevo il suo
verdetto. Mi alzai e feci qualche passo per mettermi in fondo alla fila.  Ma no, venga qua subito, 
disse lui  altrimenti mi scappa unaltra voltai . Mi avvicinai a malincuore, e fu lunica volta che H.
interruppe lordine della fila. Afferr avidamente la mia mano e dopo avervi gettato a malapena
unocchiata decret: Lei non arriva a trenta . Aggiunse anche una spiegazione, cosa che non aveva
fatto con nessun altro:  La linea della vita si spezza, qui! . Lasci cadere la mia mano come un
oggetto inutile, mi guard con unespressione raggiante e sibil: Io arrivo a ottantaquattro. Sono
appena a met della vita, io. Ho solo quarantadue anni .  E io ne ho ventotto .  Lei non arriva a
trenta, non ci arriva! . Ripet la sentenza e si strinse nelle spalle: Niente da fare. A che cosa
servirebbe?. Con una vita tale non si poteva intraprendere pi nulla. A che potevano servire i due anni
che H. mi assegnava? Due anni erano meno che niente.
Mi ritirai, per H. ero sistemato, ma il gioco non era finito. Tutti dovevano presentarsi al giudice,
di ognuno lui doveva decidere il destino. Quasi con tutti l'operazione andava avanti meccanicamente,
solo perch erano l. Se fossero stati delle mosche non sarebbe cambiato niente. Alcuni tuttavia erano
oggetto di unattenzione speciale. Non sempre capivo perch. Tornai al mio posto, quasi di fronte a H.,
e mi sedetti ad ascoltare. Qualcuno si sottraeva fingendosi ubriaco, e non cera richiamo che potesse
smuoverlo. I pi si presentavano e si sentivano assegnare questo o quel destino. Per quelli che non
erano mai incorsi nellira di H. contrariandolo in qualche modo, decideva il suo capriccio, ed essi
avevano il permesso di arrivare pi o meno allet matura. Nessuno arrivava a ottantaquattro anni. Un
gruppo di individui innocui e malleabili si sent promettere sessanta e pi anni. Ma non erano i suoi
favoriti, perch costoro venivano presi di mira in modo particolare. Era chiaro che H. voleva disporre
di tutti a suo piacimento. Cerano anche alcune donne, ma non se la cavarono meglio degli uomini.
Morivano tutte prima degli uomini ai quali erano legate. Per H. le vedove avevano poca importanza, le
donne cessavano di essere desiderabili se non cera un uomo a cui rubarle. Tranne me, nessuno doveva
morire a trentanni.
1. In tedesco Kant fngt Feuer: era il titolo primitivo del romanzo che Canetti aveva terminato
nel 1931 e che pubblic nel 1935 col titolo Die Blendung ( Labbagliamento ). Per ledizione inglese
del 1946 e per quella italiana del 1967 lautore ritorn al concetto del fuoco scegliendo il titolo Auto da
f. Alla genesi del romanzo Canetti ha dedicato il saggio  Il mio primo libro: Auto da f  nel volume
La coscienza delle parole (Adelphi, Milano, 1984, pp. 327-344). Si veda anche il capitolo finale di II
frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931) (Adelphi, Milano, 1982) (N.d.T.).
2. I due drammi tradotti da Bchner sono Lucrezia Borgia e Maria Tudor (N.d.T.).
3. Per l'amicizia di Canetti con Thomas Marek, un geniale studente di filosofia paralizzato alle
braccia e alle gambe, si veda Il frutto del fuoco, ai capitoli  Lammansimento ,  Il sostegno della
famiglia  e  Passi falsi  (N.d.T.).
4. Johannes Gustav von Allesch (1882-1967), autore di fondamentali studi sulla percezione dei
colori, docente di psicologia in diverse universit tedesche. Musil ide per lui un apparecchio per la
valutazione della sensibilit ai colori. Allesch dedic allamico il saggio  Robert Musil nel movimento
intellettuale del suo tempo  (N.d.T.).
5. Si veda, in La coscienza delle parole, il discorso tenuto da Canetti a Vienna, nel novembre
1936, per il cinquantesimo compleanno di Hermann Broch (N.d.T).
6. Ernst Krenek aveva poco pi di ventanni quando fu invitato, nel 1921, a partecipare al
Festival di Donaueschingen, una delle molte manifestazioni musicali promosse da Hermann Scherchen.
Conobbe il suo pi grande successo nel 1927 con lopera jazz Jonny spielt auf ( Jonny suona per voi
) che venne ben presto presentata in quasi tutta lEuropa. Fu il secondo marito di Anna Mahler, dopo
un oscuro musicista e prima delleditore Paul Zsolnay, del direttore dorchestra Anatole Fistoulari e
dello scrittore e regista Albrecht Joseph (N.d.T.).
7. Il famoso critico era morto nel 1931 a Heidelberg, dove aveva la cattedra di letteratura
tedesca dal 1920 (N.d.T).
8. Nel testo lespressione Drang nach Freiheit si richiama al movimento dello  Sturm und
Drang . Un richiamo analogo si pu trovare nel precedente volume autobiografico di Canetti, Il frutto
del fuoco, dove la seconda parte  intitolata  Sturm und Zwang  ( Tempesta e costrizione ) (N.d.T).
9. Leopold Jessner, il padre, uno dei maggiori registi tedeschi tra le due guerre, era nato a
Knigsberg nel 1878. Emigr in America nel 1933 e mori a Los Angeles nel 1945 (AT.d.T.).
10. La Limburger Chronik di Tileman Elhen abbraccia il periodo dal 1336 al 1398. 
considerata un capolavoro tra le cronache medievali tedesche (N.d.T.).
11. Si veda II frutto del fuoco, cit., p. 58. Gerda Mller (18941951) era famosa come interprete
di personaggi tragici, da Clitennestra alla Pentesilea di Kleist (N.d.T.).
12. Carola Neher (1905-1942) si segnal sulle scene tedesche come interprete di Shaw e di
Brecht, oltre che di Klabund, il suo primo marito. Alla fine del 1931 ottenne a Berlino uno degli ultimi
grandi successi con la prima rappresentazione di Storie del bosco viennese di Odn von Horvth, che
interpret insieme con Peter Lorre, Hans Moser e Paul Hrbiger. Nel 1933 ripar a Mosca, ma fu
arrestata nel 1939 e fucilata tre anni dopo nel campo d'internamento russo di Orenburg (N.d.T.).
13.  Non c alcuna espressione del potere pi evidente dellattivit del direttore dorchestra  :
cos cominciano le pagine che Canetti dedica alla figura del direttore dorchestra in Massa e potere
(trad. di Furio Jesi, Adelphi, Milano, 1981, pp. 478-81) (N.d.T.).
PARTE SECONDA
IL DOTTOR SONNE
Un gemello in dono
In quellanno 1933, sotto limpressione degli avvenimenti in Germania,  nata la Commedia
della vanit. Alla fine di gennaio Hitler era andato al potere. Da quel momento in poi ogni
avvenimento sembr sinistro e carico di oscuri significati. Tutto ti toccava da vicino, di tutto ti sentivi
partecipe come se fossi presente a ogni scena di cui venivi a conoscenza. Nulla era stato previsto, ogni
spiegazione e riflessione, ogni pi ardita profezia sembravano acqua fresca a misurarle con la realt.
Ci che accadeva era inaspettato e nuovo in ogni particolare. La modestia dellapparato concettuale che
serviva da motore contrastava in maniera incredibile con la vastit degli effetti. E bench tutto riuscisse
incredibile, su una cosa non cerano dubbi: che quegli avvenimenti potevano sfociare solo in una
guerra, e non gi in una guerra riluttante e malsicura di s, bens animata da mire superbe e ingorde,
come le guerre bibliche degli Assiri.
Su questo non cerano dubbi, e tuttavia ci si cullava nella speranza che si potesse ancora evitare.
Ma come evitarlo prima di aver capito?
Dal 1925 mi ero imposto il compito di scoprire che cos la massa, e dal 1931 anche quello di
stabilire come il potere sorge dalla massa. Gi durante quegli anni era difficile che passasse un giorno
senza che i miei pensieri si volgessero al fenomeno della massa. Non volevo prendere scorciatoie, non
volevo semplificare le cose, mi sembrava assurdo isolare uno o due aspetti e trascurare cos tutto il
resto. Nessuna meraviglia, quindi, se ancora non avevo fatto molti progressi. Ero sulla traccia di alcune
connessioni: quella tra massa e fuoco, per esempio, o la tendenza della massa a crescere - una propriet
che essa ha in comune col fuoco -; ma quanto pi me ne occupavo tanto pi appariva chiaro che mi ero
accinto a unimpresa che potevo portare a termine solo impegnandovi la parte migliore della mia vita.
Ero pronto ad armarmi della pazienza necessaria, ma gli avvenimenti non erano cos pazienti.
Quando nel 1933 cal sul mondo la grande accelerazione che doveva trascinare tutto con s, io non
avevo ancora nulla da contrapporle sul piano teorico e sentivo il grande bisogno interiore di raffigurare
ci che non capivo.
Gi un anno o due prima, e in origine senza alcuna relazione con gli avvenimenti del tempo, mi
ero messo a lavorare intorno allidea di un divieto contro gli specchi. Quando andavo dal parrucchiere a
farmi tagliare i capelli, era imbarazzante dover guardare sempre la propria immagine davanti a s;
quelluomo dirimpetto, sempre uguale, mi dava un senso di costrizione, di oppressione. Cos i miei
sguardi vagavano a destra e a sinistra, dove sedevano persone che erano affascinate da se stesse. Si
guardavano a fondo, si studiavano, facevano smorfie per arrivare a una migliore conoscenza dei propri
lineamenti, non si stancavano, non sembravano mai sazie di s; e ci che mi stupiva soprattutto era che
non si curavano affatto di chi, come me, le osservava per tutto il tempo, tanto erano impegnate a
occuparsi esclusivamente di se stesse. Erano tutti uomini, giovani e vecchi, rispettabili e meno
rispettabili, cos diversi luno dallaltro che si stentava a crederci, e tuttavia cos simili nel loro
comportamento: ognuno era in adorazione di se stesso, prostrato davanti alla propria immagine.
Ci che mi colpiva in modo particolare era linsaziabilit della contemplazione di s; e una
volta, nel-losservare due esemplari grotteschi, mi domandai che cosa sarebbe avvenuto se
improvvisamente un divieto avesse privato la gente di un momento cos prezioso, il pi prezioso di
tutti. Era possibile imporre un divieto capace di distogliere luomo dalla propria immagine? E quali
altre vie poteva prendere la vanit se si cercava di tagliarle le gambe con la forza? Era un gioco
divertente immaginare le conseguenze di un simile divieto, e per il momento non era impegnativo. Ma
quando si arriv ai roghi dei libri in Germania, quando si vide che razza di divieti venivano emanati e
applicati all'improvviso, con quale imperturbabile pervicacia si poteva impiegarli per la produzione di
masse entusiaste, allora fu come se il fulmine mi avesse colpito, e il divieto contro gli specchi cess di
essere un gioco e divent una cosa seria.
Dimenticai ci che avevo letto sulla massa, dimenticai quel poco che avevo scoperto, mi buttai
tutto dietro le spalle e cominciai da capo, come se per la prima volta mi trovassi di fronte a un
avvenimento di carattere cos generale; e concepii la prima parte della Commedia della vanit, la
grande seduzione. Una trentina di personaggi, tutti viennesi fino alla minima inflessione dei loro
diversissimi modi di parlare, popolano una zona che ha laspetto familiare del Wurstelprater. Ma  un
Prater come nessuno lha ancora mai visto, dominato da un fuoco che continua a crescere durante il
susseguirsi delle scene, attizzato e alimentato dai personaggi dellazione. Come accompagnamento
acustico si ode il tintinnare degli specchi che in baracconi appositamente allestiti sono bersagliati da
una pioggia di palle e ridotti in frantumi. La gente porta con le proprie mani i suoi specchi e ritratti, gli
uni perch siano fracassati, gli altri perch finiscano in cenere. A questo divertimento popolare un
banditore fornisce le parole dordine, e il vocabolo che ricorre pi frequente e pi imperioso nel suo
discorso  Noi!. Le scene sono disposte come a spirale: dapprima scene piuttosto lunghe, in cui
personaggi ed eventi si chiariscono a vicenda, poi sempre pi brevi. Tutto si riferisce sempre pi al
fuoco: prima da lontano, poi sempre pi da vicino, finch un personaggio diventa il fuoco lui stesso
precipitandosi tra le fiamme.
Lossessione di quelle settimane me la sento ancora nelle ossa. Cera un calore dentro di me
come se fossi io stesso il personaggio che diventa fuoco. Ma nonostante la frenesia che mi incalzava
dovevo astenermi da ogni parola imprecisa e soffrivo per il morso che mi stringeva la bocca. Davanti ai
miei occhi, dentro le mie orecchie sorgeva la massa di cui ero ancora lontano dal possedere una chiara
visione. Come il vecchio facchino Franzl Nada crollavo sotto il peso degli specchi. Come Franzi, sua
sorella, venivo arrestato e chiuso in prigione a causa del fratello perduto. Nelle vesti del banditore
Wondrak aizzavo la massa, in quelle di Emilie Fant strillavo crudelmente e ipocritamente invocando il
mio figlio crudele. Mi trasformavo nei personaggi pi abominevoli e cercavo la mia giustificazione in
quelli calpestati, che amavo.
Per me nessuno di quei personaggi  andato perduto. Per me ognuno  rimasto vivo, pi delle
persone che conoscevo a quel tempo. Tutti i fuochi che mi avevano colpito da quando ero bambino
sono confluiti nel fuoco del rogo dei ritratti.
La febbre che avevo in me nello scrivere non mi aveva abbandonato quando partii per
Strasburgo. Mi misi in viaggio mentre stavo ancora lavorando alla prima parte, e lo straordinario  che
le frenetiche settimane del convegno non mi distrassero minimamente dalla commedia. Il progetto era
cos ben definito dentro di me come nessuno degli altri cui mi sono dedicato. Dopo il convegno
trascorsi il mese di settembre a Parigi e ripresi il lavoro esattamente al punto in cui lavevo interrotto a
Vienna. Terminai la prima parte e ne ero come inebriato. Credevo di essere riuscito a fare qualcosa di
nuovo, a rappresentare una massa in forma drammatica, il suo aggregarsi, il suo ingrossarsi, il suo
esplodere. Sempre a Parigi scrissi anche molte scene della seconda parte. Vedevo benissimo tutto il
seguito, perfino la terza parte mi stava sempre chiara davanti agli occhi.
Non ero uno sconftto quando feci ritorno a Vienna. Il freddo diniego di Anna mi aveva colpito,
ma non mi tormentava come forse sarebbe avvenuto in un altro momento. Mi sentivo cos sicuro sotto
lala della commedia che telefonai ad Anna come se non fosse successo niente, e le annunciai una visita
allatelier. Presi - al telefono - un tono freddo e distaccato, e questo le piacque. Lei era davvero fredda e
distaccata. Non sfiorai neanche con una parola ci che era accaduto tra noi, e fu un sollievo per lei,
poich detestava tutte le scene penose, i rimproveri, i rancori, le recriminazioni. Era soddisfatta di aver
seguito il suo impulso pi forte, quello che la spingeva alla libert; ma io accennai alla commedia, della
quale le avevo parlato prima della mia partenza, e sebbene per lei i lavori teatrali contassero poco o
niente riusc a esprimere qualche interesse (sapevo di non dovermi aspettare niente di pi). Da quando
ci conoscevamo, Anna voleva presentarmi il suo giovane maestro, Fritz Wotruba, che per si era
assentato da Vienna prima che io partissi per Strasburgo. Adesso era ritornato, e lei lo avrebbe pregato
di farsi trovare allatelier il giorno della mia visita. Cos avremmo pranzato insieme.
Aveva avuto una buona idea. Era la prima volta che la rivedevo dopo la rottura. Il sentiero in
mezzo al giardino, lo scricchiolio della ghiaia, che mi parve molto pi forte di quanto lo ricordassi, la
serra che le serviva da studio, Anna nello stesso camiciotto azzurro, ma un po spostata rispetto alla
statua, che era al centro. Questa volta Anna non aveva le dita nellargilla, teneva le braccia abbassate e
gli occhi rivolti a un giovane uomo che era inginocchiato davanti alla statua e vi armeggiava intorno
con le dita. Luomo mi volgeva le spalle, e non si alz quando io entrai nellatelier e Anna disse il mio
nome. Non tolse le mani dallargilla e continu a impastarla, gir la testa verso di me restando
inginocchiato e disse con voce profonda e sonante :  Anche lei sta in ginocchio davanti al suo
lavoro?. Era una battuta scherzosa con cui voleva scusarsi per non essere balzato in piedi e non aver
potuto darmi la mano. Ma anche una battuta aveva in lui peso e significato. Il suo  anche  era una
forma di benvenuto. Cos il suo e il mio lavoro erano messi sullo stesso piano, lo  stare in ginocchio 
voleva esprimere una speranza, e cio che anchio, come lui, prendessi sul serio il mio lavoro.
Fu un buon inizio. Di quella prima conversazione mi  rimasta nella memoria soltanto la frase
con cui cominci. Ma vedo ancora Wotruba davanti a me, me lo vedo seduto di fronte, occupato con la
sua costoletta. Anna aveva fatto servire il pranzo per noi ma non vi prendeva parte, restava in piedi,
ogni tanto andava in giro per lo studio e poi si avvicinava di nuovo al tavolo per seguire la
conversazione. Se ne interessava solo a met, il cibo per lei non significava niente, poteva lavorare per
giorni interi senza pensarci. Ma adesso la sua era anche una forma di riguardo, voleva offrirmi qualcosa
ma nello stesso tempo pensava anche a Wotruba, che teneva in grande considerazione per lenergia che
metteva nel lavorare la pietra pi dura, per la sua inflessibile fermezza; perci si era prodigata per lui
ed era diventata la sua prima allieva. Era convinta che quellincontro avrebbe avuto un seguito e ci
lasciava soli a conversare insieme per la prima volta, senza immischiarsi e senza attirare lattenzione su
di s. In quella occasione dimostr molto tatto, perch se si fosse allontanata troppo avremmo avuto la
sensazione di essere come domestici, ai quali si prepara il pasto a un tavolo appartato, nellangolo. Si
dava da fare qua e l nellatelier, ma poi ritornava sempre da noi e seguiva la conversazione in piedi,
come se fosse l per servirci; tuttavia non si tratteneva a lungo, per non disturbare con la sua presenza.
Ancora pochi mesi prima non si sarebbe lasciata sfuggire una sola parola di una simile conversazione,
fosse la prima o anche una successiva. Allora aveva deciso di non trattarmi come una persona
indifferente e si comportava di conseguenza. Adesso che aveva preso la decisione opposta, poteva dar
prova di tatto e lasciare che la conversazione avvenisse in piena libert.
Ma da quando avevamo cominciato a mangiare la conversazione ne soffriva. Mi colpirono
subito le mani di Wotruba, lunghe, nervose, piene di forza ma straordinariamente sensibili, quasi
creature a s, con un proprio linguaggio che io cominciai a seguire pi delle parole: non avevo mai
visto mani cos belle. La sua voce, che mi era piaciuta in quella prima frase, non la udivo pi, per il
momento era come se non dicesse niente, tanto era forte la prima impressione di quelle mani. Forse per
questo ho dimenticato la conversazione. Wotruba era occupato a ritagliare pezzi di carne dai contorni
netti, di forma regolare, quasi quadrata, e li portava alla bocca con un gesto veloce e deciso. Dava
unimpressione di energia pi che di ingordigia, il tagliare sembrava ancora pi importante
dellingoiare, e tuttavia era impensabile che la forchetta si fermasse a met strada, che Wotruba facesse
una domanda o non aprisse la bocca solo perch laltro stava parlando. Il boccone scompariva subito,
inesorabilmente, e gli altri lo seguivano in rapida cadenza.
Le costolette erano filacciose, io mi sforzavo di togliere le parti che mi sembravano
immangiabili, continuavo a trovarne, continuavo a tagliare, e ci che avevo scartato rimaneva nel
piatto. Tutto quel girare, rivoltare, dubitare, quel lavorare di punta e di taglio, quella manifesta
riluttanza a mettere sotto i denti ci che avevo nel piatto, contrastava in maniera cos stridente col
comportamento di Wotruba che a un certo punto lui se ne accorse, nonostante tutta lattenzione
dedicata alla sua costoletta. Rallent un poco i gesti, not lo scempio nel mio piatto: era come se ci
avessero servito cibi totalmente diversi o come se lui e io appartenessimo a due specie differenti. La
conversazione, che gi era stata interrotta dalle compunte operazioni del mio commensale, prese un
altro andamento: Wotruba guardava stupefatto.
Non poteva credere che lindividuo seduto davanti a lui trattasse la carne in maniera cos
indegna. Alla fine mi domand se avevo intenzione di avanzare tutta quella roba. Io borbottai qualche
parola sulla carne filacciosa, ma lui non ci bad granch, lui mangiava anche le filacce, tutto quello che
faceva parte di un boccone ben squadrato. Davanti a una forma cos netta e precisa non cera niente da
ridire. Tutto il mio lavorio gli riusciva disgustoso. Da quel primo incontro Wotruba si fece lidea di
avere a che fare con un pasticcione; e, come seppi poi, la sua impressione la riassunse subito dopo
davanti alla moglie, a casa sua.
Al tempo in cui Fritz Wotruba divent mio grande amico - non tardammo molto a considerarci
fratelli gemelli - la mia consapevolezza di scrittore tocc uno dei punti pi alti. Dopo avere
sperimentato e ammirato laggressivit di Karl Kraus, scoprivo quella dello scultore, il cui lavoro
consisteva nellaggredire quotidianamente la pietra pi dura. Wotruba  stato lessere pi selvaggio che
io abbia conosciuto, qualunque cosa discutessimo o facessimo insieme aveva sempre un carattere
drammatico. Grande era il disprezzo per gli altri, per quelli che se la prendevano comoda, che non
rifuggivano dai compromessi o forse non sapevano neppure che cosa volessero. Come due creature
uniche nel loro genere, ci precipitavamo per le strade di Vienna, e landatura di Wotruba era veramente
un precipitarsi: arrivava rapido e impetuoso, chiedeva o si prendeva quel che voleva, e gi si era
precipitato via, prima ancora che si sapesse se era soddisfatto o no. A me piaceva quel suo modo di
muoversi, che pi duno temeva e tutti ormai conoscevano.
Il luogo in cui sentivo pi forte la mia affinit con Wotruba era il suo atelier. Il municipio di
Vienna gli aveva assegnato due arcate sotto il viadotto della ferrovia urbana. Sotto unarcata - o davanti
a essa, se il tempo era buono - Wotruba si scagliava contro la sua pietra. Quando vi andai la prima
volta, stava lavorando a una figura femminile distesa. Colpiva duro e faceva capire quanto fosse
importante per lui la durezza della pietra; saltava improvvisamente da un punto della figura a un altro,
ben distante dal primo, e vi applicava lo scalpello con rinnovato furore. Era chiaro quanto fosse
essenziale nel suo lavoro la parte delle mani, in che misura lesito dipendesse dalle mani, e tuttavia si
aveva limpressione che egli addentasse la pietra. Una pantera nera, questo fu leffetto che mi fece, una
pantera che si nutrisse di pietra. Wotruba lacerava la pietra e vi affondava i denti. Non si sapeva mai in
che punto avrebbe lanciato il suo prossimo assalto. Erano soprattutto quei balzi a far pensare a un
felino, ma non avvenivano da una distanza qualsiasi, bens da un punto allaltro della statua. Su ogni
punto Wotruba si avventava con unenergia concentrata, e la forza con cui aggrediva si sprigionava in
un certo senso l dove il balzo finiva.
Il giorno della mia prima visita al suo studio - Wotruba lavorava alla statua sepolcrale per la
cantante Selma Kurz - i suoi balzi venivano dallalto, e forse per questo mi venne fatto di pensare a una
pantera che da un albero piomba sulla vittima. Era come se Wotruba dilaniasse la vittima - ma che
senso pu avere un  dilaniare  quando lazione si esercita sul granito? Nonostante la cupa
concentrazione di Wotruba, era impossibile dimenticare anche solo per un istante la materia con cui si
batteva. Mi trattenni a lungo a osservarlo. Non sorrise una sola volta. Sapeva di essere osservato, ma
non diede alcun segno di compiacenza. Era unoperazione mortalmente seria, quella che si compiva
nella pietra. Compresi che Wotruba si presentava quale realmente era. La sua natura era cos forte che
aveva voluto scegliersi limpegno pi difficile. Per lui durezza e difficolt coincidevano. Quando si
ritraeva con un balzo improvviso, sembrava che lo facesse per sottrarsi ai colpi con cui la pietra
avrebbe risposto. Era un omicidio, quello che interpretava davanti a te. Mi ci volle del tempo per capire
che lui doveva uccidere. E non era un omicidio nascosto, un omicidio che lasciasse dietro di s tracce
pressoch invisibili: Wotruba lo consumava a poco a poco, insistendo fino a che lomicidio rimanesse
come monumento. Di solito lavorava in solitudine, ma sentiva anche il bisogno di avere ogni tanto
degli spettatori, senza per questo cambiare, rimanendo se stesso in tutto e per tutto, non attore, ma
autore. Voleva qualcuno che comprendesse quanto faceva sul serio. Se larte  stata definita
innumerevoli volte come un gioco, la sua non lo era affatto. Con le sue imprese avrebbe popolato la
citt e il mondo. Ero andato allatelier pensando anchio secondo lopinione corrente, che a lui stesse a
cuore la durata della pietra, lintegrit e la sopravvivenza delle sue creature. Ma quando potei assistere
a come procedeva, a quellinspiegabile combattimento, compresi che ci che contava era la durezza
della pietra e nientaltro. Quello era lavversario con cui doveva battersi. Aveva bisogno di una pietra
come altri di un tozzo di pane. Ma doveva essere il boccone pi duro, e lui era l ad attestare la durezza.
Lo presi sul serio a prima vista. Wotruba era quasi sempre serio. Per lui le parole avevano
sempre un valore, parlava quando voleva qualcosa, e allora le sue parole esigevano, oppure mi parlava
di qualcosa che langustiava, e allora non cerano parole ambigue - com' raro incontrare una persona
le cui parole valgono! Sar stato il mio odio contro ogni forma di mercantilismo a spingermi alla
ricerca di tali parole. Il tira e molla delle parole, labitudine di buttarle fuori per poi riprendersele subito
dopo, i loro labili contorni, il loro trascolorare, il loro dissolversi mentre tuttavia sono ancora l, la loro
frattura prismatica, la loro iridescenza, il loro correre via allavventura prima che esse stesse lo
vogliano, la vilt alla quale vengono piegate, il loro contegno servile - comero stufo di questa
mortificazione delle parole, io che le prendevo tanto sul serio da rifiutarmi perfino di deformarle per
gioco: io le volevo intatte e le volevo in tutta la loro forza. Mi rendevo conto che ognuno le adoperava
a modo suo. La deformazione che non era dovuta a mala fede, che non era fatta per gioco, che
conferiva alla parola proprio laspetto falso che corrispondeva a quello del parlante, la deformazione
che lo metteva a nudo e diventava il parlante stesso - una simile deformazione io la rispettavo e la
lasciavo intatta comera, non avrei osato toccarla, e soprattutto mi ripugnava addirittura lidea di
spiegarla. Ero soggiogato dalla terribile seriet delle parole, che valeva in ogni lingua e aveva il potere
di rendere intangibile ogni lingua.
In Wotruba cera questa terribile seriet delle parole. Il nostro incontro avvenne dopo che per
quasi un anno e mezzo avevo sperimentato lesatto contrario in F., un altro amico. Per F. le parole non
avevano un senso intangibile, ma venivano voltate e rivoltate e servivano alla seduzione. Con lui il
senso era uno e poi un altro, poteva cambiare nel giro di ore, e magari si trattava di cose
apparentemente radicate, di convinzioni. Vedevo come F. assimilava quello che io dicevo, come le mie
parole diventavano sue, talmente sue che io stesso non ne avrei riconosciuto la provenienza. Con lui
poteva succedere che usasse le mie parole per polemizzare ad alta voce con me o anche, il che era
ancor pi singolare, con se stesso. E mi rivolgeva un sorrisetto estasiato quando poteva sorprendermi
con una frase che aveva udito da me il giorno prima, e pretendeva il mio plauso, credendo forse che ci
fosse davvero sorprendente. Ma poich non sapeva essere preciso, cera sempre qualcosa di cambiato,
cos che il mio stesso pensiero, in quella versione, mi irritava. Allora insorgevo, e F. sembrava convinto
che tra noi ci fosse una polemica, opinione contro opinione, mentre in realt unopinione si ribellava
alla propria deformazione, e lui si era fatto bello semplicemente usando con disinvoltura la
deformazione.
Wotruba invece sapeva ci che aveva detto, e non lo dimenticava. Non dimenticava neanche ci
che aveva detto il suo interlocutore. Era come in uno scontro fisico: i due corpi erano sempre l, non
scomparivano, restavano impenetrabili. Potr sembrare incomprensibile se dico che solo conversando
appassionatamente con Wotruba compresi che cos la pietra. Non mi aspettavo di trovare in lui
compassione per gli altri, in lui la bont sarebbe apparsa ridicola. Per lui contavano due cose, soltanto
queste due cose: il potere della pietra e il potere delle parole. In ogni caso si trattava dunque del potere,
ma in una combinazione dei suoi elementi talmente inconsueta che si accettava il tutto come una forza
della natura e si cercava di non esporvisi troppo, come se fosse un uragano.
Il  Nero in piedi 
Nei primi mesi della nostra amicizia non avevo mai visto Marian senza Fritz Wotruba. Insieme
ti piombavano addosso e insieme ti stavano sotto il naso. Poich ogni volta il discorso cadeva subito su
unimpresa che bisognava portare a termine, su un nemico cocciuto che intralciava una certa
commissione, un individuo della Vienna ufficiale contro il quale occorreva far scendere in campo un
altro individuo ben disposto, poich Marian era lariete che a testa bassa si lanciava contro qualsiasi
muraglia, poich doveva riferire per filo e per segno i particolari della sua battaglia e non tralasciava la
pi piccola inezia, Wotruba la lasciava parlare a volont e si limitava ad accompagnarla ogni tanto con
qualche brontolio di approvazione. Ma anche quel poco che Wotruba tirava fuori in tali occasioni aveva
un accento viennese fino allultima virgola, mentre il precipitoso eloquio di Marian, che nessuno e
nulla poteva interrompere, veniva gi a cascata nel tedesco delle persone istruite. Non si avvertiva
laccento renano: bench Marian fosse di Dsseldorf, a giudicare dalla lingua poteva venire da una
qualunque parte della Germania, tranne il Sud. Parlava con monotona insistenza, senza alzare o
abbassare la voce, senza alcuna interpunzione o articolazione del discorso, soprattutto senza pause. Era
una parlantina inesorabile, quando arrivava lei e attaccava era impossibile scapolarsela se prima non
aveva detto tutto, e ogni volta era un resoconto minuziosissimo, uno breve non lha mai sentito nessuno
dalla sua bocca. Non cera scampo, davanti a lei tutti restavano sbigottiti, era come se una pietra ti
fosse finita sopra o tu stesso fossi diventato pietra. E non cera verso di distogliere lorecchio. Di fronte
a quelle raffiche verbali eri costretto a sorbirti ogni frase; anzi -  un particolare che mi riesce chiaro
solo adesso - era una regolare successione di colpi di scalpello che dovevi lasciarti infliggere con
rassegnazione. Eppure io non ero mai la persona da cui Marian voleva ottenere qualcosa a forza, ma
semplicemente lamico al quale faceva la sua relazione. Non oso pensare come doveva sentirsi chi era
veramente oggetto degli attacchi di Marian. Per liberarsi aveva solo una via: concedere ci che Marian
chiedeva per Fritz. Se per caso veniva interrotta, o perch un ufficio chiudeva a una certa ora o perch
la vittima era chiamata da un superiore o doveva rispondere al telefono, lei ritornava alla carica una
volta ancora, e poi ancora e ancora. Nessuna meraviglia se alla fine la spuntava.
Marian, arrivata a Vienna giovanissima, era diventata allieva di Anton Hanak e cos aveva
conosciuto il giovane apprendista Fritz Wotruba, anche lui allievo di Hanak. Da allora era rimasta a
Vienna, senza per assimilare nulla di quellaccento. Bisogna pensare che ogni giorno, per decenni,
ebbe nellorecchio la parlata di Wotruba, il pi autentico dialetto viennese. Lui era fedele, con un
fanatismo di cui non avevo mai visto l'uguale, alla lingua che aveva imparato da bambino sul selciato
di Vienna. Unaltra lingua non la impar mai. In seguito, quando tentava di pronunciare qualche parola
inglese o francese, leffetto era comico: sembrava di sentire un postulante affetto da balbuzie o un
accattone mutilato. Come ogni viennese, sapeva tirar fuori alloccorrenza un corretto tedesco di sapore
ufficioso, e poich era intelligente e scriveva un buon tedesco, allora non cera niente di comico. Ma si
arrendeva cos malvolentieri a questa necessit, doveva compiere un tale sforzo che ne soffrivi con lui e
respiravi di sollievo quando poteva ritornare se stesso e riprendere le sue inflessioni naturali. Marian
non aveva mai preso neanche il pi lieve accento: eppure aveva dedicato la sua vita a Fritz e alla sua
causa, aveva rinunciato molto presto alla scultura per amore di Fritz, non ebbe mai un figlio e parlava
in sua vece, parlava e parlava incessantemente. Tutto ci che sentiva dire da lui, si traduceva subito in
azione. Quando partiva per le sue missioni, non udiva pi nulla, aveva in mente soltanto ci che voleva
ottenere per Fritz. Parlava e parlava, tutto il resto le scivolava addosso senza toccarla. Se lui era
presente, tutte quelle parole non riuscivano - almeno allora - a disturbarlo minimamente. Quando ero
solo con lui, Fritz finiva col dirmi, credo, tutto quello che gli passava per la testa o lo angustiava. Ma
nemmeno una volta lho sentito lamentarsi della loquacit di Marian. Ogni tanto fuggiva, scomparendo
per qualche giorno, e allora Marian era molto in ansia per lui e andava a cercarlo dappertutto, a volte in
mia compagnia. Ma non credo che Fritz cercasse scampo alla parlantina di Marian. La causa era
piuttosto la fama che aveva conquistato cos presto, il mestiere di artista di cui si sentiva prigioniero,
forse addirittura qualcosa di pi profondo, la pietra con cui si batteva e che per lui era una sorta di
prigione. Non cera nulla che temesse pi della prigione, e mai provava una piet cos profonda come
per i felini chiusi dietro le sbarre della gabbia.
Mi invitarono a pranzo nella loro casa della Florianigasse, al numero 31, dove Fritz aveva
sempre abitato, ultimo di una grande famiglia che contava altri sette tra fratelli e sorelle. Adesso vi
abitavano ancora, con lui e Marian, soltanto la vecchia signora Wotruba e la pi giovane delle sorelle.
La madre avrebbe pensato alla cucina in modo che noi tre potessimo starcene in pace a mangiare. Le
avevano gi parlato di me. Era una donna molto curiosa e aveva un temperamento irascibile. Se
qualcosa non le andava a genio faceva volare i piatti, e chi passava l vicino doveva abbassare
fulmineamente la testa per non farsi beccare. Si arrivava alla camera di Fritz e Marian solo
attraversando la cucina. Ma era una bella camera, a sentire la loro descrizione, tutta arredata secondo il
gusto di Marian, ci si poteva star comodi a conversare. Fritz sarebbe venuto a prendermi per non
lasciarmi solo nella traversata della cucina, altrimenti poteva arrivarmi un piatto sulla testa. Domandai
se per caso la mia presenza era sgradita a sua madre. Tuttaltro, disse Fritz, ne  felicissima, per questo
prepara lei stessa le costolette, ed  anche una brava cuoca. S, ma allora perch tira i piatti in testa alla
gente? Non si pu mai sapere, disse lui, succede senza una ragione,  un ghiribizzo, un accesso dira.
Per esempio, se lui ritarda per il pranzo. Quando  al lavoro, l sotto il viadotto, non pensa ad altro e
pu succedergli di rincasare due ore pi tardi del previsto. Allora volano i piatti, ma lui non si  lasciato
mai beccare. Lui ci ha fatto labitudine, sua madre ha un gran temperamento,  una ungherese, viene
dalla campagna,  arrivata a Vienna facendo tutta la strada a piedi, allora era una ragazzina, poi  stata
a servizio in ottime case. Con i suoi padroni ha dovuto frenarsi, tutto il suo temperamento lha messo
da parte per gli otto figli. Con loro non ha mai avuto la vita facile, con loro ha dovuto sfogarsi.  E se
arriviamo tardi ci dar una strigliata, non  che tiri sempre i piatti .
Dunque, eravamo daccordo. Fritz insistette per farmi da scorta e si dilung pi del solito. Lui,
cos imperturbabile, cos pronto a far mostra della sua forza, appariva preoccupato e sprecava un
mucchio di parole. Aveva molto rispetto per sua madre e la stimava proprio per le ragioni che lo
inducevano a mettermi in guardia. Ebbi la sensazione che volesse far colpo su di me col ritratto che
tracciava di sua madre. A guardarla sembra una donna deperita, diceva Fritz, ma lapparenza inganna, 
un fascio di nervi, una pelle dura, capace di tener testa a chiunque. Chi ha preso un ceffone da quelle
mani non se lo dimentica. Il fazzoletto in testa lo porta sempre, come le contadine in Ungheria. Non 
mai cambiata, dopo tanti anni che abita a Vienna  rimasta la stessa. Non  orgogliosa del suo Fritz?
Non si pu mai dire, non lo lascia mica vedere, davanti a un ospite soprattutto. Uno scrittore in visita,
questo fa gi colpo su di lei. S, perch legge volentieri, i libri le piacciono; ma sar meglio stare
attenti.
Fritz venne a prendermi in ritardo, quasi unora dopo. Io ero inquieto, dopo tutto quello che mi
aveva detto. Sembrava che si fosse dimenticato del pericolo di uno scontro con sua madre.  Oggi si
mette male,  disse quando finalmente spunt  dobbiamo correre . Non si scusava mai per un ritardo,
ma quella volta almeno avrebbe potuto darne una spiegazione. Io ero stizzito e mi sentivo volare il
piatto sulla testa gi molto prima che svoltassimo nella Florianigasse. Quando entrammo nella cucina,
Fritz alz ancora una volta il dito in segno di avvertimento. Sua madre era in piedi davanti al focolare:
vidi prima il fazzoletto che le copriva la testa, poi la figura piccola e un po curva. Rimase zitta, non si
gir nemmeno. Il figlio storse la bocca con aria preoccupata e mi bisbigli:  Ehi, attenzione! .
Dovevamo attraversare la cucina per arrivare allingresso della stanza. Fritz si chin e con uno spintone
mi costrinse ad abbassarmi. Eravamo sulla soglia della stanza quando arriv il piatto, ben mirato alla
testa di Fritz ma troppo alto. Poi la donna si asciug le mani nel grembiule e venne verso di noi.  Con
quello non ci parlo  disse a voce alta, con accento ungherese, e mi diede il benvenuto nella maniera
pi cordiale.  Lo fa apposta,  aggiunse  si diverte a fare arrabbiare sua madre . Sapeva che Fritz
sarebbe arrivato anche pi tardi del solito perch lei facesse il suo numero; e lei, proprio per questo,
aveva tardato a preparare le costolette: non erano ancora ben asciutte, tanto peggio per noi.
Nella stanza splendevano la lastra di cristallo del tavolo e i tubi dacciaio delle sedie, una
modernit un po programmatica che corrispondeva alle idee di Marian pi che alla sua persona. Alle
pareti bianche erano appesi quadri di Merkel e di Dobrowsky, doni dei due artisti al giovane scultore
che incarnava lavanguardia della Sezession e ne era il membro pi giovane e pi contestato. Lassenza
di oggetti superflui faceva risaltare ancora di pi i quadri, e io fui attirato in particolare dai paesaggi
arcadici di Merkel, che gi in passato mi avevano colpito. Tra la stanza e la cucina non cera una porta
di comunicazione ma solo il vano aperto. La madre di Fritz, senza entrare nella stanza, udiva ogni
parola dalla cucina e partecipava intensamente, se non altro con gli orecchi, alla conversazione. I piatti
venivano fatti passare da una finestrella che serviva appunto per i pasti. Marian andava a prenderli e li
posava sulla lastra di cristallo. Ed ecco arrivare le gigantesche costolette che formavano tutto il nostro
pranzo. Wotruba assicur che la carne non era filacciosa, tuttaltro: perci avrei fatto meglio a non
lavorare troppo di coltello, come quella volta da Anna, se non volevo che sua madre si offendesse. Poi
si curv sulla costoletta e cominci a mangiare i suoi grossi bocconi quadrati, senza dire una parola.
Non tolse gli occhi dal piatto neanche una volta, e finch non lebbe vuotato non partecip
minimamente alla conversazione : n una sillaba n un gesto.
Marian sosteneva la conversazione da sola. Prima si dilung sulla colpa di cui mi ero macchiato
nellatelier di Anna, quando avevo tagliuzzato la carne e poi lavevo lasciata l e il piatto era tutto pieno
di scarti, uno spettacolo che Fritz non aveva mai visto in vita sua.  Dalla Mahler cera un cane nervoso
 le aveva detto appena ritornato a casa; e poi le aveva spiegato che cosa avevo combinato con la carne.
Da allora si era continuato a parlarne a tavola ogni giorno, Fritz le aveva messo addosso una grande
curiosit; erano arrivati alla conclusione che io non ero soltanto un nemico della carne filacciosa ma
della carne in generale; e adesso si vedr se  proprio vero. Ma lei aveva notato subito che non era vero,
l da loro, e non appena ebbi finito la mia costoletta me ne trovai nel piatto una seconda, altrettanto
gigantesca, senza che nessuno mi avesse chiesto niente. Marian si scus spiegando che non cera quasi
altro, specialmente col dessert le cose andavano male, Fritz non tocca il formaggio, non mangia pi
formaggio da quando era bambino, e neanche la frutta conservata, perch non pu soffrire che si faccia
a pezzetti la frutta. Nel sentire queste notizie io guardai Fritz con aria dubitosa, e lui emise un grugnito
a mo di conferma, non cera verso di cavarne una parola fintanto che aveva un po di carne nel piatto.
A me interessava ormai tutto ci che lo riguardava, perfino i particolari della sua vita fisica. In altre
circostanze sarei scappato per non ascoltare discorsi simili, e invece ero tutto orecchi, come se si
parlasse della sua scultura. Dalla cucina arriv la voce della madre :  Ma lui mangia o siamo daccapo
con le sue porcherie? . Anche lei era informata di quello che era avvenuto al nostro primo incontro.
Marian port via il mio piatto vuoto per testimoniare di persona che avevo mangiato tutto, e subito mi
fu servita una terza costoletta, che per rifiutai profondendomi in parole di lode per le prime due.
Quando ebbe finito, Fritz ritrov la voce, e allora venni a sapere cose interessanti. Gli domandai
se aveva cominciato subito con le pietre: le sue mani non erano minimamente segnate. Ho gi detto
quanto erano cariche di sensibilit. Il loro contatto, quando ci salutavamo, non mi riusciva mai
indifferente. In tutti i decenni della nostra amicizia ho sempre avuto la sensazione che fossero ogni
volta mani nuove, ma allinizio destarono in me il ricordo di due mani diverse che si trovavano
insieme, molto vicine, in uno stesso dipinto, ciascuna cos eloquente che nessuna aveva il sopravvento
sullaltra. Pensavo al dito di Dio nella scena della creazione di Adamo, nella Cappella Sistina, e non
saprei spiegare questo accostamento, perch da un solo dito la vita fluisce nella mano di Adamo,
mentre nel mio caso mi veniva offerta una mano intera; ma devessere che io sentivo la forza della vita
che da quel dito si trasmette nelluomo futuro. Pensavo anche ad Adamo, alla sua mano intera.
Le pietre, disse Fritz, erano arrivate abbastanza presto, ma non aveva cominciato con le pietre.
Era ancora molto piccolo, neanche sei anni, quando aveva grattato via lo stucco di una finestra per
modellarlo. I vetri si erano allentati, uno era caduto finendo in pezzi. Lavevano picchiato per questo.
Lui lo aveva fatto unaltra volta, cera soltanto lo stucco, doveva pur modellare qualcosa. Era pi
diffcile mettere le mani su un pezzo di pane, erano otto figli, lo stucco delle finestre si plasmava
meglio del pane, e lui fu picchiato unaltra volta, ma dalla madre, una cosa da niente in confronto alle
botte del padre.
Il padre agguantava i fratelli maggiori e li picchiava cos forte che alia fine erano diventati dei
delinquenti. Ma questo venni a saperlo solo in seguito. Fritz parlava raramente del padre, che era odiato
da tutti i fratelli, e quella volta, con la madre che poteva ascoltare dalla cucina, non si accenn mai a
lui. Il padre, di origine ceca, lavorante di sartoria, era morto gi da un pezzo. Il fratello maggiore era
stato condannato per un omicidio a scopo di rapina e aveva fatto una pietosa fine a Stein an der Donau.1
Fritz mi confid questa storia solo dopo che eravamo diventati come gemelli. Si portava
addosso il marchio della violenza, ne soffriva, e il suo modo inquietante di battersi con la pietra
cominciai a capirlo quando seppi del destino toccato a quel fratello. La polizia teneva sempre docchio
i ragazzi Wotruba. Fritz, il pi giovane, molto pi giovane dei fratelli ribelli, non poteva affacciarsi
nella Florianigasse senza finire tra le braccia di un poliziotto. Ancora piccolissimo, aveva assistito alle
punizioni inflitte dal padre ai fratelli. Erano vere e proprie esecuzioni, con la cinghia di cuoio e grida
terribili. La spietata severit del padre gli aveva fatto pi impressione di tutte le colpe che i suoi fratelli
potevano aver commesso. Era convinto che il padre avesse avviato i figli alla delinquenza proprio con
quelle punizioni. Ma poich gli restava davanti agli occhi la brutalit del padre, aveva anche il sospetto
che tutto questo si fosse trasmesso dal padre ai figli per via ereditaria.
La paura di quella eredit non doveva pi lasciarlo, fino a diventare un terrore panico del
carcere e a condizionare i suoi rapporti quotidiani con la pietra. La pietra, la pi dura e la pi spessa
delle materie, lo teneva prigioniero, e Fritz la addentava, le si scagliava contro penetrandovi sempre pi
a fondo. Ogni giorno, per molte ore, si batteva con la pietra, e la pietra era diventata cos importante per
lui che non poteva pi farne a meno, cos importante - non come il pane, bens come la carne.  quasi
da non credere, ma lopera di Fritz Wotruba deve molto alla lotta tra il padre e i fratelli, al destino dei
fratelli. Nulla di tutto questo traspare dalla sua scultura,  un legame profondo, cos profondo che 
entrato nellessenza della sua materia. Bisogna conoscere la storia di Wotruba, anche le fughe che non
sono mai mancate nella sua vita, lamore appassionato per i felini prigionieri - nessun essere umano
poteva fargli piet come una tigre in gabbia -, la sua paura di avere figli, perch la follia omicida si
potrebbe ereditare: al posto di un figlio si teneva un gatto. Bisognerebbe sapere tutto questo (e molte
altre cose, a voler essere precisi) per comprendere perch Wotruba dovesse staccarsi e allontanarsi
sempre pi dalla carnalit della pietra, una carnalit che allinizio era presente anche nella sua scultura,
per esempio nel famoso Torso dei primi anni.
A vederlo in quella stanza arredata secondo i canoni del Bauhaus, ma con i quadri arcadici di
Georg Merkel e gli eleganti dipinti di Dobrowsky alle pareti, mentre il resto della casa, specialmente la
cucina, era rimasto come ai tempi del padre violento, con la differenza che il potere era passato alla
madre - ma che cosera il fragoroso lancio dei piatti rispetto alle percosse brutali e interminabili del
padrei -, dopo avere assistito al rabbioso assalto della vecchia contro il ritardatario, alle manovre per
schivare i piatti, dopo tutto questo non potevo immaginare che si trattasse gi di un progresso, di un
incivilimento. Il padre era ormai scomparso, il fratello forse era gi morto in prigione, e adesso, invece,
cera il gioco con la madre, il centro di tutto era la madre, che aveva resistito a tante prove e grazie al
figlio pi giovane poteva vivere una vita diversa, degna di lei, senza nessuna rinuncia allantico
ambiente: ancora la stessa casa, la stessa cucina, ancora il selciato della Florianigasse.
Sotto il viadotto della ferrovia urbana, durante la mia prima visita allatelier, avevo visto la
grande figura eretta di un uomo scolpito nel basalto nero. Nessuna opera di scultori viventi mi aveva
mai fatto tanta impressione. Stavo l davanti e udivo il fragore della ferrovia che passava sopra il
viadotto. Vi rimasi cos a lungo che sentii passare pi di un treno. Nel ricordo non riesco a separare la
statua da quel rumore. Era nata l, tra quei rumori, frutto di un lavoro lungo e molto duro. Cerano da
vedere altre statue, un buon numero, ma non troppe. Latelier non sembrava proprio stipato. Era
costituito da due grandi archi del viadotto ferroviario, e in uno stavano le statue che avrebbero
disturbato Wotruba mentre lavorava nellaltro. Se il tempo non era troppo cattivo, lui preferiva lavorare
allaperto. Allinizio mi ero sentito respinto dallambiente spoglio e dal frastuono dei treni, ma poich
non si vedeva niente di superfluo e ogni cosa aveva un interesse e unimportanza, ci si sentiva presto a
proprio agio e si scopriva che quello era il posto giusto, che non poteva essercene uno pi appropriato.
Ma non mi guardai troppo intorno, sebbene mi premesse dimostrare allartista la mia attenzione,
perch il  Nero in piedi , come lo chiamammo da allora, non allentava la sua presa su di me. Era
come se fossi andato allatelier solo per lui. Tentai di scrollarmelo di dosso, mi aveva reso muto, e io
dovevo pur dire qualcosa. Dovunque mi appostassi, dovunque cercassi di posare gli occhi, era sempre il
 Nero in piedi  a richiamare il mio sguardo, e cos lo osservai da tutti gli angoli immaginabili e gli
resi lomaggio pi grande attraverso il silenzio con cui mi aveva contagiato.
Questa statua  scomparsa. Fu sotterrata durante la guerra, come mi raccont Wotruba, e non fu
pi ritrovata. Aveva suscitato aspre critiche, ed  possibile che lui non volesse pi saperne. Quando
fummo costretti a emigrare e a separarci - lui visse in Svizzera, io in Inghilterra -, Fritz era forse turbato
dal ricordo della passione che avevo concepito per il  Nero in piedi ; e poich durante lesilio aveva
preso altre strade, molto diverse, al suo ritorno a Vienna non voleva pi riallacciarsi a unopera che
aveva fatto a venticinque anni.  vero, quella statua, con tutto ci che io ne dicevo parlando con Fritz,
gli precludeva la strada a cose nuove. Ero ostinato come lui, e con quei discorsi gli riuscivo importuno.
Quando venne a trovarmi a Londra la prima volta dopo la guerra, io mi rifacevo ancora al  Nero in
piedi  come termine di paragone per le sue opere pi recenti, e non gli nascosi la mia delusione. Il suo
periodo veramente nuovo, col quale si riallacciava anche agli esordi - io solo potevo rendermene conto
- arrivando per a risultati di gran lunga superiori, non cominci prima del 1950.  dunque scomparsa
lopera che mi aveva legato a Wotruba, lopera che dallautunno 1933, quando la vidi per la prima
volta, serv a definire lidea che avevo di Wotruba fino al momento in cui, ventun anni dopo, alla fine
del 1954, scrissi su di lui il saggio di cui non vorrei mai pi cambiare una parola.
Oggi so benissimo che cosa ci sarebbe da criticare nel Nero in piedi. Perci posso parlare
soltanto dellesperienza di quel primo giorno.
La figura che ti stava di fronte, tutta nera e in grandezza pi che naturale, teneva una mano, la
sinistra, nascosta dietro la schiena. La parte superiore del braccio si staccava dal corpo in maniera
molto decisa e formava un angolo retto con la parte inferiore. Cos il gomito spiccava netto e potente
dal corpo, quasi si tenesse pronto a ricacciare chiunque si avvicinasse troppo. Il triangolo vuoto tra il
torace e le due parti del braccio, lunico spazio vistosamente vuoto che si notasse in tutta la figura,
aveva qualcosa di minaccioso: faceva subito pensare alla mano invisibile, alla mano di cui avresti
voluto scoprire la sorte. Sentivi che era solo nascosta, non amputata. Ma non osavi cercarla, cedevi a
una sorta di magia che ti proibiva di abbandonare il tuo punto di osservazione. Prima di cominciare la
ricerca, che presto o tardi era inevitabile, ti persuadevi della visibilit dellaltra mano. Nella parte destra
della statua regnava la pace. Il braccio destro era tutto steso lungo il corpo, la mano aperta scendeva fin
quasi allaltezza del ginocchio, sembrava tranquilla e priva di ogni carica ostile. Era cos tranquilla che
ad essa non pensavi affatto, colpito dal modo in cui laltra mano si sottraeva alla vista.
Luovo della testa era posato su un collo robusto che si assottigliava un poco verso lalto
(altrimenti sarebbe risultato pi largo della testa). Il viso era stretto, appiattito in avanti, pi viso che
maschera nonostante la semplificazione dei tratti, scabro e muto, la fessura della bocca ben chiusa, a
negare con energia e con sofferenza ogni confessione. Il torace e il ventre articolati in zone ben
definite, piatti come il viso, dominati da robuste spalle cilindriche; la regione dei ginocchi accentuata
fino a trasformarli quasi in emisferi; i grandi piedi puntati nettamente in avanti, uno vicino allaltro,
ingranditi, come esigeva il peso di quel basalto; il sesso non nascosto e non invadente, quasi sottratto a
una sua precisa raffigurazione.
Ma veniva il momento in cui ti liberavi per andare alla ricerca della mano che si nascondeva. La
trovavi - inaspettatamente - sopra la parte inferiore della schiena: allungata di traverso, enorme, i
polpastrelli sporgenti, sproporzionata anche rispetto alla grande figura; e devo ammettere che rimasi
spaventato dalla violenza di quella mano. Non cera nulla che ne denotasse la cattiveria, ma era capace
di tutto. Ancora oggi sono convinto che la statua era nata in funzione di quella mano e che luomo che
laveva ricavata dal basalto doveva nasconderla a tutti i costi, perch era una mano strapotente; e che la
bocca che non voleva parlare custodiva il segreto della mano, e che il gomito che sporgeva
minacciosamente in fuori ne difendeva laccesso.
Andai al viadotto innumerevoli volte. La mia passione per la statua di basalto divenne il
nocciolo della nostra amicizia. Guardavo la mano di Wotruba, la seguivo nel lavoro e stavo l per ore,
in una tensione non inferiore alla sua. Ma per quanto fossero eccitanti le cose nuove alle quali stava
lavorando, io non mi volgevo mai verso di lui senza prima dimostrare la mia reverenza per il  Nero in
piedi . A volte trovavo la statua gi allaperto, perch in previsione della mia visita era stata spinta
fuori dallarcata per farmi piacere. A volte era messa dietro la porta aperta di una delle arcate, in modo
che restasse isolata, senza altre statue che potevano disturbare leffetto. Della mano non parlavo mai -
di quante altre cose, del resto, non abbiamo mai parlato -, ma Wotruba era troppo intelligente per non
notare che io avevo afferrato qualcosa che lui doveva dire col basalto, qualcosa che lui, nel suo
orgoglio, non voleva dire con le parole. Uno dei suoi fratelli era Caino, lomicida, e per tutta la vita
Fritz si port addosso la paura di dover uccidere a sua volta. Se non lo ha mai fatto, poteva ringraziare
la pietra; e attraverso quella statua, il  Nero in piedi , ha lasciato intendere, almeno ai miei occhi,
quale pericolo lo minacciasse.
In quella figura trovava forse espressione ci che in Wotruba vi era di pi immutabile. Il
linguaggio era unaltra delle cose che in lui non potevano mutare. Le sue parole erano cariche
dellenergia con cui le tratteneva. Non era un uomo taciturno e diceva la sua opinione su molti
argomenti, ma sapeva quel che diceva, da lui non ho mai sentito chiacchiere inutili. Anche quando si
parlava di qualcosa che non gli stava particolarmente a cuore, le sue frasi avevano sempre una
direzione. Se voleva conquistarsi le simpatie di qualcuno, poteva dire cose in cui era abbastanza
evidente un calcolo grossolano; ma allora esagerava smaccatamente, in modo che tutto prendesse il
tono di uno scherzo, sebbene in realt le sue intenzioni fossero molto concrete. Tuttavia era anche
capace di sbarazzarsi di ogni mira e di parlare con una chiarezza e insieme con una forza tali che chi lo
ascoltava non sapeva resistergli e diventava come lui, limpido e forte. Non prendeva mai in prestito un
linguaggio diverso, usava sempre le parole del quartiere di Vienna in cui aveva giocato da bambino con
le pietre del selciato; e si notava, stupefatti, come con quelle parole si potesse dire tutto, letteralmente
tutto. Non era la lingua di Nestroy, grazie alla quale mi ero convinto gi da un pezzo che esisteva un
idioma viennese pieno di incredibili possibilit, un idioma che stimolava le trovate pi fulminee e
incantevoli, tanto comico quanto profondo, inesauribile, cangiante, di unacutezza sublime alla quale
un figlio di questo secolo disgraziato non potr mai avvicinarsi veramente -, la lingua di Wotruba aveva
forse solo un punto in comune con Nestroy: la crudezza, ossia proprio il contrario di quella cosiddetta
dolcezza viennese che  tanto amata e screditata in ogni parte del mondo.
Parlo di Wotruba comera allora, a ventisei anni, quando io lo conobbi, ossessionato dalla
pietra e da propositi che non si potevano scindere dalla pietra, privo di ogni potere, pervaso da
unambizione sul cui senso non aveva mai un attimo di dubbio, sicuro della sua causa come io lo ero
della mia, cos sicuro che lui e io ci sentimmo subito fratelli, senza alcun ritegno, senza esitazioni,
senza vergogna, senza arroganza. Potevamo dirci cose che nessun altro avrebbe capito, perch ci che
dovevamo ancora tenere segreto agli occhi del mondo diventava tra noi la pi naturale delle
confessioni. A me ripugnava la sua crudelt come a lui ripugnava la mia morale, ma eravamo
entrambi cos magnanimi da superare questi ostacoli. Io mi spiegavo la sua crudelt con la durezza del
lavoro in cui era impegnato. Lui vedeva nella mia morale la purezza di un ideale artistico su cui
vegliavo gelosamente, lequivalente della sua ambizione, per la quale nulla era abbastanza elevato.
Quando proclamava il suo odio contro il Kitsch, eravamo un cuore e unanima sola. Per me era come se
parlasse della venalit. Per me era Kitsch tutto ci che si faceva solo per denaro; per lui, tutto ci che
era molle e troppo facile da plasmare. Io ero cresciuto sotto la minaccia del denaro, lui con lincubo
della prigione in cui era finito suo fratello.
Gli diedi da leggere il manoscritto di  Kant prende fuoco . Ne fu conquistato come io lo ero
stato dal  Nero in piedi . Si affezion al personaggio di Fischerle.
Conosceva il mondo in cui viveva Fischerle e conosceva ancor meglio la forza ossessiva di
quellambizione. Non aveva nulla da obiettare alla mancanza di scrupoli del nano scacchista, lui stesso
sarebbe stato pronto a tutto pur di procurarsi una certa pietra. Non trovava esagerato il personaggio di
Therese perch aveva fatto esperienze pi dure. Gli piacevano i contorni netti dei personaggi, e
naturalmente era di suo gusto Benedikt Pfaff, il poliziotto in pensione, ma anche il sinologo asessuato,
e questo mi stup molto, mentre non poteva sopportarne il fratello, lo psichiatra. Mi domand se in
questo caso non avevo commesso un errore, lasciandomi guidare dallaffetto per il minore dei miei
fratelli, del quale gli avevo parlato. Nessun uomo, secondo lui, poteva avere tante pelli: forse avevo
costruito una figura ideale, e ci che uno scrittore fa nei suoi libri, Georges Kien lo faceva nella vita.
Gli piaceva il gorilla, e per contrasto il medico lo riempiva di orrore. In fondo Wotruba vedeva il
gorilla con gli stessi occhi con cui lo vedeva Georges Kien, ma a questultimo non perdonava la
facilit con cui si era convertito. A quel tempo Wotruba era pieno di diffidenza verso ogni tipo di
conversioni, e spiegava che perfino il fabbro Jean, quel vecchio stupido, gli era pi simpatico dello
psichiatra arrivato. Apprezzava molto, come un mio merito, il fatto che alla fine del libro lo psichiatra
faccia fiasco e provochi con un discorso sbagliato la morte del sinologo tra le fiamme. Quel miserevole
fiasco, mi disse una volta Wotruba, lo riconciliava alla fine col personaggio.
Silenzio al Caf Museum
Al Caf Museum, dove andavo ogni giorno da quando abitavo di nuovo in citt, cera un uomo
che mi colpiva perch stava sempre solo e non parlava con nessuno. Il fatto in s non aveva nulla di
eccezionale, cerano altri che andavano al caff per stare soli in mezzo a molta gente, ma l'uomo in
questione si ostinava a nascondersi dietro i suoi giornali. Solo raramente, molto raramente, alzava gli
occhi da dietro i giornali, e allora mi domandavo stupito se quella non era la faccia ben nota di Karl
Kraus. Sapevo che non poteva essere: in quel locale frequentato da pittori, musicisti e letterati Karl
Kraus non avrebbe trovato un attimo di pace, e in ogni caso sarebbe stato in compagnia di altra gente.
Non era Karl Kraus, dunque, e tuttavia sembrava che luomo pensasse solo a nascondersi. Il viso era
molto serio e stava immobile, mentre non avevo mai visto nulla di simile in Karl Kraus. A volte mi
sembrava di cogliere unespressione quasi impercettibile di dolore di cui attribuivo lorigine alla lettura
dei giornali. Mi sorprendevo ad aspettare quasi con ansia i rari istanti in cui quel viso si mostrava.
Spesso interrompevo la lettura del mio giornale per accertarmi che lui fosse ancora immerso nel suo.
Quando entravo al Caf Museum cercavo per prima cosa lo sconosciuto e non tardavo a individuarlo,
bench la faccia restasse invisibile, dalla rigidit con cui il braccio teneva il giornale - un oggetto
pericoloso al quale luomo si aggrappava, qualcosa che avrebbe buttato via volentieri e cui dedicava
tuttavia la massima attenzione. Cercavo di sedermi in modo da tenerlo sempre docchio, possibilmente
di fronte a lui, un po di sbieco Ero in soggezione davanti a quel silenzio, che presto era diventato
importante per me, e non mi sarei mai seduto a un tavolino libero accanto a lui. Anchio ero quasi
sempre solo, ancora non conoscevo nessuno tra gli habitus del locale e tenevo alla mia tranquillit
come lui alla sua. Stavo seduto unora o pi di fronte a lui, di sbieco, sempre aspettando i momenti in
cui gli vedevo la faccia. Le distanze tra noi erano mantenute, io avevo molto rispetto per lui senza
sapere chi fosse, davanti alla sua concentrazione sentivo quasi di trovarmi davvero alla presenza di Karl
Kraus, ma di un Karl Kraus come non lavevo mai conosciuto: con la bocca chiusa.
Era l tutti i giorni. In genere lo trovavo gi seduto quando arrivavo, e non osavo pensare che mi
aspettasse. Se per mi accadeva di non trovarlo, avvertivo un senso di impazienza, come se fossi io ad
aspettarlo. Allora fingevo di sprofondarmi nel giornale, sicuramente non avrei saputo dire che cosa
leggevo, e continuavo a guardare nella direzione della porta dingresso. Lui, poi, arrivava
immancabilmente, alto e magro, rigido e schivo, quasi superbo, come se volesse evitare ogni contatto e
tenere alla larga le creature troppo loquaci. Ricordo ancora il mio stupore la prima volta che lo vidi
camminare: era un po come se cavalcasse verso di me, neanche a cavallo sarebbe potuto stare pi
diritto di cos. Mi ero aspettato un uomo pi piccolo, con la schiena curva, ma era la testa ad avere
quella sbalorditiva somiglianza. Non appena si sedeva al suo posto, ritornava a essere Karl Kraus,
nascosto dietro i giornali ai quali dava la caccia.
Poich non sapevo niente di lui, non avevo niente da dire su di lui.
Per un anno e mezzo lo vidi cos, e divent un pezzo muto della mia vita. Non parlai di lui con
nessuno, non feci mai domande sul suo conto. Se non si fosse fatto vedere, avrei sicuramente finito col
chiedere informazioni al cameriere.
Sentivo gi allora, prima che avvenisse del tutto, che in me si preparava una svolta nei confronti
di Karl Kraus. Non lo vedevo molto volentieri e non andavo pi a tutte le sue serate, ma continuavo a
rispettarlo e certamente non avrei osato contraddirlo. In lui non sopportavo la minima incoerenza, e
anche quando lincoerenza non era proprio evidente avrei preferito che stesse zitto. Cos il suo ritratto,
quello che vedevo ogni giorno al Caf Museum, divent per me una necessit, qualcosa a cui non
potevo pi rinunciare. Era un ritratto, non un sosia, perch quando stava in piedi o camminava non
aveva niente in comune con Karl Kraus, mentre gli somigliava come una goccia dacqua quando stava
seduto e leggeva il giornale. Non scriveva mai, non prendeva appunti. Leggeva e si nascondeva. Non
leggeva mai un libro, e sebbene desse la sensazione di aver letto molto, leggeva soltanto il giornale.
Io avevo labitudine di buttare gi qualche nota al caff, e il pensiero che lui potesse vedermi in
quellatto non mi divertiva affatto. Mi sembrava sconveniente scrivere in sua presenza. Quando alzava
gli occhi fuggevolmente, io lasciavo cadere adagio la matita. Ero sempre sul chi vive, la mia vera
attenzione, la massima attenzione, era rivolta a quel viso che appariva e subito scompariva di nuovo.
Ostentavo unaria innocente che forse lo traeva in inganno. Non credo che mi abbia sorpreso una sola
volta nellatto di scrivere. E tuttavia tendevo a pensare che vedesse tutto quanto, non solo me, che
condannasse ci che vedeva e che perci si ritraesse cos in fretta. Gli attribuivo uneccezionale
capacit di penetrazione, forse perch sapevo che in questo Karl Kraus era un maestro. Gli bastavano
pochi attimi, non si soffermava, e forse - cos speravo - quel che vedeva non era per lui cos importante
: erano le cose essenziali a tenerlo occupato, lo si poteva intuire dal disgusto che il giornale gli
procurava. Gli errori di stampa gli erano diventati indifferenti. Non cantava arie di Offenbach, 2 non
cantava per niente, aveva capito che la sua voce non si prestava al canto. Leggeva anche giornali
stranieri, non solo quelli viennesi, non solo quelli tedeschi. Nel fascio di giornali che il cameriere gli
portava ce nera sempre uno inglese a sovrastare tutti gli altri.
Era meglio che non avesse un nome. Non appena lo avesse avuto, per me non sarebbe pi stato
Karl Kraus, e sarebbe finito quel processo di metamorfosi del granduomo che mi auguravo cos
ardentemente. Solo pi tardi mi resi conto che nel corso di quella silenziosa relazione qualcosa si
scindeva dentro di me. Le forze della venerazione si staccavano a poco a poco da Karl Kraus e si
volgevano verso il suo muto ritratto. Era una profonda trasformazione del mio assetto spirituale, in cui
la venerazione ha sempre avuto una parte centrale; e il fatto che il cambiamento avvenisse nel silenzio
non faceva che aumentarne la portata.
Commedia a Hietzing
Tre mesi dopo il ritorno da Strasburgo e Parigi ero occupato a terminare la Commedia della
vanit. La sicurezza con cui procedevo nella stesura della seconda e della terza parte aveva per me
qualcosa di esaltante. Era un lavoro che non mi causava sofferenza. Non scrivevo contro me stesso, non
mi sentivo imputato in un processo, non cera autodenigrazione. La vanit, che era il tema dominante,
non mi aveva mai dato molte preoccupazioni, potevo guardare il mondo liberamente, senza farmi
scrupoli. Nella seconda parte della commedia, nel modo di elaborare lidea di fondo, quella del divieto
contro gli specchi e contro i ritratti, avevo ceduto allinflusso di un uomo che io consideravo il pi
ricco e il pi stimolante di tutti i commediografi, e che senza dubbio lo era: Aristofane. E il fatto che
ammettessi francamente questo influsso, che non lo nascondessi, nonostante lenorme distanza che
separava me e chiunque altro da Aristofane, era forse il vero elemento liberatorio che mi aiutava nella
stesura.
Perch non basta lammirazione per il passato, il riconoscimento della sua inarrivabile
grandezza. Occorre anche osare qualche salto nella sua direzione e accettare il rischio che questi salti
falliscano e ci coprano di ridicolo. Bisogna solo guardarsi dall 'adoperare quellinarrivabile grandezza
come se ancora andasse del tutto bene per i nostri fini, ma dobbiamo farcene stimolare e infiammare.
Pu anche dipendere da questo modello se io speravo in unimmediata efficacia della
commedia. Lurgenza era grande, gli avvenimenti in Germania incalzavano sempre pi veloci, ma io
non pensavo ancora a una situazione irreversibile. Ci che era tenuto in movimento dalle parole poteva
essere trattenuto dalle parole. Vedevo nella mia commedia, non appena lavessi finita, una legittima
risposta al rogo dei libri. Occorreva dunque metterla in scena, dappertutto, in fretta, ma io non avevo
relazioni nel mondo teatrale. Ero ancora paralizzato dal giudizio di condanna con cui Karl Kraus mi
aveva fatto disprezzare e trascurare il teatro contemporaneo. In verit, nellautunno del 1932 avevo
mandato Nozze alleditore S. Fischer di Berlino, che aveva accolto il dramma nel suo repertorio
teatrale, ma era arrivato troppo tardi e non si poteva pi rappresentarlo. Il lettore della casa editrice, che
a suo tempo si era pronunciato per laccettazione del dramma, aveva dovuto lasciare Berlino e aveva
assunto la direzione della sezione teatrale della casa editrice Zsolnay a Vienna.
Per afferrare il significato della commedia bisognava ascoltarla, perch era tutta costruita su
quelle che io chiamavo maschere acustiche: ogni personaggio prendeva un netto risalto rispetto a tutti
gli altri attraverso la scelta delle parole, laccento, il ritmo, ma nelle opere drammatiche non cera uno
spartito in cui tutto questo potesse essere fissato. Le mie intenzioni potevo chiarirle solo con una lettura
completa del testo. Cos Anna Mahler mi propose di tenere una prima lettura della commedia in casa
Zsolnay, davanti a un piccolo pubblico di persone competenti ed esperte anche nelle cose pratiche del
teatro. Sarebbe stato presente anche quel lettore che conosceva gi Nozze e che a Berlino, senza sapere
niente di me, si era espresso spontaneamente a favore della mia forma di dramma. La proposta di Anna
mi persuadeva, la mia sola preoccupazione era la lunghezza.
 Dura quattro ore,  dicevo io  e non voglio lasciar fuori neanche una scena. Non taglio una
sola battuta. Chi ce la fa a resistere? .
 Bisogna dividere la lettura in due parti di due ore ciascuna,  sugger Anna  e completarla in
due giorni successivi o, se non  possibile, con un intervallo di una settimana tra la prima e la seconda
parte .
Anna non conosceva la commedia, ma dopo la lettura del romanzo, per il quale si era battuta
dappertutto con molta convinzione, era sicura che un testo come quello che le avevo illustrato con tanti
particolari meritava di essere sostenuto. A lei, in realt, i drammi non interessavano, e credo che avesse
unantipatia innata per quella forma letteraria. Ma in questo caso aveva fatto la conoscenza del testo
attraverso il mio racconto, ed era appunto il mio modo di raccontare lunica cosa che le piacesse in me.
La madre di Paul Zsolnay, quella che Anna chiamava zia Andy, era il personaggio principale
della famiglia e aveva un grande ascendente sul figlio. La casa editrice era nata soprattutto per suo
desiderio, espressamente per pubblicare le opere di Franz Werfel, e si era poi assicurata tutta una serie
di autori allora molto considerati, ma anche alcuni veramente buoni, come Heinrich Mann. Anna aveva
dato da leggere alla suocera il manoscritto di  Kant prende fuoco , e  zia Andy , avendo fatto
qualche cattiva esperienza con le donne, ne aveva avuto unimpressione molto favorevole. Era lei la
vera padrona di casa, il palazzo della Maxingstrasse era la sua residenza, anche se gli inviti per la
lettura furono diramati ufficialmente da Anna. Io avevo insistito con Anna perch sua madre, Alma,
non venisse. Anna mi aveva assicurato che non cera alcun pericolo : per Alma Mahler io ero un
perfetto sconosciuto, e in questi casi il pensiero di farsi vedere non la sfiorava nemmeno. Ma al suo
posto sarebbe venuto certamente Werfel. Lui, Werfel, era molto curioso e in passato, quando ancora
lavorava per leditore Kurt Wolff, si era dedicato alla scoperta di giovani talenti.  Non credo che
adesso abbia ancora voglia di scoprire qualcuno  dissi io, senza immaginare che le mie parole
contenevano solo una parte, e quanto piccola, della verit. Per conto mio aspettavo con curiosit la
comparsa di Werfel. Non avevo paura di lui, sebbene i suoi libri non mi piacessero affatto e il nostro
primo incontro al concerto non mi avesse lasciato un ricordo gradevole.
Come ospite di riguardo era invitato Hermann Broch. Da pi di un anno lo consideravo un mio
amico. Mi sembrava di capire che avesse fiducia soprattutto nelle mie qualit di autore teatrale. Dopo il
mio ritorno da Parigi alla fine dellautunno, lavevo presentato ad Anna accompagnandolo allatelier.
Eravamo andati insieme anche da Alma Mahler alla Hohe Warte.  Ehi, Anneri, il nostro Broch ha una
calamit negli occhi  aveva detto Alma in presenza di Broch: voleva dire calamita, e noi tre, Anna,
Broch e io, eravamo rimasti molto imbarazzati per la forma in cui aveva espresso il suo sovrano
compiacimento. In ogni modo sapevo che Broch aveva un sincero interesse a conoscere la commedia
della quale gli avevo parlato tante volte. Dopo limpressione che gli aveva fatto Nozze, non dubitavo
che la commedia gli avrebbe detto qualche cosa. Riponevo in lui grandi speranze. In un ambiente in
cui non contavo nulla e che forse vedeva in me addirittura un perturbatore della quiete, Broch era -
escludendo Anna - il mio unico alleato da prendere sul serio. Per il resto, infatti, era soprattutto la casa
editrice ad essere rappresentata: Paul Zsolnay, che io non stimavo granch, il suo direttore Costa, un
bonvivant dalleterno sorriso, e poi quel direttore della sezione teatrale a cui ho gi accennato.
La lettura ebbe luogo un pomeriggio, davanti a un pubblico molto ridotto, non credo che ci
fosse pi di una dozzina di persone. Ero gi stato qualche volta in visita in quella casa, accolto
benevolmente dalla vecchia signora Zsolnay, che aveva in simpatia gli uomini di lettere ma aveva
dovuto pazientare a lungo fino a che, grazie alla fondazione della casa editrice, intestata al figlio,
avesse la possibilit di fare qualcosa di concreto per loro. Quel pomeriggio, prima della lettura,
avvertivo lincongruenza di quel salotto elegante: la prima parte della commedia si svolgeva in una
specie di parco di divertimenti, tra personaggi grossolani che non avevano peli sulla lingua e dicevano
in faccia tutto quello che avevano da dire. Temevo che latmosfera del salotto mi spingesse a usare mio
malgrado un tono pi sommesso e guardingo di quello adatto ai miei personaggi. Era un pericolo che
dovevo evitare a ogni costo, e perci, prima di cominciare, dissi alla vecchia padrona di casa:   una
specie di commedia popolare, il linguaggio non  troppo raffinato .  Zia Andy  accolse le mie parole
con buona grazia ma lasciando trasparire qualche dubbio. La persona competente per le  commedie
popolari  era un altro beniamino della casa, Carl Zuckmayer,3 che per non era presente; e poich il
concetto stesso di commedia popolare  faceva inevitabilmente pensare a lui, non avrei potuto parlare
pi a sproposito.
In quellambiente mi sentivo un estraneo. Ero troppo inesperto per capire perch mai fossero
venuti ad ascoltarmi. Se lavessi saputo, mi sarei ben guardato dal presentarmi a quel pubblico. Mi
affidavo alle due persone che ritenevo amiche e dal cui aiuto dipendeva tutto: Broch e Anna. Stimavo
lui, amavo lei, e anche se Anna aveva tagliato corto dandomi il benservito, questo non aveva potuto
cambiare nulla nei miei sentimenti per lei. Erano seduti a una certa distanza luno dallaltra, ma in
modo da potersi vedere bene. Il loro consenso mi stava talmente a cuore che li tenevo semre docchio.
Proprio davanti a me era seduto Werfel, in tutta la sua mole, cos che non mi sfuggiva la pi lieve
espressione della sua faccia. Tra me e lui cera la stessa distanza che lo divideva dalla porta da cui era
entrato nel salotto. Come si conveniva al personaggio principale di quella cerchia, era arrivato per
ultimo. Stupiva lattenzione quasi ansiosa con cui tutti gli altri, e soprattutto le persone della casa
editrice, osservavano le reazioni di Werfel. Era entrato nel salotto con un  Salve!  buttato l in tono
di familiarit, come se fosse ancora un bambino, franco, ingenuo, incapace di pensieri cattivi, in
confidenza con Dio come con gli uomini, unanima pia che trovava un posticino nel suo cuore per tutte
le creature. Sebbene non avessi nessunissima simpatia per i suoi libri e piuttosto poca per lui, io fui
tanto candido da prestar fede al suo  Salve!  e da pensare che proprio l, per quella lettura, non
dovevo aspettarmi nessuna ostilit da parte sua.
Cominciai con la battuta del banditore: E noi, e noi, e noi, signori miei! . Fu una partenza a
tutta forza, e fin dal principio la scena del parco dei divertimenti prese un ritmo cos impetuoso che mi
dimenticai completamente del salotto di  zia Andy  e di tutta la casa editrice Zsolnay, che in verit
non potevo sopportare. Leggevo per Anna e per Broch. Immaginavo di leggere per Fritz Wotruba, che
non era presente ma avrebbe apprezzato i miei personaggi. Pensando a lui, prestai un po del suo
accento al banditore: non era proprio la cosa giusta, ma forse mi dava quella protezione particolare di
cui avevo bisogno in un ambiente simile.
Dapprima non badai per nulla a Werfel, ma poi lui stesso si fece notare abbandonandosi a gesti
che non potevano pi sfuggirmi. Ero gi molto avanti nella prima parte della commedia, al punto in cui
prende la parola il predicatore Brosam. La violenza della predica, il suo tono barocco, che come molte
ringhiose invettive della letteratura tedesca si richiama ad Abraham a Sancta Clara, dovette
particolarmente spazientire e stuzzicare Werfel: si batt la mano aperta sulla guancia carnosa, paf!,
come per prendersi a schiaffi, tenne la mano premuta contro la guancia e si guard intorno a sollecitare
aiuti. Io, nelludire quel paf! , avevo puntato gli occhi su di lui. Era l davanti a me, laria afflitta, la
mano incollata alla faccia distorta in una smorfia, fermamente deciso a insistere in quellespressione di
sofferenza. Non mi lasciai distrarre e proseguii la lettura, nonostante la forte irritazione che mi
procurava la prossimit di quella faccia carica di grasso e di sofferenza.
Volsi altrove lo sguardo e cercai Anna, nella speranza di trovare in lei consenso e aiuto. Ma
Anna non mi guardava, non badava a me, i suoi occhi si erano immersi negli occhi di Broch e quelli di
lui negli occhi di lei. Conoscevo quello sguardo: cos, in altri tempi, gli occhi di Anna mi avevano
guardato e, mi sembrava,  mi avevano dato nuova vita. Ma io non avevo occhi con cui ricambiare, e
ci che vedevo adesso mi riusciva nuovo: perch Broch aveva occhi, e dal modo in cui lui e Anna
erano assorti luno nellaltro capii che non mi ascoltavano, che allinfuori di loro non cera nientaltro,
che per essi non esisteva la corsa in folle del mondo che i miei personaggi sonori raffiguravano per
loro: non era necessario denunciare quella corsa a vuoto, loro non se ne sentivano turbati, loro erano
fuori posto in quel salotto come lo ero io con i miei personaggi, dei quali non avrebbero afferrato il
senso neppure in seguito; loro erano sciolti da tutto, assorti luno nellaltro.
Il gioco degli occhi di Anna era cos eloquente che non badai pi a Werfel. Continuai la lettura
e mi dimenticai di lui. Quando lessi le cose terribili con cui si conclude la prima parte della commedia -
una donna si getta nel fuoco ed  salvata allultimo momento -, il gioco degli occhi di Anna, dal quale
non mi ero ancora liberato, si risvegli in me. Io le offrivo loccasione di indirizzarlo verso un altro, e
questaltro era uno scrittore che veneravo e del quale cercavo, con una sorta di fervore e con sforzi che
spesso mi sembravano inutili, di meritarmi la simpatia. Anna aveva larma migliore per conquistarselo.
Io stesso le avevo presentato Broch e adesso ero testimone di ci che doveva accadere. A tutto questo,
al vero avvenimento del futuro immediato, faceva da accompagnamento musicale la commedia in cui
avevo riposto tante speranze.
Dopo la prima parte feci una pausa. Werfel si alz e con aria contegnosa, ma come se avesse
dimenticato la sofferenza di poco prima, riprese la voce bonaria del suo Salve! per dirmi: Lei legge
molto bene! . Non mi sfugg che metteva laccento sulla parola legge e che passava sotto silenzio la
cosa essenziale. Forse intuiva che proprio gli ascoltatori che meno minteressavano erano stati colpiti
dal crescendo delle scene, che si facevano sempre pi brevi a mano a mano che si avvicinava lo
scoppio dellincendio; e proprio per questo riservava a pi tardi un giudizio vero e proprio. Anna
taceva, non aveva udito neanche una parola, aveva altro a cui pensare. I toni volgari della commedia
lavrebbero disgustata in ogni caso, ma in quelle particolari circostanze, con Broch davanti agli occhi,
non aveva tempo da perdere in riflessioni. Anche Broch taceva, e io capii che non era un silenzio che
celasse interesse, e neppure un silenzio benevolo. Mi spaventai: dopo ci che avevo notato, non potevo
aspettarmi nulla da lui, non mi avrebbe aiutato, e tuttavia levidente paralisi in cui era caduto fu per me
un duro colpo. In quella pausa mi sarei certamente dato per vinto se gli altri spettatori, quelli che non
erano miei amici, non avessero insistito perch continuassi la lettura. Una voce disse:  Ma lasciate che
riprenda fiato. Devessere sfinito. Non  mica uno scherzo leggere in quel modo . Era  zia Andy ,
che non temeva di mostrare un po di compassione per il lettore. E pensare che proprio da lei mi ero
aspettato la resistenza pi forte, anzi una spiccata antipatia per quei personaggi popolari, come io
stesso li avevo chiamati. Ma le grida del bambino alla vista del fuoco le avevano strappato una sonora
risata, alla quale si era associato suo figlio, che traeva solo da lei quel poco di vita che aveva in s e
doveva aver ricevuto il segnale della risata come attraverso un cordone ombelicale. Forse era questa
anche la ragione del temporaneo riserbo di Werfel, che con i gesti di poco prima aveva preannunciato
un atteggiamento beffardo.
Cominciai a leggere la seconda parte e sentii subito che latmosfera era molto cambiata. Non
appena arrivai alla scena in cui le tre carissime amiche, la vedova Weihrauch, sorella Luise e la
signorina Mai, si ritrovano nellappartamento dellimballatore Barloch, si cre un contrasto
intollerabile tra la situazione che volevo rappresentare e il salotto del palazzo della Maxingstrasse in
cui eravamo tutti riuniti, il lettore e gli ascoltatori. La scena descriveva una situazione non solo
miserabile, ma odiosa e per di pi immorale, di unimmoralit sconcertante per i viennesi : una moglie
e una quasi moglie nella stessa casa, se pure si poteva chiamarla casa, e inoltre si parlava di due
ragazze che vi convivevano, anche se non apparivano in scena. Le amiche erano appunto in visita dalla
vedova Weihrauch, e il dialogo si soffermava sulle incredibili condizioni di vita in quel tugurio,
denunciate a gran voce dalla vedova; poi arrivava il venditore ambulante con i frammenti di specchi, e
il suo gergo caratteristico, proprio per essere esatto e ben noto ai viennesi, non poteva non fare
scandalo.
Werfel aveva iniziato subito la sua offensiva. Non si prendeva pi a schiaffi, ma si passava sul
viso ora una mano ora laltra, si nascondeva gli occhi dietro le dita, come se non sopportasse pi la
vista del lettore, ma poi alzava di nuovo lo sguardo e cercava gli occhi degli altri, soprattutto dei suoi
compari della casa editrice, come se volesse comunicare il proprio disappunto, scuoteva gravemente la
testa a ogni improperio e si agitava sulla sedia con tutta la sua mole. Poi, improv-visamente, nel mezzo
ciel discorso del venditore ambulante, grid:  Sa che cos lei? Uno che imita i versi degli animali! .
Si rivolgeva a me, e con un insulto che non sarebbe potuto essere pi pesante, pi brutale, pi
disastroso. Werfel voleva mettermi nellimpossibilit di continuare, ma ottenne leffetto opposto,
perch lo scopo che mi ero prefisso era proprio quello: far risaltare ogni personaggio come un animale
diverso e rendere riconoscibili tutti i personaggi attraverso le loro voci. Avevo trasferito la diversit
degli animali nel mondo delle voci, e di fronte allinsulto di Werfel mi colp come un fulmine il
pensiero che egli aveva visto giusto, senza tuttavia immaginare minimamente il perch di quella 
imitazione dei versi degli animali .
Continuai a leggere imperterrito, ormai sfidando laperta ostilit con cui Werfel cercava di
contagiare gli altri. La scena arriv alla fine, tra le urla dellimballatore Barloch che metteva in fuga il
venditore ambulante. Werfel disse: Sembra di sentire Breitner4 con quella sua idiota imposta sugli
articoli di lusso. Ma rimase ancora seduto, perch aveva in mente qualcosa di pi clamoroso. Nella
scena successiva era di turno il vecchio facchino Franzl Nada, appostato a un angolo della strada a
guadagnarsi il pane facendo ladulatore di professione. Latmosfera della sala cambi di nuovo, e io
sentii salire verso di me qualcosa che somigliava a un certo calore. Prima che la scena finisse, Werfel
salt in piedi e grid:  Basta, non se ne pu pi , mi volt la schiena e si avvi per uscire. Smisi di
leggere, e lui, gi nel vano della porta, si gir verso di me gridando :  E lasci perdere queste cose! .
Quellultima offesa mirava ad annientare me insieme alla commedia, ma ebbe il risultato di
commuovere la vecchia signora Zsolnay, che disse a voce alta allindirizzo di Werfel:  Faresti bene a
leggere il romanzo, Franzl! . Lui alz le spalle, disse:  S, s , e se ne and.
Con questo, il destino della commedia era segnato. Forse Werfel era venuto col proposito di
liquidarla. Ma forse alla sua indignazione aveva contribuito il fatto che durante la lettura aveva
scoperto in me un allievo di Karl Kraus, dal quale lo divideva un odio mortale. Sapevo benissimo di
essere spacciato, ma non volevo arrendermi pubblicamente e tirai avanti. Non badavo pi a nessuno,
ero tutto assorto nella commedia. Non so se Anna si fosse distratta per il comportamento di Werfel e se
avesse rinviato a unaltra occasione il gioco degli occhi. Sarei propenso a credere che non bad molto a
quel colpo di scena per pensare solo alla cosa che al momento le stava pi a cuore. Io interruppi la
lettura a met del testo, come era previsto, dopo la scena nella bottega di Therese Kreiss che terminava
col grido ossessivo della donna:  Il diavolo! Il diavolo! .
Quando smisi di leggere, Broch si fece sentire per la prima volta. Anche lui, come la vecchia
signora Zsolnay, aveva provato piet per il lettore e perci disse alcune parole con cui giustific le mie
ambizioni:  C da domandarsi se questo non sia il teatro del futuro. Non prendeva posizione, poneva
semplicemente il quesito e tuttavia mi concedeva il merito di aver tentato una strada nuova. Le parole
di Broch sembrarono eccessive alla vecchia signora Zsolnay, che disse: Be, non sar proprio il teatro
del futuro. Ma questa, secondo lei, sarebbe una commedia popolare? . Qualunque cosa si potesse
ancora dire, ormai non aveva pi valore. In realt chi aveva voce in capitolo in quella casa era Franz
Werfel, e lui non avrebbe potuto dire la sua opinione in maniera pi esplicita. Ma le leggi della
cortesia, nonostante tutto, furono rispettate. A distanza di una settimana, in un altro pomeriggio, avrei
portato a termine la lettura.
Fatta eccezione per il pi importante, gli ascoltatori furono gli stessi. Terminai la lettura per
amore dei miei personaggi, che raramente avevo sentito fino allora parlare ad alta voce. Di speranze
non ne avevo, la commedia non aveva nessun avvenire. Ma quella lettura, bench priva di ogni
speranza e di ogni scopo, riusc ugualmente - e non saprei spiegarne la ragione - a rafforzare in maniera
straordinaria la mia fede nel testo. Sono le sconfitte di cos catastrofiche proporzioni a tenere in vita i
poeti.
Alla ricerca delluomo buono
C'erano a Vienna alcune persone con le quali avevo rapporti frequenti, che vedevo spesso e alle
quali non mi rifiutavo. Si dividevano in due gruppi contrapposti. Le une, forse sei o sette, avevano la
mia ammirazione per la loro attivit e per limpegno che vi profondevano. Erano uomini che seguivano
una propria strada e non se ne lasciavano distogliere da nessuno, che aborrivano da ogni concessione e
rifuggivano dal successo nel senso volgare della parola, che avevano le loro radici a Vienna - anche se
non sempre erano le radici pi remote -, che non si potevano immaginare in una cornice diversa e
tuttavia non si lasciavano corrompere dalla citt. Io li ammiravo e imparavo da loro come si possa
portare a compimento unimpresa senza deviare di un centimetro, anche se il mondo non vuol saperne.
Certo, speravano tutti di essere compresi e apprezzati ancora in vita, ma erano abbastanza intelligenti
per sapere quanto scarse fossero le probabilit, ed erano risoluti a tener fede ai loro intenti, anche a
costo di dover sopportare sino alla fine dei loro giorni lirrisione che li circondava. Questo modo di
descrivere il loro atteggiamento avr forse un tono eroico, ed essi erano tutti troppo seri e saggi per
vedersi in una luce simile, ma non mancavano certo di coraggio e avevano una pazienza che a volte
rasentava il sovrumano.
E poi cerano gli altri, quelli che erano proprio lopposto, pronti a qualunque compromesso in
nome del denaro, della fama o del potere. Anche loro mi affascinavano, sia pure in tuttaltro modo.
Volevo capirli a fondo, volevo sapere qual era il loro paesaggio interiore, scandagliarli in ogni fibra:
era come se la salvezza dellanima mia dipendesse dalla possibilit di comprenderli e di interpretarli
come personaggi a tutto tondo. Li incontravo non meno spesso degli altri, e forse la curiosit che mi
ispiravano era perfino maggiore, poich ci che vedevo di loro mi lasciava incredulo e quindi avevo
bisogno di continue conferme. Non che io abdicassi a qualcosa quando ero in loro compagnia: non mi
adattavo ad essi, n cercavo di rendermi simpatico; ma non sempre capivano subito ci che pensavo
veramente di loro. Anche a questo gruppo appartenevano sei o sette personaggi principali, e il pi
cospicuo tra loro era Alma Mahler.
Mi riusciva molto difficile sopportare le relazioni che legavano il primo gruppo al secondo. Ero
affezionato ad Alban Berg, ma lui era grande amico di Alma Mahler, entrava e usciva dalla sua casa, se
cera un ricevimento alla Hohe Warte non mancava mai una volta, lo vedevo sempre in un angolo con
sua moglie Helene e trovavo sollievo nella sua compagnia.  vero che Berg se ne stava in disparte e
non partecipava al frenetico affaccendarsi di Alma, quando lei esibiva ospiti nuovi o speciali;  vero
che egli dedicava a certi invitati osservazioni taglienti che sembravano uscite dalla  Fackel  e che
erano un refrigerio per il mio cuore non meno che per il suo; ma era l, non mancava mai, e dalla sua
bocca non ho mai udito una parola contro la padrona di casa.
Anche Broch incontrava tutte le persone possibili, e sebbene poi, quando eravamo soli, dicesse
apertamente quel che ne pensava, non gli sarebbe mai passato per la mente di evitarle. Lo stesso
accadeva per gli altri che meritavano di essere stimati e presi sul serio. Avevano tutti anche un secondo
mondo, un mondo volgare in cui si muovevano senza insudiciarsi; anzi sembrava spesso che questo
secondo mondo fosse necessario per tenere pulito il primo. Chi si isolava da tutti pi di ogni altro era
certamente Musil. Si sceglieva con ogni scrupolo le persone da incontrare, e se gli succedeva
inaspettatamente, al caff o altrove, di trovarsi in mezzo a gente che disapprovava, ammutoliva e per
nulla al mondo si lasciava indurre a dire una parola.
Nelle mie conversazioni con Broch venne a galla un problema che potrebbe anche sembrare
stravagante: esisteva un uomo buono? E se esisteva, come doveva essere? Gli mancavano certe qualit
che servivano da molla agli altri? Era qualcuno che se ne stava in disparte oppure poteva muoversi
liberamente in mezzo agli altri, reagire alle loro sfide ed essere ugualmente buono? Il problema
interessava a Broch come a me. Evitammo di eluderlo avventurandoci in una ricerca di definizioni.
Tutte due dubitavamo che una persona buona fosse mai possibile nel mondo che vedevamo - ognuno
con i propri occhi - intorno a noi. Non dubitavamo che doveva essere fatta in un certo modo, se
esisteva. A poterla incontrare, lavremmo riconosciuta a prima vista. Tutte due, nel discutere un
problema che ai nostri occhi assumeva una curiosa urgenza, eravamo convinti di sapere esattamente
che cosa intendevamo. Non ci furono estenuanti e sterili discussioni per stabilire che cos buono. Gi
questo era abbastanza sorprendente, perch Broch e io dissentivamo su moltissime cose e ci mettevamo
una pietra sopra. Ma in lui come in me luomo buono sussisteva come unimmagine intangibile. Era
soltanto unimmagine? Esisteva davvero? Dovera?
A poco a poco passammo in rivista tutte le persone che conoscevamo. In un primo tempo ci
eravamo occupati di persone di cui avevamo qualche notizia senza conoscerle, ma poi ci rendemmo
conto che sapevamo troppo poco sul loro conto. Che senso aveva prendere per buoni i giudizi
favorevoli o contrari se non potevamo verificarli con una opinione personale? Decidemmo dunque di
limitarci alle persone che conoscevamo, a quelle che conoscevamo bene. Queste persone affiorarono
luna dopo laltra, davanti a Broch come davanti a me, e ciascuna fu sottoposta a un esame.
Tutto ci potr sembrare pedantesco, ma in pratica significava semplicemente che Broch e io
raccontavamo situazioni di cui eravamo stati testimoni e per le quali, per cos dire, potevamo garantire.
Era chiaro che noi non eravamo alla ricerca di un ingenuo: il buono che avevamo in mente doveva
sapere quel che faceva. Doveva essere provvisto di una grande vitalit che gli potesse consentire delle
scelte. Non era un individuo elementare o limitato, non era ignaro delle cose del mondo, aveva la
capacit di vedere nellanimo altrui. Non si lasciava ingannare o addormentare dagli altri, era sveglio e
attento, sensibile, vivo, agile; e solo se era in grado di soddisfare tutte queste condizioni, si poteva
porre il quesito: nonostante ci, era un uomo buono? N a Broch n a me mancavano gli esempi da
citare, di personaggi che conoscevamo o avevamo conosciuto in passato. Ma cadevano luno dopo
laltro, come birilli, e presto tutta la nostra ricerca prese il perfido sapore di un gioco al massacro: chi
erano infatti coloro che si arrogavano il diritto di giudicare? Davanti a Broch mi vergognavo un po di
non far valere abbastanza i meriti di un candidato; e forse anche lui, pur essendo per natura meno
impetuoso, provava una certa vergogna davanti a me. Poi, improvvisamente, disse: Ne conosco uno!
Lo conosco! Il mio amico Sonne! Ecco luomo buono!  lui! . Era un nome che non avevo mai
sentito. Domandai: Si chiama proprio Sonne? .5  S. Pu anche dire il dottor Sonne, se vuol
togliergli un po di aureola.  esattamente quello che cerchiamo. In tutto e per tutto.
Sar per questo che non ci ho pensato subito . Venni a sapere che il dottor Sonne viveva
appartato, che incontrava alcuni amici, pochi, e che qualche volta - raramente - andava perfino a
trovarli.  Ma s,  disse Broch  poco fa lei ha accennato a Georg Merkel, il pittore . Merkel era stato
uno dei nostri candidati.  Qualche volta il dottor Sonne va a trovarlo, fuori citt, a Penzing. Pu
incontrarlo da lui.  la cosa pi semplice del mondo.  belle fatta .
Di Georg Merkel conoscevo i quadri, che alle mostre mi avevano gi attirato pi di una volta.
Aveva allincirca let di Broch e si faceva vedere al Caf Museum, dove per andava pi raramente di
altri pittori. Al caff mi aveva colpito per un profondo foro nella fronte, proprio sopra locchio sinistro.
Nella stanza di Wotruba avevo ammirato certi suoi quadri dallaria molto francese, che avevano
risentito presto dellinflusso dei neoclassicisti e che si distinguevano per una tavolozza molto
personale, inconsueta per Vienna. Allora avevo chiesto sue notizie e mi ero fatto raccontare la sua
storia. In seguito, tramite Wotruba, lo avevo conosciuto al Caf Museum, come quasi tutti i pittori
importanti di quel tempo. Di Merkel mi aveva subito affascinato il linguaggio, un tedesco molto scelto,
con accento polacco, lento e solenne. Ogni frase era sostenuta da una profonda convinzione e seriet.
Parlava come nella Bibbia, come se chiedesse la mano di Rachele. Erano cose di tuttaltro genere, che
con la Bibbia non avevano niente a che vedere, ma lenfasi che Merkel metteva nel salutare,
nellossequiare, nellonorare faceva s che linterlocutore non potesse non sentirsi innalzato e
considerato. Non era per difficile avvertire quanto il pittore prendesse sul serio anche se stesso, pur
senza apparire presuntuoso. Se appena pronunciava un nome, quel nome restava nellorecchio con
quella pronuncia e quel tono, e a volte si era tentati di ripeterlo alla stessa maniera, ma sarebbe stato
ridicolo perch quella che in Merkel era dignit naturale diventava in chiunque altro qualcosa di
manierato. Le sue convinzioni erano cariche di sentimento fino allorlo, a nessuno poteva venire in
mente di discutere con lui. Mettere in dubbio una sola frase di Merkel sarebbe stato come mettere in
dubbio tutta la sua persona. Di un atto volgare, di una parola volgare non sarebbe mai stato capace,
anche se questo pu apparire incredibile in un uomo cos enfatico, cos appassionato. Ma bisognava poi
vedere come parava le offese, con quanta fermezza ed energia, senza venir meno in nulla alla propria
dignit, e come si guardava intorno, in quei momenti, per essere ben sicuro che anche tutti gli altri
avessero udito, in un modo tale che la profonda ferita alla fronte diventava quasi un terzo occhio,
locchio di un ciclope. Si era tentati di provocare la sua collera, tanto era meraviglioso ci che la collera
gli faceva dire, ma il rispetto e laffetto per lui erano troppo grandi perch qualcuno cedesse alla
tentazione.
Io vedevo in Georg Merkel lincarnazione pi eloquente di quella cultura slava di cui Vienna
era cos ricca. Aveva studiato a Cracovia, con Wyspianski, e questo pu spiegare il persistere del suo
legame linguistico col polacco. Laccento polacco non lo perse mai: dopo esser vissuto per decine
danni a Vienna e in Francia -  morto in tardissima et - conserv sempre inflessioni polacche nel suo
francese come nel suo tedesco. Di certe vocali non riusc mai a impadronirsi, dalle sue labbra non ho
sentito uscire una sola  . Due parole come  schn  e  sterreich , che pure per lui erano tra le
pi importanti, non ha mai saputo pronunciarle nel modo giusto. Diceva:  Esterreich  e diceva: 
Schn . Questultima parola suonava anche pi strana quando Merkel, rapito dalla bellezza di una
donna, non sapeva trattenersi dall'esclamare:  Ist sie nicht schn! Schn ist sie! .6 Fu quello che Veza
si sent dire da lui, e con unenfasi tale che ne fummo contagiati. Sia che Merkel venisse a trovarci, sia
che andassimo noi da lui, sia che ci incontrassimo al Caf Museum, non cera verso: alla vista di Veza
non poteva fare a meno di dire:  Schn ist sie! , e lesclamazione riusciva tanto pi sorprendente
perch Merkel si esprimeva per tutto il resto in un tedesco scelto e ben costruito.
Avevo conosciuto Georg Merkel poco prima di quella discussione con Broch, e venne naturale
parlare di lui durante la nostra ricerca delluomo buono. Cerano molti punti a suo favore, e tuttavia
non votammo per lui: perch era essenziale, per lui, la coscienza che aveva del proprio valore di artista.
Con ci Merkel si poneva per natura, per cos dire, contro il resto dellumanit, che non voleva saperne
dellarte, e rendeva giustizia da solo a se stesso e ai suoi meriti. Luomo buono, come noi lo
intendevamo, doveva essere pi discreto.
Merkel era andato a Parigi qualche anno prima dello scoppio della grande guerra e vi aveva
trascorso tanta parte della giovinezza da non perdere pi limpronta di quegli anni parigini. Forse non 
mai esistito un sodalizio di pittori pi assortito e pi numeroso. Venivano da ogni parte ed erano pieni
di speranze. Non cercavano di rendersi facile la vita, di prendere vie traverse per farsi apprezzare e
diventare famosi. Per loro la pittura in s era cos importante che non pensavano ad altro. Gli stimoli
non mancavano, la citt era piena di pittori, si facevano sentire influssi orientali e africani, ma anche le
tradizioni locali, medievali o classiche, conservavano per contrasto il loro valore. Non si era mai visto
niente di simile, tanti erano i giovani pittori che tentavano strade nuove e personali. Ci voleva forza per
tirare avanti nella miseria, ma forse unaltra forza era ancor pi necessaria : quella per non cedere
troppo facilmente alle suggestioni pi diverse, per accettare soltanto ci che corrispondeva al proprio
temperamento, per infischiarsi di tutto il resto e lasciarlo agli altri. Sorse allora a Parigi una nuova
nazione, quella dei pittori. Se oggi si passano in rivista i nomi di coloro la cui opera segna quel tempo
per noi, e certamente lo segner per sempre, si resta stupiti davanti alla variet delle loro origini: ogni
Paese aveva i suoi giovani a Parigi, come se la citt, la citt stessa quale autorit suprema, li avesse
arruolati al servizio della pittura. Ma essi non avevano obbedito a un ordine, accorrevano volontari, e le
privazioni alle quali si assoggettavano senza paura erano compensate dallidea di potersi trovare a
Parigi con i loro simili, che vivevano in condizioni non meno difficili ma erano tutti, anche loro,
animati dalla stessa fervida speranza di conquistare la gloria, l, nella capitale mondiale dei pittori.
Lo scoppio della grande guerra aveva sorpreso Merkel a Parigi, dove viveva con la moglie
Luise, pittrice anche lei. Viveva a Parigi con entusiasmo e passione, non avrebbe potuto trovare
unatmosfera pi congeniale. Merkel ha sempre ripreso la strada di Parigi, e nellinsieme vi ha
trascorso un buon terzo della sua vita. Ma allora, alla fine del luglio 1914, ebbe un solo pensiero: quello
di ritornare in Austria a ogni costo, con sua moglie, per servire nellesercito. Fu un viaggio avventuroso
che dur pi di qualche giorno, ma alla fine Merkel arriv a casa, si present e and al fronte. Tra gli
ebrei colti della Galizia era diffuso allora un sentimento che si pu chiamare patriottismo austriaco. La
gente aveva davanti agli occhi i pogrom russi. Gli ebrei vedevano nellimperatore Francesco Giuseppe
un protettore. Questi sentimenti erano profondamente radicati in un uomo come Merkel. Non gli
sarebbe bastato servire lAustria in qualche ufficio stampa dellesercito, star l al sicuro a riempire gli
altri di entusiasmo per la guerra. Per lui fare il soldato era una cosa naturale. La fuga da Parigi gli era
riuscita, sia pure con stratagemmi e difficolt, e Merkel and a fare il soldato.
Pag il suo amore per lAustria con una grave ferita alla testa. Una scheggia di granata lo colp
alla fronte, poco sopra locchio, e lo priv della vista. Rimase cieco per alcuni mesi, non so esattamente
quanti. Per lui, pittore, fu il periodo pi terribile della sua vita. A me non ne ha mai parlato, e credo
neanche ad altri. Gli rimase la profonda cicatrice, e non si poteva mai guardarlo in faccia senza pensare
ai mesi della cecit. Ricuper la vista, e tutto ci che ha dipinto da allora portava il segno di quel
miracolo. Poter vedere era il suo paradiso, ci che aveva perduto laveva ritrovato, e ormai non poteva
pi vederlo in maniera diversa. Non gli si pu dar torto se dipingeva il bello: i suoi quadri divennero
un perenne ringraziamento per la luce degli occhi.
Si diede il caso che fossi invitato per la prima volta in casa d Georg Merkel, a Penzing, poco
dopo la discussione con Broch, quel gioco in cui avevamo messo tanto impegno. Merkel aveva casa e
studio a Penzing, dove non di rado faceva venire gli amici la domenica pomeriggio per mostrare i suoi
quadri. Lo conoscevo ancora poco, ma la sua storia mi era ormai familiare, soprattutto quella della
ferita e del tremendo buco nella fronte. Mi sentivo attirato dal suo linguaggio melodioso, e sebbene i
quadri che conoscevo di lui, nonostante lincanto della sua tavolozza, fossero ben lontani da ci che di
solito mi affascinava nella pittura moderna, ero curioso di vedere altre opere nel suo studio. Mi aveva
sempre interessato il modo in cui i pittori mostrano i loro quadri in privato.  un gesto in cui si
mescolano orgoglio, liberalit e suscettibilit, e il rapporto tra questi tre ingredienti era diverso in ogni
pittore.
Arrivai un po in ritardo, tutti erano ancora seduti a prendere il t. Avevo gi incontrato di
persona alcuni degli invitati, di altri conoscevo il nome o le opere. Appartato da tutti, nella penombra,
timido, quasi nascosto, era seduto un uomo di cui conoscevo il viso da un anno e mezzo. Ogni
pomeriggio era al Caf Museum, barricato dietro i giornali. Somigliava a Karl Kraus (lho gi
raccontato), sapevo che non poteva essere lui, ma lidea di vedere un Karl Kraus silenzioso, lontano da
accuse e demolizioni, mi piaceva talmente che cercavo di immaginare che fosse lui. Lincontro
quotidiano col suo viso, quellincontro senza parole, lo usavo per liberarmi dal potere schiacciante che
quella testa esercitava quando parlava.
Adesso la testa era l, e io mi spaventai e ammutolii. Merkel intu che qualcosa era accaduto, mi
prese delicatamente per il braccio, mi condusse davanti a quel viso e disse :  E questo  il mio caro
amico dottor Sonne. Nel presentare le persone il pittore metteva molto sentimento, non voleva che
fosse unarida formalit, e quando faceva incontrare due persone doveva essere per la vita. Non poteva
sapere che da un anno e mezzo io osservavo con la pi scrupolosa attenzione ogni movimento di
quelluomo. N sapeva che una settimana prima Broch aveva pronunciato per la prima volta quel nome
in mia presenza. Lostinata ricerca delluomo buono, il gioco che Broch e io avevamo preso tanto sul
serio, diventava realt; e non era senza significato che quel nome e quel viso, che in me vivevano
separati, diventassero tuttuno nella casa di quel pittore dalla voce melodiosa.
Sonne
Che cosa mi ha tanto affascinato nel dottor Sonne? Perch volevo vederlo ogni giorno, lo
cercavo ogni giorno? Perch era diventato loggetto della passione pi ardente che un intellettuale mi
avesse mai ispirato?
In primo luogo cera lassenza di ogni riferimento personale. Sonne non parlava mai di s. Non
diceva mai niente in prima persona. Ma anche nel rivolgerti la parola non usava la forma diretta. Tutto
era detto in terza persona e cos collocato a una certa distanza. Bisogna cercare di immaginare che
cosera quella citt e la vita dei suoi caff, quel diluvio di discorsi in prima persona, tra asseverazioni,
confessioni e autoaffermazioni. Ognuno straripava di compassione per se stesso ed era gonfio della
propria importanza. Ognuno si lamentava, ognuno ululava e suonava la propria tromba. Ma tutti
vivevano anche pubblicamente in piccoli gruppi, perch avevano bisogno luno dellaltro per i loro
discorsi e li sopportavano. Si discuteva di tutto, e i giornali dispensavano la materia prima di uso
comune. Era un tempo in cui accadevano gi abbastanza cose, ma pi ancora era un tempo in cui si
sentiva quante cose stavano per accadere. Si era infelici per la piega degli avvenimenti nellAustria di
allora, ma si sapeva benissimo quanto maggiore fosse il peso degli avvenimenti nel vicino Paese che
parlava la medesima lingua. Una catastrofe era nellaria. Contro ogni attesa lesplosione era rinviata di
anno in anno. Nel nostro stesso Paese le cose andavano male, e se ne poteva avere la misura dal
numero dei disoccupati. A ogni nevicata si diceva:  Far piacere ai disoccupati . Alla spalatura il
municipio di Vienna adibiva i disoccupati, che per breve tempo avevano qualcosa da guadagnare. La
gente guardava gli spalatori al lavoro e si augurava, per il loro bene, che cadesse altra neve.
Per me quel periodo era sopportabile solo se vedevo il dottor Sonne. Era unautorit alla quale
avevo accesso ogni giorno. Mentre si era con lui, la conversazione toccava innumerevoli cose: cose che
accadevano, da tutte le parti, e, ancor pi, che minacciavano di accadere. Ci si sarebbe vergognati a
parlarne in termini personali. Nessuno, al cospetto delle cose che si annunciavano, aveva il diritto di
ritenersi avvantaggiato: non era un pericolo suo, il pericolo era di tutti. Rendersene conto e parlarne
non era un merito, bastava un po di lucidit, nientaltro, ma appunto questa era la cosa pi difficile da
conquistare. Non si preparavano mai in anticipo gli argomenti su cui consultare il dottor Sonne. Non si
faceva mai un programma. I temi venivano fuori spontaneamente, come le sue spiegazioni. Tutto ci
che Sonne diceva aveva sempre la sua fonte nel pensiero : a me sembrava che non fosse mai alterato
dal sentimento, e tuttavia non era qualcosa di freddo o di arido. Non cera mai traccia di parzialit, non
veniva fatto di sospettare: adesso parla a favore di questi o di quelli. Occorre dire che gi allora laria
era appestata da parole dordine e che riusciva difficile trovare un angolo che ne fosse libero, in cui non
ci si sentisse soffocare. Il dottor Sonne sapeva essere preciso senza essere troppo conciso, ed era questa
la sua massima virt. Diceva quello che cera da dire, in forma chiara e con contorni ben definiti, ma
senza passar sopra a niente. Non tralasciava niente, era circostanziato. Se i suoi discorsi non fossero
stati cos affascinanti, si sarebbe potuto dire che su ogni argomento rilasciava una perizia. Ma in verit
era assai pi che una perizia, perch conteneva, senza che lui li indicasse per filo e per segno, i germi di
ogni possibile miglioramento.
Non cera tema di cui non si parlasse. Io accennavo a qualcosa che mi aveva colpito, e lui
magari voleva saperne di pi, ma il suo desiderio di ragguagli non dava mai la sensazione di una
richiesta. Era il suo modo di avvicinarsi a una certa materia, ma linterlocutore non veniva
minimamente coinvolto. Forse poteva sembrare che la personalit di chi stava di fronte a Sonne non
contasse affatto e che contassero solo le cose che a lui interessavano intellettualmente; ma era un
errore, poich se per caso era presente una terza persona il modo in cui si rivolgeva a questa era di
nuovo un altro. Sonne faceva dunque delle differenze, ma per linteressato non erano mai percettibili.
Era inimmaginabile che in presenza di Sonne qualcuno si sentisse messo in sottordine. Limbecillit lo
faceva soffrire, ed evitava gli imbecilli, ma una volta in sua compagnia - per circostanze estranee alla
volont del dottor Sonne - nessuno avrebbe avuto la sensazione e la misura della propria imbecillit.
Dopo i preliminari di assaggio veniva sempre il momento in cui Sonne simpadroniva di una
materia e cominciava a parlarne in maniera appropriata ed esauriente. Allora non mi sarei mai sognato
di interromperlo, neppure con le domande che facevo volentieri agli altri. Mettevo da parte ogni
reazione esteriore, come un costume da maschera che non si attagliasse alla mia persona, e ascoltavo
con la pi profonda attenzione. Non ho mai ascoltato nessun altro a quel modo. Dimenticavo che era un
essere umano a parlare, non mi preoccupavo di cogliere le peculiarit del suo modo di esprimersi. Per
me Sonne non prese mai le sembianze di un personaggio, era il contrario di un personaggio. Se
qualcuno mi avesse invitato a imitarlo, mi sarei rifiutato, e non solo per rispetto ma perch sarei stato
veramente incapace di impersonarlo; anzi, lidea stessa mi sembra ancora oggi non soltanto una
meschina profanazione, ma un proposito destinato a un fiasco completo.
Ci che Sonne aveva da dire su un certo tema era dunque circostanziato ed esauriente, ma si
sapeva pure che non lo aveva mai detto prima. Era sempre qualcosa di nuovo, scaturito proprio allora.
Non era un giudizio sulle cose, era la legge delle cose. Ma laspetto pi straordinario era che non si
trattava di una materia ben definita, nella quale egli fosse particolarmente ferrato. Non era uno
specialista o, per meglio dire, non era lo specialista di una determinata disciplina: era invece lo
specialista di tutte le cose delle quali di volta in volta lho sentito parlare. Grazie a lui scoprii che 
possibile occuparsi delle materie pi disparate senza diventare un perditempo o un chiacchierone. So
che  unaffermazione molto impegnativa, e non la render pi credibile se aggiungo che proprio per
questo non posso riportare le cose di cui Sonne parlava, perch ognuno dei suoi discorsi equivarrebbe a
un saggio, meditato ed estremamente vivo, cos completo che non ne ricordo uno solo nella sua forma
integrale. Citare qualche frammento sarebbe una meschina falsificazione. Sonne non era un aforista, e
nonostante il rispetto che ho per questa parola sarebbe quasi una frivolezza riferirla a un uomo come
lui. Era troppo completo per essere un aforista, gli mancava lunilateralit e anche il gusto di
sorprendere gli altri. Quando aveva esaurito un argomento, ci si sentiva illuminati e appagati, era una
pagina chiusa, qualcosa su cui non si ritornava pi perch non ci sarebbe stato nientaltro da dire.
Ma anche se non vorrei arrischiarmi a riferire le cose di cui parlava, c tuttavia un fenomeno
letterario che pu offrire un termine di paragone. In quegli anni leggevo Musil e non mi stancavo mai
dell Uomo senza qualit, di cui allora erano usciti i primi due volumi, circa mille pagine. Mi sembrava
che in tutta la letteratura non ci fosse niente che si potesse paragonare allopera di Musil. Ma mi
stupiva anche il senso di familiarit che provavo ogni volta nellaprire a caso uno dei due volumi. Era
un linguaggio che conoscevo, un ritmo di pensiero che non mi era estraneo, e tuttavia - di questo ero
certo - non esistevano libri come quelli. Pass un po di tempo prima che afferrassi il nesso: il dottor
Sonne parlava come Musil scriveva. Ma non si deve credere che Sonne annotasse in privato cose che
per qualche motivo non poteva pubblicare, e che poi attingesse, per le sue conversazioni, a quello che
aveva gi pensato e messo a punto. Non scriveva per s in privato, e ci che diceva nasceva l per l,
mentre parlava. Ma nasceva con quella perfetta trasparenza che Musil raggiungeva solo nellatto di
scrivere. Ci che io, da vero privilegiato, potevo udire giorno per giorno, erano i capitoli di un secondo
Uomo senza qualit di cui nessuno  venuto a conoscenza. Infatti, anche se il dottor Sonne parlava con
altre persone - non ogni giorno, ma di tanto in tanto -, quelli erano gi altri capitoli.
A uninforme smania di sapere, di scorrazzare in questa e in quella direzione per poi lasciar
perdere ci che  stato solo sfiorato e non ancora afferrato, a questa curiosit che certamente  pi che
curiosit perch non ha alcun fine pratico e finisce in niente, a questo convulso agitarsi da tutte le parti,
si pu trovare solo un rimedio: la frequentazione di un uomo che abbia il dono di muoversi allinterno
di tutto il conoscibile senza lasciarne perdere una briciola prima di averla valutata, e senza disgregarne
lunit. Le parole di Sonne non abolivano, non liquidavano nulla; anzi il tema era pi interessante di
prima, era riordinato e illuminato. Egli apriva in te interi territori l dove prima cerano soltanto punti
oscuri, che erano pur sempre punti di domanda. Sapeva descriverti con la stessa precisione un uomo
importante nella vita pubblica come un certo campo del sapere. Evitava di parlare di gente che tutte
due conoscevamo di persona, e quindi era escluso dalla sua analisi ci che pu trasformare una
conversazione in un pettegolezzo. Ma per il resto usava gli stessi metodi per cose e persone. Forse era
questo soprattutto a ricordarmi Musil: il suo modo di concepire gli uomini, di volta in volta, come
peculiari campi del sapere. Per Sonne non poteva esservi una teoria unica da applicare a tutti gli
uomini, e questo concetto gli era talmente estraneo che non vi accennava neppure. Ogni uomo era
qualcosa di particolare, non solo un individuo a s. Detestava tutto ci che gli uomini facevano contro
gli uomini : non  mai esistito uno spirito meno barbaro di lui. Perfino quando doveva enunciare le cose
che odiava, nelle sue parole non cera mai odio : erano assurdit che metteva a nudo, nientaltro.
 enormemente difficile cercare di spiegare fino a che punto evitasse ogni riferimento
personale. Potevi aver passato con lui due ore nelle quali avevi imparato uninfinit di cose, ma il modo
in cui ci avveniva era tale che ogni volta ne restavi stupefatto. Di fronte a quella superiorit
intangibile, come avresti potuto mettere te stesso sopra gli altri? Umilt non era certamente una parola
che Sonne avrebbe usato, ma ti congedavi da lui in una condizione di spirito che non si potrebbe
definire diversamente; era per unumilt vigile, non quella di una pecora.
Io ero abituato ad ascoltare le persone, anche perfetti sconosciuti con i quali non avevo mai
scambiato una parola. Con rabbia autentica ascoltavo coloro che non minteressavano minimamente, e
se non altro conservavo nellorecchio laccento di una persona non appena era chiaro che non lavrei
pi rivista. Non esitavo a stuzzicarla, a farla parlare, o con le mie domande o addirittura recitando una
parte. Non mi ero mai chiesto se avevo il diritto di carpire dalla viva voce di un uomo tutto ci che
cera da sapere sul suo conto. Lingenuit con cui mi arrogavo un tale diritto mi appare oggi
inconcepibile. Senza dubbio vi sono qualit ultime che restano inesplicabili, e ogni tentativo di
spiegarle  necessariamente ozioso. Alla categoria delle qualit ultime appartiene appunto questa, la
mia passione per le persone. Si pu descriverla, si pu rappresentarla - la sua origine deve restare
oscura per sempre. Posso parlare di fortuna se per lo meno, grazie ai quattro anni di noviziato trascorsi
col dottor Sonne, scoprii ci che vi era di equivoco in quella passione.
Mi resi conto che Sonne aveva riguardo verso tutto ci che gli fosse vicino, senza per che
qualcosa gli sfuggisse. Se non sprecava mai una parola sulle persone che di giorno in giorno stavano
intorno a noi, era una forma di tatto: non 'toccava nessuno, e ci valeva anche quando linteressato non
se ne sarebbe mai accorto. Il suo rispetto per i limiti altrui era assoluto. Era il suo  Ahimsa , come io
lo chiamavo usando la parola indiana che indica il rispetto per ogni forma di vita. Ma oggi capisco che
nellatteggiamento di Sonne cera piuttosto qualcosa di inglese. Aveva trascorso in Inghilterra un anno
importante della sua vita, ed era questo uno dei pochi fatti privati, due o tre, che potei desumere dalle
sue parole. Perch in sostanza io non sapevo niente di lui, e anche a parlarne con altri che lo
conoscevano non veniva fuori niente di concreto. Forse era riluttanza a parlare di lui come di una
qualunque altra persona, essendo molto difficile esprimere le cose che lo distinguevano e formavano la
sua essenza; e poich anche quelli che non avevano alcun senso della misura ammiravano il suo senso
della misura, quando il discorso cadeva su Sonne ci si asteneva per una sorta di scrupolo da ogni
deformazione della sua fisionomia.
A lui non facevi domande, come lui non ne faceva a te. Avanzavi la tua proposta, cio
accennavi a un argomento come se gi da un pezzo ti girasse per la testa, senza insistere, quasi
esitando. Anche lui esitava ad accettare linvito. Mentre continuava a parlare daltro soppesava ancora
un poco la tua proposta. Poi, con un colpo netto, come se maneggiasse un bisturi, incideva largomento
ed esponeva con una chiarezza cristallina e una completezza sbalorditiva quello che cera da dire in
proposito. Non  sviante definire glaciale quella chiarezza.  la chiarezza di chi, dovendo molare vetri
trasparenti, non  contento finch non scompare ogni macchia opaca. Il dottor Sonne analizzava un
argomento scomponendolo ma senza fargli perdere la sua unit. Non lo sezionava, lo illuminava a
fondo. Sceglieva le singole parti da esporre alla luce, le prelevava con cautela e, dopo aver portato a
termine loperazione, con la stessa cautela le rimetteva al loro posto nel tutto. Per me era nuovo,
inaudito, il fatto che uno spirito capace di tanta forza di penetrazione non disdegnasse nessun
particolare. Ma ogni particolare diventava importante proprio perch doveva essere rispettato.
Sonne non era un collezionista: sapeva tutto, ma non teneva niente per s come propriet
personale. Aveva letto tutto, ma non lho mai visto con un libro in mano. Era lui stesso la biblioteca che
non possedeva. Dava limpressione di aver gi letto da tempo tutto ci di cui si parlava. Non tentava
mai di nascondere che se lera annotato mentalmente. Non se ne faceva un vanto, non tirava fuori nulla
a sproposito. Ma quando veniva loccasione, tutto era l, infallibilmente, ed era incredibile come non
mancasse mai nulla. Vi erano persone che irritava con la sua precisione. Anche in presenza di donne
non cambiava il suo modo di parlare, non era mai leggero : la sua spiritualit non si lasciava rinnegare,
n la sua seriet. Non faceva mai il galante, non chiudeva gli occhi davanti alla bellezza, anzi la
ammirava apertamente, ma non avrebbe mai cambiato se stesso per renderle omaggio: anche di fronte
ad essa rimaneva immutabilmente lo stesso. Davanti alla bellezza, che scioglieva la lingua agli altri,
accadeva che lui perdesse la parola, per ritrovarla solo quando la bellezza si era allontanata. Era il
supremo omaggio di cui egli fosse capace, eppure era difficile trovare una donna che se ne rendesse
conto. Forse era sbagliato il modo in cui si parlava di lui alle donne prima che lo incontrassero. Tu
cominciavi esaltando lincommensurabile superiorit che lo poneva al di sopra di te stesso, e bastava
questo a disturbare una donna, il cui amore per te conteneva gi un elemento di venerazione e che in
questo elemento viveva come in una propria atmosfera. Come avrebbe potuto accettare da te la
testimonianza di unaltra venerazione, che per di pi pretendeva di essere quella meglio riposta, lunica
giusta? Come avrebbe potuto rassegnarsi a veder manomesso il suo patrimonio di convinzioni?
Era cos anche con Veza, che si rifiutava tenacemente di riconoscere il valore di Sonne. Mentre
era molto affezionata a Broch, di Sonne non voleva saperne. Quando lo vide la prima volta, nella casa
del pittore Georg Merkel, mi disse:  A Karl Kraus non somiglia. Come puoi dire una cosa simile? Se
mai, somiglia alla mummia di Karl Kraus! . Alludeva al viso emaciato e ascetico di Sonne, alludeva
anche al suo silenzio. In societ, in mezzo a molte persone, Sonne non diceva una parola. Intuii che era
colpito dalla bellezza di Veza, ma lei non avrebbe mai potuto desumerlo dalla fissit di quei lineamenti.
Veza non modific la sua opinione neanche quando le furono riferite da altri, e naturalmente anche da
me, le espressioni inattese che la sua bellezza aveva strappato al dottor Sonne.
Dopo un magnifico colloquio con lui al Caf Mu-seum tornavo a casa e trovavo unaccoglienza
ostile da parte di Veza: Sei stato col settimino, ti si legge in faccia. Non voglio sapere niente. Ma mi
piange il cuore allidea che ti perdi dietro a una mummia . Con quel  settimino  Veza intendeva dire
che Sonne non era pienamente formato, che gli mancava qualcosa per essere una persona completa e
normale. Io ero abituato alle reazioni estreme di Veza, ci accaloravamo a discutere di questa o quella
persona, lei aveva sempre qualche intuizione giusta e poi calcava la mano con lappassionata
intransigenza che le era propria. Poich io reagivo pi o meno allo stesso modo, si arrivava agli scontri
pi accaniti, scontri che del resto piacevano a tutte due perch erano una perenne dimostrazione della
piena sincerit che esisteva tra noi, il midollo della nostra relazione. Solo quando si trattava del dottor
Sonne avvertivo in lei un rancore profondo, un rancore verso di me che non mi ero mai assoggettato a
nessuno. Perfino con Karl Kraus - e Veza lo riconosceva - avevo salvaguardato interi territori di me
stesso, mentre ora mi assoggettavo senza esitare, sempre, incondizionatamente. Veza non mi aveva mai
sentito esprimere un dubbio su una frase di Sonne.
Di lui non sapevo niente, tutta la sua vita era nelle sue parole, ed egli vi era racchiuso a tal
segno che sarebbe sembrato un atto temerario scoprire su di lui qualcosa al di l delle sue parole. Tutti
gli altri davano qualche segno della loro vita fisica, e lui niente: neppure una malattia, neppure un
lamento. Sonne era pensiero, solo pensiero, al punto che non cera nientaltro che si potesse notare in
lui. Con Sonne non si prendeva un appuntamento da un giorno allaltro, e se per caso succedeva che
non si facesse vedere, lui non si sentiva in obbligo di spiegare la sua assenza. Allora pensavo
naturalmente a una malattia, perch aveva una faccia smorta e un aspetto poco sano, ma per pi di un
anno ignorai perfino dove abitava. Avrei potuto chiedere il suo indirizzo a Broch o a Merkel.
Non lo feci, mi sembrava pi logico che non avesse un indirizzo.
Non mi stupii eccessivamente quando un pettegolo che avevo sempre evitato venne un giorno a
sedersi al mio tavolino e mi domand a bruciapelo se conoscevo il dottor Sonne. Dissi in fretta di no,
ma quello non si rassegn a star zitto, tanto era assillato da qualcosa che non gli dava pace e che non
riusciva a spiegarsi : la storia di uneredit finita in beneficenza. Quel dottor Sonne, mi disse, era nipote
di un riccone di Przemysl e aveva dato via per scopi benefici tutto il patrimonio ereditato dal nonno.
Era un mentecatto, ma non era lunico. Cera anche quel Ludwig Wittgenstein, un filosofo, il fratello di
Paul Wittgenstein, il pianista che continuava a suonare con un braccio solo: anche lui aveva fatto la
stessa cosa, solo che aveva ereditato i soldi dal padre, non dal nonno. E conosceva anche altri casi, quel
pettegolo, e li enumer uno per uno, con nome, cognome e altri dati precisi del testatore. Era un
collezionista di eredit rifiutate o buttate via. Ho dimenticato i nomi che non mi dicevano niente, e pu
anche darsi che degli altri non volessi sapere, perch ero tutto preso dalla notizia riguardante il dottor
Sonne. La accettai senza approfondire, mi piaceva talmente che le prestai subito fede, tanto pi che
anche la storia su Wittgenstein rispondeva a verit. Da molte conversazioni avevo dedotto che Sonne
sapeva che cosera la guerra, e molto da vicino, pur senza aver fatto il soldato. Sapeva che coserano i
profughi, esattamente come se fosse passato per quellesperienza, e pi ancora, come se si fosse preso
cura dei profughi, come se ne avesse raccolto e diretto interi convogli per trapiantarli in luoghi in cui la
loro vita non fosse pi in pericolo. Dal racconto di quel pettegolo conclusi che Sonne aveva impiegato
per i profughi il patrimonio ricevuto in eredit.
Sonne era ebreo, e questo era lunico dato esterno che mi fosse noto fin dallinizio, sebbene sia
alquanto improprio definirlo un dato esterno. Nei nostri incontri si parlava spesso di religioni, di quelle
indiane, di quelle cinesi, di quelle che si fondano sulla Bibbia. Di qualunque fede parlassimo, Sonne
dimostrava nel suo modo conciso una sovrana conoscenza, ma ci che soprattutto mi faceva
impressione era la sua padronanza della Bibbia ebraica: sapeva citarne allistante e testualmente ogni
passo da qualunque libro e lo traduceva cos, senza la minima esitazione, in un tedesco di straordinaria
bellezza che a me sembrava il tedesco di un poeta. A queste conversazioni aveva dato lo spunto un
esame della Bibbia nella traduzione che Martin Buber stava pubblicando a quel tempo e sulla quale
Sonne faceva delle riserve. Io portavo volentieri il discorso su questo argomento, per me era
unoccasione per conoscere il testo nella lingua originale. Fino allora avevo evitato di occuparmene,
sarebbe stato imbarazzante approfondire un tema che mi era cos vicino a causa della mia origine,
mentre mi ero applicato a tutte le altre religioni con uno zelo che non  mai venuto meno.
Erano la chiarezza e lenergia della dizione di Sonne a ricordarmi il modo di scrivere di Musil.
Una volta presa una strada, era esclusa qualsiasi deviazione se prima non si arrivava al punto dal quale
Sonne poteva imboccare con la massima naturalezza altre strade. Ogni salto arbitrario era evitato.
Nelle due ore circa che passavamo insieme ogni giorno si parlava di molte cose, e un elenco degli
argomenti che si susseguivano potrebbe apparire - in contrasto con quello che ho appena detto - caotico
e stravagante. Ma sarebbe unillusione ottica, poich se si potesse consultarne i testi, se esistesse un
solo verbale di quelle conversazioni, risulterebbe che ogni argomento in discussione veniva esaurito
prima che si passasse a un altro. Ma non  possibile riprodurre landamento dei nostri colloqui, a meno
che si trovasse il coraggio - sarebbe unimpresa assurda! - di scrivere Luomo senza qualit di Sonne.
Ne verrebbe un testo che dovrebbe avere la precisione e la trasparenza proprie di Musil stesso, che
assorbirebbe lattenzione dalla prima allultima parola, che sarebbe ugualmente lontano dal sonno
come dalla penombra, e si potrebbe aprire a caso, in un punto qualsiasi, senza riuscire meno
avvincente. Musil non sarebbe mai potuto arrivare alla fine, chi si  votato allaffinamento di un tale
processo di analisi vi resta impigliato per sempre: se gli fosse concesso di vivere in eterno, dovrebbe
anche continuare a scrivere in eterno. Questa  la vera, lintrinseca eternit di unopera simile, ed 
nella sua natura che questa eternit si rifletta sul lettore, il quale non arriva mai a un punto fermo e
continua a leggere, ancora e sempre, ci che altrove avrebbe avuto una fine.
Questa  dunque lesperienza che io ho doppiamente vissuto a quel tempo, nelle mille pagine di
Musil e in cento colloqui con Sonne. Il fatto che tra quelle e questi vi fosse una rispondenza  stata una
fortuna, quale non  capitata a nessun altro. Se per il contenuto intellettuale e leccellenza della lingua
un paragone non era impossibile, si era invece agli opposti per le intenzioni pi profonde. Musil era
tutto immerso nella sua impresa, e bench gli fosse concessa la pi ampia libert di pensiero si sentiva
subordinato a uno scopo; qualunque cosa gli accadesse, non rinunciava mai a quello scopo; aveva un
corpo di cui riconosceva limportanza e attraverso quel corpo rimaneva legato al mondo. Osservava il
gioco degli altri che avevano la pretesa di scrivere, bench ci fosse lui a scrivere, e ne intuiva la nullit
e la condannava. Apprezzava la disciplina, quella della scienza in particolare, ma non si privava di altre
sue forme. Lopera che aveva intrapreso aveva anche il significato di una conquista; Musil ricuperava
un impero tramontato, non la sua gloria, la sua protezione, la sua antica storia, ma piuttosto quel che
ricuperava erano tutte le diramazioni, sul piano spirituale, delle strade grandi e piccole che lo
percorrevano: dagli uomini ricavava una carta geografica. Il fascino dellopera di Musil si pu ben
paragonare a quello di una carta geografica.
Sonne invece non voleva niente. Che fosse cos alto e si tenesse ben dritto era solo apparenza. Il
tempo in cui pensava alla riconquista di un territorio era ormai lontano. Ignorai a lungo che aveva
intrapreso in compenso la riconquista di una lingua. Non sembrava legato a nessuna fede, sebbene
nessuna fede avesse segreti per lui. Era libero da ogni scopo e non si misurava con nessuno. Ma
prendeva parte agli scopi degli altri, li valutava e li analizzava; e anche se usava per le sue perizie i
criteri pi rigorosi e spesso, forse quasi sempre, non si sentiva consenziente, il suo giudizio non
riguardava limpresa in s, ma il risultato finale.
Dava limpressione di essere il pi oggettivo di tutti gli uomini, ma non perch gli oggetti e le
cose avessero qualche importanza per lui, bens perch non voleva niente per s. Molti sanno che cos
il disinteresse personale, e non pochi, disgustati dallinteresse egoistico che vedono intorno a s,
cercano di liberarsene. Ma in quegli anni di Vienna ho conosciuto solo una persona che fosse
totalmente immune dallegoismo, appunto il dottor Sonne. Neanche in seguito ho mai incontrato un
uomo come lui. Al tempo in cui le varie forme di saggezza orientale trovavano innumerevoli adepti e la
rinuncia agli scopi terreni diventava un fenomeno di massa, cera sempre al fondo anche unostilit
contro lo spirito, cos come si era sviluppato nelle culture europee. Tutto veniva demolito, in
particolare era messa al bando lacutezza dello spirito, si rinunciava a partecipare alle cose del mondo
circostante e cos ci si sottraeva anche alla responsabilit verso il mondo. Nessuno poteva sentirsi
colpevole di ci con cui non voleva aver niente a che fare.  Vi sta bene  era il motto che esprimeva
un atteggiamento largamente diffuso: Sonne aveva abbandonato ogni sua attivit nel mondo, e io non
sapevo il perch di una simile rinuncia. Restava per nel mondo, legato con i pensieri a ognuno dei suoi
fenomeni. Lasciava cadere le mani, ma non voltava le spalle al mondo: anche nellequilibrio e
nellimparzialit delle sue parole si poteva avvertire la sua passione per questo mondo, e io ero portato
a credere che non facesse niente solo perch non voleva far torto a nessuno.
Attraverso Sonne capii per la prima volta che cosa fa lintegrit di una persona:  la capacit di
non farsi toccare da nulla, neanche dalle domande, e di disporre di s senza venir meno ai propri motivi
e alla propria storia. Mai una volta mi feci domande sulla sua persona, per me Sonne rimaneva
intangibile, anche nei pensieri. Parlava di molte cose e non era avaro di giudizi se qualcuna non gli
piaceva. Ma io non cercavo mai i motivi delle sue parole, che si reggevano di per s, chiare e nette,
staccate da tutto, anche dalla loro fonte. A quel tempo era ormai un caso raro, anche prescindendo dalla
qualit di quelle parole. Linfezione psicoanalitica aveva fatto progressi, e proprio allora lesempio di
Broch me ne dava la misura. In Broch ci mi irritava meno che in altri esseri pi comuni, perch la sua
personalit, come ho gi detto, aveva una sua struttura cos particolare che anche le spiegazioni pi
banali, quelle appunto che avevano corso allora, non avrebbero intaccato la sua peculiare natura. Ma in
generale accadeva che a quel tempo non si potesse dire una frase in una conversazione senza che fosse
immiserita con le motivazioni che erano subito l a portata di mano. Il fatto che si trovassero sempre le
stesse motivazioni per ogni cosa, la noia indicibile che ne scaturiva, la sterilit che ne risultava, tutto
questo sembrava dar fastidio a ben pochi. Nel mondo succedevano le cose pi stupefacenti, ma tutte
venivano collocate sullo stesso squallido sfondo: di questo sfondo si parlava e si credeva di avere
spiegato quelle cose, che perci cessavano di essere stupefacenti. L dove doveva intervenire il
pensiero, gracidava un coro saccente di ranocchi.
Nella sua opera Musil era totalmente immune da quel contagio, e il dottor Sonne ne era immune
nelle sue conversazioni. Non mi faceva mai domande che sfiorassero il privato. Io non raccontavo
niente di me e mi guardavo dalle confessioni. Avevo davanti agli occhi lesempio della sua dignit e mi
comportavo come lui: per quanto appassionate fossero le discussioni, tutto ci che riguardava solo lui
personalmente ne restava escluso. Gli atti daccusa non mancavano, ma non trovavano in lui il minimo
compiacimento. Prevedeva le cose peggiori, le enunciava con estrema esattezza, ma non se ne
rallegrava quando poi avvenivano. Per lui il male restava il male anche se i fatti gli davano ragione.
Nessuno aveva una visione cos chiara del corso degli avvenimenti. Non oserei dire a parole tutto ci
che di terribile lui sapeva gi allora. Si sforzava di non lasciar trasparire quanto lo tormentassero le
cose che prevedeva. Si guardava dal farle balenare allinterlocutore come una minaccia o un castigo. La
sua circospezione era commisurata al grado di sensibilit di cui sapeva capace lascoltatore. Non
offriva ricette, sebbene ne conoscesse molte. Era cos risoluto come se dovesse pronunciare una
sentenza, ma sapeva anche, con un semplice gesto della mano, esonerare da quella sentenza colui che
gli stava di fronte. La sua era pi che circospezione, si dovrebbe parlare anche della sua delicatezza; e
ancora oggi mi domando come quella delicatezza si conciliasse con un rigore implacabile.
Solo oggi so che non sarei mai riuscito a staccarmi da Karl Kraus senza il sodalizio quotidiano
con Sonne. Era lo stesso volto: come vorrei poter dare unidea visiva dellidentit di quelle facce
mostrando delle fotografie (che per non ci sono)! Eppure - e non so come rendere plausibile questa
affermazione - era al tempo stesso una faccia diversa, la faccia che tre anni dopo vidi nella maschera
mortuaria di Karl Kraus, la faccia di Pascal. Qui la collera si era trasformata in sofferenza, e dalla
sofferenza che si infligge a se stessi si resta segnati. Il fondersi di quei due volti: il volto del polemista
profetico e il volto delluomo paziente che ha la forza di abbracciare tutto quello che  possibile a uno
spirito senza per questo diventare presuntuoso - il loro fondersi mi liber dalla tirannia del polemista
intransigente, senza togliermi ci che da lui avevo ricevuto, e mi riemp di rispetto per ci che mi
restava irraggiungibile : in Pascal lo avevo intuito, in Sonne lo avevo davanti a me.
Come ho gi detto, tra le molte cose che Sonne conosceva a memoria, dal principio alla fine,
cera la Bibbia. Sapeva citare qualunque passo in ebraico, senza esitare e senza dover riflettere.
Tuttavia non faceva sfoggio di queste gesta mnemotecniche, che non avevano mai nulla di teatrale. Era
passato pi di un anno dallinizio dei nostri rapporti prima che io esprimessi qualche riserva sulla veste
che Martin Buber aveva dato alla Bibbia nella sua traduzione tedesca; e Sonne non solo approv le mie
riserve, ma si addentr nel testo originale ebraico con una lunga serie di esempi. Il modo in cui citava e
commentava molti brevi capitoli mi fece cadere di colpo una benda dagli occhi : mi resi conto che
Sonne doveva essere un poeta, e proprio in quella lingua ebraica che usava davanti a me.
Non osai fargli una domanda diretta, perch quando lui stesso si asteneva dal fornire ragguagli
si evitava di toccare largomento. In quel caso, tuttavia, la discrezione non mi imped di chiedere
notizie ad altri che lo avevano conosciuto gi anni prima. Seppi cos - e se ne parlava come se la cosa
fosse diventata un segreto ormai da qualche tempo - che Sonne era uno dei fondatori della nuova poesia
ebraica.
Giovanissimo, allet di quindici anni, sotto il nome di Abraham ben Yitzchak, aveva scritto un
certo numero di poesie ebraiche che avevano suggerito a qualcuno, esperto in entrambe le lingue, un
paragone con Hlderlin. Erano pochissime poesie, forse nemmeno una dozzina, in forma di inni, e di
una tale perfezione che lautore era stato annoverato tra i maestri di quella lingua chiamata a nuova
vita. Ma poi Sonne aveva smesso subito, e nessunaltra poesia era venuta alla luce. Si pensava che si
fosse imposto il divieto di scrivere poesie. Non ne parlava mai, dicevano i miei informatori: anche su
questo argomento, come su tanti altri, manteneva un silenzio inviolabile.
Io mi sentii in colpa per avere scoperto tutto questo contro la sua volont, e per unintera
settimana non misi piede al Caf Museum. Per me Sonne era diventato una guida, quale non avevo mai
conosciuta, e ci che avevo saputo sulle sue poesie giovanili, per quanto tornasse a suo onore, era in un
certo senso una limitazione. Sonne diventava pi piccolo perch aveva fatto qualche cosa. Eppure
aveva fatto molto di pi, e anche di questo venni a sapere per caso e a poco a poco. Si era allontanato
da tutto, e per quanto facesse magistralmente ogni cosa che lo toccava, questo non era bastato ancora a
soffocare i suoi scrupoli, e severi motivi di coscienza lavevano indotto a rinunciare. Tuttavia, per
parlare solo della prima cosa che venni a sapere, indubbiamente egli era rimasto un poeta. Non era
poesia il fascino della sua parola, la precisione e la grazia con cui trovava la sua strada tra i temi pi
ardui, attento a non trascurare nulla che fosse degno di considerazione (tranne la sua persona) e a
inquadrare loggetto con la massima esattezza, senza abbassarsi al suo livello? E poi la sua capacit di
dominare lorrore che pure provava, il suo dono nascosto di intuire ogni sentimento dellinterlocutore,
la delicatezza dei suoi riguardi? Ma adesso sapevo che aveva avuto un nome anche come poeta e che lo
aveva ripudiato, mentre io miravo a conquistarmi quel nome che ancora non avevo. Mi vergognavo di
non potervi rinunciare e mi vergognavo di essermi procurato quelle notizie : di sapere che in altri tempi
Sonne era stato qualcosa di grande, qualcosa a cui non teneva pi. Come potevo presentarmi a lui senza
chiedergli il motivo di quel disprezzo? Forse mi disapprovava perch davo tanta importanza allo
scrivere? Non aveva letto nulla di mo, non avevo pubblicato neanche un libro, e Sonne poteva
conoscermi solo dai nostri colloqui, nei quali lui contestava quasi tutto e io quasi niente.
Mi riusciva quasi insopportabile non poterlo vedere, perch sapevo che a quella data ora lui era
seduto al Caf Museum e forse guardava verso la porta girevole per vedere se arrivavo. Di giorno in
giorno avevo sempre pi forte la sensazione che non avrei resistito senza di lui. Dovevo trovare il
coraggio di presentarmi a Sonne tacendo quello che adesso sapevo, di riprendere la conversazione al
punto in cui mi ero congedato da lui lultima volta, e di rinunciare a conoscere la sua opinione sullo
scopo della mia vita fino al giorno in cui ci fosse stato il libro, che volevo sottoporre al suo giudizio, e
al suo giudizio soltanto.
Conoscevo lintensit delle ossessioni, la forza incisiva delle parole continuamente ripetute, gli
atti sempre uguali che dopo mille volte non perdevano mai la loro efficacia: era cos che Karl Kraus
agiva sul prossimo. E adesso io mi trovavo in compagnia di un uomo che aveva la stessa faccia e un
rigore non inferiore, ma era un uomo tranquillo, perch in lui non cera fanatismo e non cera la volont
di sopraffarti. Era uno spirito che non respingeva niente, che si rivolgeva a ogni tipo di esperienza con
la stessa energia accumulata. Anche per lui il mondo era diviso tra il male e il bene, non era possibile
alcun dubbio su ci che era bene e ci che era male, ma lasciava a te la libert di decidere e soprattutto
di reagire a modo tuo. Nulla era attenuato o abbellito, tutto era presentato con una chiarezza che
accoglievi come un dono, restandone stupito e anche un po vergognoso, come un dono per il quale non
ti si chiedeva niente in cambio, se non un orecchio aperto.
Laccusa ti era risparmiata. Bisogna pensare con quale violenza avevano agito su di te le accuse
incessanti di Karl Kraus, come penetravano e prendevano possesso di te per non lasciarti mai pi
(ancora oggi scopro le ferite che mi avevano causato, e non tutte si sono cicatrizzate): quelle accuse
avevano tutta la forza di comandi, e poich le approvavi in anticipo e non cercavi mai di eluderle, forse
sarebbe stato meglio per te se avessero avuto anche lurgenza propria dei comandi, perch allora
sarebbe stato possibile dar loro un seguito e ti sarebbero rimaste addosso soltanto le spine (neanche
questo sarebbe stato lieve). Ma le frasi di Karl Kraus, compatte come mattoni nelle mura di una
fortezza, continuavano a pesare su di te come un tutto unico, grevi e massicce, un carico paralizzante
che dovevi portarti in giro; e sebbene poi me ne fossi sbarazzato in gran parte durante quellanno di
lavoro forzato intorno al romanzo e poi con la febbre del dramma, restava pur sempre il pericolo che le
mie lotte di liberazione fallissero e si concludessero in una dura schiavit spirituale.
La liberazione arriv con quel viso che somigliava tanto a quello delloppressore ma diceva
ogni cosa in maniera diversa, pi complessa, pi ricca, pi articolata. Invece di Shakespeare e di
Nestroy mi veniva data la Bibbia, ma non era una costrizione, era un argomento tra innumerevoli altri,
e anchessa intatta, in tutta lesattezza del suo testo originale. Se per una ragione qualunque il discorso
cadeva sulla Bibbia, mi avveniva di ascoltare una citazione abbastanza ampia di cui non comprendevo
il significato, e subito dopo, frase per frase, una traduzione illuminante ma ben fondata in ogni
particolare, la traduzione di un poeta, per la quale tutto il mondo mi avrebbe invidiato. Ero il solo a
ricevere quel dono, senza doverlo chiedere, e lo ricevevo cos come scaturiva dalla fonte. Naturalmente
mi avveniva di ascoltare anche altre citazioni, ma molte di queste le conoscevo, e allora non avevo la
sensazione che rappresentassero lessenza vera di chi le pronunciava, lessenza della sua infanzia e
della sua saggezza. Solo allora cominciai a sentire vicini i profeti della Bibbia con la loro voce
autentica. Li avevo scoperti quindici anni prima negli affreschi di Michelangelo, e limpressione di
quelle figure era stata cos enorme da tenermi a distanza dalle loro parole. Ora conoscevo i profeti dalla
bocca di un solo uomo, come se lui fosse tutti loro insieme. Somigliava ai profeti, ma nello stesso
tempo ne era dissimile: non aveva il loro furore esaltato, ma come loro era un uomo pervaso
dallangoscia per il futuro, di cui mi parlava apparentemente senza emozione, un uomo al quale
mancava in ogni caso lunica, la pi terribile emozione dei profeti, che vogliono aver ragione anche
quando annunciano il peggio. Sonne avrebbe dato tutto, fino allultimo dei suoi respiri, per non aver
ragione. Vedeva la guerra, che esecrava, ne vedeva il decorso. Sapeva come si potesse ancora evitarla,
e avrebbe fatto qualunque cosa pur di vanificare il suo tremendo vaticinio. Quando ci separammo dopo
quattro anni di amicizia - io andai in Inghilterra, lui a Gerusalemme, e non ci scrivemmo mai una
lettera -, accadde punto per punto, in ogni particolare, ci che mi aveva predetto. Io fui doppiamente
colpito dagli avvenimenti, perch vedevo compiersi quello che avevo gi appreso dalla sua bocca. Per
tanto tempo lavevo tenuto dentro di me, ed ecco che, inesorabilmente, si avverava.
La ragione del portamento di Sonne, pi che eretto, un po rigido, venni a saperla molto tempo
dopo la sua morte. Da giovane, mentre andava a cavallo (avvenne a Gerusalemme, credo), era caduto di
sella procurandosi una lesione alla colonna vertebrale. Non saprei dire come poi guar e se anche in
seguito fosse sempre costretto a portare qualche apparecchio per sostenere la schiena. Ma questa era la
causa del suo portamento, della sua  regalit , come qualcuno la chiamava con poetica esagerazione.
Quando mi traduceva i salmi o i detti sapienziali, a me appariva un poeta regale. Che un uomo
simile, profeta e poeta insieme, potesse scomparire cos completamente da non farsi notare dietro il suo
schermo di giornali, e tuttavia fosse ben consapevole di tutto ci che avveniva intorno a lui, quella sua
mancanza di colore, come si potrebbe chiamarla, e quella sua vita modesta e discreta, erano ci che
stupiva di pi in lui.
Ho dato rilievo a un solo argomento delle nostre conversazioni al Caf Museum, quello biblico.
Poich non enumero qui tutti gli altri, potrebbe sorgere limpressione che Sonne fosse uno di quelli che
mettono in mostra il loro ebraismo. Era vero proprio il contrario. Sonne non ha mai usato la parola 
ebreo , n per s n per me. La lasciava da parte. Era una parola indegna di lui, sia come titolo di
merito sia come bersaglio di turbe ostili. Era impregnato della tradizione, senza mai compiacersene.
Delle cose meravigliose che conosceva come nessun altro, non si faceva un merito. A me dava
limpressione di non essere credente. Il rispetto che aveva per ogni persona gli impediva di escludere
chicchessia, fosse anche lultimo degli uomini, dalla piena cittadinanza nel consorzio umano.
In molte cose era un modello, e da quando lho conosciuto nessuno sarebbe pi potuto diventare
un modello per me. Egli lo era con le qualit che i modelli devono avere per essere efficaci. Allora,
cinquantanni fa, mi sembrava irraggiungibile, e irraggiungibile  rimasto per me.
NellOperngasse
Anna Mahler riceveva molte visite al numero 4 dellOpemgasse, nel suo atelier al pianterreno.
Era nei centro della citt, perch in fondo il vero centro di Vienna era lOpera, e sembrava giusto che la
figlia di Mahler, dopo essersi liberata definitivamente dai vincoli del suo matrimonio, abitasse proprio
l dove il padre, il sommo, limperatore della musica a Vienna, aveva esercitato la sua signoria. Chi
conosceva la ma-dre di Anna ed era ricevuto nella villa sulla Hohe Warte, chi vi andava senza chiedere
niente per s, chi era gi abbastanza celebre per non doversi preoccupare della carriera, approfittava
volentieri delle pause del lavoro per passare da Anna.
Ma cera anche un altro motivo di richiamo, ed erano i ritratti che Anna faceva ai visitatori. Gli
uomini illustri che Alma si compiaceva di legare alla propria persona, quelli che formavano la sua
'collezione e tra i quali pescava di tanto in tanto, vuoi per un matrimonio, vuoi per il proprio piacere,
venivano ridotti o, meglio, innalzati da Anna a una galleria di ritratti. Chi era abbastanza noto veniva
pregato di offrire la propria testa, ed erano pochi quelli che non fossero disposti a dargliela. Cos
accadeva spesso di trovare persone che stavano l in animata conversazione mentre Anna modellava la
loro testa. In questi casi la mia visita non riusciva indesiderata perch io coinvolgevo la gente nella
conversazione e questo aiutava Anna nel suo lavoro. Lei teneva le orecchie ben aperte e intanto
modellava. Pi duno sosteneva che il suo vero talento si manifestava in questo campo.
Voglio ricordare alcune delle persone che andavano da lei e che ora compongono qualcosa di
molto simile a una vera galleria. Non poche le avevo gi incontrate, nella Maxingstrasse o alla Hohe
Warte. A questo gruppo apparteneva Carl Zuckmayer, e anche a lui Anna fece la testa. Zuckmayer era
appena stato in Francia e raccontava le sue impressioni di viaggio. Raccontava con vivacit, con
teatrale esuberanza. In Francia, dunque, non si poteva andare da nessuna parte senza imbattersi in
Monsieur Lavai. Era ad ogni angolo, la faccia universale. Entravi in un ristorante, non avevi ancora
varcato la soglia, e chi ti veniva incontro? Monsieur Lavai! Entravi in un caff pieno come un uovo,
cercavi un posto per sederti, e chi si alzava in quel momento lasciandoti libera una sedia? Monsieur
Lavali Allalbergo i portieri si davano il cambio: sempre Monsieur Lavai! Accompagnavi tua moglie a
fare un acquisto nella Rue de la Paix: chi si faceva avanti per servirla? Monsieur Lavai! Gli incontri
con Monsieur Lavai davano lo spunto a uninfinit di storie. Era il personaggio pubblico, era
limmagine dei francesi. Oggi, dopo tutto quello che  successo, pu suonare molto pi sinistro, ma
allora aveva qualcosa di farsesco, e ci che era irresistibile non era tanto lelemento teatrale del
racconto quanto la vigorosa impudenza del narratore. Il clou stava nella ripetizione continua, in cento
forme: andavi sempre a cozzare nello stesso individuo, tutti erano lui e lui era tutti; ma ogni volta chi ti
stava di fronte non era mai un vero Monsieur Lavai, bens Zuckmayer, come se sulla scena gli avessero
assegnato la parte di un Lavai. Zuckmayer parlava per conto suo, senza curarsi di chi lo ascoltava. Quel
giorno cero soltanto io, .oltre ad Anna, e avevo la sensazione di essere molti ascoltatori : se Zuckmayer
interpretava i molti Lavai, io interpretavo i molti ascoltatori. Io ero anche loro, e tutti loro, riuniti in me,
erano sbalorditi dallaria di innocenza quasi incredibile che irradiava da Zuckmayer, unatmosfera
carnevalesca in cui non accadeva niente di male perch la comicit aveva trasfigurato tutto il male. Se
oggi ripenso a quella vivacissima storia di Monsieur Lavai, mi colpisce soprattutto la misura in cui ci
che vi era di sinistro in quel personaggio si trasformava per Zuckmayer in comico di situazione.
Da Anna incontrai anche figure che soggiogavano per la bellezza, addirittura per una bellezza
purissima, come quella che per me prendeva forma nelle maschere mortuarie. Ero colpito dallaspetto
di Victor De Sabata, il direttore dorchestra. Dirigeva alla Staatsoper e veniva tra una prova e laltra.
Bastava attraversare la strada, lOperngasse: latelier di Anna era come una dpendance del teatro.
Questa era la sensazione che De Sabata doveva provare venendo dal podio che era stato di Mahler. In
pochi passi era dalla figlia di Mahler, e il fatto che fosse lei a ritrarlo, a giustificare laspirazione del
suo viso allimmortalit, non solo aveva un senso, ma sembrava a me il coronamento della vita stessa
di De Sabata. A volte ero presente quando lui faceva la sua apparizione, rapido e sicuro, una figura
slanciata che nonostante la fretta aveva un che di sonnambolico, il viso molto pallido, della bellezza di
un morto, ma un viso che non somigliava a nessuno pur nella regolarit dei lineamenti. Era come se De
Sabata camminasse a occhi chiusi, e tuttavia quegli occhi guardavano e vi era in essi, quando si
posavano su Anna, qualcosa di allegro. - Non fu un caso, per me, se De Sabata divent una delle pi
belle teste di Anna.
Anche la testa di Werfel fu modellata allora nellOperngasse. Senza dubbio gli sorrideva lidea
di essere effigiato in un luogo cos vicino al grande tempio del canto. Ci stava volentieri: era un atelier
molto semplice, lontano dalla sfarzosa villa della Hohe Warte e lontano anche dal palazzo del suo
editore nella Maxingstrasse. Io evitavo di andarci quando sapevo che cera Werfel. Ma a volte capitavo
l anchio senza annunciarmi. Lo facevo molto volentieri, e allora mi imbattevo in Werfel, seduto nel
piccolo cortile dal tetto di vetro. Rispondeva al mio saluto come se non fosse successo niente, e non
lasciava trasparire rancore per quello che mi aveva fatto. Era addirittura cos generoso da domandarmi
come stavo, e poi portava subito il discorso su Veza, di cui ammirava la bellezza. Una volta, durante un
ricevimento alla Hohe Warte, si era inginocchiato davanti a lei, le aveva cantato unaria damore,
impegnandosi con tutta la sua mole, sempre piegato su un ginocchio, sino alla fine, e si era alzato solo
dopo aver dichiarato a se stesso che lesecuzione gli era riuscita perfettamente, come a un tenore
professionista; e in effetti aveva una bella voce. Werfel paragonava Veza a Rowena, la celebre attrice
della Habimah che anche a Vienna aveva sostenuto la parte dellossessa nel Dybuk trascinando tutti
allentusiasmo. Veza non avrebbe potuto ricevere un omaggio migliore, perch alla fine si era stancata
di sentirsi paragonare alle donne andaluse. E Werfel diceva sul serio, il suo non era un complimento,
probabilmente era sincero in tutto ci che diceva, e forse era proprio questo uno dei motivi per cui
suscitava unimpressione di ambiguit in chi aveva una natura un po critica. Quelli che cercavano di
difenderlo nonostante lantipatia che ispirava, lo chiamavano  un meraviglioso strumento .
Quando era seduto, semplicemente seduto, e non faceva niente di particolare, Werfel offriva un
curioso spettacolo. Tutti erano abituati a sentirlo declamare o cantare, due cose che in lui si
avvicendavano facilmente. Alla conversazione, in cui aveva sempre la parte del leone, provvedeva
stando in piedi. Le idee, le trovate non gli mancavano, ma poi le rovinava subito con un eccesso di
parole. Chi lo ascoltava avrebbe voluto poter riflettere su qualche punto e si augurava una pausa, un
attimo di tregua, uno solo, non di pi, ma arrivava quel diluvio di parole e spazzava via tutto. Per
Werfel ogni parola che gli usciva di bocca era importante, la cosa pi stupida aveva lo stesso timbro
perentorio di quella insolita o sorprendente. Non era capace di parlare senza appassionarsi, era qualcosa
che corrispondeva alla sua natura ma che scaturiva anche dalla sua convinzione pi profonda. Si
distingueva da un predicatore perch parlava quasi cantando, ma al pari di un predicatore si sentiva pi
a suo agio stando in piedi. Scriveva i suoi libri in piedi, davanti a un leggio. Considerava le sue parole
di elogio un atto di filantropia. Il sapere gli faceva orrore, come la riflessione. Per non dover riflettere,
apriva subito il fuoco con tutte le sue batterie. Aveva assimilato dagli altri molte cose importanti, e
spesso tuonava come se fosse lui stesso la fonte di grandi concetti. Traboccava di sentimento: in lui,
pur cos grasso, era un continuo gorgogliar di amore e di sentimento, ci si aspettava di trovare per terra,
l intorno, laghetti di commozione e si restava quasi delusi scoprendo che intorno a lui tutto era ancora
asciutto come intorno agli altri.
Non si rassegnava facilmente a sedersi, salvo quando ascoltava musica: allora stava l teso e
bramoso, perch in quegli attimi solenni si caricava di sentimento fino allorlo. Mi sono domandato
spesso che cosa gli sarebbe successo se per tre anni buoni non ci fosse stata in tutto il mondo una sola
opera da ascoltare. Credo che sarebbe dimagrito e deperito, che sarebbe addirittura morto di fame, non
senza esplodere in epicedi prima che si compisse la tragedia. Altri si nutrono del sapere, dopo essercisi
arrovellati intorno abbastanza a lungo; lui si nutriva di suoni che si guadagnava con tanto sentimento.
Werfel aveva una brutta testa, ma Anna ne cav il meglio. Lei, che rifuggiva da tutto ci che era
grottesco se non prendeva i colori della fiaba, esager il volume di quella testa, composta
essenzialmente di grasso, e le diede - la scultura era in grandezza superiore al naturale - una forza che
non aveva. Tra le teste di grandi uomini che stavano sparse e si moltiplicavano rapidamente nellatelier
di Anna, quella di Werfel non sfigurava neanche tanto. Non poteva essere come la testa di De Sabata -
che era bella come la maschera funebre di Baudelaire. Ma poteva reggere il confronto con quella di
Zuckmayer.
Tra gli ospiti di Anna non mancavano - per me -le grandi sorprese. Se molti venivano dalla
Staatsoper, dove avevano i loro impegni, ed erano attratti allatelier da un richiamo comprensibile e
legittimo, altri venivano dai negozi della Krntnerstrasse, dove facevano i loro acquisti. Un giorno,
quando gi mi ero seduto e avevo cominciato a raccontare qualcosa ad Anna, Frank Thiess entr come
un colpo di vento in compagnia della moglie : una coppia elegante, entrambi avvolti in morbidi
cappotti di lana chiara, con pacchetti che pendevano da tutte le dita, pacchetti di fogge diverse, niente
di pesante, niente di voluminoso, quasi contenessero leggeri assaggi di cose ricercate. Quando lui e lei
diedero la mano, sembr che offrissero regali da scegliere liberamente, ma si affrettarono a chiedere
scusa perch dovevano andar via subito, e neppure deposero i regali. Thiess parlava molto in fretta, in
Un tedesco con sfumature nordiche, a voce piuttosto alta. Non avevano proprio tempo, disse, ma
passavano di l e non potevano non affacciarsi a salutare lartista: le sculture le avrebbero guardate con
comodo unaltra volta. Poi, nonostante la fretta, venne gi un diluvio di piccole avventure nei negozi
della Krntnerstrasse, e poich non ero mai stato in uno di quei posti, a me sembrava di ascoltare il
resoconto di una spedizione in terre esotiche. Pi che un resoconto era un fiume in piena; e stavano
sempre in piedi, perch non cera il tempo per deporre pacchetti e cappotti. Intanto per Thiess
imprimeva una lieve oscillazione ai pacchetti in modo che testimoniassero di volta in volta che lui stava
parlando del negozio da cui provenivano. Ben presto tutti i pacchetti cominciarono a dondolare come
marionette appese alle dita di Thiess. Laria era tutta profumata, e il camerino attiguo allatelier in cui
Anna usava accompagnare i suoi ospiti si riemp in pochi minuti degli aromi pi raffinati, che non
emanavano nemmeno dai pacchetti ma dalle avventure di quel giro di acquisti. Non si parl daltro, e
soltanto la madre di Anna riusc a interloquire con qualche frase di cortesia a denti stretti; e quando i
Thiess se ne furono andati - al momento del congedo evitarono, per prudenza, di allungare la mano con
i pacchetti - ci domandammo se era passato di l qualcuno. Anna, che preferiva astenersi da commenti
negativi, si mise a scalpellare la sua statua. A lei non era estraneo, come a me, il mondo dei negozi
eleganti che era appena affluito nel suo atelier e subito ne era defluito. Lei lo conosceva attraverso sua
madre, che aveva spesso accompagnato nella Krntnerstrasse e nel Graben; ma era un mondo che
odiava: nel separarsi dal marito che la madre le aveva imposto per ragioni di politica familiare, aveva
abbandonato anche quel mondo.
Ormai Anna si era liberata di tutti gli obblighi mondani della Maxingstrasse. Non doveva pi
preoccuparsi dei ricevimenti. Non perdeva il suo tempo, non era pi sottoposta a controlli. Quando
qualcosa la irritava, afferrava lo scalpello. Si buttava nel lavoro e voleva che fosse il pi duro possibile.
Bench nel profondo non avesse niente in comune con Wotruba, cera una cosa che aveva imparato da
lui: un anelito al monumentale, perch richiedeva il lavoro pi pesante. Nella parte inferiore del viso di
Anna si leggeva una tensione della volont che la faceva somigliare molto a suo padre.
Quella di Frank Thiess era stata pi o meno una visita di convenienza. Forse nemmeno lui si
rendeva conto di non avere niente da dire ad Anna. I suoi rapidi gorgheggi, che per si tenevano
piuttosto sulle note alte, era capace di eseguirli con tutti. Ma Paul Zsolnay, il marito che Anna aveva
piantato da poco, era leditore di Thiess. Quella fuggevole visita di omaggio, nel bel mezzo delle
seduzioni della Krntnerstrasse, voleva essere un atto di fedelt e insieme una sorta di dichiarazione di
neutralit. Thiess era soddisfatto della propria apparizione e forse sapeva addirittura che dalle sue dita
pendeva tutto ci che Anna aveva perso abbandonando Zsolnay.
Solo gli scrittori realmente liberi, quelli abbastanza conosciuti e molto letti, quelli che perci
non dovevano dipendere dalla casa editrice perch ogni altro editore era pronto ad accoglierli, solo
quelli che passavano per celebrit tra i lettori di allora potevano permettersi di andare da Anna per una
visita di omaggio. La gente andava e veniva, e in giro si diceva chi era stato da lei. Quelli che erano
considerati lacch della casa editrice preferivano non farsi vedere. Molti che prima lavevano incensata
e avrebbero dato qualunque cosa per essere invitati ai suoi ricevimenti, adesso la evitavano e si
tenevano alla larga dallOpern-gasse. Cerano anche quelli che di colpo si mettevano a parlar male di
lei. Sua madre, che aveva un grande ascendente sulla vita musicale di Vienna, era invece lasciata in
pace, bench da ogni poro le sprizzassero calcolo e politica di potere familiare.
Anna si esponeva ai pettegolezzi, era coraggiosa (continu sempre a esserlo) e si costruiva nel
piccolo atelier dellOperngasse quella specie di museo di teste celebri. Era unimpresa legittima, purch
una testa riuscisse bene, e non era poi un caso troppo raro. Lei non immaginava fino a che punto quel
museo fosse anche un riflesso della vita di sua madre.
Alla madre interessava il potere, in ogni forma: la celebrit in primo luogo, il denaro e il
prestigio che procura piaceri. Per Anna, invece, al centro di tutto cera qualcosa di pi importante,
lenorme ambizione di suo padre. Voleva lavorare, e senza risparmiarsi, rendendosi la vita quanto pi
dura fosse possibile. Lincontro con Wotruba, il suo maestro, le aveva fatto conoscere appunto quel
lavoro duro, lungo e difficile di cui aveva bisogno. Non si concedeva attenuanti per il fatto di essere
donna, era risoluta a faticare come luomo giovane e forte che era il suo maestro. Non le sarebbe mai
venuto in mente che il modo di lavorare di Wotruba poteva dipendere anche da un destino diverso. Per
Anna le differenze di origine non contavano, e mentre sua madre pronunciava la parola  proletario 
col disprezzo che provava per gli schiavi, come se si trattasse di qualcosa fuori delle categorie umane,
di una mercanzia in vendita, necessaria, da usare tuttal pi anche per lamore nel caso di un uomo
eccezionalmente bello, mentre sua madre innalzava volentieri quelli che gi stavano in alto, Anna non
faceva distinzione tra gli esseri umani. Per lei lorigine e la classe sociale non avevano alcun peso, a lei
importavano solo le persone in s; ma poi si vide che questo atteggiamento bello e nobile non 
sufficiente: per sapere che cosa valgono gli uomini occorre non solo fare esperienze, ma anche
tenersele a mente.
In lei il senso della libert era molto importante, era il motivo principale della rapidit con cui si
scioglieva da ogni legame; ed era cos forte da far supporre che ogni sua nuova relazione fosse poco
seria, concepita fin dallinizio come un capriccio di breve durata. Per contro, Anna scriveva lettere
"assolute e soprattutto si aspettava dichiarazioni assolute. Per Anna, forse, le lettere composte per lei
come se fossero poesia erano pi importanti dellamore stesso; e ci che la incantava di pi erano le
storie che le venivano raccontate.
Andavo spesso da lei, specialmente da quando aveva latelier nellOperngasse, e le riferivo tutto
ci che attirava il mio interesse. Sciorinavo davanti a lei quello che succedeva nel mondo e quello che
mi passava per la testa. Nel periodo del mio entusiasmo per Sonne poteva accadere che riferissi ad
Anna cose molto serie, e lei stava sempre ad ascoltare e ne sembrava affascinata. Quando poi mi decisi
a un passo che meditavo gi da un pezzo, quando accompagnai Sonne nellatelier - a lui interessava
conoscere la figlia di Gustav Mahler -, quando le presentai il meglio che ci fosse per me al mondo, il
pi delicato di tutti gli esseri umani, e lo feci col rispetto che dovevo a lui e che non nascosi nemmeno
davanti a lei, allora Anna reag con la generosit che era la sua dote pi bella, lo accolse per quello che
era, lo ammir - nonostante laspetto ascetico di Sonne -, lo ascolt con la stessa attenzione con cui
ascoltava me, ma con quel tanto di solennit che io mi aspettavo per lui, e lo preg di ritornare. La
volta successiva, quando la rividi a tu per tu, Anna mi fece lelogio di Sonne, lo giudic uno degli
uomini pi interessanti che avesse mai visto, e poi mi domand pi volte quando sarebbe ritornato.
Da parte sua Sonne mi aveva detto cose molto intelligenti sulle teste di Anna, e io le riferii a lei.
Anche nelle grandi statue Sonne riconosceva una nostalgia romantica ancora incontaminata. Riteneva
che il senso del tragico fosse ancora negato ad Anna, la quale, secondo Sonne, non aveva proprio niente
in comune con Wotruba, perch la sensibilit musicale, cos forte in lei, era del tutto assente in lui. In
verit quelle statue si ricollegavano alla musica di Gustav Mahler, a molte sue composizioni, ma erano
frutto della volont di Anna pi che della sua ispirazione. Non si poteva dire che cosa ne sarebbe
venuto fuori in avvenire, ma una qualche rottura nella sua vita avrebbe forse avuto conseguenze molto
benefiche. Sonne diceva tutto questo con simpatia: sapeva quel che lei significava per me, e per nulla al
mondo avrebbe voluto ferirmi, ma dal modo in cui rinviava al futuro le fortune artistiche di Anna intuii
che per il momento non trovava una grande originalit nel suo lavoro. Per le teste, invece, il giudizio
era positivo. Gli piaceva soprattutto quella di Alban Berg, mentre quella di Werfel gli sembrava 
gonfiata , come i suoi romanzi sentimentali, che Sonne detestava. Anna era stata contagiata da Werfel,
disse Sonne, e in quella scultura aveva accentuato tutto ci che vi era di vacuo ed enfatico in lui, a tal
segno che molti, pur conoscendo quella bruttissima testa al naturale, avrebbero ritenuto Werfel un
uomo importante vedendone il ritratto.
Anna ascolt Sonne proprio come lo ascoltavo io. Non lo interruppe mai, non fece domande, e
non si stancava di ascoltarlo. Poich era solo in visita, Sonne non si trattenne pi di unora. Fu molto
gentile, e trovandosi l in mezzo alle pietre, alla polvere e agli scalpelli, ne dedusse che Anna volesse
riprendere il lavoro. Non cera bisogno per lui di guardare le statue per capire la determinazione che lei
metteva nella scultura: bastavano gli attrezzi dellatelier; e lo aveva molto colpito la parte inferiore del
viso di Anna, la parte volitiva, che trov somigliante a quella di Gustav Mahler. Era lunico tratto in
comune tra la figlia e il padre, poich per il resto, occhi, fronte e naso, non esisteva la minima
somiglianza. Anna non era mai cos bella come quando ascoltava, alla sua maniera, immobile, gli occhi
spalancati, talmente commossa e assorta che nulla poteva distrarla: una bambina, per la quale
diventavano favole anche i discorsi seri, a volte aridi, purch fossero completi. Era cos anche quando
io le raccontavo qualcosa; e adesso era lui a parlare, luomo le cui parole contavano per me come
quelle della Bibbia che mi recitava e mi commentava. Ora ascoltavo le cose totalmente diverse che
Sonne diceva per lei, e potevo osservare Anna senza imbarazzo, tutta intenta a quelle parole. Avevo la
sensazione che l, in quel momento, Anna non fosse pi nel mondo di sua madre, ma al di l di ogni
considerazione di successo e di tornaconto. Io sapevo che Anna, nella sua essenza, era pi delicata e
pi nobile della madre, n avida n ipocrita, ma che i giochi di potere di quella granitica vecchia la
gettavano continuamente in situazioni che con lei non avevano nulla a che fare, che non le
interessavano minimamente e in cui doveva agire secondo le istruzioni, come una marionetta appesa a
fili perversi.
Solo nellatelier Anna era libera da tutto ci, e forse era tanto attaccata al lavoro perch quella
era lultima cosa a cui sua madre lavrebbe spinta, dal momento che il profitto, commisurato alla fatica,
era zero. A me sembrava per che Anna non si sentisse del tutto libera quando andavo a trovarla, e
infatti, sebbene desiderasse le mie visite, tutto dipendeva poi da uno sforzo incessante, dalla mia
inventiva; e io ne ero talmente consapevole che non mi sarei arrogato il diritto di rimanere da lei se non
mi fosse venuta qualche idea appropriata. Anna mi parve veramente libera, come non lavevo mai vista,
il giorno in cui accompagnai da lei il dottor Sonne. Allora, senza esitazioni n pose, si abbandon a una
lezione di cui sentiva tutta la profondit e la purezza, una lezione che non le fruttava nulla, che non
poteva utilizzare, che anche alla corte di sua madre non avrebbe fatto impressione a nessuno, dal
momento che il nome di Sonne l non significava nulla; anzi, poich Sonne non voleva avere un nome
e perci non lo aveva, non vi sarebbe stato nemmeno invitato.
Dopo unora, quando Sonne si alz per andarsene, io rimasi. Sicuramente egli pens che volessi
restare ancora. Ma era solo il pudore a trattenermi. Mi sembrava indelicato uscire in sua compagnia.
Lavevo condotto allatelier quasi facendo da scorta, da guida allessere eccezionale che egli era.
Adesso conosceva la strada e desiderava ritirarsi. Nessuno doveva disturbarlo. Anche quando se ne
andava, restava immerso nei suoi pensieri e continuava, solo con se stesso, la conversazione che aveva
iniziato. Lo avrei accompagnato se ne avesse espresso il desiderio, ma lui, a sua volta, era troppo
riguardoso per esprimerlo. Poich andavo molto spesso da Anna riteneva che godessi del suo favore.
Ma questo era tutto ci che sapeva. Non avrei mai pensato di dirgli di pi su una faccenda cos privata.
Forse immaginava quanto io fossi stato ferito; ma non credo, perch non tent mai di consolarmi nella
sua maniera inimitabile, ossia descrivendo una situazione in apparenza diversissima che sarebbe stata
soltanto una trasposizione della mia. Rimasi dunque con Anna, e quando il giorno dopo rividi Sonne al
Caf Museum egli non accenn in nessun modo a quella visita. Del resto non mi ero trattenuto a lungo
allatelier, ma solo il tempo necessario perch Sonne si allontanasse abbastanza, e avevo poi trovato un
pretesto per congedarmi da Anna. Tra lei e me non ci fu nessuna discussione su Sonne. Egli rimase
intangibile.
1. Il nome di questa cittadina dellAustria inferiore, sede di un penitenziario, significa  Pietra
sul Danubio  (N.d.T).
2. Karl Kraus dava la caccia agli errori di stampa, in cui trovava motivi per la sua vena satirica e
aforistica, e adorava le operette di Offenbach, che interpretava con laccompagnamento di un pianista.
Si veda il saggio su Kraus in: E. Canetti, La coscienza delle parole, cit., pp. 61 sgg. (N'.d.T.).
3. Lautore della celebre commedia II capitano di Kpenick (1931) era emigrato dalla Germania
in Austria nel 1933 (N.d.T.).
4. Hugo Breitner, assessore alle finanze nell'amministrazione socialdemocratica di Vienna col
sindaco Karl Seitz (1923-1934). L'opposizione lo accusava di  sadismo fiscale  (N.d.T.).
5. In tedesco Sonne vuol dire  sole  (N.d.T.).
6.  Bella! Accidenti se  bella!  (N.d.T.).
PARTE TERZA
IL CASO
Musil
Musil - senza che la cosa desse molto nellocchio - era sempre in armi, pronto alla difesa e
allattacco. Il suo atteggiamento era la sua sicurezza. Si sarebbe potuto pensare a una corazza, ma era
piuttosto un guscio. Ci che frapponeva tra s e il mondo come una netta separazione non se lera
messo addosso, era cresciuto con lui. Non si permetteva interiezioni. Evitava le parole sentimentali,
ogni frase di cortesia gli riusciva sospetta. Fra tutte le cose tracciava confini, come intorno a se stesso.
Diffidava delle mescolanze e delle fratellanze, delle effusioni e delle esagerazioni. Era un uomo allo
stato solido e si teneva alla larga dai liquidi e dai gas. Aveva grande familiarit con la fsica, non solo
laveva studiata a fondo, gli era penetrata nello spirito fino a diventare sangue del suo sangue.
Probabilmente non c mai stato uno scrittore che fosse in tale misura un fisico, rimanendolo anche nel
corso dellopera di tutta la sua vita. Alle conversazioni approssimative non prendeva parte, e se si
trovava in mezzo ai soliti chiacchieroni, ai quali a Vienna era impossibile sfuggire, si ritraeva nel suo
guscio e restava muto. Tra gli scienziati si sentiva nel proprio elemento e ritrovava la naturalezza.
Presupponeva allora che si partisse da qualcosa di preciso e si procedesse verso qualcosa di preciso. Per
le vie tortuose provava disprezzo e odio. Ma non mirava assolutamente al semplice: un istinto
infallibile gli rivelava linadeguatezza del semplice, ed era capace di demolirlo facendone un minuzioso
ritratto. Il suo spirito era attrezzato troppo riccamente, era troppo attivo e acuto per appagarsi del
semplice.
Non si sentiva mai inferiore, in nessun ambiente; e per quanto di rado, in mezzo alla gente, si
prefiggesse di farsi avanti e di scendere in battaglia, coglieva ogni buona occasione come se fosse
venuto il momento di una sfida. La battaglia venne pi tardi, anni pi tardi, quando si trov solo. Non
dimenticava niente. Qualsiasi confronto sostenuto se lo teneva impresso nella memoria, in ognuno dei
suoi dettagli, e poich un intimo impulso della sua natura lo obbligava a volerli vincere tutti, gi per
questo era impossibile il compimento di unopera che tutti doveva comprenderli.
Si sottraeva ai contatti indesiderati. Voleva rimanere padrone del proprio corpo. Credo che non
desse volentieri la mano. Per lui sarebbe andato benissimo luso inglese di evitare la stretta di mano.
Teneva agile e vigoroso il proprio corpo e ne disponeva in ogni particolare. Ne faceva anche oggetto di
riflessioni, assai pi di quanto usassero gli intellettuali del suo tempo. Sport e igiene erano per lui una
cosa sola, i loro precetti scandivano la sua giornata, regolavano la sua vita. In ognuno dei personaggi
che ideava immetteva un uomo sano, se stesso. Per lui le pi grandi stravaganze prendevano risalto
sullo sfondo di qualcosa che era cosciente della propria salute fisica e della propria vitalit. Aveva
unintelligenza prodigiosa, poich vedeva esattamente e sapeva pensare ancor pi esattamente : perci
non si smarriva mai in un personaggio. Conosceva la strada per uscirne, ma non lo faceva subito,
preferiva rinviare, perch si sentiva cos sicuro di s.
Non si sminuisce il suo valore mettendo in rilievo lelemento agonistico che era in lui. Di fronte
agli uomini assumeva una posizione di combattimento. In guerra non si sent fuori posto, nella guerra
vedeva un modo di mettersi alla prova. Fu ufficiale e si sforz di rimediare con la sollecitudine per i
suoi uomini a ci che lo opprimeva come una brutale degradazione della vita. Verso la sopravvivenza
aveva un atteggiamento naturale o diciamo tradizionale, e non se ne vergognava. Al posto della guerra,
quando la guerra fin, subentr la competizione: in questo era come un greco antico.
Un uomo che gli aveva messo il braccio intorno alla vita, come faceva con tutti quelli che cos
voleva ammansire o farsi amici, divent il pi durevole dei suoi personaggi. Questo non lo salv dal
morire assassinato. Lindesiderato contatto del braccio lo tenne in vita per altri ventanni.1
Ascoltare i discorsi di Musil era unesperienza tutta particolare. Non aveva nulla di manierato.
Era troppo se stesso per far pensare a un attore. Non ho mai saputo di nessuno che labbia sorpreso a
recitare una parte. Parlava piuttosto in fretta, ma senza mai essere precipitoso. Dai suoi discorsi non si
notava che molti pensieri gli si affollavano alla mente insieme: prima di esporli li scomponeva a uno a
uno. In tutto ci che diceva regnava un ordine che incantava. Non nascondeva il suo disprezzo per
lebbrezza dellispirazione, di cui si riempivano la bocca soprattutto gli espressionisti. Per lui
lispirazione era troppo preziosa per farne uno strumento di esibizione. Niente gli ripugnava quanto la
werfeliana bava alla bocca. Musil era pieno di pudore e non metteva in mostra lispirazione. Le faceva
posto allimprovviso, in immagini inattese, stupefacenti, ma poi tornava subito a circoscriverla con la
linearit delle sue frasi. Era nemico delle alluvioni verbali, e quando si esponeva alla prolissit di un
altro - il che era gi motivo di stupore - lo faceva per gettarsi risolutamente a nuoto in quella fiumana,
per attraversarla e dimostrare a se stesso che dallaltra parte, anche con le acque pi torbide, cera
sempre una sponda. Si sentiva a suo agio quando cera qualche ostacolo da superare, ma non lasciava
mai trapelare nulla della sua decisione di impegnare combattimento. Di colpo era, con sicurezza, in
mezzo alla materia, e non ci si accorgeva che ci fosse un combattimento, si era affascinati dalla cosa in
s, e bench il vincitore fosse l davanti, agile ma irremovibile, non si pensava pi al suo trionfo perch
la cosa in s era diventata troppo importante.
Ma questo era solo un aspetto del comportamento pubblico di Musil. Quella sicurezza andava
infatti di pari passo con una sensibilit di cui non ho mai conosciuto luguale. Per uscire da se stesso
doveva trovarsi in un gruppo di persone in cui la sua statura fosse riconosciuta. Musil non funzionava
dappertutto, aveva bisogno di determinati elementi rituali. Cerano persone dalle quali poteva
proteggersi solo tacendo. Colpiva subito il fatto che aveva in s qualcosa di una tartaruga, e molti
conoscevano di lui soltanto il guscio. Se un certo ambiente non gli andava a genio, non diceva una
parola. Poteva entrare in un locale e uscirne pi tardi senza essersi fatto riconoscere con una sola frase.
Non credo che questo gli riuscisse agevole, e sebbene il viso non lasciasse trasparire la minima
reazione, per tutta la durata di quel silenzio si sentiva offeso. Aveva ragione di non riconoscere la
superiorit di nessuno: tra quelli che passavano per scrittori, a Vienna non cera nessuno che gli stesse
alla pari, e forse neppure in tutta larea di lingua tedesca.
Conosceva il proprio valore, e almeno su questo punto decisivo non fu mai sfiorato da dubbi, n
allora n poi. I pochi che ne erano convinti, per lui non ne erano abbastanza convinti: costoro infatti,
per sostenere pi efficacemente la causa di Musil, usavano affiancare al suo il nome di questo o quello
scrittore. Durante gli ultimi quattro o cinque anni dellindipendenza austriaca, quando Musil era
ritornato da Berlino a Vienna, si sentiva parlare di una triade di nomi che venivano portati sugli scudi
dallavanguardia: Musil, Joyce e Broch, oppure Joyce, Musil e Broch; e se oggi, dopo cinquantanni, si
riflette un poco su quello che cos veniva messo insieme, appare molto comprensibile che a Musil non
piacesse quella singolare trinit. All'Ulisse, pubblicato allora in tedesco, egli opponeva un rifiuto
categorico. Gli ripugnava profondamente latomizzazione del linguaggio, e se mai si pronunciava in
proposito, cosa che faceva con riluttanza, la definiva  antiquata , poich secondo lui si rifaceva a una
psicologia associazionistica ormai superata. Negli anni di Berlino aveva frequentato i fondatori della
psicologia della forma, una scuola che apprezzava molto e alla quale probabilmente si riallacciava con
la sua opera principale. Il nome di Joyce lo infastidiva, quello che Joyce aveva intrapreso non aveva
niente a che fare con lui. Quando io gli parlai del mio incontro con Joyce, avvenuto a Zurigo allinizio
del 1935, diede segni di insofferenza.  E lei ne ha una buona opinione?  domand; e potei dirmi
fortunato se svi il discorso da Joyce e non mi piant in asso.
Ma quello che proprio gli riusciva insopportabile, in letteratura, era il nome di Broch. Musil lo
conosceva gi da molti anni: come industriale, come mecenate, come maturo studente di matematica.
Come scrittore non riusciva a prenderlo sul serio. Nella trilogia di Broch vedeva una copia della propria
opera, di unimpresa che lo teneva occupato ormai da decenni; e il fatto che Broch lavesse portata a
termine cos presto, subito dopo averla cominciata, gli ispirava la diffidenza pi profonda. Su questo
punto non faceva complimenti, e da Musil non mi  mai accaduto di udire una parola buona sul conto
di Broch. Non posso ricordare i commenti che Musil fece di volta in volta su Broch, forse perch mi
trovavo nella difficile situazione di stimarli moltissimo tutte due. Una tensione tra loro o addirittura
una battaglia mi sarebbe riuscita intollerabile. Appartenevano entrambi, su questo per me non cera
dubbio, a un minuscolo gruppo di persone che simpegnavano a fondo nella letteratura, che non
scrivevano per la popolarit e per il successo nel senso pi volgare. Per me, allora, questo era forse
anche pi importante della loro stessa opera.
Doveva essere ben strano ci che Musil provava quando sentiva parlare di quella trinit
letteraria. Come poteva credere che qualcuno avesse capito il significato della sua opera se nello stesso
istante pronunciava il nome di Joyce, che per lui incarnava tutto il contrario dei suoi intendimenti?
Cos, se Musil non esisteva per i lettori della letteratura corrente di quegli anni, da Zweig a Werfel,
anche quelli che lo portavano sugli scudi lo mettevano in una compagnia che lui non poteva accettare.
Quando gli amici gli raccontavano di qualcuno che apprezzava incondizionatamente Luomo senza
qualit e sarebbe stato felice di conoscerne lautore, la sua prima domanda era: Chi altri apprezza? .
Spesso la sua ipersensibilit  stata ritorta contro di lui. Io vorrei difenderla, per intima
convinzione, bench ne sia stato vittima io stesso. Musil si trovava nel bel mezzo della grande impresa
che voleva portare a termine. Non poteva immaginare che essa era destinata a non aver fine, in un
doppio senso: il suo destino infatti era non solo limmortalit, ma anche lincompletabilit. Nella
letteratura tedesca non cera unimpresa paragonabile. La rifondazione dellAustria attraverso un
romanzo, chi avrebbe osato tentarla? La conoscenza di quellimpero, non attraverso i suoi popoli ma
partendo dal suo centro, chi avrebbe potuto attribuirsela? E quante altre cose ancora contiene
questopera, tante che non vorrei neppure cominciare a parlarne. Ma la consapevolezza che lui, Musil,
era quellimpero tramontato, lui come nessun altro, lui solo, gli conferiva un diritto tutto particolare a
quella sua ipersensibilit, un diritto sul quale evidentemente nessuno ha ancora riflettuto. Quella
materia incomparabile che lui era, doveva forse lasciarsi tirare impunemente di qua e di l? Bisognava
lasciare che le versassero dentro qualunque cosa e permettere cos che sintorbidasse e si contaminasse?
La suscettibilit per la propria persona, che appare ridicola quando si tratta di Malvolio, non  affatto
ridicola quando riguarda un mondo peculiare, estremamente complesso, altamente evoluto e ricco, un
mondo che un uomo porta in s e pu salvaguardare solo con la ipersensibilit prima di riuscire a
manifestarlo.
Quella di Musil non era altro che una salvaguardia contro lintorbidamento e linquinamento.
La chiarezza e trasparenza della scrittura non  una qualit automatica che, una volta acquisita, rimane
e resiste: devessere acquisita sempre di nuovo e senza sosta. Bisogna avere la forza di dire a se stessi:
io voglio cos, solo cos; e perch sia cos, io devo essere proprio colui che non lascia penetrare in s
nulla che possa nuocere al suo intento. La tensione tra lenorme ricchezza di un mondo gi concepito e
tutto ci che ancora potrebbe investirlo ma devessere respinto,  mostruosa. La decisione su ci che
devessere respinto pu prenderla soltanto colui che porta in s quel mondo; e i giudizi che su questo
atteggiamento possono poi dare gli altri, e specialmente coloro che non portano in s alcun mondo,
sono giudizi presuntuosi e meschini.
C una sensibilit agli alimenti sbagliati, ma va detto che anche un nome deve continuamente
alimentarsi per poter governare a dovere limpresa di colui che lo porta. Un nome che  nella fase della
crescita ha una sua propria alimentazione che lui solo pu conoscere, che lui stesso decide. Fintanto che
unopera di una tale ricchezza  in via di sviluppo, il nome ipersensibile  il migliore.
In seguito, quando  morto colui che si  difeso con la propria suscettibilit e ha compiuto la
propria opera, quando il nome  finito sui banchi di tutti i mercati, brutto e gonfio come un pesce che
puzza, allora possono farsi avanti gli annusatori e sputare su tutto le loro sentenze, inventando a
posteriori le regole di un corretto comportamento e irridendo quella suscettibilit come unipertrofica
vanit - lopera  l, essi non possono pi annullarla, e saranno loro a squagliarsi al sole insieme alla
loro impudenza, saranno loro a colar via senza lasciare traccia.
Non erano pochi quelli che ridevano di lui per la sua sprovvedutezza nelle cose materiali.
Broch, un uomo che conosceva benissimo il valore di Musil, che non era incline alla malignit e
certamente era pieno di compassione per gli esseri umani, mi disse, quando per la prima volta portai il
discorso su Musil:   un re nellimpero della carta . Voleva dire che Musil regnava su uomini e cose
solo al suo scrittoio, in mezzo alla carta, mentre poi, nella vita, era irrimediabilmente alla merc delle
circostanze e delle cose, inerme e inetto, obbligato a dipendere dallaiuto degli altri. Era noto che Musil
non sapeva maneggiare il denaro, anzi cercava di non prenderlo nemmeno in mano, tanta era la sua
avversione. Preferiva non andare solo da nessuna parte, cera quasi sempre sua moglie, che provvedeva
per lui a prendere i biglietti del tram e a pagare il conto al caff. Non portava denaro addosso, io non gli
ho mai visto in mano una moneta o una banconota. Si sarebbe potuto credere che il denaro fosse
incompatibile con la sua concezione delligiene. Si rifiutava di pensare al denaro, che lo annoiava e lo
infastidiva. Era dunque perfettamente naturale che sua moglie gli scacciasse di torno il denaro come si
fa con le mosche. Quando linflazione gli fece perdere tutto quello che possedeva, si trov in una
situazione molto critica. La durata dellimpresa a cui si era votato era in stridente contrasto con la
scarsezza dei mezzi che dovevano sostenerla.
Quando era ritornato a Vienna, i suoi amici avevano fondato una  Societ Musil  i cui membri
si impegnavano a versare un contributo mensile per consentirgli di lavorare allUomo senza qualit.
Musil conosceva la lista dei soci e si faceva ragguagliare sulla puntualit dei loro versamenti. Non
credo che si sentisse mortificato dallesistenza di quella societ. Pensava giustamente che i soci si
rendessero conto del valore dellimpresa. Per loro era un onore poter contribuire a quellopera. Sarebbe
stato ancora meglio se un numero maggiore di sottoscrittori si fosse fatto avanti. Io avevo sempre il
sospetto che ai suoi occhi quella Societ Musil  fosse una sorta di ordine cavalleresco. Esservi
ammessi era un privilegio, e mi domandavo se lui ne avrebbe escluso gli individui immeritevoli.
Occorreva un supremo disprezzo del denaro per continuare a lavorare, in simili condizioni, a unopera
come Luomo senza qualit. Quando lAustria fu occupata da Hitler, tutto fin, poich i membri della
societ erano in maggioranza ebrei.
Nei suoi ultimi anni, quando viveva in Svizzera nella pi assoluta indigenza, Musil ha scontato
in modo terribile il suo disprezzo per il denaro. Per quanto sia penoso pensare al grado di umiliazione
in cui era ridotto, tuttavia non vorrei immaginarmi Musil in condizioni diverse. Il suo sovrano
disprezzo per il denaro, che non era affatto legato a qualche inclinazione per una vita ascetica, la
mancanza di qualunque vocazione al profitto - si esita a chiamarla  vocazione , tanto  diffusa e
comune - sono tratti che appartengono allessenza intima del suo spirito. Musil non ne faceva uno
scandalo, non protestava assumendo pose da ribelle, non ne parlava: il suo imperturbabile orgoglio lo
induceva a non dar conto a se stesso della propria situazione, bench la conoscesse esattamente e non
trascurasse ci che essa significava per gli altri.
Broch era membro della  Societ Musil  e versava regolarmente il suo contributo mensile.
Non lo diceva, io ne ebbi notizia da altri. Come scrittore doveva soffrire per laspro giudizio negativo
di Musil, che in una lettera lo accusava espressamente di aver copiato nella trilogia dei Sonnambuli lo
schema dellUomo senza qualit. Se poi, parlando con me, defin Musil un re nellimpero della carta,
credo che si possa perdonarlo. Per me questa ironica definizione non ha valore. Anche a tanti anni di
distanza dalla morte di Musil e di Broch, io vorrei respingerla. Broch, che gi aveva dovuto soffrire non
poco sotto il peso delleredit mercantile di suo padre,  morto in esilio, in condizioni di miseria
paragonabili a quelle di Musil. Non voleva essere un re, e non lo fu in nessun regno. Musil fu un re
nellUomo senza qualit.
Joyce senza specchio
Lanno 1935 cominci per me tra ghiaccio e granito. A Comologno, lass nella meravigliosa
cornice della Val Onsernone coperta di ghiaccio, feci per alcune settimane il tentativo di collaborare
con Wladimir Vogel a una nuova opera lirica. Forse era stato assurdo intraprendere un simile tentativo,
perch proprio non mi andava lidea di sottostare a un compositore, di adattarmi alle sue esigenze. Mi
ero immaginato che si trattasse, come diceva Vogel, di unopera di nuovo genere, nella quale
compositore e poeta avessero uguali diritti. Ma si vide che quella parit non era assolutamente
possibile: io leggevo a Vogel ci che avevo scritto, lui ascoltava con tranquillo distacco, ma poi mi
sentivo umiliato dal sussiego con cui esprimeva la sua approvazione, annuendo col capo
e pronunciando una sola parola:  Bene , con annesso incoraggiamento: Vada avanti cos! . Se
avessimo litigato, per me sarebbe stato tutto pi facile. La sua approvazione e pi ancora il suo
incoraggiamento mi fecero passare la voglia di continuare.
Ho conservato alcuni abbozzi di quel lavoro: non poteva venirne fuori niente di buono. Al
momento di lasciare Comologno mi sentii ripetere unultima volta un  Vada avanti cos!  e mi resi
conto che Vogel non avrebbe pi avuto mie notizie. Mi vergognavo di dirglielo: se la voglia mi era
passata, quale motivo avrei potuto addurre? Era una di quelle inesplicabili situazioni che ho conosciuto
pi e pi volte nella mia vita: mi sentivo ferito nel mio orgoglio senza che il colpevole potesse
immaginare che cosera successo, perch lui non aveva fatto niente, proprio niente. Forse - quasi
inavvertitamente - mi aveva fatto sentire che si metteva al di sopra di me. E io potevo sottostare
soltanto per mia libera scelta. Dovevo essere io    a decidere chi mettevo sopra di me. I miei di me li
trovavo io, io decidevo chi erano; e se qualcuno, di testa sua, riteneva di poter essere uno di quegli di,
magari con pieno diritto, io dovevo scomparire dalla sua vita, io sentivo in lui una minaccia.
Le settimane di Comologno non rimasero tuttavia senza conseguenze. Una domenica dinverno,
allaperto, lessi ai miei padroni di casa e a Vogel la Commedia della vanit, e trovai ascoltatori pi
attenti di quelli che avevo avuto dagli Zsolnay. Il padrone di casa e sua moglie presero da allora a ben
volermi e mi proposero di tenere una lettura a Zurigo, nella loro casa della Stadelhoferstrasse, durante il
viaggio di ritorno da Comologno. Avevano una bella sala in cui usavano invitare alle loro serate il
mondo intellettuale zurighese. Cos, ancora in gennaio, ebbe luogo la prima lettura importante di una
parte della Commedia della vanit, davanti ad ascoltatori veramente illustri. Cera anche James Joyce,
di cui feci la conoscenza in quelloccasione. Lessi la prima parte della commedia, in purissimo dialetto
viennese, senza unintroduzione esplicativa, in una sala affollata, e non pensai che la maggior parte dei
presenti non poteva capire il dialetto viennese, da me adottato con tanta convinzione e con tutte le
logiche variazioni. Ero cos soddisfatto del rigore e della coerenza dei miei personaggi viennesi che
proprio non avvertii lumore del pubblico, che era piuttosto sfavorevole.
Nellintervallo fui presentato a Joyce, il quale si espresse in termini molto bruschi e molto
personali:  Io mi faccio la barba col rasoio, senza specchio! . Lo disse mettendo laccento sulle
parole  senza specchio; ed era certo unimpresa temeraria se si considera che aveva la vista
debolissima, anzi era ormai quasi cieco. Rimasi costernato da una reazione cos ostile, quasi che io lo
avessi attaccato personalmente. Pensai che lidea del divieto contro gli specchi, lidea centrale della
commedia, lo avesse irritato perch i suoi occhi erano cos mal ridotti. Per unora aveva dovuto sorbirsi
quel dialetto viennese che lui, nonostante il suo virtuosismo linguistico, non poteva capire. Solo una
scena era scritta in tedesco corrente, e Joyce vi aveva colto la battuta sulla rasatura davanti agli specchi.
Ad essa si riferiva col suo penoso commento.
Lirritazione per non essere stato in grado di seguire la lingua della commedia - lui, luomo di
cui si diceva che padroneggiasse innumerevoli lingue! - si era appuntata sul fenomeno di guardarsi allo
specchio, messo sotto accusa proprio nellunica scena di cui aveva afferrato il senso. Quellaccusa, che
in apparenza aveva una giustificazione morale, Joyce laveva riferita a se stesso. Perci aveva reagito
dichiarando che lui, pur facendosi la barba col rasoio, non aveva bisogno di specchi: non cera pericolo
che si tagliasse il collo. Questa dichiarazione, tipica della vanit maschile, sembrava tolta di peso dalla
mia commedia. Ero imbarazzato per la sventatezza con cui avevo fatto subire quel testo a Joyce. Era il
testo che io volevo leggere, ma invece di mettere sullavviso i padroni di casa, mi ero molto
compiaciuto che Joyce avesse accettato linvito; e troppo tardi mi accorgevo del guaio che avevo
combinato con i miei specchi. Col suo motto  senza specchio  Joyce era sceso in campo per
difendersi, e adesso, con mia profonda costernazione, mi vergognavo anche per lui, per quanto vi era di
incontrollato nella sua sensibilit che lo diminuiva ai miei occhi. Lasci la sala quasi subito, forse
credendo che la storia degli specchi dovesse continuare anche dopo lintervallo; e tuttavia il fatto che
egli fosse venuto ad ascoltarmi fu considerato un punto a mio favore, un privilegio. Quanto a quel
commento tagliente, cera da aspettarselo da un uomo come lui.
Fui presentato ad altri nomi illustri, ma lintervallo non era lungo e io non avevo la nozione del
tempo. Mi sembrava che gli ascoltatori fossero incuriositi, forse lo erano davvero, io avvertivo la loro
perplessit e facevo assegnamento sulla seconda parte della lettura. Avevo scelto  Il buon padre , un
capitolo del romanzo che di l a poco si sarebbe intitolato Die Blendung. A Vienna lavevo gi letto
spesso, in privato e in pubblico, e ormai lo consideravo un cavallo di battaglia, quasi fosse la parte
essenziale di un libro molto letto e universalmente noto. Ma per il pubblico quel libro non esisteva
ancora, e se a Vienna era almeno diventato un tema di conversazione, a Zurigo gli ascoltatori se lo
sentivano arrivare addosso come qualcosa di totalmente sconosciuto.
Non avevo ancora finito di pronunciare lultima frase quando Max Pulver,2 lunico che si fosse
presentato in smoking, salt in piedi, dritto come un fuso, e grid allegramente a tutta la sala: Sadismo
di sera, bel tempo si spera! . Il maleficio era rotto, e tutti poterono dare libero sfogo al loro dissenso.
La serata si protrasse ancora per un bel po', io feci pi o meno la conoscenza di tutti i presenti, e
ciascuno mi disse a modo suo la propria irritazione, specialmente per la seconda parte della lettura. I
pi cortesi mi trattarono con lindulgenza dovuta a un giovane scrittore non privo di talento che ha solo
bisogno di essere guidato sulla retta via.
Fu questo, per esempio, latteggiamento di Wolfgang Pauli,3 il fisico, per il quale avevo il
massimo rispetto. Con benevolenza egli mi tenne una piccola lezione, prima dicendo che avevo idee
aberranti e poi raccomandandomi con una certa insistenza di dargli ascolto, visto che lui mi aveva
ascoltato per tutta la sera. In verit io non lo ascoltavo, e quindi non saprei neanche adesso riferire le
sue parole, ma i miei orecchi si erano chiusi per un motivo che lui non avrebbe mai indovinato: il suo
aspetto mi ricordava Franz Werfel, solo il suo aspetto naturalmente, e questo particolare non poteva
non preoccuparmi dopo le esperienze fatte con Werfel esattamente un anno prima. Pauli aveva per un
modo di parlare del tutto diverso, non era ostile, anzi mi dimostrava simpatia: credo -ma qui potrei
anche sbagliare - che la retta via sulla quale voleva guidarmi fosse quella junghiana. Dopo la sua
ammonizione riuscii a dominarmi cos bene che stetti ad ascoltarlo - con apparente attenzione -fino in
fondo. Lo ringraziai addirittura per le sue interessanti considerazioni, e ci lasciammo in perfetta
armonia.
Bernard von Brentano,4 che aveva seguito la lettura dalla prima fila e quindi era stato investito
in pieno dalla violenza delle maschere acustiche, si avvicin con la faccia scura e si limit a dire nella
sua voce incolore: Io non riuscirei mai a mettermi in mostra cos, davanti a tutti, facendo il
commediante . La vitalit dei miei personaggi gli aveva urtato i nervi, per lui ero un esibizionista, e
ci era quanto mai contrario alla sua natura, che lo portava a compiacersi di fare il misterioso.
Uno dopo laltro, tutti si presero la briga di manifestarmi il loro dissenso, e poich cerano
anche molti nomi celebri, la scena faceva pensare in qualche modo a un pubblico processo. Ognuno si
preoccupava di mettere a verbale la propria presenza, e poi, una volta stabilito questo punto in maniera
definitiva e per sempre, voleva motivare a modo suo, di l da ogni dubbio, il proprio no. Gli ascoltatori
avevano gremito la sala, ci sarebbero ancora molti nomi da ricordare, e se sapessi che qualcuno di loro
 ancora al mondo gli riserverei almeno una citazione, se non altro per lavargli il nome dallonta di un
consenso prematuro. Alla fine il padrone di casa, al quale facevo compassione, volle presentarmi a un
signore, un grafico, di cui ho dimenticato il nome. Nel condurmi da lui disse:  Venga, le far piacere
sentirlo! . E cos potei udire lunica frase positiva della serata:  Mi ricorda Goya  disse il grafico.
Ma quelle parole consolanti, che riporto soltanto per amore di giustizia, non sarebbero state necessarie,
perch io non ero affatto disperato o anche solo abbattuto. Ero soggiogato dai personaggi della
commedia, dalla loro spietata concretezza, anzi - non posso chiamarla diversamente - dalla loro verit;
come sempre avveniva dopo una di quelle letture, mi sentivo felice ed esaltato, e ogni parola negativa
non faceva che rafforzare quello stato danimo. Ero sicuro del fatto mio come non mai, e la presenza di
Joyce aveva contribuito anchessa alla mia sicurezza, nonostante quellosservazione cos personale e
priva di significato.
La parte mondana della serata dur ancora parecchio, quanto bast a dissipare il malumore del
pubblico. Non pochi riuscirono a parlare cos bene di s da mettersi, nonostante tutto, al centro
dellattenzione. Pi di ogni altro si mise in vista Max Pulver, che gi si era distinto grazie allunico
smoking e a quella battutina azzeccata sul sadismo dellautore. Ora doveva comunicare certe cose
confidenziali che suscitarono la curiosit generale. Come scrittore non aveva molto prestigio in quella
cerchia di persone illustri, ma gi da tempo si dedicava alla grafologia. Era uscita la sua Simbologia
della scrittura, se ne discuteva molto, si diceva che il suo libro fosse la novit pi importante nel
campo della grafologia dopo Klages.
Pulver mi domand se sapevo quali saggi di scrittura stava esaminando in quel momento. Non
ne avevo la pi pallida idea, ma allora minteressavo anchio di grafologia e non nascosi la mia
curiosit. Senza tenermi troppo sulla corda Pulver mi confid a voce alta, in modo che tutti potessero
udire, qualcosa dimportante che riguardava la politica internazionale, non senza premettere:
 Veramente non dovrei proprio, ma lo dico lo stesso: sto esaminando la scrittura di Goebbels,
quella di Gring e quella di altri ancora. Perfino una scrittura che lei pu anche immaginare, ma questo
 un segreto assoluto. Me le ha mandate Himmler, per una perizia calligrafica .
Ero talmente impressionato che per un po mi dimenticai della mia lettura, e domandai:
 Ah, e come sono? .
Erano passati sei mesi dal Rhm-Putsch,5 e Hitler era al potere da due anni. Lingenuit della
mia domanda era pari allorgoglio puerile con cui Pulver dava quelle notizie. Mi rispose senza
cambiare tono, pi con gentilezza che con iattanza, quasi alla maniera viennese (era vissuto a Vienna
per un certo periodo), e con laria di chiedere scusa:
 Molto interessanti, davvero. Glielo direi volentieri, ma sono tenuto al riserbo pi rigoroso. 
come il segreto professionale dei medici .
Intorno a Max Pulver, intanto, tutti avevano drizzato le orecchie nelludire quei nomi pericolosi.
La padrona di casa, che era gi informata, si avvicin e disse severamente, indicando Pulver:
 Pur di parlare  capace di giocarsi la testa .
Ma Pulver fece osservare che era capacissimo di tacere, altrimenti non gli avrebbero mandato
quei campioni :
Da me nessuno sapr niente.
Oggi sarei disposto a pagare anche pi di allora pur di sapere qualcosa sul contenuto delle sue
analisi.
Nella lista degli invitati figuravano anche C.G. Jung e Thomas Mann, che non si erano fatti
vedere. Mi domandai se Pulver si sarebbe vantato anche con Thomas Mann dei saggi di scrittura che la
Gestapo gli aveva affidato. Sembrava che la presenza di esuli dalla Germania non lo turbasse. E ce
nerano molti nella sala: uno era Bernard von Brentano, un altro Kurt Hirschfeld dello Schauspielhaus.
Avevo addirittura limpressione che la loro presenza stuzzicasse Pulver a fare le sue rivelazioni, e mi
sentivo tentato di restituirgli laccusa di sadismo, ma ero troppo timido per farlo, e anche troppo poco
conosciuto.
Ma la vera regina della serata fu proprio la padrona di casa. Si sapeva della sua amicizia con
Joyce e con Jung. Non cera celebrit, scrittore, pittore o compositore, che non frequentasse la sua casa.
Era una donna intelligente, con lei si poteva parlare, aveva la mente aperta a ci che quei personaggi le
dicevano, sapeva discutere con loro senza arroganza. Sintendeva di sogni, e questo la legava a Jung,
ma si diceva che perfino Joyce le raccontasse i propri sogni. Nella casa che si era fatta sopra
Comologno offriva rifugio a non pochi artisti che potevano andarvi a lavorare. Da vera signora si
occupava di cose che non andavano solo a sua gloria. La paragonavo tra me a quel personaggio di
Vienna che faceva il bello e il cattivo tempo nella maniera pi ottusa e dominava la scena senza alcun
discernimento, con le sue pretese, con lavidit e con lalcool. La signora di Vienna la conoscevo
meglio, da pi anni, ed  incredibile quello che viene fuori da una pi lunga conoscenza delle persone,
ma credo che il confronto si risolva molto giustamente a favore della signora di Zurigo; e vorrei, se
fosse ancora viva, che sapesse della mia buona opinione.
Fu nella sua casa che ritrovai la fiducia in me, tra gii invitati di quella sera, tra le persone che mi
ascoltarono e mi condannarono, e forse mi condannarono perch mi avevano capito solo a met.
Appena pochi giorni prima mi ero vergognato per il mio tentativo di rendermi utile a un compositore
come suo subalterno, e anche se si trattava di un compositore che stimavo, avevo motivo di dubitare
che mi considerasse un suo pari. Nella casa di quella signora a Comologno mi era sembrato di subire
unumiliazione, senza che nessuno ne fosse veramente colpevole. Adesso la stessa signora, nella sua
casa di Zurigo, mi dava loccasione di mettere alla prova la mia ultima opera, alla quale ero legato con
tutte le mie fibre, davanti a un pubblico in cui non mancavano persone che ammiravo; e mi dava
loccasione di subire quella sconftta che era soltanto mia e alla quale potevo contrapporre, intatte, la
mia forza e la mia convinzione.
Il benefattore
Jean Hoepffner era il direttore delle  Strassburger Neueste Nachrichten, il giornale pi letto
dellAlsazia, che usciva ogni giorno in due lingue, tedesco e francese, e si distingueva per il suo senso
dellequilibrio e della misura. Il giornale pubblicava con scrupolo le informazioni che servivano
all'Alsazia e non si spingeva molto oltre gli interessi regionali se non era proprio necessario per i temi
economici di carattere pi generale. A Strasburgo non conoscevo nessuno che non comprasse il
giornale di Hoepffner, la sua tiratura era di gran lunga la pi alta, lo si vedeva esposto dappertutto. Non
era un giornale che eccitasse gli animi, la parte culturale non aveva nulla che la distinguesse
particolarmente, chi sinteressava a cose del genere si rivolgeva alla grande stampa parigina.
La tipografia e gli uffici del giornale si trovavano in un sobrio edificio della Blauwolkenstrasse,
o Rue de la Nue Bleue, verso il cortile, ma anche in ogni stanza del palazzo si udiva il rumore delle
macchine tipografiche. Jean Hoepffner non abitava nello stabile, ma al secondo piano aveva un
appartamentino di due stanze che metteva a disposizione degli amici venuti da fuori. Lappartamento
era stipato di vecchi mobili che lui stesso aveva scovato dai rigattieri nel corso degli anni. La sua pi
grande passione era quella di frugare nelle botteghe dei rigattieri, ed era felice quando credeva di avere
scoperto qualche pezzo che poi finiva tra le altre anticaglie della piccola foresteria. Era come se
Hoepffner avesse sistemato lass, in quelle due stanze, una sua personale bottega di rigattiere in cui
non si vendeva niente e che, secondo lui, riuniva i pezzi migliori. Lonore di vedere quella bottega
toccava soltanto agli amici ammessi ad abitarvi, e quando gli occhi di Hoepffner, due occhi chiarissimi,
si spalancavano su un pezzo che egli esaltava con candido entusiasmo, non trovavi il coraggio di dirgli
la verit, e cio che quel pezzo non ti piaceva per niente. Stavi zitto, sorridevi, ti congratulavi con lui, e
appena era possibile parlavi daltro.
Era questo il modo in cui cercavi ogni giorno di toglierti dallimbarazzo quando, come accadde
a me, occupavi lappartamentino per qualche settimana. Nelle due stanze, infatti, non cera soltanto
tutto quello che avevi trovato allinizio, ma continuavano ad arrivare novit perch quasi ogni giorno
Hoepffner si presentava con un nuovo oggetto, per lo pi di piccole dimensioni, come se si sentisse in
dovere di contribuire al benessere dellospite arricchendo le due stanze di cose sempre nuove e
sorprendenti. La foresteria era piena, non era facile trovare posto per gli ultimi arrivi, ma Hoepffner ci
riusciva ugualmente. Credo di non aver mai abitato in un posto pi contrario ai miei gusti, tutto
sembrava polveroso e inutilizzato, e sebbene qualcuno provvedesse ogni giorno alle pulizie non ti
saresti stupito di trovare muffa dappertutto. Ma sarebbe stata soltanto una muffa simbolica, perch a
guardar bene tutto era scrupolosamente pulito e quellimpressione di muffa derivava piuttosto dal
carattere degli oggetti e dal fatto che nessuno si accordava con laltro.
Quelle due stanze, nelle quali mi trattenevo solo per dormire e per la colazione del mattino,
quando mi veniva portato su il caff, furono teatro delle pi amabili conversazioni. La mattina, prima
di recarsi nel suo ufficio al primo piano, il signor Hoepffner veniva a trovarmi e mi faceva compagnia
mentre prendevo il caff. Aveva i suoi scrittori preferiti, li rileggeva continuamente, non riusciva a
saziarsene, e voleva parlarne con me. Al primo posto cera Adalbert Stifter, del quale conosceva quasi
tutto, e certe sue cose gli erano cos care che, mi diceva, le aveva lette pi di cento volte. La sera,
quando rincasava dalluHcio, si godeva il suo Stifter. Era scapolo e viveva solo col suo cane barbone,
mentre alla cucina e allandamento della casa provvedeva una governante che era al suo servizio da
anni. Il signor Hoepffner non perdeva tempo in cose superflue, sapeva apprezzare i piatti preparati per
lui da quella vecchia e brava alsaziana, ci beveva sopra il suo vino e poi, dopo aver giocato un po col
barbone, si disponeva a leggere Der Hagestolz,6 di cui non si stancava di tessermi le lodi. Per Stifter
trovava toni pi seri di quelli riservati alle anticaglie con le quali lo vedevo spesso arrivare. Ma era
evidente che tra le sue antichit e Stifter esisteva un rapporto, e lui non si sarebbe mai sognato di
negarlo.
Gli domandai una volta perch continuasse a leggere le stesse cose. Rimase stupito, ma non se
la prese. Cera forse qualche altro libro da leggere? Le cose moderne non poteva sopportarle, era tutta
roba cupa e disperata, non cera verso di trovarvi una sola persona buona; e questo era contrario alla
verit. Lui aveva una certa esperienza della vita, nella sua professione aveva conosciuto molta gente,
ma non si era mai imbattuto in una sola persona malvagia. La gente bisognava vederla cos com', e
non attribuirle intenzioni che non aveva. Stifter, appunto, era lo scrittore che pi di ogni altro aveva
questo dono, e da quando lui se nera reso conto, tutti gli altri lo annoiavano o gli facevano venire il
mal di testa.
Allinizio ebbi limpressione che Hoepffner non avesse mai letto altro, ma mi accorsi poi di
essere in errore, perch lui stesso ammise di avere molto caro un altro libro che aveva letto non meno
spesso. Forse il titolo mi avrebbe stupito. Sembrava che Hoepffner volesse scusarsi ancora un poco
prima di rivelarlo. Bisognava pur sapere, mi disse, come sarebbe il mondo se esistessero persone
malvagie. Era anche questa unesperienza necessaria, bench fosse pura illusione. Lui laveva fatta, e
pur sapendo quanto fosse lontano dalla realt il quadro tracciato in quel libro, esso era scritto cos
stupendamente che bisognava leggerlo; e lui se lo rileggeva di continuo. Come cera gente che leggeva
romanzi polizieschi per poi cercare sollievo nel mondo reale, cos lui leggeva il suo Stendhal, La
Certosa di Parma. Gli confessai che Stendhal era il mio preferito tra gli scrittori francesi, che ne avevo
fatto il mio maestro e che mi ero sforzato di imparare da lui.7  Imparare da lui?  domand il signor
Hoepffner.  Ma lunica cosa da imparare  che il mondo, per fortuna, non  cos .
Era convinto che La Certosa di Parma fosse s un capolavoro, ma in quanto deterrente, e la sua
convinzione era cos pura che mi vergognavo davanti a lui. Dovevo dirgli tutta la verit su di me e finii
col confessare quel che avevo scritto. Gli esposi il mio  Kant prende fuoco , e lui ascolt con
interesse.  Come deterrente,  disse  mi sembra che il suo libro sia anche meglio della Certosa di
Parma. Io non lo legger mai, ma sarebbe bene che la gente lo leggesse. Avrebbe un buon effetto. La
gente, dopo averlo letto, si sveglierebbe come da un incubo e apprezzerebbe la realt vedendo quanto 
diversa da quel sogno . Era comprensibile, disse, che nessun editore avesse ancora osato pubblicare il
libro, neanche quelli che avevano avuto parole di stima per il manoscritto : ci voleva coraggio, ed erano
ben pochi ad averne.
Credo che volesse aiutarmi e mascherasse questo desiderio nella maniera pi delicata. Non
aveva nessuna voglia di leggere una cosa simile, la descrizione che gli avevo fatto era gi abbastanza
repulsiva. Ma aveva saputo dalla nostra comune amica, Madame Hatt, che non avevo ancora pubblicato
niente, e questa non sembrava la migliore raccomandazione per uno scrittore di quasi trentanni. Poich
non poteva essere realmente favorevole a un libro simile, aveva escogitato un intento pedagogico per
giustificarne lesistenza: era un deterrente. Senza perdere tempo e senza esitare, nel corso di quella
stessa conversazione, disse che dovevo guardarmi in giro alla ricerca di un buon editore, uno che
credesse nel libro anche se non era disposto a rischiare tanto. Lui, Jean Hoepffner, avrebbe poi
garantito leditore da ogni perdita.  Ma  anche possibile  osservai  che nessuno voglia leggere il
libro .
 E allora la perdita me lassumo io  disse Hoepffner.  A me le cose vanno fin troppo bene, e
non ho una famiglia da mantenere. Sembrava la soluzione pi naturale del mondo. Non tard a
convincermi che lo faceva con entusiasmo, che non cera niente di pi semplice; e intanto mi
dimostrava che il mondo era fatto anche di persone buone ed era ben diverso da quello del mio libro;
che il libro bisognava leggerlo soltanto per ritornare con rinnovata fiducia al mondo reale, che era fatto
di buona gente.
Quando ritornai a Vienna, le cose da raccontare non mancavano. Il viaggio mi aveva portato a
Comologno e a Zurigo, a Parigi e a Strasburgo, cerano stati avvenimenti imprevisti, avevo incontrato
persone ragguardevoli. Ne riferii a Hermann Broch, e lui disse senza mezzi termini, con una rapidit
che non gli era abituale, che mi invidiava per una cosa: lincontro con James Joyce. In verit io non
avevo nessun motivo per sentirmene onorato. Quel commento cos tagliente e mascolino,  Io mi faccio
la barba col rasoio, senza specchio! , mi era sembrato una beffa e un segno di incomprensione totale.
Broch non era dello stesso parere: secondo lui, stava a indicare che cera qualcosa che aveva colpito
Joyce. Con quella risposta Joyce si era scoperto. Non era uomo capace di dire sciocchezze. Avrei forse
preferito qualche parolina sgusciante, non impegnativa? Broch volt la frase da tutte le parti, tentando
diverse interpretazioni. Si compiaceva della loro contraddittoriet, e quando gli feci osservare che
trattava quella frase banale e del tutto insignificante come il responso di un oracolo, lui annu senza
esitare, perch lo era veramente, s, era la frase di un oracolo; e si avventur in altre interpretazioni.
Secondo Broch, il fatto che Joyce avesse perso la calma era un punto a favore della commedia.
E naturalmente Joyce aveva afferrato ogni battuta: o forse credevo che un uomo simile, dopo tanti anni
trascorsi a Trieste, non avesse una perfetta padronanza dellaccento austriaco? Per Broch largomento
non era ancora esaurito, e quando interruppe il mio tentativo di riprendere il racconto del viaggio e
ritorn ancora su Joyce, perch gli era venuta in mente unaltra possibile interpretazione, mi resi conto
che per lui Joyce era diventato un modello, una figura che si cerca di emulare e da cui  impossibile
liberarsi veramente. Broch era un uomo quanto mai cortese, alieno da ogni forma di arroganza, ma non
ci fu verso di dissuaderlo, qualunque cosa dicessi sulla crudele alterigia di Joyce. Quella apparente
crudelt, se pure era lecito chiamarla cos, era solo la conseguenza delle molte operazioni agli occhi, e
non significava niente. Ci che interessava a Broch era la fermezza con cui Joyce affrontava la
celebrit, e la sua era una celebrit nobile, eletta, come nessunaltra. Compresi che per Broch era
quello, solo quello, il genere di celebrit che contava. Non cera nulla, sicuramente, che gli stesse tanto
a cuore quanto la stima di Joyce, e la speranza di arrivare a un risultato parallelo, per cos dire, ha poi
avuto una parte decisiva nella nascita della sua Morte di Virgilio.
Ma Broch fu poi sinceramente felice quando gli raccontai di Jean Hoepffner e della sua offerta,
che dest in lui una meraviglia non inferiore alla mia. Un uomo che leggeva quasi soltanto Stifter, che
rifiutava in blocco la letteratura moderna, che gi dopo le prime pagine avrebbe respinto con orrore il
mio  Kant prende fuoco, si diceva disposto a provvedere perch il manoscritto vedesse la luce.  A
questo punto,  disse Broch  il libro far la sua strada.  un libro troppo intenso e forse anche troppo
inquietante per essere dimenticato. Non oso dire se lei, con questo libro, far del bene ai lettori. Ma
intanto il suo amico, senza dubbio, fa del bene. Agisce senza tener conto dei propri pregiudizi. Non
riuscirebbe mai a capire il romanzo. Ma non lo legger nemmeno. E neanche medita di assicurarsi cos
un titolo di merito presso i posteri. Ha intuito che lei  uno scrittore vero e, per dir cos, vuole fare del
bene alla letteratura nel suo insieme, perch per lui la letteratura  Stifter, verso il quale ha tanta
riconoscenza. Quello che mi piace di pi in questo Hoepffner  il suo modo di travestirsi nella vita. Il
direttore di una tipografa e di un giornale! Pi in l di cos il travestimento non potrebbe andare.
Adesso le sar facile trovare un editore .
I fatti gli diedero ragione, e proprio Broch contribu in parte alla riuscita dellimpresa, sia pure
involontariamente. Alcuni giorni dopo incontr Stefan Zweig, che si trovava a Vienna per due motivi:
doveva sottoporsi a una radicale cura dentistica e doveva fondare una nuova casa editrice per i suoi
libri, dal momento che lInsel-Verlag, in Germania, non poteva pi pubblicarglieli. Credo che gli
avessero estratto tutti i denti, o quasi. Un suo amico, Herbert Reichner, pubblicava  Philobiblon , una
rivista molto buona. Zweig decise di affidargli i suoi libri e di aggiungervi come contorno qualche altra
opera di cui non ci fosse da vergognarsi.
Per caso, poco dopo il mio ritorno a Vienna, incontrai Zweig al Caf Imperiai. Era seduto tutto
solo in una delle sale posteriori e si teneva la mano davanti al viso per nascondere la bocca sdentata.
Sebbene non gli piacesse farsi vedere in quello stato, mi fece segno di avvicinarmi e mi invit a
prender posto al suo tavolino.  Da Broch ho saputo tutto  disse.  Lei ha conosciuto James Joyce. Se
ha qualcuno che garantisce per il suo romanzo, posso raccomandare al mio amico Reichner di
pubblicarlo. Ma lei deve farsi scrivere una prefazione da Joyce. Cos il libro non passer inosservato .
Dissi subito che era unidea da scartare senzaltro. Non avrei mai potuto chiedere a Joyce una
cosa simile. Joyce non aveva la pi pallida idea del manoscritto. Era quasi cieco. Come si poteva
imporgli una lettura del genere? E poi, anche se avesse avuto i migliori occhi del mondo, non gli avrei
mai fatto quella richiesta. Anzi, una prefazione non lavrei chiesta a nessuno. Il libro doveva essere
letto per quello che era, non aveva bisogno di stampelle.
Usai un tono cos brusco che io stesso ne rimasi un po spaventato.  Volevo soltanto aiutarla 
disse Zweig, e si rimise rapidamente la mano davanti alla bocca.  Ma se lei non vuole... . La
conversazione era finita, me ne andai per la mia strada e non mi pentii minimamente di avere respinto
con tanta energia quella proposta. Avevo salvato il mio amor proprio. Daltra parte non avevo perduto
niente. Anche se la cosa fosse stata possibile - ma per me era del tutto escluso -, mi riusciva
insopportabile lidea di presentare il libro con una introduzione di Joyce, buona o cattiva che fosse.
Disprezzai Zweig per la sua proposta. Ma forse fu una fortuna che non lo disprezzassi troppo, perch
poco dopo ricevetti una lettera della casa editrice Herbert Reichner, nella quale si parlava della
garanzia, s, ma non si accennava affatto a una prefazione. Poich la lettera mi invitava anche a.
mandare con urgenza il manoscritto, andai a consultarmi con Broch, il quale mi persuase ad accettare; e
io inviai il manoscritto.
Gli ascoltatori
Il mio orgoglio si era risollevato, e la prima conseguenza si vide il 17 aprile 1935, quando andai
a tenere una lettura alla Schwarzwaldschule.
Dalla dottoressa Schwarzwald ero stato in visita un paio di volte, non di pi. Mi ci aveva
accompagnato Maria Lazar, alla quale dovevo anche la mia conoscenza con Broch. Molto pi della
leggendaria e loquacissima pedagoga che fin dal primo incontro ti stringeva contro la sua pancia e ti
accoglieva cos affettuosamente come se fossi stato suo allievo prima ancora di, mettere i denti, come
se tra lei e te non ci fossero segreti, come se fossi andato infinite volte da lei a rovesciare la piena del
tuo cuore - molto pi di lei, nonostante quella sua filantropica intimit, mi piaceva il taciturno dottor
Schwarzwald, un ometto un po storpio che camminava appoggiandosi a un bastone e poi andava a
sedersi con la faccia truce in un angolo, dal quale si sorbiva rassegnato linterminabile discorrere dei
visitatori e quello anche pi interminabile della signora dottoressa. La cosa migliore che si possa dire
della testa del dottor Schwarzwald, divenuta famosa attraverso la pittura di Kokoschka,8  che
somigliava a una radice - secondo una definizione coniata da Broch.
I visitatori venivano ricevuti in una stanza piuttosto piccola che era ancor pi leggendaria della
dottoressa Schwarzwald. Chi non vi aveva messo piede, infatti? Vi andavano i grandi di Vienna, quelli
veri, e molto prima di diventare personaggi pubblici, universalmente noti. Vi era stato Adolf Loos, che
aveva portato con s il giovane Kokoschka, vi erano stati Schnberg, Karl Kraus, Musil. Bisognerebbe
citare molti altri, ma  degno di nota il fatto che di l siano passati tutti coloro la cui opera ha poi
resistito al tempo. E non era che uno solo di quei visitatori trovasse particolarmente interessante la
conversazione della dottoressa Schwarzwald. Costei era ritenuta una pedagoga appassionata, con
tendenze moderne e libere, era adorata dai suoi allievi, dava a molti un vero aiuto ed era di manica
larga, ma poich tutto in lei confluiva e si mescolava confusamente, gli intellettuali di quel calibro la
trovavano non solo priva dinteresse, ma piuttosto fastidiosa. Passava per una chiacchierona animata
dalle migliori intenzioni, mentre i visitatori che si potevano incontrare in casa sua non lo erano, e per di
pi non ci andavano a gruppi, ma pochi per volta, cos che di ciascuno restavano impresse
distintamente le parole e la faccia: si aveva la sensazione che fossero venuti a posare per un ritratto, e
che forse si usurpava un poco la parte del grande ritrattista che li aveva conosciuti l e poi ne aveva
anche dipinto davvero le sembianze.
Chiunque fosse presente, la persona che rimaneva indimenticabile era il taciturno dottor
Schwarzwald, che con la sua muta austerit spazzava via istantaneamente il fiume di parole che usciva
dalla bocca della signora dottoressa. Ma cera anche una persona in cui tutti riconoscevano il vero
cuore di quel mnage, ed era la meravigliosa Mariedl Stiasny, lamica del dottor Schwarzwald, quella
che aveva cura di lui, ma non solo di lui, quella che presiedeva allamministrazione e faceva
letteralmente tutto ci che cera da fare per la scuola, per le allieve e per landamento della casa, una
donna bella, sveglia, intelligente, n loquace n taciturna, una creatura luminosa il cui sorriso dava
respiro e vita a tutti coloro che vivevano l o erano solo di passaggio. Chi arrivava in visita non la
incontrava subito, perch lei era sempre indaffarata, ma poi si affacciava una volta o due per dare una
rapida occhiata alla situazione; e chiunque fosse presente, anche se avevi appena conosciuto questo o
quel principe dello spirito, ti sorprendevi ad aspettare con impazienza lapparizione di Mariedl Stiasny.
Quando si apriva la porta, il primo desiderio di tutti era che fosse lei a comparire; e perfino la visita di
Domineddio, temo, avrebbe causato un po di delusione, perch non era lei. In quel dibattito, forse
vagamente comico, che cera stato tra Broch e me a proposito delluomo buono, non avevamo preso
in considerazione -oggi la cosa appare inconcepibile - neanche una donna: altrimenti, sarebbe bastato
nominare quella persona perch tutto si decidesse di colpo e la disputa avesse termine.
Tra i pi giovani visitatori ammessi alla Schwarzwaldschule cera stato - come poteva essere
diversamente? - anche Fritz Wotruba. Era un ospite incostante e non si tratteneva mai a lungo, ma ci
che lo spingeva ad andarsene non era tanto la loquacit della signora dottoressa - lui era abituato a
quella della moglie, Marian - quanto la sua stessa natura irrequieta e impetuosa, il richiamo che aveva
su di lui il selciato di un quartiere cos vicino alla Florianigasse, quel selciato che era la sua vera patria.
In quel posto Wotruba si sentiva meglio fuori che dentro, e una volta fatto il suo doveroso atto di
presenza, non si lasciava persuadere facilmente a tornare. Quando gli avevo raccontato, non senza
orgoglio, dellunanime bocciatura decretata dagli illustrissimi ascoltatori di Zurigo, Wotruba aveva
replicato:  Quelli l non capiscono la lingua di Vienna. Devi farla qui una grande serata, adessol .
Ci che gli piaceva di pi nella Commedia della vanit era appunto limpiego delle voci viennesi, e
considerava una questione donore presentarla a un autentico pubblico viennese.
Pu darsi dunque che sia stata Marian Wotruba, col suo senso pratico, a pensare alla grande sala
della Schwarzwaldschule. La scuola non doveva figurare come promotrice della serata, ma provvide a
mettere a disposizione la sala. Di tutto il resto si occup Marian, e io vidi con i miei occhi di che cosa
era capace quando prendeva a cuore una causa. La sala era piena zeppa. Se non proprio tutti, cerano
quasi tutti i membri della Sezession e dello Hagenbund, pittori e scultori, gli architetti del Neuer
Werkbund (alcuni li conoscevo anchio). Marian doveva averli assordati con le sue parole,
affrontandoli uno per uno e tutti insieme. Ma cerano l anche persone che non appartenevano al suo
giro, per esempio scrittori e altri che per me contavano moltissimo.
Devo nominare i due che ponevo pi in alto di tutti. Venne larcangelo Gabriele, come io usavo
chiamare tra me il dottor Sonne, e se pu suonare misterioso questo nome che gli avevo dato e che uso
qui pubblicamente per la prima e unica volta, la sua presenza fu anchessa misteriosa. Riusc infatti a
non farsi vedere da nessuno, e ci nonostante io mi sentii al sicuro sotto il suo usbergo. Ma venne
anche Robert Musil con sua moglie, in compagnia di Franz e Valerie Zeis, che erano due buoni amici
comuni e che da tempo avevano preparato quellincontro con tatto e abilit. Cera Musil, e per me
questo valeva pi della presenza di Joyce alla serata di due mesi prima nella Stadelhofentrasse di
Zurigo. Anche se Joyce era allapice della fama, anche se sapevo benissimo quanto fosse meritata
quella fama, Robert Musil - io avevo cominciato a leggerlo seriamente solo da un anno -mi sembrava
degno della stessa celebrit; ed era anche pi vicino alle mie idee.
Lessi ancora i testi che avevo letto a Zurigo, ma in ordine inverso: prima il capitolo Il buon
padre dal romanzo e poi la prima parte della Commedia della vanit. Forse era questo lordine
migliore, ma non credo che bastasse a determinare unaccoglienza cos diversa. Aveva ragione
Wotruba quando diceva che nulla era pi Vienna, lautentica Vienna, dei testi scelti per quella serata.
Anche l'attesa era del tutto diversa. A Zurigo non cera nessuno, tranne i padroni di casa, che avesse
mai sentito parlare di me, ero per tutti una pagina bianca; e poi, di colpo, senza una sola parola di
spiegazione, quella baraonda di voci e di personaggi! Adesso, invece, molti sapevano gi con chi
avevano a che fare, e quelli che ancora non lo sapevano erano stati catechizzati a dovere da Marian
Wotruba. A Zurigo io ero come ubriaco, inebriato dai personaggi della commedia, e il loro rapido
alternarsi, la loro eterogeneit, che per era presentata come simultaneit, non lasciava al pubblico il
tempo di accettarli. Allora non badavo alle facce che mi stavano davanti, come di solito accade sempre
durante una lettura, non mi ancoravo a qualcuno per avere un riferimento; e quindi ebbi solo pi tardi,
quando tutto era ormai finito, il senso della totale incomprensione.
Questa volta, fin dallinizio, sentii intorno a me attesa e stupore, e ne fui spronato come se ne
andasse della mia vita. Il terribile  Buon padre  suscit orrore, ma i viennesi conoscevano benissimo
il potere dei loro portinai, e non credo che qualcuno avrebbe osato contestare la verit di quel
personaggio mentre tutti quanti, l nella sala, erano alla sua merc. La commedia, subito dopo,
prometteva quasi una liberazione, ma poi anchessa sal di tono a poco a poco e manifest la sua
particolare terribilit. Se alla fine molti erano spaventati, ci dipendeva dalla natura delle cose che vi
erano raffigurate, e non da colui che le raffigurava. Una reazione astiosa la avvertii solo in alcune
persone appartenenti alla cerchia degli intimi di casa Schwarzwald. Una vera lavata di capo, come
quelle che avevo subito a Zurigo, la buscai soltanto da Karin Michaelis, una scrittrice danese, che mi
rimprover con sdegno la mia mancanza di umanit e riusc a far ammutolire, per la prima e unica
volta, perfino la signora dottoressa Schwarzwald. Costei non disse una parola, non mi elarg neppure le
affabili chiacchiere alle quali mi ero preparato; e contribu cos, col suo silenzio, alla riuscita della
serata.
Io, infatti, ero quasi in estasi per la presenza delle due persone che ho gi citato prima. Musil lo
vedevo davanti a me, nella seconda fila, e temevo vagamente che dopo il primo brano, Il buon padre,
al quale feci seguire un breve intervallo, potesse alzarsi e andarsene come aveva fatto Joyce a Zurigo
dopo la Commedia. Invece Musil non si alz e non usc: al contrario, mi sembrava assorto e
conquistato. Il torace rigido era piegato un po in avanti, verso di me, e la testa faceva l'effetto di un
proiettile puntato sulla mia persona che per non veniva sparato grazie a un eccezionale autocontrollo.
Questa impressione, che si  scolpita in me per sempre, non era frutto di unillusione, e ben presto ne
ebbi la conferma, anche se in termini che non potevano non sorprendermi.
Il dottor Sonne, che solo questa volta nomino al secondo posto, era invisibile. Sapevo che non
lavrei trovato, perci non lo cercai nemmeno. Ma quello, per me, fu un momento decisivo nei nostri
rapporti. Dopo tutte le conversazioni di cui mi onorava da pi di un anno, era la prima volta che veniva
a conoscenza di qualcosa di mio. Non gli avevo mai mostrato un manoscritto, e lui sapeva, per quanto
non se ne fosse mai parlato, che mi vergognavo di non avere ancora pubblicato un libro, cos come
sapeva che la mia vergogna scompariva davanti a lui, ma solo davanti a un uomo come lui, che
rinunciava a qualsiasi pubblica manifestazione di s. Sonne non mi fece mai domande al riguardo, non
disse mai: Non vuole portarmi il romanzo di cui mi ha parlato Broch? . Non disse niente perch
sapeva che il libro, non appena ci fosse stato un libro, non appena la stampa lo avesse reso definitivo, io
glielo avrei portato.
Sonne sapeva pure che dovevo proteggere il mio manoscritto dal suo giudizio, perch lui era
luomo, lui solo, che avrebbe potuto distruggerlo con una parola. A questo pericolo, di cui mi rendevo
conto perfettamente, non volevo esporre n il romanzo n i due drammi, e non mi sembrava che la mia
fosse vilt, perch tutto ci che possedevo erano quelle tre opere, delle quali nemmeno una era ancora
arrivata alla pubblicazione. Mi sentivo capace di proteggerle da chiunque altro, ma davanti a lui
sarebbero state inermi, poich istintivamente, ma anche deliberatamente, avevo eletto Sonne a mia
autorit suprema. A quellautorit ero pronto a inchinarmi, perch essa mi era tanto necessaria quanto
la consapevolezza dellesistenza delle tre opere. Ma adesso Sonne era venuto ad ascoltarmi, e dopo
tutto quello che ho detto sembrer strano che la sua presenza non mincutesse il minimo timore.
Broch non era a Vienna e Anna era in ansia per la grave malattia di sua sorella Manon. Di
coloro che lanno prima mi avevano riservato solo umiliazione, non cera nessuno. Il grido di Werfel, 
E lasci perdere queste cose! , non mi torn mai alla mente, sebbene restasse ancora conficcato in me
come laculeo dellodio. Doveva essere una maledizione contro ogni altro tentativo letterario da parte
mia, e sebbene io non ne tenessi alcun conto, la maledizione restava, perch si era incuneata nella
commedia in cui credevo con ogni mia fibra. Il mondo di casa Zsolnay, che non avevo mai preso sul
serio, era lontano : adesso avevo di fronte quello che per me era il vero, lautentico mondo di Vienna,
quello per cui parteggiavo e che - ne ero certo - era il mondo dellavvenire.
Allesito esterno della serata contribu in maniera decisiva anche il comportamento dei pittori,
una coorte molto risoluta, capitanata da Wotruba, che non lesin gli applausi. Fu essa forse, quella sera,
a destare limpressione che la commedia avesse finalmente trovato il suo pubblico. Era un errore, come
poi si vide, ma perdonabile: per una volta potevo permettermi di presumere che la commedia fosse
stata capita e potesse avere una sua efficacia nel tempo per il quale era stata scritta.
La lettura era appena finita quando Musil mi si avvicin. Credo che mi abbia parlato di getto,
col cuore, senza il riserbo che tutti gli conoscevano. Io ero confuso e inebriato, quella che mi rivolgeva
era la faccia, non la schiena, e io vedevo la sua faccia vicina, davanti a me, e ne ero talmente dominato
che non afferrai ci che mi diceva. Musil non ebbe neanche molto tempo, perch subito mi sentii
agguantato alla spalla, costretto energicamente a fare dietrofront e abbracciato: era Wotruba, il cui
entusiasmo fraterno non aveva riguardi per nessuno. Mi sottrassi alla stretta e presentai Fritz a Musil.
Fu allora, in quel momento pieno di fervore, che venne gettato il seme della loro amicizia; e se poi
questa amicizia fu cos ricca di vicende che essi dimenticarono quel momento isolato e per entrambi
ancora sterile, io non lho scordato e lo considero una delle occasioni luminose della mia vita.
Dovemmo separarci perch sopraggiunse altra gente, cerano molti che vedevo per la prima
volta, la ressa aument, finch fummo invitati a trasferirci allo Steindl-Keller, dove era stata riservata
una sala al primo piano. Un lungo corteo si mise in cammino alla spicciolata, e quando arrivai e mi
affacciai a guardare dentro la sala prenotata, vidi che molti erano gi seduti alla lunga tavola a ferro di
cavallo. Davanti allingresso della sala trovai Musil che stava l in piedi, indeciso, accanto a sua
moglie. Franz Zeis, lamico di cui si fidava, cercava di persuaderlo a prender posto. Musil esitava: gett
unocchiata nella sala, ma non si mosse di un passo. Quando mi avvicinai e lo invitai molto
rispettosamente, mi fece le sue scuse, disse che cera troppa gente, che per lui la sala era troppo
affollata. In verit sembrava ancora indeciso, ma ormai aveva declinato linvito e non poteva tirarsi
indietro. Alla fine and a cercarsi un tavolo l fuori e vi si sedette con la moglie e i due Zeis.
Forse fu meglio cos: come avrei potuto sentirmi in libert davanti a lui? Un uomo per il quale
avevo unammirazione cos profonda, sarebbe stato sconveniente farlo sedere pigiato in mezzo a tanti
altri, che poi erano l a mangiare, bere e far baccano per festeggiare la serata di un giovane scrittore. Io
dovevo invitarlo, vedendolo in piedi vicino alla porta aperta e immaginando la sua titubanza; accettare
la sua esclusione sarebbe stata unindelicatezza peggiore che invitarlo. In fondo, poteva essere
addirittura che si aspettasse un invito per poi ricusarlo. Gli atti di difesa che ho visto compiere da
Musil, nei miei riguardi o verso altri, mi- sono tutti sembrati infallibilmente giusti. Li ricordo
volentieri, ed  un ricordo cui non vorrei rinunciare. Se di lui avessi sperimentato solo quellaspetto e
nientaltro (per fortuna non  stato cos), avrei almeno la sensazione di aver conosciuto Musil nel modo
giusto, in un modo preciso, addirittura conforme al linguaggio della sua opera.
Nella sala interna regnava la massima allegria. Erano presenti certi pittori che in fatto di
baldorie la sapevano lunga. Dissi a me stesso che non cera nessuna delle persone di cui mi sarei
vergognato.  una fortuna che in simili occasioni si rinunci ad accertamenti minuziosi. Tuttavia mi
mancava qualcosa, e specialmente quando cera da brindare esitavo un poco ogni volta, come se in
realt dovessi ancora aspettare: non sapevo che cosa, perch avevo dimenticato quel che era pi
importante. Forse, contagiato comero dallallegria generale, non osavo dire a me stesso che la cosa
decisiva, essenziale, doveva ancora venire. Aspettavo il giudizio, s, ma non lo cercavo. Non ero nella
condizione di stabilire esattamente chi fossero tutte quelle persone. A poco a poco ognuno si
presentava, e questo almeno era un punto fermo. Ma per una volta, una sola volta, mi sentii addosso
uno sguardo. Non cera nessuno che mi gridasse qualcosa. Guardai, senza cercare, in una certa
direzione. Piuttosto lontano da me, esile, nascosto in mezzo agli altri, perfettamente tranquillo, cera il
dottor Sonne. Non appena si accorse del mio sguardo, sollev leggermente il bicchiere, sorrise e bevve
alla mia salute. Mi parve che muovesse le labbra, ma non si ud una parola, mano e bicchiere erano
sospesi in un gesto vagamente irreale e rimasero alzati, come in un quadro.
Tutto quello che aveva da dirmi lo disse cos, e non aggiunse altro nemmeno nei giorni
seguenti, quando ci ritrovammo a uno dei tavolini di marmo del Caf Museum. Mi aveva parlato
sollevando il bicchiere, tenendolo sospeso, e questo valeva ben pi di qualsiasi applauso o parola ad
alta voce. Sonne aveva ascoltato soltanto delle parti, non unopera intera, e perci non voleva
pronunciarsi. Ma non si frapponeva sulla mia strada, non mi segnalava i pericoli che forse lui avrebbe
visto. Mi dava via libera, con la sua solita discrezione, con tutto il riguardo che usava verso ogni essere
vivente; e io interpretai come un segno di approvazione quello che forse era gi qualcosa di pi.
Tra le persone che erano venute allo Steindl-Keller cera Ernst Bloch. Sapevo del suo Thomas
Mnzer,9 ma non me nero mai occupato. La sua presenza era stata notata da molti, anche da Musil,
come seppi poi. Dopo il mio vano invito a Musil, quando entrai nella sala interna gi piena di gente,
Bloch si alz dal posto che si era appena assicurato e mi venne incontro. Mi prese in disparte, per cos
dire, se pure era possibile in quella confusione, e volle esprimermi il suo parere in forma riservata e
circostanziata. Il suo discorso cominci con un gesto molto efficace.  Prima impressione  disse
sollevando le mani un po sopra laltezza delle spalle e tenendole a una certa distanza tra loro, ma con
le palme aperte rivolte luna verso laltra. Poi, scandendo le sillabe, continu:   una cosa - eminente
. Il lungo intervallo tra le due parti della frase mi colp come il gesto delle mani alzate. La frase era
cominciata in un tono indefinito e si concludeva in modo sorprendente e quanto mai perentorio.
Guardai confuso quella testa lunga e nodosa le cui linee erano come sottolineate dalla posizione
eminente delle mani. Bloch disse poi altre cose che dimostravano come avesse subito afferrato il
senso della commedia, e riusc perfino a indovinare lo sviluppo dellazione nella seconda parte. Fu un
commento molto ampio, perfettamente articolato, e io non mi sarei potuto augurare niente di meglio.
Ma era come ascoltare un discorso in una lingua straniera.   una cosa - eminente   tutto ci che mi
 rimasto nella memoria.
Non vorrei tacere un certo strascico di quella serata, anche se per me  piuttosto imbarazzante.
Riguarda Musil e le sue effettive reazioni durante la lettura, qualcosa che non potevo immaginare e che
sarebbe rimasto ignorato, tanto era grande la felicit per la sua presenza e per il suo comportamento nei
miei riguardi, se non lavessi saputo da Franz Zeis alcuni giorni dopo.
Franz Zeis era consigliere allufficio brevetti e conosceva Musil da molto tempo. Era un amico
fedelissimo che ne aveva capito per tempo tutto il valore. In quegli anni, a Vienna, cera un certo
numero di persone, forse una dozzina, alle quali era gran merito legarsi poich i rapporti con loro non
assicuravano alcun vantaggio ma piuttosto procuravano dispiaceri. Alcune di esse erano riunite in
piccoli sodalizi, come Schnberg e i suoi allievi, altre erano isolate. Franz Zeis le conosceva ed era in
stretti rapporti con tutte. Un acuto istinto lo portava a capire la loro solitudine. Si rendeva conto che era
necessaria, ma sapeva anche quanto ne soffrissero. Conosceva Musil meglio di chiunque altro ed era
ormai abituato alla sua suscettibilit e alla diffidenza di Martha, la moglie, che vigilava con occhi
dArgo affinch nessuno gli si avvicinasse troppo. Zeis non ignorava le sfumature della particolare
condizione di spirito necessaria allesistenza di un uomo di quella levatura, n le reazioni, anche quelle
pi nascoste, che ci si potevano aspettare da lui; e aveva laccortezza di considerarle e di tenerne conto
in tutte le iniziative a favore di Musil.
Zeis sapeva quale opinione io avessi di Musil, e non appena si era convinto della profondit e
della saldezza della mia stima ne aveva parlato con lui, il quale esaminava scrupolosamente ogni forma
di ammirazione prima di accettarla. Franz Zeis doveva sempre sottostare a unindagine rigorosa, e ogni
volta che riportava un commento, questo veniva messo sul bilancino ed era per lo pi giudicato
insufficiente. Se per cera anche il minimo motivo per ottenere lapprovazione di Musil, Zeis non
mollava e lo metteva in evidenza. Gli intermediari si dividono in due categorie. Gli uni fanno quello
che possono per inimicare le persone: riferiscono ogni osservazione negativa isolandola dal contesto e
ingrandendola, cos da provocare reazioni difensive - naturalmente ostili -, poi riportano anche queste e
intensificano il loro gioco fino a gettare la discordia anche tra buoni amici. Costoro godono del senso di
potere che traggono dallesercizio di tale gioco, e a volte riescono addirittura a prendere il posto del
vecchio amico presso entrambe le parti. Laltra categoria, assai meno numerosa, riferisce solo i
commenti positivi, si sforza di attenuare leffetto delle reazioni ostili passandole sotto silenzio, stimola
la curiosit e a poco a poco anche la fiducia, finch inevitabilmente viene il momento in cui le due
persone, avvicinate luna allaltra con tanta pazienza, sincontrano anche nella realt. Franz Zeis
apparteneva a questa seconda categoria, e credo che si preoccupasse sinceramente di mitigare un poco
in Musil il suo senso di isolamento e di procurare a me la gioia di conoscerlo da vicino.
Limpresa era riuscita a Zeis quando aveva persuaso Musil ad assistere alla mia lettura. Ma Zeis
voleva anche darmi altri ragguagli sulle reazioni di Musil, e la prima volta che cincontrammo questi
ragguagli mi sorpresero non poco. Dapprima Musil era sembrato stupito: Ha un buon pubblico aveva
detto accennando alla presenza di persone come Ernst Bloch e Otto Stoessl, lo scrittore. Ne era
impressionato. Ma poi, durante la lettura del Buon padre, aveva afferrato improvvisamente i
braccioli della poltrona e aveva detto al suo accompagnatore :  Sa leggere meglio di me! . Non era
assolutamente vero, tutti sapevano che Musil era un lettore eccellente, ma la cosa curiosa non era il
contenuto della sua osservazione, bens la forma in cui la esprimeva. Era una prova di quello che in
seguito mi colp profondamente in lui come elemento agonistico. Musil si misurava sugli altri, anche
una lettura era per lui lequivalente dellagone presso i greci antichi. Tutto questo mi sembr quasi
assurdo, non mi sarei mai sognato di volermi misurare con lui, che collocavo tanto pi in alto di me.
Ma forse, dopo la severa umiliazione dellanno prima, per me era diventata una necessit - senza che
allora me ne rendessi conto - scendere in gara davanti ad ascoltatori migliori e infine vincere la prova.
Funerale di un angelo
Da quasi un anno la spingevano in giro sulla sedia a rotelle, tutta agghindata, dipinta con ogni
cura, una preziosa coperta sulle ginocchia, il viso cereo animato da una fiducia apparente, sebbene in
realt non avesse pi alcuna speranza. La voce non aveva sofferto, era rimasta quella degli anni
innocenti, quando la ragazza accorreva  passettini, come una cerbiatta, e offriva a tutti i visitatori
limmagine in negativo di sua madre. Il contrasto, che era sempre apparso incredibile, adesso era
diventato ancora pi forte. La madre continuava la vita alla quale era avvezza, ma le pareva di essere
migliore per la disgrazia che aveva colpito la figlia adorata. La figlia era ancora in grado di dire s, e,
paralizzata comera, le trovarono un fidanzato.
Doveva essere un fidanzamento utile. La scelta cadde sul giovane segretario del Fronte
Patriottico, un protetto del professore di teologia morale che pilotava il cuore della principesca
primadonna della Hohe Warte. Il segretario, che non si faceva scrupolo di fidanzarsi con una creatura
cui restava poco da vivere, si muoveva liberamente per la casa quando andava a trovare linferma, e
cos, accanto alla sedia a rotelle, conobbe tutte le celebrit che venivano in visita per lo stesso scopo. Si
parlava molto di lui, nonch del suo ghigno compiacente, dei suoi vezzosi inchini, della sua voce
uggiolante. Era diventato un personaggio: il giovane di belle speranze, sconosciuto fino al giorno
prima, che sacrificava se stesso, la propria presenza, il suo tempo sempre pi prezioso per dare a
quellangelo lillusione di una possibile guarigione. Al tempo del fidanzamento, infatti, cera ancora
speranza che potesse arrivare al matrimonio.
Faceva impressione la scena del giovane in smoking che baciava la mano alla fidanzata.  Bacio
la mano   un modo di dire che ricorre spesso a Vienna, i viennesi lhanno sempre sulle labbra, e per
lui era diventato un modo di fare altrettanto frequente. Quando poi si rialzava - con la felice sensazione
di sapere che tutti lavevano visto in quellatto, che l non si faceva niente per niente, che tutto veniva
segnato a suo credito, e in particolare un baciamano su quella mano -, quando si rialzava, indugiando
un poco in quell'incantevole inchino davanti alla paralitica, allora lui si faceva garante per tutte due, e
cera gente che, come la madre, credeva in un miracolo e diceva:  Vedrete, guarir.  cos felice del
suo fidanzato che la felicit la far guarire .
Ma cerano anche quelli che assistevano nauseati e indignati a quei gioco obbrobrioso e
coltivavano ben altre speranze. Essi, e io con loro, si auguravano una cosa sola: che il fulmine si
abbattesse sulla madre e sul promesso sposo e li lasciasse entrambi paralizzati, nello stesso istante,
senza ucciderli, paralizzati, e che lo spavento facesse balzare in piedi dalla carrozzella linferma,
guarita. Al suo posto, da quel momento, sulla sedia a rotelle sarebbe finita la madre, e lavrebbero
spinta in giro, anche lei tutta agghindata, il viso dipinto con cura, la preziosa coperta sulle ginocchia,
mentre il promesso sposo, fissato in posizione eretta su speciali rotelle, sarebbe stato trascinato con una
catena verso di lei e si sarebbe sforzato di ripetere il baciamano e linchino, diventati ormai impossibili
per lui e comunque, adesso, destinati non pi alla giovane ma alla vecchia. In verit la ragazza avrebbe
impegnato tutta se stessa, la sua purezza e la sua bont, per regalare alla madre la propria guarigione e
per sostituirsi a lei ritornando allo stato di prima, ma un ostacolo insormontabile sarebbero stati i
continui e sempre vani tentativi del fidanzato di inchinarsi e di baciare quella mano : cos, alla fine, tutti
e tre si sarebbero irrigiditi in un gruppo di statue di cera che a volte si metteva in moto grazie a impulsi
esterni e restava a raffigurare per leternit la situazione che regnava alla Hohe Warte.
Ma la realt non conosce giustizia, e fu il segretario a recarsi col suo smoking impeccabile nella
chiesa di Heiligenstadt, dove assistette al rito funebre stando appoggiato a un pilastro. Fu la fine del suo
fidanzamento con Manon Gropius : lei era morta, come si prevedeva, e lui, invece di andare a nozze,
dovette accontentarsi di un servizio funebre.
La seppellirono nel cimitero di Grinzing. Anche da questa occasione fu spremuto quanto pi si
poteva. Ci and tutta Vienna, ossia la Vienna che usava ritrovarsi ai ricevimenti della Hohe Warte. Ma
ci andarono anche persone che morivano dalla voglia di essere invitate alla Hohe Warte e non avevano
mai potuto mettervi piede: non si poteva mica usare la forza per tenerle lontane dal funerale. Una lunga
fila di automobili sal verso il cimitero sulla piccola strada, che in realt non era una strada ma solo un
sentiero. In quelle condizioni, non si poteva pensare che unautomobile superasse laltra solo perch gli
occupanti volevano assicurarsi un posto donore. Le posizioni di partenza dovettero essere rispettate
quando la lunga fila si avvi lentamente su per la collina.
Io ero con Wotruba e Marian in una di quelle automobili, un taxi. Marian, al colmo
delleccitazione, non si stancava di aizzare lo chauffeur gridandogli negli orecchi: Ma si decida a
superare! Dobbiamo portarci avanti! Non  capace di superare? Siamo troppo indietro! Dobbiamo
portarci avanti! E si decida una buona volta! . Le sue frasi erano come frustate, ma non cadevano su
un cavallo, e lo chauffeur diventava sempre pi placido quanto pi lei lo incitava.  Non si pu, gentile
signora, non si pu .  Si deve potere,  gridava Marian  dobbiamo portarci avanti . Era cos agitata
che scoppi in singhiozzi: Non possiamo finire tra gli ultimi! Oh, che vergogna, che vergogna! .
Io non lavevo mai vista in quello stato, e neanche Wotruba. Da tempo il mio amico cercava di
ottenere lincarico per un monumento a Gustav Mahler. Gli chiedevano di sottoporre un altro bozzetto
e poi un altro e un altro ancora. Lo tenevano a bada con i pretesti pi futili. Anna, la sua allieva, si era
battuta con tutte le sue forze perch la madre si pronunciasse a favore di Wotruba. Carl Moll, il
pittore,10 era corso a destra e a sinistra: era stato lui a prodigarsi a suo tempo per Kokoschka e adesso
faceva altrettanto per Wotruba. Ma sempre, allultimo momento, cera qualcosa che non andava. Io
avevo molti sospetti sulla vedova onnipotente, ed era proprio lei, infatti, a sabotare la candidatura di
Wotruba per il monumento. Wotruba le piaceva, ma poich Marian era sempre l tra i piedi, la vecchia
Mahler aveva poche probabilit di sedurlo. Andava a trovarlo allatelier portando sotto braccio delle
enormi mortadelle, ma poi doveva ritirarsi delusa e diceva alla figlia: No, non va bene per Mahler. In
fondo  solo un proletario . Marian, intanto, andava allassalto di tutti gli uffici pubblici di Vienna che
potevano influire anche minimamente sulla decisione. La sua passione per il  Mahler  - lei e Fritz,
parlando tra loro, chiamavano cos il monumento - raggiunse una punta massima mentre il taxi ci
portava allinumazione di Manon Gropius, la quale in verit, dopo le molte e complicate relazioni
coniugali di sua madre, aveva ben poco a che fare con Mahler, e adesso, da morta, niente del tutto.
Marian Wotruba continuava a smaniare, e poich le automobili procedevano molto lentamente
aveva il tempo di sfogarsi: Adesso si pu! Provi adesso! Dobbiamo portarci avanti! Insomma, faccia
qualcosa! Se no arriviamo ultimi! Dobbiamo portarci avanti! . Wotruba mi guardava come se volesse
dire:  Fa presto a parlare, questa qui, ma non osava aprir bocca per timore che Marian lasciasse stare
lo chauffeur e scaricasse la sua rabbia su di lui. Del resto neanche lui poteva restare indifferente. Senza
dubbio avrebbe preferito trovarsi ben pi avanti, e quindi pi vicino al monumento a Mahler. Per uno
scultore il nesso fra tombe e monumenti ha qualche cosa di irresistibile. Un cimitero  certamente il
primo agglomerato di pietre di tale genere che ha mai veduto, e quando si tratta della figliastra postuma
delluomo da onorare con un monumento, il nesso diventa indissolubile.
Non so pi come scendemmo dal taxi. Marian deve averci spinti avanti attraverso la fitta schiera
dei fortunati dolenti, perch alla fine, malgrado tutto, ci trovammo in prossimit della fossa aperta, e io
udii lo struggente discorso di Hollensteiner, luomo che allora regnava nel cuore della madre in lutto.
Costei piangeva, e le sue lacrime mi colpirono perch avevano anchesse dimensioni non comuni. Non
erano troppe, ma Alma riusciva a piangere in modo che le lacrime, scendendo, confluissero in
formazioni di eccezionale volume. Non mi era mai accaduto di vedere lacrime cos grosse, simili a
enormi perle, a un prezioso ornamento; e non si poteva guardare senza prorompere in esclamazioni di
meraviglia di fronte a tanto amore materno.
Certo, la povera ragazza aveva sopportato la terribile prova con una sovrumana pazienza che
Hollensteiner non manc di descrivere eloquentemente, ma quanto crudele era mai stata la prova per
quella madre, che aveva visto e sofferto tutto, per un anno intero, davanti agli occhi del mondo, che
venne sempre tenuto al corrente; s, molte cose erano accadute nel mondo in quei mesi, altre madri
erano state uccise, i loro figli erano morti di fame, ma nessuna aveva sofferto quello che soffriva la
povera Alma, unanima che rappresentava tutte le altre e soffriva per luniverso intero, e non crollava,
neanche adesso, nemmeno davanti alla tomba. Una formosa penitente, anche se molto invecchiata,
stava l davanti a tutti, pi Maddalena che Maria, adorna non di contrizione ma di turgide lacrime,
sfarzosi esemplari, quali nessun pittore ha ancora saputo dipingere. A ogni parola dellorazione funebre
tenuta dal suo amico, altre lacrime si agglomeravano e infine penzolavano come grappoli da quelle
guance carnose. Cos voleva essere vista, e cos la videro, e ognuno dei presenti si sforzava di farsi
vedere da lei. Per questo erano venuti, per tributare al suo dolore il pubblico riconoscimento che gli
spettava. Era giusto, era bello essere stati al funerale, aver partecipato a una delle ultime grandi
giornate di Vienna, prima che finisse barcollando nellabisso e fosse dichiarata provincia dai nuovi
padroni.
Ma ci furono anche altri che si misero in vista in quelloccasione, un po in disparte ma non
tanto da passare inosservati. A costoro non bastava partecipare alla gloria della madre duramente
provata, e infatti riuscirono a dare spettacolo del proprio dolore, un dolore personale ma certamente
non meno pubblico. Su un tumulo fresco, in un punto elevato, un tantino appartato ma nemmeno
troppo, era inginocchiata e immersa in fervida preghiera la vedova di Jakob Wassermann, lo scrittore
morto un anno prima quasi ancora al culmine della fama. Si era scelta con cura il suo tumulo, che era
ben visibile da ogni parte. Le mani scarne, unite nella preghiera, tremavano ogni tanto per la
commozione, mentre gli occhi, austeramente chiusi, non vedevano nulla del mondo, nonostante
lardente desiderio di constatare leffetto di quel suo isolamento. Un po meno dausterit, e ci avresti
creduto davvero. Il viso sottile, in quella posa di fervida preghiera, doveva somigliare al viso di una
contadina macilenta, e il cappellino, con saggia preveggenza, aveva una forma che ricordava un
fazzoletto da testa. Tutta la scena era un filo troppo caricata: se il tremito delle mani fosse stato meno
frequente, se gli occhi si fossero aperti di tanto in tanto, se la tomba da poco ricoperta di terra - e non
occorreva certo che fosse la tomba del povero angelo - non si fosse trovata in un punto cos
palesemente favorevole, si sarebbe anche potuto prendere per buona tutta quella commozione. Ma non
ci si poteva fidare di unostentazione cos insistita, e non ci si chiedeva nemmeno a chi fossero
destinate le preghiere di Martha : erano per suo marito che, gravemente malato di cuore, si era
ammazzato di lavoro; erano per il povero angelo, al quale anche le untuose parole di Hollensteiner e le
lacrime colossali della madre non potevano pi nuocere; o magari per gli scarabocchi letterari della
stessa Martha, la quale si riteneva pi brava di suo marito e, dopo essere rimasta vedova, si era cacciata
in testa di dimostrarlo al mondo.
Per quanto fosse penoso tutto lo spettacolo inscenato nel cimitero di Grinzing, mi rifeci con
quei due personaggi: con Martha Wassermann, che vidi benissimo nel momento in cui stava per
inginocchiarsi, ma non quando si rialz; e con la madre, che si dedicava con cuore inesausto alla
produzione di ponderose lacrime. Mi sforzai di non pensare alla vittima che tutti avevano amato.
La suprema autorit
A met di ottobre del 1935 usc Die Blendung. Un mese prima ci eravamo trasferiti nella
Himmelstrasse, a mezza collina, tra i vigneti di Grinzing. Era una doppia liberazione: sfuggivo alla
tetra atmosfera della Ferdinandstrasse e nello stesso tempo avevo tra le mani il romanzo che si era
nutrito degli aspetti pi cupi di Vienna. La Himmelstrasse, dove ora abitavamo, saliva verso una
localit chiamata  Am Himmel , e questo nome mi metteva addosso un tale buonumore che Veza mi
fece stampare della carta da lettere su cui come indirizzo non era scritto Himmelstrasse 30 bens  Am
Himmel 30 .11
Veza accolse il trasferimento e la pubblicazione come una salvezza dal mondo del romanzo, che
le aveva sempre dato un senso di disagio. Sapeva che non lavrei mai ripudiato, e fintanto che il pesante
manoscritto era in casa mia lo temeva come un pericolo. Era convinta che con la pubblicazione
qualcosa si fosse allentato dentro di me e che le mie possibilit di scrittore fossero meglio rappresentate
dalla Commedia della vanit, che lei preferiva agli altri miei scritti. Con molto tatto, credendo che non
me ne accorgessi, cerc di sapere quali erano le persone a cui mandavo una copia del romanzo con la
dedica. Quando vide che erano poche, neanche una dozzina, ne fu contenta. Era convinta che linvio
avrebbe irritato la gente. Non si poteva evitare che i critici mi saltassero addosso, ma almeno non mi
sarei giocato lamicizia di coloro, e non erano moltissimi, che mi conoscevano bene e che avevano una
certa opinione di me, come sarebbe avvenuto se avessero letto un libro cos opprimente.
Veza mi faceva lunghi discorsi sulla differenza tra le letture pubbliche e la lettura personale. Per
le mie letture pubbliche avevo scelto, oltre al  Buon padre , che ormai era un pezzo dobbligo,  La
passeggiata  (il primo capitolo) e alcuni brani della seconda parte: Il paradiso ideale e  La gobba.
Qui il protagonista era Fischerle, la cui arroganza maniacale aveva sempre un effetto contagioso. Ma
anche  Il buon padre  riusciva a toccare gli ascoltatori ispirando un po di compassione per la figlia
perseguitata. Pi duno avrebbe forse voluto leggere il resto della storia, ma il romanzo restava inedito
e dopo qualche anno tutti avevano capito che inedito sarebbe rimasto: cos, nessuno era costretto a
sorbirsi la descrizione della lotta tra Kien e Therese, insopportabile nella sua minuziosit. Nessuno
aveva motivo di prendersela con lautore e la gente veniva ad ascoltare la lettura successiva, che
confermava lopinione precedente. Nei ristretti ambienti di Vienna che si interessavano a una
letteratura meno tradizionale aveva cominciato a diffondersi uningannevole reputazione che adesso,
con luscita del libro, avrebbe ricevuto un colpo mortale.
Da parte mia non avevo alcun timore, come se tutte le paure se le fosse accollate Veza. Ogni
rifiuto da parte delle case editrici aveva semplicemente rafforzato la mia fede nel romanzo. Ci credevo
con una sicurezza assoluta, anche se non per il presente. Non so da che cosa traessi tanta sicurezza.
Forse ci si difende dallostilit dei contemporanei decidendo fermamente di affidare il giudizio ai
posteri. Cadono cos tutti i dubbi meschini, tutti gli scrupoli. Non cerchi pi di immaginare che cosa
potrebbe dire questo o quello. Poich niente dipende da lui, non vuoi nemmeno immaginare la sua
reazione. E non pensi neppure a ci che i contemporanei di allora hanno detto dei libri degli scrittori
che ami. I vecchi libri con cui vivi, li consideri in s e per s, sciolti da tutte le meschinit in cui i loro
autori si dibattevano da vivi. In molti casi  addirittura come se i libri stessi fossero diventati delle
divinit. Ci significa non solo che esisteranno per sempre, significa anche che sono sempre esistiti.
Ma questa consolante sicurezza in una posterit non  assoluta. Anche per essa vi sono dei
giudici, e non  facile trovarli. Qualcuno pu avere la disgrazia di non incontrare mai luomo da
eleggere, con la coscienza tranquilla, come giudice della posterit. Io avevo incontrato un uomo simile,
e il suo prestigio era diventato cos grande ai miei occhi, dopo un anno e mezzo di lunghi colloqui
quotidiani, che a lui avrei riconosciuto anche il diritto di pronunciare una condanna a morte per il mio
romanzo. Ho vissuto cinque settimane aspettando il suo giudizio.
Gli mandai il libro con una dedica che lui solo poteva capire:
 Al Dr. Sonne, pi ancora per me. E.C. .
Nelle altre copie, quelle per Broch, per Alban Berg, per Musil, non lesinai le espressioni di
ammirazione: vi si poteva leggere chiaro e tondo ci che veramente provavo per loro, ben
comprensibile per ognuno dei destinatari. Col dottor Sonne era diverso. Poich tra me e lui non vi era
mai stata una parola che sapesse di privato, non avevo mai osato neanche dirgli quanto io
lammirassi. In presenza di altre persone non pronunciavo mai il suo nome senza farlo precedere dal 
dottor , e ci non significava assolutamente che quel titolo avesse per me qualche valore, dal momento
che a Vienna, su due persone che incontravi, una era  dottore  : la parola non era pi che una
pleonastica espressione di rispetto. Non buttavi fuori quel nome di colpo, gli preparavi la strada con
qualcosa di neutro, di incolore. Era anche un modo di far capire che con quel nome nessuno aveva il
diritto di prendersi confidenze, quel nome restava sempre alla stessa distanza da chiunque, intangibile e
remoto; e se poi, subito dopo il  dottor , veniva una parola sacra come Sonne, luminosa,
fiammeggiante, alata, origine e - come a quel tempo si credeva ancora - fine di ogni forma di vita; se
quel nome non diventava moneta corrente nonostante la sua rotondit e la sua semplicit, il merito
andava a quel pre-nome che ristabiliva le distanze. Nemmeno io pensavo quel nome in maniera diversa,
davanti a me come davanti a chiunque altro era sempre  dottor Sonne; e soltanto adesso, dopo quasi
cinquantanni, il titolo accademico mi appare troppo esteriore e formale per questo nome; soltanto
adesso, scrivendo, mi permetto di non ripeterlo ogni volta.
A quel tempo il destinatario della dedica, lui solo, poteva capire che per me lui contava pi del
sole. Era anche lunico davanti al quale il nome dellautore si riduceva alle sole iniziali, quasi
scomparendo. La calligrafa, per la grandezza delle lettere, rimaneva incorreggibilmente orgogliosa:
lautore non era uno che volesse scomparire, anzi sfidava finalmente il pubblico con quel libro che da
anni viveva solo unesistenza clandestina. Ma lautore era pronto a scomparire davanti a colui che
aveva a cuore soltanto il pensiero, e non se stesso.
In un pomeriggio di met ottobre, al Caf Museum, consegnai al dottor Sonne il libro che egli
non aveva mai visto in forma di manoscritto, il libro del quale non gli avevo mai parlato, del quale
conosceva un unico capitolo, isolato, grazie alla lettura di quella serata. Forse ne aveva saputo qualcosa
di pi da altri, da Broch o da Merkel. Lopinione di Broch nelle questioni letterarie avrebbe potuto
avere qualche peso per lui, ma neanche quella sarebbe stata decisiva.
Il dottor Sonne si fidava solo del proprio giudizio, ma si sarebbe ben guardato dallesprimersi in
termini cos presuntuosi. Da quel momento continuai a vederlo ogni giorno, come sempre. Ogni
pomeriggio entravo al Caf Museum, mi sedevo al suo tavolino, e lui non faceva mistero di avermi
aspettato. Continuavano tra noi le conversazioni che a trentanni mi avevano fatto rinascere. Niente era
cambiato, ogni conversazione era certamente nuova, ma non nuova in maniera diversa da prima. Dalle
sue frasi non trapelava nessun indizio di una lettura del romanzo. Su questo argomento egli taceva
tenacemente, e io lo assecondavo. Ardevo dalla voglia di sapere se aveva cominciato, almeno
cominciato, ma non glielo domandai una sola volta. Mi ero abituato a rispettare ogni ambito del suo
silenzio, perch solo quando prendeva inaspettatamente a toccare un argomento era davvero allaltezza
di se stesso. La sua autonomia, e lui sapeva difenderla nel modo pi trasparente, senza mai ricorrere
alla forza, ti insegnava a capire che cos lautonomia intellettuale, e ci che avevi imparato da lui era
qualcosa che non potevi trascurare, meno che mai davanti a lui.
Passarono le settimane, e io dominavo la mia impazienza. Un suo giudizio negativo, per quanto
enunciato nella maniera pi circostanziata, per quanto motivato con argomentazioni stringenti, mi
avrebbe annientato. Era lunica persona cui riconoscevo il diritto di pronunciare una sentenza di morte
intellettuale nei miei riguardi. Ma lui taceva, e Veza, alla quale non potevo nascondere una cosa cos
importante, mi domandava una sera dopo laltra, quando ritornavo nella Himmelstrasse: Ha detto
niente?. Io rispondevo:  No, credo che ancora non abbia avuto il tempo di dare unocchiata.
Macch tempo e tempol Ma se ogni giorno se ne sta due ore con te al caff! . Quando io cercavo di
danni un contegno e dicevo distrattamente :  Ma non ha importanza. Abbiamo gi discusso di molte
Blendungen ;12 quando tentavo di sviare il discorso in questo o in altri modi, Veza andava in collera e
inveiva: Sei diventato uno schiavo! Che tu fossi disposto ad accettare un padrone, non me lo sarei mai
immaginato. Guarda che cosa mi tocca vedere! Adesso il libro  uscito, finalmente, e tu sei uno
schiavo! .
Sicuramente non ero schiavo di Sonne. Se avesse fatto o detto qualcosa di spregevole, non
lavrei pi seguito. Da lui non avrei accettato qualcosa di volgare o di indegno, da lui meno che mai.
Ma ero certissimo che era incapace di una sciocchezza o di una volgarit. Agli occhi di Veza questa
fiducia, assoluta anche se vigile, diventava schiavit. Lei conosceva molto bene questo stato, perch era
ci che provava per me. Si riteneva giustificata in questo sentimento dalle opere, e adesso ce ne erano
finalmente tre di qualche valore. Ma quali erano le opere del dottor Sonne? Se esistevano, era molto
abile nel nasconderle a tutti. Perch le nascondeva? Non gli sembravano degne delle poche persone con
cui aveva rapporti? Veza sapeva perfettamente che il ritegno era la qualit che Broch, Merkel e altri
ammiravano pi di ogni altra nel dottor Sonne. Ma che adesso spingesse questo ritegno fino al punto di
non dire una parola sul romanzo, di tacere per settimane nonostante i nostri incontri giornalieri, questo
per Veza era disumano. Lei non faceva complimenti e non aveva riguardi per la mia sensibilit.
Attaccava Sonne in tutti i modi possibili. Quando parlava di lui, sembrava che andasse in fumo
lumorismo di cui era pi che provvista. Poich lei stessa non era molto sicura del romanzo, temeva che
il silenzio di Sonne equivalesse a una condanna, e non si faceva illusioni sulleffetto che quella
condanna avrebbe avuto su di me.
Un pomeriggio, al Caf Museum, avevamo appena avuto il tempo di salutarci e di sederci
quando Sonne disse subito, senza fare alcuna premessa, senza preamboli o parole di scusa, che aveva
letto il romanzo. Volevo sapere che cosa ne pensava? Ne parl per due ore, quel pomeriggio non si
parl daltro. Esamin il romanzo a fondo, chiarendone il contenuto e individuando una serie di
connessioni di cui io non avevo mai sospettato la presenza. Lo tratt come un libro che esisteva gi da
tempo e che avrebbe continuato a esistere. Ne spieg le origini e ne indic gli sbocchi. Se si fosse
limitato a generiche frasi di apprezzamento, avrei gi potuto dirmi felice, dopo cinque settimane di
dubbi, di fronte alla seriet del suo consenso; ma Sonne fece molto di pi, soffermandosi su particolari
che io avevo scritto ma non avevo motivato, e spiegandomi perch erano giusti e non potevano essere
diversi da come erano.
Parl come se stesse facendo un viaggio di esplorazione, e mi port con s. Imparai da lui come
se io fossi qualcun altro, non gi lautore: ci che mi mostrava era cos sorprendente che quasi non
lavrei riconosciuto come cosa mia. Era gi stupefacente la padronanza con cui dominava ogni minima
sfumatura, come se si trattasse di un vecchio testo che commentava davanti a una scolaresca. La
distanza che stabiliva cos tra me e il libro era maggiore di quella creata dai quattro anni in cui il
manoscritto era rimasto nel cassetto. Vedevo davanti a me una struttura coerente, meditata in ogni
particolare, che aveva in s la sua dignit non meno che la sua giustificazione. Ero affascinato da tutte
le sue considerazioni, perch ognuna mi colpiva come qualcosa di inaspettato, e desideravo soltanto
che non smettesse pi di parlare.
Solo a poco a poco mi resi conto che il suo discorso aveva anche uno scopo: Sonne vedeva
chiaramente che il libro avrebbe avuto un destino difficile e voleva armarmi contro gli attacchi che non
sarebbero mancati.
Dopo aver detto uninfinit di cose dalle quali non affiorava ancora il suo intendimento, si
dispose finalmente a formulare gli attacchi ai quali bisognava essere preparati. Disse tra laltro che
qualcuno avrebbe visto nel libro lopera di un vecchio asessuato. Mi dimostr il contrario, adducendo
con precisione le prove. Altri sarebbero insorti contro Fischerle, perch era ebreo, e avrebbero accusato
lautore di aver creato un personaggio che poteva essere sfruttato a favore delle idee venefiche che
circolavano in quegli anni. Ma il personaggio era autentico, come erano autentici lottusa governante
venuta dalla campagna e il portinaio violento. Passata la catastrofe, tutte le etichette di questo genere
sarebbero cadute di dosso ai personaggi, che sarebbero rimasti a rappresentare ci che alla catastrofe
aveva portato. Cito fra i tanti solamente questo particolare, perch in seguito, col procedere degli
eventi, mi accadde spesso di sentirmi a disagio per Fischerle, e allora cercavo sempre rifugio in quella
precoce giustificazione.
Ma infinitamente pi importanti erano i nessi profondi che Sonne mi svelava. Preferisco non
parlarne. Nei cinquantanni trascorsi da allora molti di quei nessi sono stati oggetto di discussione. In
libri e saggi si sono dette cose che Sonne aveva chiarito fin da allora.  come se un libro nascondesse
in s un serbatoio di segreti al quale si attinge a poco a poco finch tutti sono scoperti e consumati.
Questo momento finale mi fa paura, ma non  ancora arrivato. Conservo ancora dentro di me, intatta,
una buona parte del tesoro che Sonne mi consegn quel pomeriggio; e se ancora adesso ogni reazione
seria suscita in me un moto di curiosit - di cui alcuni si stupiscono -, ci dipende da quel tesoro,
lunico nella mia vita che posso dominare con lo sguardo e amministro consapevolmente.
I rimproveri che mi vengono fatti ancora oggi da lettori furibondi non mi toccano veramente,
neanche quando si tratta di persone che amo per la loro innocenza e che proprio per questo ho cercato
di dissuadere dalla lettura. A volte, con preghiere insistenti, riesco a tenerne lontano qualcuno. Ma
anche agli occhi di certi buoni amici che non vogliono pi vedersi proibire questa lettura, accade che
dopo io non sia pi lo stesso. Intuisco allora che essi cercano in me il male di cui il libro  pervaso. So
anche che non lo trovano, perch il male che adesso ho dentro di me non  pi quello di allora, ma un
altro. Io non posso aiutarli a uscire dalle loro perplessit: infatti, come potrei spiegare loro che Sonne
mi ha tolto di dosso quel male, estraendolo, davanti ai miei occhi, da tutte le giunture e fessure del
libro, per ricomporlo fuori di me, a una distanza che significa salvezza?
1. Nell Uomo senza qualit il personaggio di Paul Arnheim, cui  affidata la direzione
dellAzione Parallela, riprende molti tratti di Walther Rathenau, che Musil aveva conosciuto a Berlino
nel gennaio 1914 e che fu assassinato nel giugno 1922, quando era ministro degli Esteri della
Repubblica di Weimar. Rathenau rest in vita  per altri ventanni  perch Musil continu a lavorare
al suo romanzo fino alla morte, nel 1942 (N.d.T.).
2. Max Pulver (1889-1952), scrittore svizzero,  ricordato specialmente per un trattato di
grafologia, pubblicato nel 1931, in cui seguiva i metodi del tedesco Ludwig Klages ma interpretava la
scrittura nei suoi significati simbolici, applicando la teoria psicoanalitica (N.d.T.).
3. Nato a Vienna nel 1900, ebbe la cattedra di fisica teorica a Zurigo nel 1928 e a Princeton nel
1940. Nel 45 ottenne il Nobel per la scoperta del principio di esclusione o  principio di Pauli . Mor
a Zurigo nel 1958 (N.dT.).
4. Bernard von Brentano (1901-1964), giornalista e scrittore tedesco, emigr in Svizzera nel
1933. Era fratello di Heinrich von Brentano, che fu ministro degli Esteri con Adenauer (N.d.T.).
5. Leccidio del 30 giugno 1934, noto anche come  la notte dei lunghi coltelli  : Hitler elimin
Ernst Rhm e i suoi collaboratori delle Sturm-Abteilungen prendendo a pretesto la minaccia di un
Putsch contro il regime (N.d.T.).
6.  Il vecchio scapolo , un racconto del 1844 in cui Stifter descrive la solitudine di un uomo
che ha dovuto rinunciare alla felicit (N.'d.T.).
7.  ... leggevo e rileggevo continuamente Il rosso e il nero di Stendhal  (La coscienza delle
parole, cit., p. 340);  ... mi affidai a un altro modello, per il quale nutrivo unammirazione non minore:
Il rosso e il nero di Stendhal. Ogni giorno, prima di cominciare a scrivere, ne leggevo qualche pagina,
ripetendo quel che aveva fatto Stendhal stesso con un altro modello, il famoso nuovo Codice civile
della sua epoca  (Il frutto del fuoco, cit., p. 874) (N.d.T.).
8. Kokoschka fece tre ritratti, nel 1911, 1916 e 1924 al dottor Hermann Schwarzwald, marito
della pedagoga Eugenie Schwarzwald, che aveva aperto nel 1903 una  scuola di coeducazione 
(N.d.T.).
9. Thomas Mnzer als Theologe der Revolution ( Thomas Mnzer teologo della rivoluzione )
 il titolo del libro che il filosofo Ernst Bloch aveva dedicato nel 1922 al pastore luterano tedesco, uno
degli ispiratori del movimento anabattista. Mnzer si mise alla testa dei contadini in rivolta, ma fu
sconftto, catturato e decapitato nel 1525 (N.d.T.).
10. Carl Moll (1861-1945), uno dei promotori della Sezession, era il patrigno di Alma,
avendone sposato la madre, Anna Bergen vedova Schindler. Fu uno dei testimoni alle nozze di Alma
con Gustav Mahler. Sulla sua morte, Alma scrisse nellautobiografia:  Come tanti nazisti che a Vienna
avevano occupato posti di primo piano, Carl Moll, sua figlia e suo genero si giustiziarono da s poco
prima che i russi entrassero nella citt  (N.d.T.).
11. Himmelstrasse vuol dire  via del cielo  e Am Himmel  In cielo  (N.d.T.).
12. Plurale di Blendung,    (N.d.T.).
PARTE QUARTA
GRINZING
Himmelstrasse
Nella mia ricerca di ci che non era in vendita, mi imbattei a Grinzing nella signorina Delug,
che per tre anni sarebbe stata la nostra padrona di casa. Lappartamento, il pi bello che avessi mai
avuto, lo occupammo provvisoriamente, in attesa che si facesse avanti qualcuno disposto a pagare un
affitto per tutti i locali che lo componevano. Noi avevamo diritto a quattro stanze, tra cui un vasto
atelier con relativa loggia a vetri, e le arredammo alla meglio, mentre altri quattro locali rimasero vuoti.
Quando avevamo ospiti, li accompagnavamo in giro per tutto lappartamento, anche nelle stanze vuote,
ed essi erano entusiasti della posizione, dellampiezza e del numero di quei locali, della vista che si
godeva da ciascuno.
Erano pochi quelli che non ci avrebbero invidiato le stanze vuote, che per non erano in
vendita. Lonest inflessibile della signorina Delug era la nostra difesa. Ci aveva affittato le quattro
stanze a una condizione: se qualcuno avesse voluto lappartamento intero, che era piuttosto caro, noi
dovevamo sloggiare. Altrimenti restavamo gli unici inquilini, perch la signorina Delug si rifiutava di
prenderne altri da mettere con noi. Le proposte non le mancavano, ma lei non ce le comunicava
nemmeno e noi ne venivamo a conoscenza per altre vie. Diceva  no  senza esitare, rinunciando cos a
un secondo affitto dello stesso importo del nostro. Non era nei patti, diceva lei, sicuramente non
sarebbe stato corretto nei nostri riguardi. Era una donna di poche parole, ma una delle pi frequenti era
 corretto , che lei pronunciava in modo gutturale, da tirolese qual era. Il suono della sua voce mi
ricordava la Svizzera, e bastava questo a rendermela simpatica. Il gigantesco mazzo di chiavi si portava
appresso una persona minuta: per quante stanze ci fossero in quelledificio, progettato in origine per
diventare unaccademia, stanze vuote e stanze abitate, in tutte la signorina Delug faceva la sua ronda
quotidiana, salvo i casi in cui, temendo di disturbare, si annunciava cautamente il giorno prima; ed era
quello che faceva con noi. Nelledifcio, tutto aveva grandi proporzioni, e gi landrone e la scalinata
con i comodi gradini bassi ti davano limpressione di entrare in un castello. Ma non cera un signore a
comandare, bens quella piccola signorina, curva e canuta, che si lasciava rimorchiare dal suo mazzo di
chiavi ed emetteva ogni tanto, fin troppo raramente, quelle poche parole gutturali che suonavano aspre
ma volevano essere piene di riguardi.
Viveva tutta sola, io non vidi mai nessuno della sua famiglia, forse aveva ancora dei parenti nel
Tirolo meridionale, ma lei non ne parlava, non diceva una parola da cui si potesse desumere un legame
qualsiasi con altre persone. Noi la vedevamo solo dentro la casa e nellorto, mai nella Himmelstrasse,
che scendeva a Grinzing, mai in una bottega: sembrava che non uscisse a fare la spesa, e portava una
borsa solo quando andava a cogliere gli ortaggi. Arrivammo alla conclusione che la signorina Delug
viveva di verdura e di frutta, mentre il latte se lo faceva portare dallinquilino che abitava nello
scantinato, nella parte posteriore della casa, di fronte allorto, e che forse provve-deva anche
allacquisto del pane. La signorina abitava nella torre, in una grande stanza che Veza aveva occasione
di vedere solamente quando saliva a pagare laffitto. L cera una quantit di cose vecchie, forse
provenienti da una bella casa del Tirolo, ma tutte addossate le une alle altre, in parte nascoste alla vista,
in un disordine poco accogliente, come se si fosse dovuto accatastarle alla rinfusa perch non cera
altro posto, sebbene poi nelledificio ci fossero non poche stanze, molto grandi, che restavano
completamente vuote. Quello era il centro, lufficio per cos dire, dal quale la signorina Delug cercava
di tenere insieme il castello, ed era un impegno ben superiore alle sue forze. Ledificio era sorto pi di
ventanni prima e gi aveva bisogno di riparazioni in ogni angolo. La signorina doveva far fronte a
quelle spese con gli affitti degli appartamenti, poich suo fratello, il pittore Delug, verosimilmente
aveva dato fondo a tutte le proprie sostanze per costruire laccademia, il sogno della sua vita. Lei non
ne parlava mai. Non si lamentava mai. Si limit ad accennare, una volta, che cerano tante riparazioni
da fare. Come una contadina pensa soltanto alla sua fattoria, cos lei cercava di tenere in piedi il sogno
di suo fratello, ed era assolutamente sola, ed  probabile che non avesse altro pensiero che quello.
Limponente edifcio, a mezza costa lungo la Himmelstrasse, doveva diventare unaccademia di
pittura, ma non era mai servito al suo scopo. Delug era morto subito dopo la fine dei lavori di
costruzione, e il compito di salvare laccademia, di salvare almeno i muri, era caduto sulle spalle della
sorella. Erano stati ricavati sei grandi appartamenti da dare in affitto, tre per ogni ala, ma cerano anche
costruzioni annesse e discreti scantinati. Il giardino, che si estendeva su tre lati, era suddiviso in diverse
parti da belle scalinate e arricchito di statue che dovevano far pensare a reperti archeologici. Sul loro
valore artistico si poteva anche non essere daccordo, ma tutto linsieme, concepito a imitazione di un
giardino allitaliana, aveva una sua non comune attrattiva. Poich la propriet si trovava in mezzo a
terreni coltivati a vigna, non stonava nel paesaggio, e proprio perch era unimitazione aveva il fascino
dellarte. Da una piccola terrazza laterale, a cui si accedeva salendo una serie di gradini sconnessi e
coperti derba, si godeva la vista della pianura del Danubio, che sembrava sconfinata, con la parte pi
vicina occupata dalle case di Vienna.
Il luogo era gi bello in s, ma ci che lo rendeva soprattutto attraente era la sua posizione,
esattamente a met strada tra il capolinea del tram 38 a Grinzing, in basso, e il bosco che cominciava
pi avanti, in alto. Chi ne aveva voglia poteva risalire la seconda met della Himmelstrasse, passando
davanti a ville pi modeste, fino a un punto panoramico, chiamato Am Himmel, che dominava
Sievering e dopo il quale cominciava quasi subito il bosco. Chi invece non sentiva il richiamo del
bosco poteva seguire la strada, non troppo larga, che descriveva un ampio arco prima di arrivare al
Kobenzl, da dove lo sguardo spaziava ancora sul vasto panorama della pianura, mentre nelle vicinanze,
sopra i vigneti, si vedeva il superbo edificio dellaccademia, nel quale avevo il privilegio di abitare.
Quasi di fronte allaccademia, un po pi in basso lungo la Himmelstrasse, abitava Ernst
Benedikt, che fino a poco tempo prima era stato proprietario e editore della Neue Freie Presse. Era
un personaggio ricorrente nella Fackel, e come tale lo conoscevo da parecchio tempo, anche se non
mi era familiare come suo padre, Moritz Benedikt, che era veramente una delle bestie nere di Karl
Kraus.1 Ci eravamo gi trasferiti al nuovo indirizzo quando venni a sapere di avere un vicino cos
malfamato, e sento ancora il brivido dorrore che provai allorch Anna Mahler, venuta a ispezionare il
mio nuovo e gi celebrato atelier, mi indic la casa dei Benedikt. Eravamo sulla terrazza panoramica
del giardino, e io volevo farle ammirare la pianura del Danubio, poich Anna aveva una passione per le
ampie visuali; ma lei, con mio grande stupore, accenn in direzione di una casa assai vicina e disse: 
Ma quella  la casa dei Benedikt! . Vi era stata qualche volta, raramente, perch non le interessava
molto ci che si faceva in quella casa. In passato la Neue Freie Presse aveva esercitato un potere
notevole, ma adesso quello della madre di Anna era senza dubbio maggiore. Probabilmente Anna
sapeva che il nome dei Benedikt aveva assunto qualcosa di demoniaco, essendo da tanti anni il
bersaglio della Fackel, ma per lei questo non contava, poich nulla le era pi estraneo della satira; si
pu anzi giurare che non avesse letto fino in fondo non dico una pagina, ma neanche una sola frase
della Fackel. Disse casa dei Benedikt come se si trattasse di una casa qualsiasi, e si meravigli non
poco vedendo che io, pungolato dalla sua innocente informazione e gi in preda a tutti i sintomi
dellorrore, cercavo di sapere di pi su quella pericolosa famiglia.
 Ma sono proprio loro?  domandai pi di una volta.  E abitano cos vicino a noi? .
 Non avrai mica bisogno di vederli  disse Anna.
Voltai sgomento le spalle al panorama e ritornai allaccademia. Preferivo qualunque cosa
piuttosto che continuare ad avere sotto gli occhi quella casa.
 Lui  un uomo poco interessante  disse Anna.  Ha quattro figlie e suona il violino, neanche
male, per dire la verit. Parla troppo. Ma pochi gli danno retta. Vuol sempre far vedere quanto  bravo,
e in quanti campi, ma  piuttosto noioso .
E pubblica la Neue Freie Presse?.
 Lha venduta. Non ha pi niente a che fare col giornale .
 E adesso che cosa fa? .
 Scrive. Di storia .
Feci altre domande, ma senza un scopo preciso. Volevo solamente parlare per nascondere la
mia agitazione, che per era troppo grande per lasciarsi nascondere. In altri tempi doveva provare
qualcosa di simile un credente che veniva a sapere di avere per vicino di casa un eretico, un essere col
quale ogni contatto era pericoloso - e subito dopo gli dicono che non si tratta di un eretico, e neanche di
qualcosa che comunque abbia a che fare con la salvezza dell'anima, bens di un personaggio innocuo
che non viene preso molto sul serio.
Ero troppo spaventato per lasciarmi portar via cos presto un personaggio che Karl Kraus aveva
coltivato dentro di me per tanti anni. Ma continuavo a fare domande perch non volevo che Anna
scoprisse la strana paura che quella specie di vicinanza abominevole mi metteva addosso. Ma lei se ne
accorse lo stesso. Non mi derise perch in realt non lo faceva mai con nessuno: era per lei qualcosa di
antiestetico, una forma di indiscrezione, e dopo le esperienze fatte con sua madre ne rifuggiva
scrupolosamente. Ma doveva sembrarle poco dignitoso che io mi soffermassi pi di un attimo su quella
vicinanza, e probabilmente voleva anche calmarmi per dare unaltra piega alla conversazione, perch di
solito ci occupavamo di cose ben pi interessanti e importanti.
Per ritrovare il dominio di me stesso, ricorsi al solito espediente. Misi al bando la casa dei
Benedikt e non la vidi pi. Del resto la casa non era visibile dalla finestra della stanza in cui si
trovavano i miei libri e il tavolo al quale scrivevo. La stanza dava sullanticorte e la Himmelstrasse,
mentre la casa dei Benedikt sorgeva pi in basso, un po di sbieco di fronte a noi, e aveva il numero 55.
Non si poteva vedere da nessuna finestra dellappartamento, neanche dalle stanze disabitate. Per
poterla notare, quella casa abominevole, bisognava scendere l dove il giardino vero e proprio si
allargava, e mettersi sulla terrazza panoramica dove avevo accompagnato Anna. Dal giorno in cui
avevo udito la sua esclamazione, che per me era diventata una minaccia, evitai la terrazza. In ogni
modo questa si trovava un po in disparte, e il giardino, che si estendeva tuttintorno alledificio, era
cos vario e ricco di curiosit che si poteva mostrarlo agli ospiti senza dover andare a finire su quella
certa terrazza. Quando poi scendevo per la Himmelstrasse e andavo in paese, quasi sempre per
prendere il tram, guardavo a sinistra, senza neanche riflettere tanto, fino a quando avevo superato la
casa col numero 55.
Ci eravamo trasferiti allaccademia ai primi di settembre, e per quattro mesi buoni, fino a
inverno inoltrato, quella precauzione fu sufficiente. Senza accorgermene, mi ero fatto per unidea
precisa della forma della casa Benedikt. Conoscevo la veranda aperta del primo piano, che dava sulla
strada, la posizione delle finestre, il tipo del tetto, gli scalini che portavano allingresso: credo che
nessunaltra casa dei dintorni mi fosse entrata nella testa con tanta esattezza, avrei potuto perfino
disegnarla, io che sono sempre stato un pessimo disegnatore - ma non guardavo mai in quella direzione.
Guardavo ogni volta verso sinistra, dallaltra parte; e per me rester un enigma il modo e loccasione in
cui mi ero fatto - prima di mettervi piede -unimmagine cos precisa della casa. Avevo bisogno di
quellimmagine per esorcizzarla.
Avevo informato Veza gi durante la visita di Anna, e lei aveva riso della mia paura. Veza
subiva non meno di me il fascino della Fackel, ma solo fintanto che era seduta nella sala davanti a
Karl Kraus, non un attimo di pi. Poi leggeva tutto ci che le interessava, incontrava le persone che
voleva senza lasciarsi soggiogare dagli anatemi di Kraus, e le giudicava per quello che le apparivano,
come se lui non ne avesse mai parlato. Anche adesso, su quegli stramaledetti vicini, non aveva trovato
niente da ridire, anzi sembrava addirittura compiaciuta allidea che in quella casa abitassero quattro
ragazze, appunto le figlie di Ernst Benedikt, che la incuriosivano come tutte le ragazze di quellet.
Dopo avere scherzato sulla mia paura, Veza volle sapere se le ragazze erano carine, ma Anna non
seppe dirle nulla di preciso. Allora domand se ce nera una di cui potevo innamorarmi, e Anna rispose
che, secondo lei, non ce nera nessuna, perch erano tutte ochette con le quali non si poteva nemmeno
parlare; comunque avevano preso molto dalla madre, una donna amabile, senza grandi pretese, e non da
quello stravagante del padre. Veza mise fine allo scherzo al momento giusto. Dopo aver fissato
chiaramente la sua linea di indipendenza anche in questa faccenda, come in tutte, fece capire che non
mi avrebbe negato il suo sostegno; e quando poi le annunciai il mio esorcismo su quella casa, promise
di aiutarmi, evitando di complicare o confondere le cose con la sua curiosit per le quattro ragazze.
Io stesso non mi arrovellai troppo a pensare che aspetto potevano avere le ragazze. In ogni caso
portavano in s il contagio maligno della  Neue Freie Presse , da cui discendevano.
Quando percorrevi la Himmelstrasse per scendere in paese, ti accadeva spesso di incontrare le
stesse persone alle stesse ore. Tu eri in vantaggio su di loro perch camminavi pi svelto, i loro passi
essendo rallentati dalla salita. Era come se si offrissero allosservazione mentre ti avvicinavi dallalto e
passavi in fretta davanti a loro. Cera tuttavia un incontro che ti induceva a rallentare, quando vedevi
salire dal basso una ragazza che si faceva avanti di gran carriera. Avvolta in un mantello aperto di
colore chiaro, con i capelli neri come la pece sempre scoperti, il fiato grosso, gli occhi scuri puntati su
una meta ignota, giovanissima, forse diciassettenne, bella come un pesce scuro se il respiro che sentivi
non fosse stato cos forte, qualcosa di orientale nei lineamenti (ma troppo alta e robusta per una
giapponese della sua et), correva via con un tale impeto, quasi alla cieca, che avevi un attimo di
esitazione nel timore che ti piombasse addosso, ma uno sguardo le bastava per evitare lurto. Ti sentivi
colpito da quello sguardo, in cui leggevi soltanto la fuga. Dalla sua persona emanava una vita
tempestosa, ma sembrava cos giovane che ti trattenevi dal seguirla con gli occhi e perci non potevi
scoprire dove corresse con tanta furia, bench fosse chiaro che doveva abitare in qualcuna delle case
che sorgevano pi avanti, nella parte superiore della Himmelstrasse.
La vedevo passare solo verso mezzogiorno, e non so proprio che cosa io stesso andassi a fare in
paese a quellora. Dopo alcuni incontri con leccitante fretta di quellessere tutto nero, quasi ogni
giorno mi trovai alla stessa ora sulla Himmelstrasse, e non sospettavo che lo facevo per lei, sebbene
avessi cura di non arrivare troppo presto al bivio con la Strassergasse, perch lei veniva di l e io non
ero diretto da quella parte. Cos non deviavo di un passo per causa sua, non le andavo incontro, perch
facevo la mia strada: se lei arrivava, era affar suo e della sua furia; e se ormai facevo quella camminata
quasi ogni giorno per amor suo, a me stesso non lo confessavo.
Il suo nome, qualunque nome, mi avrebbe deluso, salvo che fosse un nome orientale. A quel
tempo avevo una certa familiarit con le stampe giapponesi a colori. Si erano impadronite di me allo
stesso modo del teatro Kabuki, di cui per tutta una settimana ero andato a vedere gli spettacoli alla
Volksoper. Le stampe di Sharaku, che raffiguravano attori del Kabuki, mi erano tanto care anche
perch avevo sperimentato su di me, per sette serate consecutive, leffetto di un dramma Kabuki. In
questi spettacoli le parti femminili erano interpretate da uomini, e anche nelle stampe di Sharaku non
cera assolutamente nessuno che somigliasse allapparizione quotidiana nella Himmelstrasse. Ma la
veemenza, la stessa che mi affascinava nella ragazza che saliva di furia, era comune a tutte quelle
figure; e cos mi sembra adesso che proprio quell'incantevole corsa a perdifiato mi costringesse, a una
determinata ora del giorno, a fare la strada che mi collegava al paese e alla citt, la strada che in ogni
caso dovevo fare per arrivare a Vienna. A quellora - verso luna - lo spettacolo cominciava, e io ne ero
lo spettatore puntuale. Non minteressava guardare dietro le quinte, non volevo scoprire niente, ma non
mi lasciavo sfuggire lentrata in scena, quella no.
Con lacuirsi del freddo, stavamo addentrandoci nell'inverno, crebbe la drammaticit di quelle
entrate in scena, perch la ragazza spandeva un nembo di vapore. Il mantello sembrava ancora pi
aperto e lei sembrava ancora pi frettolosa, le sue violente espirazioni si disegnavano come nuvole
nellaria gelida. Avevo la sensazione che in lei la fretta crescesse da una volta allaltra: la temperatura
si abbassava, nuvole sempre pi grosse le uscivano dalla bocca aperta, e quando mi passava accanto,
quasi sfiorandomi, la udivo ansimare.
Non appena si avvicinava la sua ora, io interrompevo il lavoro. Lasciavo cadere la matita,
balzavo in piedi e uscivo di casa senza che nessuno se ne accorgesse, da una porta speciale che
collegava la mia stanza col vestibolo. Scendevo lampia scala dai gradini bassi, arrivavo nellanticorte,
guardavo verso le finestre del primo piano come se io stesso fossi ancora lass, e subito ero sulla
strada. Avevo sempre un po di paura, il personaggio del Kabuki, la ragazza orientale, poteva essere gi
passata, ma poi in realt non era mai cos: avevo il tempo di evitare dopo pochi passi la casa del
numero 55, guardando tenacemente a sinistra e obbedendo allanatema che laveva colpita, e ogni volta
vedevo venirmi incontro a passo di carica, tra il numero 55 e il bivio della Strassergasse, quella
creatura scatenata che emanava eccitazione intorno a s. Di quella visione assorbivo tutto ci che
potevo, per avere una scorta che durasse anche pi di ventiquattrore. Di solito mi informavo sul conto
di molte facce nuove che vedevo da quelle parti e mi facevo raccontare ci che ne sapevano gli altri.
Sulla ragazza che saliva di furia non feci mai domande. Rumorosa e spavalda come appariva, dentro di
me era diventata un segreto.
Lultima versione
Un anno e mezzo prima del trasferimento a Grinzing, quando abitavamo ancora nella
Ferdinandstrasse, Veza e io ci eravamo sposati. Avevo tenuto nascosta la notizia a mia madre, che
abitava a Parigi, e se in seguito lei ebbe forse qualche sospetto su ci che si celava dietro il nuovo
indirizzo di Himmelstrasse, questo sospetto non fu mai espresso apertamente. Non avevo pi potuto
tacere con Georg, mio fratello, ma anche lui, che conosceva la mamma meglio di tutti, aveva tenuto il
segreto. Poi la mamma aveva ricevuto la notizia insieme col mio libro, che per lei era stato una grande
sorpresa. Fintanto che si parlava del libro, e la mamma ne parlava in termini molto inconsueti,
remissivi, il matrimonio passava per lei in seconda linea, in mezzo a tutte le altre notizie. Io mi cullavo
nella speranza che tra lei e me il peggio fosse passato, che per lei non avessero pi tanta importanza gli
anni in cui (per proteggere Veza, ma anche per risparmiare alla mamma la pena maggiore) lavevo
ingannata sul perdurare, anzi sullindissolubilit della relazione con Veza.
La mamma si era compiaciuta del libro senza rinunciare al suo solito orgoglio: il libro era
proprio come lei stessa lavrebbe scritto, sembrava opera sua, avevo fatto bene a voler scrivere, avevo
fatto bene a mettere da parte tutto il resto, a uno scrittore la chimica non serve proprio! Lasciata la
chimica, e io mi ero battuto con energia per liberarmene, avevo tenuto testa a lei stessa e con quel libro
avevo giustificato le mie pretese. Erano queste le cose che la mamma mi scriveva, ma poi, quando la
rividi a Parigi e cercai di schermirmi da quella remissivit che in lei non avevo mai conosciuto e che
sopportavo a stento, vennero fuori molte altre cose, sempre di pi.
Improvvisamente la mamma si mise a parlare di mio padre, della sua morte, che aveva avuto
tanto peso su tutta la nostra vita successiva. Non voleva pi avere riguardi nei miei confronti; adesso mi
prendeva sul serio e mi diceva la verit. Per la prima volta appresi ci che per tutto quel tempo, ed
erano passati pi di ventitr anni, la mamma mi aveva dissimulato con versioni sempre nuove, ogni
volta differenti.2
A Reichenhall, in Germania, dove era andata per le cure termali, aveva incontrato quel medico
che parlava la sua stessa lingua, che dava a ogni parola i suoi contorni netti, precisi. Si era sentita
costretta a rispondere e aveva trovato in s cose inaspettate e ardite. Lui le diede da leggere Strindberg,
e lei da allora ne rimase soggiogata, perch Strindberg pensava delle donne tutto il male che ne pensava
lei stessa. Confess al medico chi era il suo santo, Coriolano, e lui non trov in questo nulla di
stravagante, anzi un motivo per ammirarla. Non le domand come una donna potesse avere scelto un
modello simile : invece, preso comera dalla fierezza e dalla bellezza di lei, le dichiar i propri
sentimenti. Lei non si stancava di ascoltarlo, ma non gli cedette. Gli permise ogni parola, ma nel
rispondere non ne us mai una che lo riguardasse personalmente. Dalle sue parole lui era escluso: lei
voleva parlare di ci che lui le dava da leggere, e sentire lui parlare delle persone che, come medico,
conosceva bene. Si meravigli delle cose che lui le diceva, ma non ne accett nessuna; lui per la
esortava a separarsi e a sposarlo. Era affascinato dal suo tedesco, lei parlava il tedesco come nessun
altro, per lei linglese non avrebbe mai avuto lo stesso valore. Per due volte lei chiese a mio padre di
prolungare il soggiorno a Reichenhall, perch la cura le faceva bene. A Reichenhall era rifiorita, ma
sapeva perfettamente che cosa le faceva tanto bene : le parole del medico. Quando chiese una terza
volta di rinviare la partenza, mio padre oppose un rifiuto e le ingiunse di ritornare immediatamente.
Lei ritorn con la coscienza di non aver mai pensato, nemmeno per un istante, di cedere al
medico. Non ebbe la minima esitazione a raccontare tutto a mio padre. Era tornata da lui, aveva vinto,
la sua vittoria era un trionfo per lui. Gli portava se stessa e ci che le era accaduto, e lo deponeva - us
questa frase - ai piedi di mio padre. Ripet davanti a lui le parole di ammirazione del medico e non
riusc a capire la crescente agitazione di mio padre. Lui voleva sapere sempre di pi - tutto voleva
sapere -, anche quando non cera pi niente da sapere continuava a fare domande. Voleva una
confessione, e lei non aveva niente da confessare. Lui non poteva crederci: se non era accaduto niente,
comera possibile che il medico le avesse fatto una proposta di matrimonio, a lei, a una donna sposata,
madre di tre figli? Lei non ci trovava niente di strano, perch sapeva come tutto era nato da quelle
conversazioni.
Lei non si rammaricava di niente, non ritirava niente, diceva e ripeteva che la cura le aveva fatto
bene, che adesso si sentiva perfettamente in salute, che solo per questo era andata a Reichenhall e che
era felice di essere di nuovo a casa. Ma mio padre le faceva le domande pi incredibili.  Ti ha visitata?
 le chiese.
 Ma certo, era il mio medico .
Avete parlato in tedesco?.
S. Che altra lingua dovevamo usare?.
Lui volle sapere se il medico conosceva il francese, e lei disse che era probabile, dal momento
che avevano parlato anche di libri francesi. Allora, perch non avevano tenuto le loro conversazioni in
francese? Questa domanda era sempre rimasta incomprensibile per la mamma. Ci aveva ripensato
infinite volte. Come poteva essergli venuta lidea che un medico delle terme di Reichenhall usasse con
lei una lingua diversa dal tedesco, se per lei il tedesco era la lingua pi familiare?
Mi stupii che la mamma non si rendesse conto di ci che aveva fatto, perch la sua infedelt
consisteva appunto in questo: nellavere usato con un uomo innamorato di lei quella che per lei e per
mio padre era la lingua dellintimit, il tedesco. Nei momenti importanti della vita di mia madre, il
fidanzamento; il matrimonio, la liberazione dalla tirannia del nonno, solo il tedesco aveva regnato.
Forse per lei il ricordo non era pi cos vivo da quando mio padre, a Manchester, si dava tanta pena per
imparare linglese. Ma lui sentiva benissimo che la mamma era ritornata al tedesco con passione, e
credeva di avere davanti agli occhi le inevitabili conseguenze. Lui si rifiut di parlarle prima di avere
avuto una confessione, tacque una notte intera e tacque il mattino seguente. Mor nella convinzione che
lei lavesse ingannato.
Non ebbi il coraggio di dire alla mamma che era colpevole nonostante la sua incolpevolezza,
perch aveva consentito luso di quella lingua che non avrebbe mai dovuto consentire. Per settimane
aveva continuato a parlare cos, e a mio padre aveva addirittura taciuto una cosa, come lei stessa
ammetteva, una cosa sola: Coriolano.
Lui non avrebbe capito, disse la mamma. Erano ancora cos giovani quando parlavano tra loro
del Burgtheater. Negli anni delladolescenza abitavano tutte due a Vienna, e prima ancora di
conoscersi avevano assistito spesso ai medesimi spettacoli. Ne avevano parlato in seguito, e allora
avevano la sensazione di essere andati a teatro insieme. Lidolo di mio padre era Sonnenthal, lidolo di
mia madre era Charlotte Wolter. A lui gli attori interessavano pi che a lei, li imitava, ne parlava pi
volentieri. Lui non si soffermava molto sui testi, lei si rileggeva tutto a casa, mentre lui si divertiva a
declamare. Come attore lui sarebbe riuscito molto meglio di lei. Lei rifletteva troppo e tendeva a essere
pi seria. A lei le commedie non piacevano come a lui. Si erano conosciuti a fondo, lei e mio padre,
attraverso gli spettacoli ai quali tutte due avevano assistito. Il Coriolano lui non laveva mai visto, non
gli sarebbe neanche piaciuto, non poteva soffrire certe forme di orgoglio spietato. Proprio perch i
parenti di mia madre erano cos orgogliosi, aveva dovuto tribolare non poco prima di superare la loro
opposizione al matrimonio. Ci sarebbe rimasto male se avesse scoperto che fra tutti i personaggi di
Shakespeare quello pi caro a mia madre era Coriolano. Lei non si era mai resa conto che con lui
evitava di parlare di Coriolano: le venne in mente solo quando a Reichenhall, allimprovviso, lo tir
fuori nelle conversazioni col medico.
Cera forse qualcosa che la rendeva infelice? Mio padre laveva offesa in qualche modo? Io non
le feci molte domande, la mamma andava avanti per conto suo, era impossibile distoglierla dalle cose
che in lei covavano da tempo. Ma quella domanda mi assillava, e feci bene a non tacere. No, lui non
laveva mai offesa, nemmeno una volta. Era Manchester a offenderla, perch non era Vienna. Non
diceva niente quando mio padre mi portava da leggere dei libri inglesi e ne parlava con me in inglese.
Era questo il motivo che laveva indotta, allora, ad allontanarsi da me. Mio padre era entusiasta
dellInghilterra. E s, in fondo aveva ragione, perch la gente era civile e beneducata. Peccato che lei
non conoscesse tanti inglesi, costretta comera a vivere tra i suoi parenti, con quella loro ridicola
educazione. Non cera nessuno con cui potesse conversare veramente. Per questo si era ammalata, non
per il clima. Per questo la cura di Reichenhall, ossia il conversare con quel medico, le aveva fatto tanto
bene. Ma era una cura, ed era bastata. Le sarebbe piaciuto andarvi ogni anno. Ma la gelosia di mio
padre distruggeva tutto. Avrebbe dovuto non dirgli il vero?
Questa domanda mia madre la fece con la massima seriet, e voleva che fossi io a rispondere.
Me la rivolse in tono perentorio, come se tutto fosse appena avvenuto. Sullincontro col medico non
aveva niente da rimproverarsi. Non mi domandava: avrei dovuto non ascoltarlo? Le sembrava di aver
fatto abbastanza restando sorda alla corte del medico. Io le diedi la risposta che non avrebbe voluto. 
Non dovevi far vedere quanto era importante per te  dissi con qualche esitazione, ma gi era implicito
un rimprovero.  Non avresti dovuto vantartene. Avresti dovuto accennarvi di sfuggita.
 Ma era una cosa che a me aveva fatto piacere!  rispose con impeto.  E mi fa piacere ancora
oggi. Credi che altrimenti avrei mai scoperto Strindberg? Io sarei unaltra persona, tu non avresti scritto
il tuo libro. Saresti rimasto fermo alle tue poesiole. Nessuno si sarebbe mai accorto di te. Tuo padre 
Strindberg. Io ti ho avuto da Strindberg. Ho fatto di te un suo figlio. Se io avessi rinnegato Reichenhall,
tu non saresti approdato a nulla. Tu scrivi in tedesco perch io ti ho portato via dallInghilterra. In te c
ancora pi Vienna di quanta ce ne sia in me. Il tuo Karl Kraus, che io non potevo soffrire, lhai trovato
a Vienna. Hai sposato una viennese. Adesso abiti addirittura a Grinzing, dove i veri viennesi lasciano il
cuore, e sembra che il posto non ti dispiaccia. Appena sto un po meglio vengo a farvi una visita. Dillo
a Veza, dille che di me non deve aver paura. Un giorno tu la abbandonerai, come hai abbandonato me.
Si avvereranno le storie che hai inventato per nascondermi la tua relazione con lei. Tu devi inventare, tu
sei un poeta. Per questo ti ho creduto. A chi si deve credere, se non ai poeti? Forse alla gente daffari?
Ai politici? Io credo soltanto ai poeti. Ma devono essere diffidenti come Strindberg e leggere fino in
fondo nellanima delle donne. Non si penser mai abbastanza male degli esseri umani. E tuttavia non
vorrei vivere unora di meno. Siano pure malvagi! Vivere  meraviglioso!  meraviglioso vedere tutte
le malvagit fino in fondo, e tuttavia vivere! .
Da quelle parole compresi che cosera successo a mio padre. Aveva sentito che la mamma, pur
non avendo niente da confessare, gli aveva voltato le spalle. Forse una confessione nel senso corrente
della parola lo avrebbe colpito meno profondamente. La mamma non aveva saputo valutare quel che
avveniva in lei, altrimenti non avrebbe potuto aggredire mio padre con la propria felicit. Non era una
donna senza pudore, non si sarebbe vantata se avesse sospettato nel proprio comportamento qualcosa di
impuro. Ma come poteva mio padre accettare ci che era accaduto? Per lui le parole tedesche che
scambiava con la mamma erano intangibili, e lei aveva fatto sacrificio di quelle parole, di quella lingua.
Per lui era diventato amore tutto ci che si era svolto sul palcoscenico davanti a loro. Se lerano
raccontato innumerevoli volte, e grazie a quelle parole avevano sopportato langustia del loro ambiente.
Quando da bambino mi rodevo dinvidia per quelle parole straniere, avevo la misura di tutta la mia
superfluit. Non appena cominciavano a parlare in tedesco, per loro non cera pi nessun altro l
intorno. Quel senso di esclusione mi gettava in preda al panico, e cos mi ritiravo nella stanza vicina a
ripetere tra me, disperatamente, le parole tedesche di cui non capivo il significato.
La confessione della mamma mi riemp di amarezza. Mi sentivo ingannato. Nel corso degli anni
avevo ascoltato versioni sempre nuove, e ogni volta sembrava che mio padre fosse morto per un motivo
differente. Ci che la mamma spacciava per un riguardo verso la mia giovane et, era in sostanza un
sapersi colpevole, un modo sempre diverso di valutare la propria colpa. Nelle notti successive alla
morte di mio padre, quando io dovevo impedirle di compiere gesti incon-suiti, il senso di colpa era
stato cos forte da toglierle la voglia di vivere. La mamma ci aveva portati a Vienna per essere pi
vicina al luogo di cui si erano nutrite le sue prime conversazioni con mio padre. Nel viaggio verso
Vienna fece tappa a Losanna e mi forz col suo metodo atroce a imparare la lingua che prima ero
condannato a non capire. A Vienna, durante le serate che dedicavo con lei alla lettura e alle quali devo
la mia formazione, fece rivivere quelle lontane conversazioni con mio padre, ma vi aggiunse il
Coriolano, col quale si era resa colpevole. A Zurigo, nella Scheuchzerstrasse, si abbandonava sera per
sera a quei volumi gialli di Strindberg che io le regalavo uno dopo laltro. Poi la sentivo cantare
sottovoce al pianoforte, parlare con mio padre e piangere. Gli avr detto il nome di colui che lei
leggeva cos avidamente e che lui non conosceva? Adesso la mamma vedeva in me il figlio della sua
infedelt. Mi diceva in faccia chi ero. E mio padre? Chi era, che cosera adesso mio padre?
In quei momenti la mamma faceva tutto a pezzi e mostrava il coraggio che avrebbe avuto se
avesse vissuto la sua autentica vita. Aveva il diritto di riconoscersi nel mio libro e di dire che lei stessa
lavrebbe scritto cos, che lei era quel libro. E perci ritrovava anche la sua generosit e accettava
Veza, sorvolando sul fatto che io lavevo ingannata per tanto tempo sul conto di Veza. Ma a quella
generosit univa una perfida profezia: allo stesso modo che avevo abbandonato lei, avrei abbandonato
anche Veza. Non poteva vivere senza il pensiero di una vendetta. Nellannunciare una visita a Grinzing
immaginava gi di poter assistere in casa nostra al compiersi della sua predizione. Precipitosa e irruente
comera, dava per certo che la pubblicazione del libro - un libro di cui si sentiva compenetrata -
avrebbe segnato linizio di un periodo trionfale. Mi vedeva circondato da donne che mi corteggiavano
per la misoginia del romanzo e anelavano a farsi punire per il fatto di essere donne.
Vedeva una fila di affascinanti bellezze spuntare accanto a me a Grinzing, ma in un rapido
avvicendarsi, luna dopo laltra, e vedeva Veza, finalmente scacciata e dimenticata, rifugiarsi in un
piccolo appartamento simile a quello che lei stessa occupava a Parigi. Cos le bugie con cui avevo
distolto la sua attenzione da Veza sarebbero un giorno diventate realt; e non aveva importanza quando
quel giorno sarebbe venuto. Io avevo semplicemente anticipato gli avvenimenti, io non avevo
ingannato la mamma, e lei non si era lasciata ingannare, perch nessuno poteva tenerle testa con le
proprie cattiverie, lei aveva il dono di leggere nellanimo, un dono che aveva trasmesso anche a me: io
ero suo figlio.
Quando partii da Parigi ero convinto che la mamma si fosse rassegnata al nostro matrimonio e
che provasse per Veza un sentimento simile alla piet, proprio a causa della sventura che incombeva su
di lei. La mamma credeva di conoscere il futuro di Veza, ci che Veza non osava ammettere neanche
con se stessa, e da tutto questo traeva un senso di soddisfazione. Io mi immaginavo le future
conversazioni tra loro e me ne sentivo sollevato. Forse questa prospettiva mi consolava un poco delle
cose terribili che avevo appreso sulla fine di mio padre.
Ma tutto and diversamente. Io mi ero illuso, avevo sottovalutato lampiezza delle oscillazioni
che avvenivano in mia madre e che adesso diventarono spaventose. La mamma aveva finalmente
parlato con me, e io non avevo riflettuto sugli effetti che questa circostanza doveva avere su di lei. Fino
allora mi aveva tenuto a bada: in tutti gli anni della nostra passata convivenza, che a me era apparsa
cos piena di sincerit, mi aveva fuorviato con versioni sempre nuove, riuscendo a custodire il suo
segreto. Adesso lo aveva rivelato, mi aveva chiesto la mia opinione, e io, nella mia sensibilit per le
parole, lavevo biasimata, non per ci che era avvenuto, ma perch non aveva risparmiato mio padre,
perch non voleva rendersi conto del male che gli aveva fatto vantandosi di ci che era successo a
Reichenhall. Lo sfogo con cui la mamma aveva accolto i miei rimproveri non mi aveva spaventato, ma
era servito a rafforzarmi nellopinione che lei era ancora la stessa, indistruttibile; e a farmi credere che
ora compisse un gesto sovrano per metter fine alla lunga guerra tra noi, una guerra di cui capiva la
necessit.
Ci che non avevo previsto avvenne pochi mesi dopo. In quello stesso anno la mamma torn a
irrigidirsi contro di me, e senza denigrare Veza come faceva in passato, senza accusarla, annunci di
non volermi vedere mai pi.
Alban Berg
Oggi mi sono riguardato con commozione alcune immagini di Alban Berg. Non oso ancora
adesso parlare dei miei rapporti con lui. Voglio soltanto accennare ad alcuni incontri, e lo far, per cos
dire, solo dallesterno.
Lultima volta lho visto al Caf Museum poche settimane prima della sua morte, e fu un breve
incontro notturno, dopo un concerto. Io lo ringraziai di una sua bellissima lettera, lui mi domand se
qualcuno aveva gi recensito il mio libro. Gli dissi che era ancora troppo presto, ma lui non sembrava
daccordo ed era pieno di sollecitudine verso di me. Senza dirlo espressamente, voleva avvertirmi di un
percolo a cui dovevo prepararmi. Era in pericolo lui stesso, e tuttavia voleva proteggermi. Sentivo il
calore che aveva per me fin dal nostro primo incontro.  Ma che cosa pu succedere di tanto grave, 
gli dissi  quando si  ricevuta una lettera come la sua? . Si scherm, sebbene fosse contento di quel
che dicevo.  A sentire lei, sembrerebbe che la lettera glielabbia scritta Schnberg,  disse  ma 
soltanto una lettera mia .
Non che mancasse di amor proprio. Sapeva benissimo chi era. Ma cera un uomo che con fede
incrollabile metteva sopra di s: Arnold Schnberg. Io gli volevo bene per quella generosa
ammirazione di cui era capace. Ma avevo motivo di volergli bene per molte cose.
Allora non sapevo che Berg soffriva da mesi di foruncolosi, non sapevo che gli restavano solo
poche settimane di vita. A Natale, improvvisamente, ebbi da Anna la notizia che era morto il giorno
prima. Il 28 dicembre 1935 andai al cimitero di Hietzing per assistere alla sepoltura. Non vi trovai tutto
il movimento che mi ero aspettato, non cerano persone che camminassero in una determinata
direzione. A un piccolo becchino deforme domandai dove si teneva la cerimonia per Alban Berg.  La
salma Berg  lass a sinistra!  strill a gran voce. Mi spaventai, ma seguii la direzione indicata e trovai
un gruppo di forse trenta persone. Cera Ernst Krenek, cerano Egon Wellesz e Willi Reich.3 Dei
diversi discorsi ricordo soltanto che Reich si rivolse al defunto come al suo maestro, con la
dimestichezza di un allievo. In verit non fu un gran discorso, ma era pieno ancora di umilt davanti al
maestro scomparso, e furono le sole parole che in quel momento non mi diedero fastidio. Gli altri,
quelli che parlarono in maniera pi intelligente e composta, non li ascoltai, non volevo ascoltarli perch
non mi sentivo di ammettere che eravamo l a seppellire Alban Berg.
Lo vedevo davanti a me, lo vedevo ondeggiare lievemente dopo un concerto in cui lo avevano
commosso alcuni pomes di Debussy. Alto comera, camminava piegato in avanti, e quando poi
cominci quellondeggiare pareva che il vento gli soffiasse intorno, cos che lui somigliava a un lungo
stelo. Disse  meraviglioso , ma la parola gli rimase a met in gola, sembrava quasi ubriaco. Era un
balbettio che racchiudeva in s un elogio, una confessione ondeggiante.
Quando andai a trovarlo la prima volta a casa sua -gli ero stato raccomandato da H.4 -, mi colp
lallegr ia con la quale mi accolse. Famoso nel mondo, lebbroso a Vienna - mi ero immaginato un
uomo di spettrale ritrosia. Me lo figuravo lontano dal suo ambiente di Hietzing e non mi domandavo
perch abitasse l. Non lo collegavo con Vienna, se non sotto un aspetto: lui, grande compositore, eTa l
per sperimentare il disprezzo della citt musicale per eccellenza. Pensavo che Berg doveva essere cos,
che le opere meritevoli di attenzione potevano nascere solamente in una simile atmosfera di ostilit; e
non facevo differenza tra compositori e scrittori, negli uni e negli altri cera la stessa capacit di
resistenza, una qualit fondamentale nella loro natura. Mi sembrava che quella resistenza scaturisse da
ununica fonte, che quella forza si alimentasse alla sorgente di Karl Kraus.
Non ignoravo limportanza che Karl Kraus aveva per Schnberg e per i suoi allievi. Allinizio,
forse, dipendeva da questo la buona opinione che avevo di loro. Ma nel caso di Alban Berg si
aggiungeva il fatto che aveva scelto il Wozzeck come soggetto della sua opera. Ero andato da lui con le
pi grandi speranze, immaginando per una persona ben diversa: quando mai si riesce a immaginare
esattamente un uomo eccezionale? Ma Alban Berg  lunico che, dopo avermi ispirato tante speranze,
non mi abbia deluso.
Rimasi sbalordito dalla sua naturalezza. Non pronunciava grandi frasi. Era curioso perch di me
non sapeva niente. Domand che cosa avevo fatto fino allora, se era possibile leggere qualcosa di mio.
Dissi che non avevo pubblicato neanche un libro, soltanto ledizione di Nozze per il teatro. In quel
momento cominci a volermi bene, anche se in realt me ne sono reso conto solo pi tardi. Ci che
provai allora fu un calore improvviso, quando mi disse: Dunque non c nessuno che si sia fidato.
Potrei leggere il dramma? . Nella domanda non cera unenfasi particolare, e tuttavia non si poteva
dubitare che dicesse sul serio, perch subito aggiunse per farmi coraggio:  A me  successo
esattamente lo stesso. Vuol dire che c qualcosa che vale . Con questo accostamento non sminuiva se
stesso, ma con una frase simile mi riempiva di speranza, mi faceva il dono pi grande. Non era la
speranza che H. dispensava con la sua abilit organizzativa, la speranza che ti lasciava freddo o ti
deprimeva, la speranza che H. si affrettava a trasformare in strumento di potere: era qualcosa di
personale, di semplice, senza nessuna apparente pretesa, anche se presupponeva una richiesta. Gli
promisi il testo del dramma e non ebbi alcun dubbio sulla sincerit del suo interessamento.
Gli raccontai in quale stato danimo mi ero imbattuto nel Wozzeck a ventisei anni e quante volte
avessi letto e riletto quel frammento durante una sola notte. Venne fuori che Berg aveva ventinove anni
quando aveva vissuto lesperienza della prima rappresentazione del Wozzeck a Vienna. Laveva visto
molte volte e aveva subito deciso di fame unopera. Io gli dissi anche come il Wozzeck avesse preparato
la strada a Nozze: non cera una connessione diretta, ma io solo sapevo quanto il mio dramma fosse
legato a quello di Bchner.
Poi, nel corso della conversazione, mi permisi alcune temerarie osservazioni su Wagner, e lui le
rintuzz deciso, ma senza asprezza. Del Tristano aveva un concetto che sembrava immutabile.  Lei
non  un musicista, disse altrimenti non parlerebbe cos. Mi vergognai della mia impertinenza, ma
come si vergognerebbe uno scolaro che ha dato una risposta sbagliata, e non ebbi la sensazione che il
mio passo falso avesse intiepidito linteresse che Berg mi aveva dimostrato. Subito dopo, infatti, per
togliermi dallimbarazzo, mi preg di nuovo di fargli avere il testo di Nozze.
Non fu quella la sola occasione in cui Berg intu ci che stava accadendo in me. A differenza di
molti musicisti non era sordo alle parole. Le accoglieva in s quasi come la musica, capiva il
linguaggio degli uomini non meno di quello degli strumenti. Gi dopo il primo incontro sapevo che
Berg apparteneva a quel piccolo gruppo di musicisti che vedono gli uomini nello stesso modo degli
scrittori. Quando ero andato a trovarlo ero per lui un perfetto sconosciuto, e questa circostanza mi
rivel il suo amore per gli esseri umani, un amore cos forte che Berg poteva difendersene soltanto con
la sua inclinazione alla satira. Nel viso aveva sempre un tratto di ironia, intorno alla bocca e agli occhi,
e gli sarebbe bastato poco per alzare una barriera di asprezza davanti alla propria cordialit. Preferiva
invece servirsi dei grandi satirici, ai quali rimase fedele per tutta la vita.
Vorrei parlare di ogni mio singolo incontro con Alban Berg, e non furono tanto rari nel corso
dei pochi anni della nostra conoscenza. Ma su tutti si  allungata lombra della sua morte precoce:
mori, come Gustav Mahler, prima di arrivare al cinquantunesimo anno. Cos tutti i colloqui di cui
conservo il ricordo hanno perduto colore, e io temo di alterare la serenit di Berg con la tristezza che
continuo a provare per lui. Penso a una frase contenuta in una lettera a un suo allievo, della quale venni
a sapere solo molti anni dopo:  Uno, due mesi ho ancora da vivere -ma poi? - Non penso ad altro e
non mi arrovello che su questo - sono dunque profondamente depresso . Questa frase non si riferiva
alla malattia, ma all'urgenza della minaccia che incombeva. Negli stessi giorni Berg mi scriveva la
meravigliosa lettera sul mio romanzo, che aveva letto in quella condizione di spirito. Soffriva
atrocemente e temeva per la vita stessa, ma non butt via il libro, se ne lasci opprimere, era risoluto a
rendere giustizia allautore e gli rese giustizia; perci la sua lettera, la prima che io abbia ricevuto su
quel libro, mi  rimasta la pi cara di tutte.
Sua moglie Helene gli  sopravvissuta per pi di quarantanni. C gente che trova da ridire su
questo e in particolare contesta il fatto che Helene possa essere rimasta in comunicazione col marito per
tutti quegli anni. Anche se lei era prigioniera di unillusione, anche se lui le parlava solo dentro di lei e
non dallesterno, questa  pur sempre una forma di sopravvivenza per la quale io provo rispetto e
ammirazione. Io stesso vidi Helene trentanni dopo la morte di Berg, al termine di una conferenza di
Adorno a Vienna. Usciva dalla sala, piccola e rattrappita, una donna decrepita, cos assente che dovetti
farmi coraggio per rivolgerle la parola. Non mi riconobbe, ma quando le dissi il mio nome rispose:
Ah, signor C.!  passato tanto tempo. Alban parla sempre di lei .
Ero imbarazzato e talmente commosso che mi congedai subito. Rinunciai a farle una visita,
sebbene mi sarebbe veramente piaciuto ritornare nella casa di Hietzing in cui lei abitava tuttora. Non
volevo disturbare lintimit del dialogo in cui era sempre assorta, tutto quello che era avvenuto tra loro
due continuava ad avvenire come se fosse oggi. Quando si trattava delle opere del marito, lei gli
chiedeva consiglio e lui le dava la risposta che lei si immaginava. Qualcuno crede forse che altri
conoscessero meglio i desideri di Berg? Ci vuole moltissimo amore per dare vita a un morto in modo
che non scompaia mai pi, in modo da udirne la voce, da parlare con lui e conoscere i desideri che egli
avr sempre, poich gli si  data la vita.
Incontro al Liliput-Bar
Quellinverno H. ritorn a Vienna ancora una volta. Dovevo incontrarlo in citt a notte fatta.
Nella Naglergasse, non lontano dal Kohlmarkt, era stato aperto un nuovo bar, e Marion Marx, una
cantante che ne era anche la titolare, aveva chiesto il sostegno dellavanguardia viennese. Era una
donna alta, piena di calore umano, con una voce profonda, e riempiva di buonumore il suo Liliput-Bar,
come si chiamava il locale. I giovani scrittori li trattava con molta disinvoltura, secondo il suo stile, e si
faceva un vanto della loro presenza. Da lei si stava bene, e quando alla fine il cameriere portava il
conto cera scritta una cifra fittizia: si pagava qualcosa, tanto per non sentirsi imbarazzati davanti ai
clienti della ricca borghesia, ma in sostanza non si pagava niente, e fu con questa delicatezza che
Marion si conquist le mie simpatie. Io non frequentavo i bar, ma nel suo ci andavo volentieri.
Vi accompagnai H., che amava i locali notturni dopo le sue strenue giornate di disumano
lavoro. Il bar era gremito, neanche un tavolo libero, ma Marion mi avvist, interruppe la sua canzone
prima dellultima strofe, ci salut con grande effusione e ci condusse a un tavolo.  Sono miei buoni
amici, vi ci troverete bene. Vi presento io. Due sedie furono infilate nel poco spazio libero, e H., che
di solito era lalterigia in persona, si adatt. Con mia grande meraviglia sembrava disposto a dividere il
tavolo con estranei, gli piaceva Marion e pi ancora gli piaceva il tavolo. Marion disse i nostri nomi e
poi aggiunse con tutto il suo calore ungherese: Questa  la mia amica Irma Benedikt con la figlia e il
genero .
 Ci conosciamo di vista gi da un pezzo  mi disse la signora.  Lei guarda sempre dallaltra
parte, come il suo professor Kien. Mia figlia ha solo diciannove anni, ma ha gi letto il suo libro.
Poteva aspettare ancora un po, secondo me, ma non fa che parlarne giorno e notte. Ci perseguita con i
personaggi del romanzo, continua a imitarli. Per lei, il mio nome  Therese. E dice che non potrebbe
farmi unoffesa pi terribile.
La signora Benedikt sembrava una donna schietta e semplice, quasi infantile, pur avendo forse
quarantacinque anni, n decadente n raffinata, proprio il contrario di tutto quello che nella mia
immaginazione si legava al nome dei Benedikt. Ero un po stupito allidea che i personaggi del mio
romanzo si aggirassero per la sua casa, come lei diceva. Cos, io guardavo dallaltra parte per evitare
ogni contatto con gente da cui mi sarei sentito contaminato, e intanto Kien e Therese, persone molto
meno socievoli di me, avevano gi laria di sentirsi a casa loro sotto il tetto dei Benedikt. Il genero, un
omaccione piuttosto goffo, non molto pi giovane della signora Benedikt, non diceva una parola. I suoi
lineamenti erano belli lisci ed eleganti come il suo vestito; se ne stava l zitto e sembrava irritato per
qualche ragione. La ragazza di diciannove anni, quella che aveva letto la Blendung troppo presto, era
sua moglie, ma mi ci volle un bel po di tempo prima che la cosa mi entrasse in testa. In ogni modo la
ragazza non era molto felice di avere quel marito, perch gli dava le spalle e non gli rivolgeva una
parola: dovevano aver litigato e continuavano a litigare in silenzio.
La ragazza aveva un aspetto limpido, radioso, e quando tent di dirmi qualcosa i suoi occhi si
fecero sempre pi luminosi. Ci prov un paio di volte inutilmente, senza spiccicare una sillaba, e io
insistevo a guardarla, pi a lungo e forse pi intensamente di quanto fosse il caso. Cos non pot
sfuggirmi che aveva gli occhi verdi. Non che ne fossi particolarmente affascinato, perch gli occhi che
a quel tempo avevano un potere su di me erano ancora quelli di Anna.
 Di solito mia figlia ha la lingua sciolta  disse la signora Irma, la madre, e subito lomaccione
e genero annu con tutto il torace.  Adesso ha paura di lei. Si chiama Friedl. Le dica qualcosa, e
finalmente lincantesimo sar rotto .
 Io non sono il sinologo  dissi alla ragazza.  Di me non deve certo aver paura .
 E io non sono Therese  disse Friedl.  Mi piacerebbe prendere lezioni da lei. Voglio
imparare a scrivere .
 Non si impara cos facilmente. Ha gi scritto qualcosa? .
 Non fa altro tutto il giorno  disse la madre.  A Presburgo, ha piantato suo marito ed 
ritornata da noi a Grinzing. Non ha niente contro suo marito, ma non vuole occuparsi della casa, vuole
scrivere. Adesso lui  qui per riportarla a casa. Ma lei non vuole saperne .
La signora Irma raccontava i fatti privati della famiglia con la massima innocenza. A sentirla,
sembrava quasi una bambina che parlasse di una sorella maggiore. Il genero, per confermare
lintenzione che gli veniva attribuita, pos la mano sulla spalla di Friedl.
 Gi la mano!  lo invest la ragazza. Per la durata di quelle tre parole si era girata verso il
marito, ma subito ritorn a me, riprese il suo aspetto radioso - cos almeno mi parve - e disse :
 Non riuscir a tenermi sotto chiave. Da me non riuscir a ottenere niente. Non crede anche
lei?.
Il matrimonio era finito prima ancora di cominciare, e tutto sembrava cos irrevocabile che non
provavo il minimo imbarazzo. Neanche lomaccione mi faceva pena. Bastava vedere con quale rapidit
aveva tolto la mano dalla spalla di Friedl. Quella creatura raggiante di speranza non faceva per lui,
aveva ventanni buoni di meno. Ma perch lha sposato?
 Voleva andarsene di casa,  disse la signora Irma  e adesso se ne sta sempre rintanata da noi.
Ma questo dipende dal fatto che abbiamo vicini cos illustri .
Voleva essere una battuta ironica, ma il tono era serio, cos serio che H. non resistette pi. Era
abituato a essere al centro dellattenzione, e adesso invece toccava a un altro. Infastidito da
quellinsopportabile isolamento, vi mise fine col suo piglio brutale e and in soccorso del povero
marito.
 Ha gi provato col bastone?  domand.  La accontenti: lei non vuole che questo.
Era troppo anche per quel marito cos impacciato -quando doveva vedersela con gli uomini
poteva essere pi deciso.
 E lei che cosa ne sa?  sbott.  Lei non conosce Friedl. Non  come le altre .
Di colpo, con questa uscita, il marito ebbe tutti dalla sua parte, e H. vide naufragare il tentativo
di richiamare lattenzione su di s. Ma la signora Irma, che riceveva nella sua casa un gran numero di
artisti, e anche musicisti famosi, sapeva come comportarsi. Si rivolse al direttore dorchestra e gli disse,
scusandosi, che non era mai andata a uno dei suoi concerti. La sua povera testa proprio non si
raccapezzava con la musica moderna.
Si pu imparare, gentile signora, provi un po a incominciare!  la consol H. Ma non pot
impedire che Friedl, imperterrita, lo lasciasse di nuovo nel suo brodo.
 Io vorrei imparare a scrivere. Non mi prenderebbe come allieva?.
Era da capo con la sua prima frase. Dovetti ripetere, un po pi diffusamente, ci che le avevo
gi detto: non avevo allievi, e poi, a mio giudizio, non era qualcosa che si potesse imparare. Non aveva
gi tentato con qualcun altro, per caso?
 Con scrittori vivi, mai  disse Friedl.  Io vorrei imparare da qualcuno che mi stia davanti in
carne e ossa.
Quali erano le sue letture preferite?
 Dostoevskij  fu la risposta, senza un solo attimo di esitazione.  E' stato il mio primo maestro
.
 A lui, certo, non poteva mostrare le sue esercitazioni .
 No, proprio no. E non sarebbe servito a niente .
 Perch no? .
 Perch io scrivo esattamente come lui. Non si sarebbe nemmeno accorto che non  roba sua.
Avrebbe creduto di trovarsi davanti a una copia di qualche suo testo .
 Vedo che lei non ha una cattiva opinione di se stessa dissi io.
Al contrario, non potrebbe essere peggiore. Sono sicura che con lei una cosa simile non mi
succederebbe. Non  possibile copiare una riga. C solo lei che sappia scrivere cose tanto perfide .
 Ed  questo che le piace in quello che scrivo? .
S. Therese mi piace. Tutte le donne sono come quella l .
 Lei odia le donne? Creda pure che io non le odio affatto! .
 Io odio le donne di casa, quelle s .
 Si riferisce a me  disse la madre, e di nuovo il tono era cos schietto e accattivante che quasi
lavrei abbracciata, sebbene avesse sposato un Benedikt.
 Ma che cosa dice, gentile signora! .
 Non si lasci ingannare dalle apparenze  disse Friedl.  Dovrebbe sentirla quando parla con lo
chauffeur.  tutta unaltra musica .
H. si alz. Non vedeva proprio perch dovesse passare la notte al bar ascoltando le baruffe
familiari di gente che non conosceva. In verit la scena era piuttosto penosa, anche se mi colpiva
lesuberanza della ragazza, limpeto con cui si lasciava andare in pubblico, davanti a testimoni
imbarazzati. Nessuno si era mai rivolto a me con tanto slancio, a me, lautore di un libro in cui tutto
parlava di orrore.
Me ne andai volentieri. La signora Irma mi invit a farle visita, dal momento che eravamo
vicini di casa. Friedl disse qualcosa a proposito della Himmelstrasse: era costernata nel vederci andar
via cos presto e riponeva le sue speranze, almeno mi parve, nella Himmelstrasse, nel tratto che portava
gi al capolinea del tram. Quella fu infatti lunica parola che afferrai della sua ultima frase.
Lomaccione rimase seduto, non salut e tenne la bocca chiusa. Aveva un buon motivo per fare il
villano, perch H., nel congedarsi, non diede la mano a nessuno.
Quando fummo fuori, H. disse: Una bella bambina, e gi cos svitata. Si  messo in un bel
pasticcio, C. . Ma non aveva ancora finito, perch prima di salutarmi aggiunse:  E sarebbero quattro
sorelle? Si tenga pronto, si faccia forte! E pensare che basta scrivere un po di cattiverie per trovarsi
con quattro sorelle sulla schiena! .
Non mi era mai successo di vederlo cos pieno di compassione. La Himmelstrasse cominciava a
interessargli, e H. si annot lindirizzo del nostro nuovo appartamento semivuoto.
Lesorcismo
Fu incredibile la frequenza con cui da quella sera si susseguirono i miei incontri con Friedl. Il
tram 38 era vuoto, io prendevo posto e nellalzare gli occhi la vedevo seduta di fronte a me. Faceva
tutto il tragitto fino allo Schottentor, io andavo al caff che aveva lo stesso nome, e l, quando entravo,
lei mi aveva gi preceduto ed era seduta a un tavolino con amici. Salutava, ma restava al tavolino col
suo gruppo, senza importunarmi. Quando ripartivo per Grinzing, lei era gi sul tram, ma questa volta
pi in disparte, in un angolo, e tuttavia abbastanza vicino perch mi sentissi esposto ai suoi sguardi. Io
ero sprofondato in un libro e non mi curavo di lei. Ma poi, arrivato a Grinzing, quando iniziavo la
salita, me la trovavo improvvisamente al fianco. Salutava e proseguiva di buon passo, come se avesse
fretta. Non ero mai stato molto guardato dalle donne, e meno che mai da ragazze cos giovani, e quindi
non mi davo granch pensiero per la frequenza di quegli incontri. Ma di colpo sembrava che la
Him-melstrasse, specialmente durante la discesa, fosse popolata da Friedl e dalle sue sorelle. Una ebbe
lardire di presentarsi e disse:  Scusi, sono la sorella di Friedl Benedikt .  Ah  feci io, e non la
guardai finch non si fu allontanata. Di solito, per, era proprio Friedl quella che trovavo sulla mia
strada. Arrivava di corsa, aveva sempre fretta, e presto mi divenne familiare il suono dei suoi passi
leggeri. Mai una volta succedeva che io arrivassi al capolinea senza che lei mi avesse raggiunto e
superato. Il suo saluto non era indiscreto, ma aveva sempre qualcosa di supplichevole, che io avvertivo
anche se non lo confessavo a me stesso. Se non fosse stata cos delicata, avrei perso la pazienza, perch
ormai la cosa si ripeteva troppo spesso, forse due o tre volte al giorno, e raramente passava un giorno
senza che lei mi superasse di corsa o mi corresse incontro o salisse sullo stesso tram.
Io ero sempre sopra pensiero, ma Friedl non mi disturbava quasi mai. Non mi importava che
attraversasse cos i miei pensieri, perch non si fermava e non si faceva avanti con me.
Poi, una volta, telefon. Veza se laspettava, e fu lei a rispondere. Friedl domand se poteva
parlare con me. Veza, senza neanche interpellarmi, pens che la cosa migliore era invitarla a prendere
il t.  Venga da me per il t  le disse.  C. non sa mai prima se avr tempo. Lei venga da me,
semplicemente, e forse lui il tempo lo trova . Io ero un po irritato per quella sopraffazione. Ma Veza
mi persuase che era meglio cos.  Non puoi mica vivere in questa specie di stato dassedio. Bisogna
fare qualcosa. E tu non puoi fare niente se prima non la conosciamo un po. Forse  una forma di
esaltazione. Ma forse la ragazza vuole davvero scrivere e crede che tu possa aiutarla .
Presero il t nella stanzetta di Veza, tutta foderata di legno-, e dopo un po entrai anchio.
Avevo appena preso posto, ed ecco che Friedl rovesci tutto il suo t sul tavolo e sul pavimento. La
cosa, in quella graziosa stanzetta, riusc ancora pi goffa: sembrava che Friedl non fosse nemmeno
capace di reggere a dovere una delle tazze delicate e trasparenti del servizio di Veza. Invece di chiedere
scusa Friedl disse:  Non si  rotto nulla. Sono cos eccitata nel vederla qui. Non ci faccia caso 
disse Veza.  Lui viene sempre a prendere il t. Gli piace questa stanza. Basta non dirgli niente prima.
Friedl le rispose senza alcuna soggezione, come se io nemmeno ci fossi:  Devessere bello. Cos lei
pu sempre parlargli .  Perch, a casa vostra non parlate? .  S, tutto il tempo. Ma a me non
interessa ci che dicono quelli l. I miei danno sempre ricevimenti. Solo gente celebre. Se uno non 
celebre non viene invitato. Non trova anche lei che la gente celebre  cos noiosa? .
Non ci volle molto a capire che Friedl non aveva niente in comune con limmagine che mi ero
fatto di una ragazza della famiglia Benedikt. Per lei suo padre era tuttaltro che un padre, lei non era
nemmeno una figlia ribelle, semplicemente non lo ascoltava. Sembrava che lui avesse cento, mille
opinioni su ogni argomento possibile, si dilungava su troppe cose e, se afferravo bene quello che diceva
Friedl, non cera niente che in lui avesse peso. Saltava di palo in frasca e credeva di far colpo, mentre
dava soltanto limpressione di essere un confusionario. Era molto buono, i figli non gli erano
indifferenti ma non riuscivano a interessarlo. Non voleva che lo disturbassero, li lasciava in tutto e per
tutto nelle mani della madre. Ma loro facevano quel che volevano, e perci erano ammessi solo
singolarmente e piuttosto di rado ai grandi pranzi che avevano luogo in continuazione. Senza dubbio il
racconto di Friedl era sincero e anche abbastanza efficace, ma il linguaggio era cos primitivo che
nessuno avrebbe sospettato in lei un interesse per la letteratura o, meno che mai, la capacit di scrivere
qualcosa.
Estrasse dei fogli da una borsa e domand se volevo leggere un suo scritto. Era una cosa molto
scadente, lo sapeva lei per prima, e se io avessi giudicato che proprio non era il caso, avrebbe smesso di
scrivere. A suo padre non faceva vedere niente, lui demoliva tutto sotto un fiume di parole, e dopo se
ne sapeva ancor meno di prima. A lei premeva imparare a scrivere sotto la mia guida, ci teneva molto,
moltissimo.
Era chiaro che mi stava alle costole solo per quel motivo, non cera nessunaltra ragione. Veza
era dello stesso parere. Io presi i fogli e promisi di leggerli. So gi che lei non vorr prendermi come
allieva disse Friedl alla fine, un po avvilita.   una cosa troppo scadente per lei. Ma se non altro mi
dir se devo smettere o se ha un senso che io continui a scrivere .
Probabilmente, senza che me ne rendessi conto del tutto, mi piaceva in Friedl quella smania di
scrivere, e anche il suo desiderio di sapere da me la verit. Fatto sta che mi ritirai nella mia stanza e
lessi subito i suoi fogli. Non credevo ai miei occhi: aveva copiato di sana pianta cinquanta pagine di
Dostoevskij e le presentava come opera sua! Era un testo piuttosto avvincente ma un po campato in
aria, io non lo conoscevo, doveva appartenere a un abbozzo che Dostoevskij aveva messo da parte.
Mi pesava il pensiero di rivedere Friedl e di doverle dire il fatto suo. Daltra parte non si poteva
accettare e star zitti, anche per rispetto verso Dostoevskij. Era proprio quella mancanza di rispetto a
indignarmi pi di tutto. Ma mi irritava anche la faccia tosta di Friedl: come poteva credere che non
scoprissi il trucco? Era chiaro come il sole, chi conosceva anche un solo libro di Dostoevskij e poi
leggeva uno di quei fogli non poteva non accorgersene, non cera bisogno di essere scrittori o
insegnanti. Tutto questo glielo dissi due giorni dopo, quando me la vidi davanti sulle scale. Non la
invitai neanche a salire nella mia stanza, tanto ero seccato.
  cos scadente?  domand lei.
 Non  scadente n buono  dissi io.   di Dostoevskij. Dove lha pescato?.
 Lho scritto io .
Trascritto, vorr dire. Da quale libro di Dostoevskij lha copiato? Dopo il primo paragrafo si sa
gi chi  lautore, ma non conosco il libro da cui lei ha copiato .
 Da nessun libro. Lho scritto io .
Teneva duro sulla sua versione, e io mi inalberai. Cercai di fare appello alla sua coscienza, e lei
stette ad ascoltarmi. Sembrava che ne godesse. Invece di confessare continu a negare decisamente e
mi provoc a tal punto che persi ogni ritegno e la maltrattai. Voleva scrivere? Che cosa si era messa in
testa? Credeva davvero che bastasse rubare per cominciare a scrivere? E il tentativo, per giunta, era
cos goffo che il primo imbecille non poteva non accorgersene. E poi, anche a non considerare il
disprezzo che dimostrava per un cos grande scrittore, che senso aveva tutto ci? A chi voleva darla a
intendere? Aveva studiato forse alla scuola del giornalismo? Era questa la lezione che aveva succhiato
come il latte materno dalla  Neue Freie Presse ?
Friedl era raggiante, con gli occhi beati che pendevano dalle mie labbra. Sembrava in preda
allentusiasmo quando improvvisamente disse :  Ah, che bellezza quando lei si mette a urlare! Le
accade spesso di urlare cos? .  No! Mai! E con lei non parlo pi se prima non mi dice da dove ha
copiato! .
In quel momento, per fortuna, arriv Veza. Guard me, che sfogavo la mia rabbia l in piedi
sullo scalino, e poi vide Friedl, che aspettava giuliva il seguito della sfuriata. Non so come sarebbe
finita senza lintervento di Veza. Come mi disse poi, ebbe l per l la sensazione che io accusassi a torto
la ragazza, ma le sfuggiva il motivo per cui Friedl era cos contenta. Prese da parte la ragazza per
accompagnarla nella stanzetta foderata di legno. A me disse: Chiariremo tutto. Cerca di calmarti! Va
a passeggiare per unoretta e poi torna da me .
Mentre io passeggiavo venne a galla la verit. Le cinquanta pagine della controversia non erano
copiate, erano davvero di Friedl. Non per niente mi erano sembrate campate in aria. Non per niente mi
era stato impossibile scoprire da quale libro venissero fuori. Non venivano da nessun libro. Friedl
aveva divorato tutto Dostoevskij, letteralmente ingoiato, e adesso non riusciva pi a esprimersi in modo
diverso. Scriveva come lui, ma non aveva niente da dire. Che cosa poteva avere da dire, a diciannove
anni? Buttava gi una pagina dopo laltra, furiosamente, a ruota libera, e quelle pagine sembravano di
Dostoevskij senza per essere una parodia. Era un caso di possessione che faceva pensare alle storie
delle suore isteriche. Non molto tempo prima mi ero occupato di Urbain Grandier e delle suore di
Loudun. Come queste erano possedute da Urbain Grandier, cos in Friedl si era insediato Dostoevskij,
un diavolo anche lui, e non meno complicato.
 Tu dovrai fare lesorcista  mi disse Veza.  Devi cacciare da lei Dostoevskij. Fortuna che
non  pi al mondo, altrimenti rischierebbe di essere condannato al rogo. E meno male che non 
entrato in tutte quattro le sorelle, ma solo in una. Alle altre Dostoevskij non interessa. Ma non sar una
faccenda tanto semplice .
Veza, che era cos indipendente e sapeva difendersi senza sforzo da ogni influsso che andasse
contro le sue inclinazioni o il suo giudizio, cominci a prendersi cura di Friedl. La riteneva una ragazza
intelligente, ma di unintelligenza inconsueta. Friedl riusciva a impegnarsi sul serio solo quando
sottostava a un influsso esterno. Tentava disperatamente di essere il contrario di suo padre, non voleva
diventare un guazzabuglio di cultura n un polo di mondanit; la toccavano e la esaltavano le cose
umane, puramente umane. Si lasciava guidare solo da qualcuno cui si fosse votata per qualche suo estro
incomprensibile. Questo qualcuno, da quando aveva letto la Blendung, ero io; e dunque, diceva Veza,
avevo forse il diritto di infischiarmi degli effetti del mio stesso libro?  A te piace tanto andare a
passeggiare, da quando abitiamo a Grinzing. Qualche volta prendi Friedl con te e cerca di parlarle. Ha
un carattere facile e allegro, tutto il contrario di quello che ha scritto. Le vengono certe idee buffe.
Credo che abbia uninclinazione per il grottesco. Devi sentirla quando racconta dei ricevimenti a casa
sua! Niente a che fare con quello che si potrebbe supporre leggendo la Fackel. Piuttosto, viene fatto
di pensare a Gogol .
 Impossibile  dissi io, ma Veza sapeva benissimo dovero vulnerabile, e limmagine che una
creatura cos limpida e graziosa fosse cresciuta in unatmosfera gogoliana e ora fosse posseduta da
Dostoevskij - il quale era uscito  come tutti noi dal Cappotto  5 -mi pareva una versione ben originale
di quella celebre parentela letteraria. Proprio in questo vedevo forse una possibilit di liberarla dalla sua
ossessione. Era un compito piacevole quello che Veza pensava di assegnarmi, non cera niente che non
avrei fatto a maggior gloria di Gogol. Mi sembrava anche di capire che Veza, con molta delicatezza,
aveva fatto la pace con la Blendung, perch anche il mio romanzo era uscito come tutti noi dal
Cappotto . Veza - con mio sollievo - non si preoccupava pi tanto della sorte del libro. Capiva che
cosera successo alla ragazza con quella lettura, se ne dava pensiero e mi chiamava in aiuto.
Veza era irresistibile quando il suo istinto sicuro si alleava al suo calore umano. Presto fin
come doveva finire, e accettai di farmi accompagnare da Friedl nelle mie passeggiate. Certo, la ragazza
non doveva pretendere di imparare a scrivere come simpara unaltra materia, ma potevo uscire con lei,
parlarle e scoprire che cosa si annida in un essere umano. Friedl era piuttosto capricciosa e qualche
volta partiva di corsa, mi precedeva di un tratto e si fermava ad aspettare che la raggiungessi.  Devo
sfogarmi,  diceva  sono cos contenta di poter uscire con lei . La facevo raccontare di s, non cera
argomento di cui non parlasse, parlava in continuazione, sempre a proposito di persone che
frequentavano la sua casa. Da un po di tempo aveva il permesso di partecipare anche lei ai ricevimenti.
Non aveva il minimo rispetto per gli illustrissimi invitati e li vedeva quali erano veramente. Spesso le
sue comiche osservazioni mi lasciavano interdetto, e allora facevo mostra di non crederci, lei
esagerava, quel che diceva non era possibile. Ma poi venivano fuori tanti particolari che io non
smettevo pi di ridere, e quando cominciavo a ridere Friedl rincarava la dose inventando sempre nuove
storie, finch anchio cominciavo a inventare. Era quello a cui lei voleva arrivare: una gara di
invenzioni.
Le davo anche dei compiti: la interrogavo sulle persone che incontravamo nelle nostre
passeggiate, ma solo su quelle che lei non conosceva. Doveva raccontarmi ci che pensava di loro, e
magari, se le veniva qualche buona idea, anche la loro storia. Cos avevo un certo riscontro, perch
quelle persone le vedevo anchio e potevo stabilire che cosa Friedl notava in loro e che cosa le
sfuggiva. E la correggevo, non gi rimproverandola per una negligenza o una inesattezza, bens
sfoderando la mia versione a proposito di questo o quel passante. Era una specie di gara tra Friedl e me,
e per lei divent una vera passione, sebbene non le interessasse tanto mettere alla prova la propria
immaginazione quanto ascoltare la mia storia.
Il dialogo era molto spontaneo, senza ritegni. Se qualcosa le dava da pensare me ne accorgevo
subito, perch allora Friedl ammutoliva e qualche volta, per fortuna raramente, era presa da un
profondo scoraggiamento:  Non imparer mai a scrivere. Sono troppo schlampig, mi mancano le
idee. Schlampig a Vienna stava per pasticcione, e lei era certamente pasticciona, ma di idee ne aveva
pi che a sufficienza. Non mi dispiaceva in lei una certa inclinazione per il fantastico, che era poi la
qualit pi rara nei giovani scrittori di mia conoscenza.
A volte le facevo inventare i nomi delle persone che incontravamo. Non era il suo forte, e
questo compito lo svolgeva di malavoglia. Preferiva parlare dellaspetto delle persone, dei discorsi
che facevano a casa loro. Poteva essere un chiacchierio innocente che serviva soltanto a confermare
quanto Friedl fosse brava nelle imitazioni. Ma poi, allimprovviso, veniva fuori un particolare orribile
che mi sbalordiva. Friedl ne parlava senza nessun turbamento e senza immaginare quanto fosse strano e
quanto poco sintonasse alla sua limpidezza infantile, alla leggerezza della sua andatura.
Tranne i pochi giorni della sua vita coniugale, Friedl aveva sempre abitato a Grinzing. Era
venuta al mondo su unautomobile. Quando sua madre era stata presa dalle doglie, il padre laveva
caricata sulla vettura e si era seduto accanto a lei per condurla in clinica. Lui aveva attaccato a parlare e
aveva continuato, secondo il suo solito, per tutto il tragitto. Arrivarono alla clinica, la vettura si ferm,
e la bambina giaceva sul pavimento, venuta al mondo senza che nessuno dei due se ne fosse accorto.
Friedl attribuiva la sua instabilit a quellauto-parto. Doveva sempre muoversi, non resisteva in nessun
posto; al tempo del matrimonio, quando suo marito, che era ingegnere, andava in fabbrica, lei non
poteva stare a casa ad aspettarlo. Una mattina, una delle prime mattine, scapp fuori, se ne and di
casa, se ne and da Presburgo e si ritrov a Grinzing, nella Himmelstrasse. L conosceva tutti i sentieri
e correva nel bosco. I prati le piacevano ancora di pi, si accovacciava a cogliere i fiori e scompariva
nellerba. A volte, durante le passeggiate, notavo gli sguardi bramosi che lanciava ai prati, ma tuttavia
riusciva a dominarsi perch uno di noi stava raccontando una storia, e questo era per lei ancora pi
importante della sua libert. La attiravano soprattutto le cose piccole e umili, ma non era insensibile
neanche ai panorami, specialmente se cera una panchina per sedersi e magari un tavolo dove si poteva
ordinare qualcosa da bere.
Ma per lei la cosa che contava di pi era ci che si manifestava nelle parole. Non ho mai
conosciuto un bambino che ascoltasse cos avidamente. Dopo che io lavevo provocata in tutti i modi
possibili, andava sempre a finire che toccava a me raccontare una storia; ed  vero che leccitazione con
cui Friedl accoglieva ogni frase aveva su di me un effetto pi profondo di quanto fossi disposto ad
ammettere.
La delicatezza dello spirito
In quei pochi anni di Grinzing condussi una vita molto varia, cos contraddittoria che non riesco
a stabilire tutte le parti di cui si componeva. A ogni esperienza di allora reagivo con la stessa intensit,
e sebbene non vi fosse alcun motivo per essere sereni, non mi lasciavo neanche spaventare dalla
minaccia incombente. Mi attenevo ostinatamente al mio programma. Non mi stancavo di leggere e di
prendere appunti per il libro sulla massa, e ne parlavo a tutti quelli con cui valeva la pena di parlarne.
Non so quanti altri si sarebbero votati a unimpresa simile con lo stesso impegno e le stesse pretese. Ma
nessuna delle teorie correnti riusciva ad afferrare tutto ci che accadeva - e accadeva una mostruosa
quantit di cose che si rovesciavano vorticose su una quantit anche maggiore di altre cose.
Si viveva in una vecchia capitale che non era pi capitale ma aveva attirato su di s gli occhi del
mondo grazie ai suoi programmi sociali, arditi e ben ponderati. Erano state fatte cose nuove che
potevano servire da modello. Erano state fatte senza usare la violenza, si poteva esserne orgogliosi e si
viveva nellillusione che avrebbero resistito, mentre nella vicina Germania la grande ossessione
guadagnava terreno e i suoi corifei occupavano tutti i posti di comando nellapparato statale. Ma ora,
nel febbraio del 1934, il potere del municipio di Vienna era stato stroncato. Tra coloro che ne avevano
sostenuto la causa regnava lo sconforto. Era come se tutto fosse stato inutile, quella che era stata la
nuova peculiarit di Vienna era cancellata. Rimaneva il ricordo di una Vienna precedente, non ancora
abbastanza remota per essere assolta dalla correit nella prima guerra mondiale in cui era andata a
cacciarsi. I viennesi non avevano pi dinanzi agli occhi una speranza che potesse contrapporsi alla
miseria e alla disoccupazione. Molti, incapaci di vivere in un simile vuoto, furono colpiti dal contagio
germanico e sperarono di arrivare a una vita migliore lasciandosi ingoiare dalla massa pi grande. I pi
non volevano ammettere neanche con se stessi che tutto ci poteva solo condurre a una nuova guerra, e
quando se lo sentivano dire dai pochi che avevano coscienza del pericolo preferivano chiudere gli occhi
alla verit.
In quei giorni, come ho gi detto, la mia vita personale era assai varia e ricca di contraddizioni.
Trovavo una giustificazione a me stesso nel mio ambizioso progetto. Ad esso restavo fedele, ma non
facevo niente per affrettarne lattuazione. Tutto quello che accadeva nel mondo confluiva nel mio
progetto come esperienza. Non era unesperienza superficiale, perch non si fermava alla lettura dei
giornali. Ogni avvenimento era discusso con Sonne nel giorno stesso in cui se ne era avuta notizia, e lui
lanalizzava a pi riprese, cambiando spesso il punto di vista per penetrare pi a fondo e offrendo alla
fine una sintesi delle possibili prospettive, nella quale i pesi erano distribuiti con la pi scrupolosa
equit. Quelle ore del giorno erano le pi importanti, una incancellabile e feconda iniziazione agli
eventi della scena mondiale, alle loro complicazioni, alle loro tensioni e alle loro sorprese. Nulla per
riusciva a farmi desistere dai miei studi personali. Intorno a quel periodo mi rivolsi, con maggiore
attenzione che per il passato, agli studi etnologici, e sebbene poi, per una specie di discrezione nei
confronti di Sonne, mi inducessi solo raramente a esporgli qualche idea che mi sembrava nuova e
importante, era inevitabile che le nostre conversazioni finissero pur sempre nella storia delle religioni,
un campo nel quale egli aveva una cultura immensa, mentre io avevo acquistato a poco a poco una
preparazione che mi permetteva di afferrare tutti i suoi discorsi e di controbattere ci che non mi pareva
convincente.
Quando gli accennavo alle ricerche sulla massa e alla mia intenzione di approfondirle, Sonne
non dava segni di insofferenza. Ascoltava le mie spiegazioni, rifletteva e taceva. Non disse mai una
parola che potesse scalfire ci che andava preparandosi dentro di me. Per lui sarebbe stato un gioco
rendere ridicolo il mio concetto di massa, un concetto che stava prendendo una consistenza sempre
maggiore e sfuggiva a ogni definizione. Nel giro di unora Sonne avrebbe potuto distruggere quello che
era diventato il compito della mia vita. Con me non discusse mai il problema, ma neanche mi
scoraggi; n cerc (come aveva fatto Broch) di distogliermi dallimpresa. Si astenne dallaiutarmi, e in
tutto ci che riguardava la massa non lo ebbi mai come maestro. Una volta, nonostante tutto, mi
avvenne di toccare largomento e lo feci con riluttanza, proprio malvolentieri, perch sapevo che ogni
obiezione di Sonne poteva essere molto pericolosa per me. Lui mi ascolt attentamente, con calma,
rimase zitto pi a lungo di quanto accadesse di solito durante una discussione, e poi disse, quasi con
delicatezza :  Lei ha aperto una porta. Adesso deve entrare. Non cerchi laiuto di nessuno. Sono cose
che bisogna fare da soli .
Raramente si esprimeva in questi termini, e si guard bene dallaggiungere altro. Non intendeva
dire che mi negava il suo aiuto. Se glielavessi chiesto non me lavrebbe rifiutato. Ma io, allinizio, non
gli avevo domandato nulla. Gli avevo esposto ci che per me era gi chiaro, e forse volevo soltanto che
mi fermasse se riteneva che mi ero messo su una strada sbagliata. Ora, con la parola  porta , mi
diceva che per lui quella strada non era affatto sbagliata. Ma certamente voleva mettermi in guardia, col
tocco leggero che gli era abituale.  Sono cose che bisogna fare da soli . Mi metteva in guardia contro
le teorie che abbondavano tuttintorno e che non spiegavano niente. Sapeva meglio di ogni altro quanto
quelle teorie sbarrassero la strada a ogni conoscenza dei fenomeni collettivi. Sonne era amico di Broch,
lo stimava e forse gli voleva anche bene. Quando parlava con lui il discorso non poteva non cadere su
Freud, al quale Broch era profondamente devoto. Mi sarebbe davvero piaciuto scoprire come faceva
Sonne a sopportare quei discorsi senza reagire in maniera offensiva, ma non era proprio possibile porgli
una domanda cos personale. Che avesse obiezioni fondamentali contro Freud lo sapevo da quando, una
volta, avevo attaccato con veemenza la  pulsione di morte  :  Anche se fosse vero, non si sarebbe
mai dovuto esprimere un concetto simile. Ma non  vero. Tutto sarebbe troppo semplice, se fosse
vero.
Ci che si svolgeva tra Sonne e me lo sentivo come la vera sostanza della mia giornata : valeva
per me anche pi di ci che scrivevo a quel tempo. Allora non riuscivo a concludere nessuna delle cose
a cui lavoravo. Le ragioni erano molte, e la pi importante era certamente la consapevolezza della mia
insufficiente preparazione. Non che ritenessi assurda limpresa in cui ero impegnato: restava ben salda
la mia convinzione che dipendeva da noi stabilire e poi anche applicare le leggi della massa e del
potere. Ma con lincalzare degli avvenimenti le dimensioni di una simile impresa sembravano crescere
ogni giorno, incessantemente. Le conversazioni con Sonne avevano il potere di acuire a dismisura la
sensibilit per il futuro. Lui non cercava in nessun modo di sminuire il pericolo, anzi la coscienza del
pericolo diventava sempre pi forte in te, come se Sonne ti mettesse a disposizione uno straordinario
telescopio che solo lui sapeva regolare a dovere. Nello stesso tempo avevi la percezione della tua
spaventosa ignoranza. Non bastavano le idee che ti ballavano nella testa. S, lampi e folgorazioni ti
riempivano di orgoglio, ma cera il rischio che ti precludessero la via della verit. Cera una pericolosa
vanit dellintelligenza. Loriginalit non era tutto, e neanche la forza, e neanche il micidiale ardire al
quale Karl Kraus ti aveva educato.
I lavori letterari in cui allora ero occupato mi lasciavano insoddisfatto e restavano a met. Non
vi rinunciavo definitivamente, li accantonavo. Era proprio questo che ispirava a Veza le pi profonde
apprensioni. Una volta, durante una seria discussione, Veza arriv a sostenere che lintelligenza di
Sonne esercitava sugli altri unazione che li rendeva sterili. Certo, era il migliore di tutti i critici - alla
fine, non senza sforzo, Veza doveva ammetterlo -, ma bisognava andare da lui solo per mostrargli
qualcosa di compiuto. Non era una persona da frequentare ogni giorno. Era luomo della rinuncia, forse
un saggio, un asceta puro. Egli prevedeva il peggio, ma poi non agiva concretamente per opporvisi, si
limitava a dirlo, a enunciarlo: come potevo accontentarmi di questo? Quando tornavo a casa dai
colloqui con Sonne sembravo quasi paralizzato, secondo Veza, e lei faticava a strapparmi qualche
parola. S, a volte - e fu unosservazione che mi fer profondamente - Veza aveva limpressione che
Sonne mi avesse convertito alla prudenza. Avevo smesso di leggerle ci che scrivevo, un capitolo di un
nuovo romanzo, un nuovo dramma. Quando mi interrogava cautamente, la mia risposta era sempre la
stessa: non  ancora al punto giusto per te, voglio lavorarci ancora. Perch in passato tutto era al punto
giusto per lei? Perch allora avevo pi coraggio?
Veza diceva che tutto era cominciato con lumiliazione sofferta a causa di Anna. Di ci si era
resa conto perfettamente, e per molto tempo aveva temuto le conseguenze della serata in cui avevo letto
la commedia nel palazzo della Maxingstrasse. Per questo lei aveva stretto amicizia con Anna, per
capire che creatura fosse in realt, poich io lavevo vista trasfigurata e lavevo glorificata in tutti i
modi facendone il contraltare di sua madre. Adesso Veza la conosceva cos bene da essere sicura di una
cosa : con Anna non bisognava sentirsi sconfitti - lei non amava come gli altri esseri umani, e
certamente non amava come sua madre. Anna aveva le sue leggi personali, rigide, come vetrificate: si
poteva contemplarla e ammirarla, trovare meravigliosi e ineguagliabili i suoi occhi, ma non si doveva
mai sentirsi guardati da lei. Se una volta posava gli occhi su una cosa, lei doveva giocarci, doveva
conquistarsela, come se si trattasse di un gomitolo, di un oggetto, non di alcunch di vivo. Soltanto quel
gioco degli occhi era pericoloso in lei, per il resto era una buona amica, fiduciosa, ingenua, generosa,
su cui addirittura si poteva fare assegnamento; ma cera un limite da non superare: non si doveva mai
tentare di legarla. Senza la sua libert Anna non poteva esistere, ne aveva bisogno per il suo gioco
degli occhi, per nientaltro, ma quella era lesigenza pi profonda della sua natura e non sarebbe
cambiata mai, nemmeno con lavanzare dellet: chi aveva avuto in sorte occhi simili non poteva fare
altrimenti, era soggetto e asservito alle pretese di quegli occhi, come anche altri esseri umani,
certamente, ma loro in veste di vittime, lei di cacciatrice.
Quella mitologia degli occhi mi divertiva. Sapevo quanto cera di vero nelle parole di Veza e
quanto Veza mi aveva aiutato grazie alla sua amicizia con Anna. Ma sapevo anche quanto Veza si
ingannasse sullaltro punto. La mia amicizia con Sonne non era nata dallinfelice esperienza con Anna,
era qualcosa di autonomo e di sovrano, la pi pura esigenza della mia natura, che si vergognava delle
proprie scorie e poteva trovare una correzione o almeno una giustificazione solo nei severi dialoghi con
uno spirito di gran lunga superiore.
Invito in casa Benedikt
Durante quel primo incontro al Liliput-Bar la signora Irma, la madre di Friedl, mi era piaciuta
per le sue parole schiette, senza fronzoli, dietro le quali non si avvertiva niente di pretenzioso: si era
pronti a credere a quel che diceva, e senza pensarci due volte. Aveva una testa molto rotonda, come
non ne conoscevo: non era una testa slava, che pure sarebbe stata attraente, era di un altro tipo. Venni a
sapere da Friedl che sua madre era per met finlandese. Bench fosse nata a Vienna, era andata molto
presto in Finlandia come ospite della famiglia materna e vi era poi ritornata regolarmente.
In casa loro si parlava spesso di una zia della madre che si era fatta notare per la sua vita
indipendente e le sue attivit intellettuali. Zia Aline era vissuta molti anni a Firenze e aveva tradotto
Dante in svedese. Possedeva unisola lass in Finlandia e ogni tanto vi si ritirava per scrivere in
assoluta solitudine. Non si era mai sposata, per orgoglio e per riservare la sua libert alle cose dello
spirito. Friedl era la sua pronipote prediletta, e zia Aline aveva in animo di lasciarle in eredit lisola
finlandese. Faceva impressione sentire Friedl quando parlava di quellisola. A lei non interessava il
possesso materiale, ma lidea di unisola tutta sua la mandava in estasi. Non vi era mai stata, ma ne
aveva unimmagine molto avventurosa, specialmente delle tempeste invernali, quando si restava
tagliati fuori da ogni rapporto con la terraferma. Non parlava mai dellisola senza offrirmela
solennemente: un regalino, per cos dire, che secondo lei era lunico modo per attestare la sua
ammirazione a colui che considerava il suo modello letterario.
A volte accettavo lisola, a volte no. In ogni caso era il luogo in cui Dante era stato tradotto in
svedese. Mi commuoveva piacevolmente la generosit dell'offerta, ma pi ancora la longevit che cos
Friedl mi attribuiva. Mentre mi descriveva i luoghi solitari e le bellezze dellisola, venivo a sapere per
inciso alcuni particolari che mi facevano unimpressione assai maggiore. Una volta, quando il discorso
si spost dallisola finlandese verso temi svedesi, Friedl mi disse che la sua madrina di battesimo era
Frieda Strindberg, la seconda moglie di Strindberg, unamica di giovent di sua madre che adesso
abitava a Mondsee e spesso veniva a trovare i Benedikt. Friedl ne portava il nome ma aveva anche altre
cose in comune con lei. La signora Irma, quando la figlia la faceva disperare per il suo disordine, le
diceva:  Ecco che coshai ereditato da Frieda, la tua madrina.  proprio vero che col nome si prendono
anche certe qualit. Quella Frieda Strindberg era nota come lessere pi disordinato del mondo. Friedl
era andata da lei una volta, quando era ancora piccolissima. La confusione che aveva trovato laveva
talmente colpita che subito si era messa in testa di riprodurla nella sua stanza di bambina. Ci aveva
provato spesso, quando la lasciavano sola: apriva cassetti e sportelli, tirava fuori tutti i vestiti e la
biancheria, li buttava alla rinfusa in mezzo alla stanza e poi si sedeva felice su quel disordine. Cos
aveva anche lei una stanza come la casa della sua madrina. Ma non aveva mai confessato alla mamma
quale fosse lorigine di quel terribile disordine. Questo era il suo grande segreto, il pi grande di tutti, e
perci doveva rivelarmelo. Guai se fossi entrato improvvisamente nella sua stanza, perch a vederla
anche solo una volta avrei provato un tale orrore di lei da rifiutarmi per sempre di condurla a passeggio
con me. In realt io non avevo nessuna intenzione di vedere la sua stanza e non dovevo quindi
preoccuparmi di quella eventualit. Ma laccenno a Strindberg mi diede come una fitta, e credo che fu
questo a farmi apparire la casa dei Benedikt in una nuova dimensione.
Immagino che Friedl, per attirarmi in casa sua, abbia assillato ben bene sua madre perch gli
invitati fossero quelli giusti e messi a tavola al posto giusto. Infatti, sebbene lei si annoiasse a quei
ricevimenti, sebbene si rassegnasse di rado a parteciparvi, aveva intuito ben presto dalle nostre
conversazioni che io fiutavo qualcosa di perverso e di equivoco l dove per lei non cera altro che
convenzionalit e noia. Fin da bambina non aveva sentito altro che nomi celebri. Per un certo periodo,
quando gi andava a scuola, aveva pensato che tutti gli adulti fossero celebri, e non era affatto una
buona raccomandazione, n per loro n per gli altri. Se a casa sua un nome nuovo veniva ripetuto
spesso, i motivi potevano essere soltanto due: o era qualcuno che era diventato celebre allimprovviso -
come si pu fare perch accetti un invito? - o era qualcuno che la celebrit laveva conquistata da un
pezzo - era nato celebre, pensava Friedl - e che, trovandosi di passaggio a Vienna, veniva naturalmente
a pranzo da loro. Non le sarebbe mai passato per la testa che le cose potessero stare diversamente, era
sempre e soltanto la stessa storia, e quindi la stessa noia. Adesso per, se durante i nostri incontri mi
faceva il nome di qualcuno che frequentava la loro casa, Friedl avvertiva in me un soprassalto e mi
sentiva domandare:  Come? Anche lui viene da voi?, quasi fosse un atto illecito metter piede in
quella casa. Friedl notava che a certi nomi non reagivo minimamente, e in effetti non mi stupivo che la
casa fosse frequentata da quei personaggi, perch era lambiente giusto per loro, secondo il codice della
 Fackel . Ma poi cerano gli altri, quelli che mi davano da pensare, e Friedl cominci a interessarsene
e non tard a capire che solo quelle erano le esche con cui poteva attirarmi in casa sua. Ma anche
questo richiedeva tempo e preparativi abbastanza lunghi.
 Oggi  venuto a pranzo Thomas Mann  disse un giorno, e mi guard piena di speranza.
 Ah s? E di che cosa parla Thomas Mann con suo padre? .
Non avevo saputo trattenermi, e capii troppo tardi quanto fosse indelicata la domanda, perch
era facile arguirne tutto il mio disprezzo per il padre di Friedl. Evidentemente io non gli riconoscevo la
capacit di sostenere una conversazione con Thomas Mann.
 Di musica  rispose Friedl.  Non hanno fatto che parlare di musica, soprattutto di Bruno
Walter.
Ma aggiunse che lei di musica non capiva niente e quindi non poteva darmi ragguagli precisi.
Perch non andavo a sentire con le mie orecchie? Sua madre mi avrebbe invitato cos volentieri, ma
proprio non ne aveva il coraggio. Tutti mi giudicavano un tipo scontroso, simile al Kien del romanzo:
un misogino, e anche piuttosto sgarbato.  Io dico sempre alla mamma che lei mi racconta un mucchio
di cose divertenti.  uno che ci disprezza dice la mamma. Non capir mai come pu uscire a
passeggio con te .
Dopo diversi tentativi Friedl riusc ad adescarmi. Della famosa triade che aveva brillato nel
cielo della dcadence viennese tra Ottocento e Novecento: Schnitzler, Hofmannsthal e Beer-Hofmann,
soltanto il terzo era ancora al mondo. Aveva scritto pochissimo e passava per il personaggio pi
esclusivo della citt. Ormai da decenni continuava a lavorare allo stesso dramma. Non ne era mai
soddisfatto, nessuno sapeva persuaderlo a terminare la sua fatica. Era questo lunico motivo per cui
Beer-Hofmann mi interessava: vedevo in lui tutto lopposto di un giornalista e conoscevo di lui soltanto
una poesia. La sua riservatezza, nella Vienna di quegli anni, aveva qualcosa di misterioso. La gente si
domandava come fosse arrivato a un prestigio cos alto con cos poche opere. Io mi immaginavo che
evitasse ogni contatto inquinante e che frequentasse soltanto persone del suo stesso valore. Ma come
faceva, adesso che gli altri due della triade non erano pi in vita? Ed ecco che Friedl veniva a dirmi che
Beer-Hofmann era un ospite quasi fisso a casa sua, che ci andava spesso e che non era affatto un
misantropo. Era un vecchio vigoroso, con una moglie bellissima che aveva ventanni meno di lui e
sembrava ancora pi giovane. Tutto questo era gi abbastanza allettante, ma la spinta decisiva, quella
che mi indusse ad accettare linvito, fu un vero colpo di scena. Emil Ludwig, il personaggio del giorno,
colui che scriveva un libro in poche settimane e ancora se ne vantava, aveva promesso di andare dai
Benedikt per conoscere il colendissimo Richard Beer-Hofmann. Adesso, diceva Friedl, tutti erano
curiosi di assistere a quellincontro, e io non dovevo lasciarmi sfuggire unoccasione cos divertente.
Lei immaginava gi che il dialogo tra i due si sarebbe svolto come tra due personaggi di fantasia.
Aveva convinto sua madre a invitarmi, e sua madre mi avrebbe telefonato quel giorno stesso. La mia
curiosit era stuzzicata, ringraziai e accettai.
Invece della cameriera venne ad aprirmi Friedl, che dalla finestra mi aveva visto arrivare. Disse
subito, come se fossimo dei congiurati :  Ci sono gi, tutte due! . Nel salotto il padre di Friedl mi
salut con un paio di frasi smaccatamente adulatorie, che per non si riferivano a niente in particolare.
Disse che non aveva ancora letto il mio libro, perch tutte -le signorine e sua moglie - se lo passavano
tra loro, ma finalmente era riuscito a strapparglielo, e adesso era l - mi indic un tavolino -, non se lo
lasciava pi portar via, avrebbe iniziato la lettura quel pomeriggio stesso, voleva farsi forte
conversando con lautore prima di imbarcarsi nella pericolosa avventura, cerano in giro certe
leggende, si raccontava quanto il libro fosse perfido, ma anche avvincente, bench dopo una prima
occhiata allautore non si sarebbe proprio detto. Non senza stupore mi accorsi della sua innocuit, ma
anche lui della mia. Dopo le descrizioni che gli avevano fatto della Blendung si aspettava di trovarsi di
fronte a un pote maudit.
Mi condusse da Beer-Hofmann, il pi illustre dei suoi ospiti, quello che non scriveva pi di due
righe in un anno. Il vecchio signore dallaria imponente rest seduto e disse con sussiego : 
Giovanotto, io non mi alzo, lei non pretende mica che mi alzi? . Emisi qualche sillaba di assenso,
come lui sicuramente si aspettava, e gi ero trascinato verso un ometto piccolo piccolo che stava l in
tutta la sua esplosiva gracilit. Costui non fece caso alla mia mano, e cos non fui costretto a dargliela,
ma subito potei ascoltarlo mentre inondava Beer-Hofmann con la sua spumeggiante ammirazione.
Lometto era Emil Ludwig, intento a proclamare la venerazione che gi da tanto tempo - fin
dallinfanzia? - nutriva per Beer-Hofmann. La parola  maestro  affior pi volte dallo sproloquio, e
anche  perfezione , e perfino  compiutezza, un vocabolo piuttosto indelicato allindirizzo di uno
che asseriva di aver bisogno di decine danni per scrivere un dramma di normale lunghezza e poi non lo
portava neanche a compimento. Beer-Hofmann dondolava gravemente la testa, ascoltava tutto attento,
non perdeva una parola, era molto sicuro di s; e chi non si sarebbe sentito sicuro al cospetto di quel
minuscolo velocista della scrittura, primatista delle vendite e intervistatore universale? - Un peso
massimo si misurava contro una piuma.6 - Ma il vecchio signore corpulento non si sentiva del tutto a
suo agio, il contrasto tra la sua dignitosa parsimonia di scrittore e la diarrea letteraria del mingherlino
era troppo clamoroso, e poi l cerano anche altri ad ascoltare. Cos Beer-Hofmann interruppe
quelluggiolio idolatrico e disse con rammarico, ma anche con fermezza:   troppo poco .
Aveva pubblicato cos poco che doveva dirlo, e chi avrebbe potuto rispondergli su questo
punto? Nella sala cera forse una dozzina di persone, e tutte trattennero il fiato. Ma Emil Ludwig aveva
pronta la risposta, questa volta una frase sola :  Shakespeare sarebbe meno Shakespeare se avesse
scritto soltanto l'Amleto? .
La sua impudenza lasci tutti a bocca aperta. Beer-Hofmann non dondolava pi la testa. Oso
ancora oggi cullarmi nella speranza che, nonostante la grande presunzione che lo distingueva, non si
attribuisse la paternit di un Amleto.
Subito dopo, durante il pranzo, Emil Ludwig provvide a rifarsi di tanta abnegazione badando
pi a s e tessendo lelogio della propria fecondit e facilit di scrittura, della propria conoscenza del
mondo, degli importanti amici e ammiratori che aveva in ogni Paese. Conosceva tutti, da Goethe a
Mussolini. Seppe descrivere con toccante efficacia il contrasto tra quella che defin la spoglia dimora di
Goethe a Weimar e limmensa sala in cui era stato ricevuto a Palazzo Venezia. Quel salone, che
paragon a un continente imperiale, lui laveva percorso in tutta la sua lunghezza, a passettini, per
arrivare fino alluomo che con aria risoluta lo aspettava allaltra estremit, dietro il mastodontico
scrittoio. Mussolini sapeva chi era luomo che veniva verso di lui, e quando Ludwig, dopo la lunga
traversata, si trov infine davanti allo scrittoio (senza alcun dubbio il pi grande del mondo, anche pi
grande di quello che lo stesso Ludwig aveva ad Ascona), lo accolsero parole lusinghiere che la
modestia impediva di riferire. Mussolini dimostrava un istinto sicuro nel cogliere limportanza di un
personaggio come Ludwig, noto in tutto il mondo letterario, e infatti gli accord una serie di lunghi
colloqui che furono pubblicati in tutti i grandi giornali del pianeta e naturalmente anche in volume. Ma
questa era acqua passata. Da allora erano usciti altri libri, sei, otto, lultimo era II Nilo. Per scriverlo,
Ludwig era stato in Egitto. Laveva terminato in sei settimane. Il padrone di casa, seduto a capotavola,
interruppe il racconto e indic con un gesto riverente e invitante un tavolino poco lontano, sul quale II
Nilo era posato in piena solitudine e in tutto il suo spessore. Ma Ludwig non ci fece caso, era gi
proteso verso altri lidi, si diffondeva con trilli di gioia o con toni sibillini su tre o quattro progetti che lo
aspettavano. Di quel che sarebbe venuto poi, era meglio non parlare, giacch dopo tutto non era lui
lunico invitato.  E noi non vogliamo dimenticare, pur con tutto il nostro legittimo amor proprio - solo
i pezzenti sono modesti -, non vogliamo dimenticare colui che oggi, a questa tavola, rappresenta il
prezioso Jung Wien di fine secolo, lunico rappresentante di una tradizione imperitura che sia ancora
tra noi, lunico e il pi grande .
Non era una tirata da poco, ma corrispondeva allopinione di casa Benedikt e forse anche a
quello che Beer-Hofmann pensava di s, perch diversamente sarebbe stato difficile conservare quella
sostenutezza di fronte al mondo. Beer-Hofmann, come poi ebbi modo di vedere pi di una volta negli
incontri con lui, lasciava trapelare che Hofmannsthal aveva ceduto troppo alle tentazioni del mondo: ai
suoi occhi, tutto quello che aveva a che fare con Salisburgo, i libretti, linteresse per lopera lirica, era
unaberrazione. Emil Ludwig doveva essergli profondamente antipatico - lo era a tutti i commensali,
con leccezione del padrone di casa -, ma Beer-Hofmann non poteva restare indifferente nel sentirsi
proclamare  il pi grande  fra i tre grandi dello Jung Wien.
Subito dopo Ludwig volse di nuovo il timone verso se stesso. Doveva farsi vedere allOpera,
era un debito che aveva con Vienna, e aveva prenotato un palco per quella sera. Ma non poteva andarci
senza unaccompagnatrice. Si augurava di trovarla in una delle quattro figlie dei Benedikt. La pi bella.
Friedl, seduta di fronte a lui, lo ascoltava con interesse. Non lo interruppe e non rise neanche una volta.
Ludwig si sentiva ammirato da lei, e in verit era lei che lo spronava, con la sua ingannevole
attenzione, a prolungare quelle iperboliche effusioni su se stesso. Ludwig la pregava dunque di tenersi
libera per quella sera e di accompagnarlo allOpera. Friedl aveva avvertito nettamente la mia antipatia
per Ludwig e forse esitava ad accettare linvito nel timore di perdere un po della mia stima. Listinto le
diceva che la mia stima non poteva essere molto grande, perch dopo tutto lei apparteneva a quella
famiglia esecrata. Ma pregustava il ridicolo contegno che Ludwig avrebbe probabilmente tnuto
allOpera, come anche il resoconto pepato con cui lei mi avrebbe divertito. Cos accett, e alcuni giorni
dopo, alla nostra prima passeggiata,' venni a sapere tutto quello che era successo.
Emil Ludwig, nel suo palco, non si stancava di balzare su dalla poltrona per farsi notare dal
pubblico. Aveva fatto il galante con Friedl accompagnando le arie dellopera, prima sottovoce, poi
sempre pi forte. Gli spettatori dei palchi vicini avevano reagito contro limportuno, ma era proprio
quello che Ludwig voleva. Alle proteste non fece caso, sembrava in trance, inebriato dalla presenza
della sua giovane accompagnatrice. Riusc a distrarre gli occhi del pubblico dal palcoscenico per
attirarli sul suo palco. Alla fine qualcuno and a cercare lusciere dei palchi per fargli le sue
rimostranze e perch cessassero quei rumori molesti, e cos venne a sapere chi era quel tappo che
saltava su continuamente e si affacciava alla balaustra a cantare e a gesticolare: Emil Ludwig in
persona. La voce si sparse in un battibaleno, e quando fu ben sicuro che tutti erano al corrente, Ludwig
si concesse di colpo un po di riposo. Non ricordo quale opera si rappresentasse quella sera, ma Friedl
raccontava che al momento degli applausi lui si era inchinato e invece di battere le mani si era preso gli
applausi come se fossero diretti a lui, e solo quando lei gli aveva fatto notare linopportunit della
sua condotta si era rassegnato molto a malincuore a battere le mani una o due volte.
Io cerco i miei pari!
Gi alla seconda visita in casa Benedikt accadde qualcosa che per me trasform in un
palcoscenico orientale quello che era stato un regno del demonio. Avevo salito i gradini che portavano
allingresso e avevo gi suonato il campanello quando udii dietro di me dei passi frettolosi, un po
strascicati; mi meravigliai, perch non potevano essere i passi di un ospite adulto, e mi voltai. Davanti a
me stava tutta affannata la giovane  giapponese , come la chiamavo io, la ragazza che da mesi
incontravo nella Himmelstrasse, col mantello aperto, una ciocca di capelli neri sul viso, le impetuose
movenze da mimo, come in un ritratto dattore di Sharaku, come in una scena del teatro Kabuki. Era
uninvitata, come me? Una ragazza cos giovane? Ero talmente sbalordito da questa idea che dimenticai
di salutare. Lei fece un cenno col capo e non disse una parola, la porta si apr, Friedl si affacci, come
la prima volta, rise vedendoci luno accanto allaltro sulla stuoia e disse:
 Sei tu, Susi? Questo  il signor C. E questa  Susi, la mia sorella pi piccola .
Avevo buoni motivi per sentirmi imbarazzato, ma anche Susi lo era. Infatti, sebbene le fossi del
tutto indifferente, senza dubbio sapeva che la incontravo ogni giorno nella Himmelstrasse. Non veniva
come invitata, veniva dalla scuola, aveva fatto tardi come sempre, e questa era la ragione dellaffanno e
della fretta. Subito scomparve salendo al piano di sopra, e Friedl disse stupita:
 Ma allora la Susi lei lha gi vista spesso. Non me ne ha mai parlato .
 Non sapevo chi fosse. Lei non mi aveva detto che la sua sorella pi piccola ha quattordici
anni? .
 Infatti. Per ne dimostra diciotto .
 Lho presa per una giapponese .
 Ha un aspetto cos esotico. Nessuno sa spiegarsi come sia spuntata nella nostra famiglia.
Poi entrai nel salotto. Ma ancora per un poco mi sentii confuso. Finalmente mi rendevo conto di
aver cercato quegli incontri nella Himmelstrasse: ero sceso sempre alla stessa ora e avevo fatto in
modo da non lasciarmi sfuggire la ragazza quando usciva dalla Strassergasse. Una ragazzina di
quattordici anni che veniva dalla scuola! Il suo affanno, la sua eccitazione, che si erano comunicati
anche a me, non avevano nessun significato particolare: una ragazzina che temeva di far tardi a casa per
il pranzo. Certo, gli attori giapponesi, che non potevo dimenticare, avevano contribuito a
quellimpressione, e anche il mio amore per le stampe di Sharaku. Ma perch mai Susi aveva laria di
un attore uscito da una di quelle stampe? Aveva un fascino esotico, e non cera paragone tra la sua
bellezza inspiegabile e Friedl, che incarnava limpertinenza e la leggerezza di Vienna. Era una
sensazione cos forte che non ne feci parola, e nessuna delle sorelle venne a sapere che ad attirarmi
sempre pi nella loro casa era ormai il pensiero del mistero che avvolgeva quella ragazzina.
Domandai un giorno a Friedl se era capace di ascoltare molte cose insieme in un locale
affollato, mentre da tutte le parti si parlava, si litigava, si cantava. Non voleva credere che fosse
possibile: che cio si potesse ascoltare pi di una voce contemporaneamente senza lasciarsi scappare
qualcosa. Le spiegai che nellorecchio entravano due, tre, quattro voci tutte insieme e che la cosa pi
interessante era il gioco che si svolgeva tra quelle voci. Le voci non avevano riguardo luna per laltra e
prorompevano alla loro maniera, come un meccanismo dorologeria caricato a dovere, inarrestabili,
ingovernabili; ma quando poi insieme ad esse si afferravano altre voci contemporaneamente, ne
venivano fuori le cose pi strane, era come se tu avessi la chiave giusta di un particolare meccanismo
dorologeria, una chiave capace di svelare le interazioni, per cos dire, delle quali le voci stesse non
sapevano niente.
Promisi di darle una dimostrazione : doveva solo venire con me qualche volta, cominciare con
le mie orecchie, in un certo senso, mettendosi al mio posto, e presto avrebbe acquistato anche lei quella
facolt che poi sarebbe diventata unabitudine di cui non avrebbe pi potuto fare a meno.
La condussi una volta, a tarda notte, nel caff della Kobenzlgasse, dove la gente si ritrovava
quando gli Heurigen 7 avevano gi chiuso e lultimo tram della linea 38 era partito. Il pubblico era pi
assortito che negli Heurigen. In principio arrivavano quelli che non si erano divertiti abbastanza nelle
ore precedenti la mezzanotte e pensavano di arrotondare la nottata. Ad essi si univano persone del
posto che dopo aver servito da bere per tante ore, finito il lavoro, volevano spassarsela a loro volta in
unatmosfera diversa ma non troppo estranea. Erano costoro a dare il tono: i clienti degli Heurigen non
erano pi al centro dellinteresse, non erano in maggioranza, n occorreva badare a loro in particolare.
Col passare delle ore, infatti, i clienti venivano relegati sempre pi nella parte di spettatori, e al posto
dei canterini degli Heurigen, di cui il pubblico aveva ascoltato o accompagnato le canzoni tra una
bevuta e laltra, entravano in scena i veri cittadini di Grinzing, personaggi che per la loro originalit e le
loro stranezze superavano tutte le aspettative di chi frequentava le mescite popolari o i locali di
maggiori pretese. In unora potevano succedere pi cose al caff della Kobenzlgasse che in tutta una
serata negli altri posti; e quasi ogni sera, mentre i clienti di fuori cambiavano, i personaggi del luogo
erano gli stessi.
Eravamo arrivati piuttosto tardi perch volevo che Friedl, per la sua iniziazione, sperimentasse
tutta la discordanza delle voci quando lattesa era gi al culmine. Il caff era piene zeppo, fumo e
baccano ti venivano sbattuti in faccia come strofinacci, neanche un posto libero da nessuna parte, ma in
onore di Friedl, che arrivava come una boccata daria fresca -lei saltava come un gatto in quella
baraonda, gli occhi le scintillavano -, ci lasciarono un varco e ci costrinsero a sederci invece di farci
lottare per la conquista di un posto.  Non capisco niente,  disse Friedl  le orecchie sentono tutto, ma
non capisco niente. Udire  gi tanto, dissi io adesso succeder qualcosa che sbroglier il
garbuglio.
Contavo sulla comparsa di un uomo che avevo gi visto alcune volte : la notte del sabato non
mancava mai e mi dava non poco da riflettere per tutta la settimana. Non pass molto tempo, la porta si
apr e apparve il personaggio, secco, piuttosto alto, una nera testa da uccello con gli occhi sporgenti.
Con passo ondeggiante, quasi danzando, si apr la via fino al centro della sala, fece arretrare con i
gomiti, senza per urtare nessuno, tutti quelli che gli stavano intorno, cominci a girarsi su se stesso,
levando le mani a mezza altezza in un gesto di supplica, e accompagn il gesto dicendo: Io cerco i
miei pari! Io cerco i miei pari! . Lo disse in un modo che sembrava quasi un canto. Quel  miei 
suonava solenne come l io  o il  noi  di un sovrano. Le mani abbracciavano nellaria qualcuno che
non cera, appunto i suoi pari, e intanto luomo continuava a girarsi su se stesso, continuava
instancabile, impedendo a tutti di avvicinarsi alle sue mani, e cantava: Io cerco i miei pari! Io cerco i
miei pari!  - il grido lamentoso e protervo di un trampoliere.
 Ma quello  il Leimer!  disse Friedl. Lo conosceva, ma come poteva averlo riconosciuto l?
Lo conosceva di giorno, non laveva mai visto di notte, quando andava tra la gente col suo grido regale.
Di giorno stava alla piscina di Grinzing, di cui era proprietario con i fratelli. L assegnava le cabine ai
clienti o sedeva alla cassa. A volte, se ne aveva voglia, dava anche lezioni di nuoto. Poteva permettersi
qualche capriccio, perch la piscina incontrava le simpatie generali ed era sempre ben frequentata.
Spesso era cos piena che non si riusciva pi a entrare: da tutte le parti di Vienna la gente arrivava in
tram per fare il bagno a Grinzing, e i Leimer passavano per una delle famiglie pi ricche del posto,
forse la pi ricca. I fratelli dovevano il loro benessere a una madre ardimentosa, la quale - ancora nel
secolo scorso - si era lanciata davanti alla carrozza dellImperatore e, giovane e bella comera, aveva
gettato a Francesco Giuseppe una supplica in cui la famiglia Leimer chiedeva un privilegio per lacqua,
necessario per lapertura di una piscina. Da poco era entrato in funzione lacquedotto che dalle
montagne portava a Vienna lacqua migliore, e lintraprendente signora aveva saputo approfittare del
momento. LImperatore le concesse il privilegio, e la sua benevolenza assicur alla piscina di Grinzing,
come alla famiglia Leimer, i vantaggi desiderati.
Era una storia arcinota, perch a quella piscina ci andavano tutti. Ci che il pubblico diurno
ignorava era leffetto che la graziosa concessione dellimperatore aveva avuto, adesso che di imperatori
non ce nerano pi, su quel membro della famiglia.  Io cerco i miei paril  - quel grido monarchico,
a leggerlo stampato, pu anche suonare ridicolo. Ma non riusciva ridicolo sulla bocca e nei gesti di
colui che lo intonava di notte e lo ripeteva con una cadenza sempre uguale, scandendo lentamente le
sillabe.
Struggendosi su se stesso, luomo si aggirava tra i tavoli e poi di nuovo nellangusto spazio
centrale. Non parlava a nessuno, nessuno gli parlava, per nulla al mondo avrebbe interrotto il suo grido.
Nessuno gli faceva il verso, nessuno tentava di distoglierlo dalla sua ricerca. Lentrata in scena del
Leimer era ormai ben nota, e sembrava che non disturbasse nessuno, nonostante la seriet che lu ci
metteva. Essendo il padrone di tutta quellacqua di cui poteva disporre a piacimento, era un
personaggio rispettato, e tuttavia la sua irrequietezza portava nel caff una nota sinistra.
Il grido si spegneva quando luomo si faceva largo per uscire. Ma anche dopo che lui si era
allontanato il grido restava nellorecchio.
Poi un vignaiolo seduto vicino a me disse :  Arriva il francese! . Un altro, che mi stava quasi
di fronte, raccolse la frase e la ripet avidamente. Era un fatto nuovo, qualcosa che non capivo, e non
potei spiegare alla mia accompagnatrice di che si trattasse. Sembrava che anche agli altri tavoli ci fosse
molta attesa per  il francese . Non sapevo di nessun francese che abitasse a Grinzing, ma la gente del
posto doveva avere unidea precisa del personaggio: da come ne parlavano sembrava che il suo arrivo
fosse atteso come una scadenza annuale. Friedl ascolt un paio di volte lannuncio: Arriva il francese!
Arriva il francese! , e quel senso di attesa generale la indusse a rivolgersi a un vicino, un uomo
beatamente ubriaco - non che volesse incoraggiarlo, perch gi doveva difendersi da lui - per
domandargli :  Quando arriva il francese?. Nelle condizioni in cui si trovava, lubriaco non sarebbe
stato in grado di rispondere a una domanda pi complessa. -  Ma subito! Arriva subito! .
Di l a poco apparve un gigante biondo che dava limpressione di sovrastare di tutta la testa ogni
persona presente nel locale. Una giovane donna si stringeva a lui, e dietro di loro tutto un codazzo
faceva ressa.  Ecco il francese! Ecco il francese! . Era proprio lui, mentre il seguito era composto da
gente di Grinzing. La donna era anche lei una Leimer, la sorella di quello che era venuto a cercare i
suoi pari. Il gigante si procur un posto, con tutto il suo seguito, ed era incredibile quanta gente potesse
accogliere il locale che gi prima era pieno. Ma si sedettero tutti, a un lungo tavolo - quelli che lo
occupavano in precedenza avevano fatto largo ai nuovi venuti e si erano pigiati ad altri tavoli. La
sorella del Leimer era ancora al fianco del francese, continuava a stringersi a lui, ma adesso si capiva
che cercava di trattenerlo da qualcosa che non era ancora accaduto e non sarebbe dovuto accadere.
Qualcuno mi spieg che la donna era la moglie del francese: era andata a sposarlo in Francia e una
volta lanno tornava in visita a Grinzing portandosi dietro il marito. Lui era marinaio su un
sommergibile, ma non era chiaro se lo fosse ancora o lo fosse stato durante lultima guerra.
Io non mi capacitavo e lo guardavo stupito : un gigante simile in un sommergibile! Io mi ero
immaginato che per quei compiti si scegliessero uomini piuttosto piccoli.
Tutti gli rivolgevano la parola, lui non capiva niente di tedesco, e sembrava che le persone
sedute al suo tavolo non sinteressassero ad altri che a lui. Non conversavano tra loro, pensavano
solamente a lui. Tutti gli domandavano qualcosa e lui non sapeva rispondere, gridavano addirittura per
farsi capire, ma la situazione non migliorava. Restava assolutamente muto, non diceva una parola
neanche nella sua lingua: un francese cos alto e cos silenzioso non lavevo mai visto. Quanto meno
diceva, tanto pi la gente strillava al suo indirizzo. Anche da altri tavoli si facevano tentativi di
stuzzicarlo a parlare. La moglie, che gli serviva da interprete e perci gli si teneva cos vicina, fece
allinizio, allungando il collo, qualche movimento con le labbra. Ma presto rinunci. Non cera
speranza, forse la donna non sapeva il francese abbastanza bene, ma anche se lo avesse conosciuto
come la sua lingua materna era escluso che potesse tener dietro a quella valanga di grida e di richieste.
Intanto continuava a tenere il marito per il braccio, sempre pi stretto. Il caos creato nel locale da tutti i
rumori possibili sal rapidamente fino a diventare un enorme muggito che da tutte le parti si scaricava
sul francese. Se al nostro tavolo il frastuono era assordante, si pu immaginare che cosa doveva essere
al suo.
Potevo vederlo benissimo e non gli toglievo gli occhi di dosso. Come tutti gli altri, anchio ero
concentrato su di lui. Manc poco che gli gridassi qualcosa, nella sua lingua, ma l, al culmine
delleccitazione generale, non gli sarebbe servito granch. Allimprovviso balz in piedi e rugg:  Je
suis franais!. Con due poderosi movimenti delle braccia spazz via tutti quelli che aveva vicino. Con
un salto formidabile scavalc il tavolo e si trov in mezzo a un cumulo di corpi. Tutti gli si buttarono
addosso mentre lui andava avanti a ruggire con quanto fiato aveva. Si udiva soltanto il suo grido di
guerra:  Franais! Franais! . Spezz quel groviglio umano con una forza incredibile, anche per un
uomo della sua statura era unimpresa stupefacente. Si apr un varco verso la porta trascinandosi dietro
uomini appesi a ogni parte del suo corpo. Aveva perso il contatto con la moglie, che era rimasta
indietro, in mezzo a quelli del suo gruppo. Luomo le era sfuggito con quel primo balzo al di sopra del
tavolo, e adesso lei cercava di seguirlo, confusa tra gli altri della turba ostile che gli stava alle calcagna.
Ma lei non era tra quelli che gli si aggrappavano alle braccia e alle gambe e non volevano mollarlo.
Quando il francese ce lebbe fatta, lei cerc di uscire e di raggiungerlo, ma ci che accadde poi sulla
strada non potei vederlo. Alcuni, rientrando, raccontarono che adesso la moglie lo riportava a casa.
Come cognato, il francese aveva diritto allospitalit dei Leimer, quelli della piscina, e su questo punto
sembrava che nessuno avesse niente da obiettare.
Dentro il caff, da quel momento, non si parl daltro. Il francese, si diceva, veniva ogni anno.
Si sapeva in anticipo del suo arrivo, ci si preparava, e finiva ogni volta allo stesso modo. Domandai a
questo e a quello perch il francese era saltato su allimprovviso. Faceva sempre cos, fu la risposta, e
nessuno sapeva dire di pi. In principio, per un poco, se ne stava seduto l in silenzio. Ma capiva quello
che gli gridavano? - No, non capiva una parola. - Allora, perch la gente ci provava? - Cos, dipendeva
dallumore generale. - E lui ruggiva sempre a quel modo, dicendo le stesse parole? - S, sempre:  Je
suis franais! , e la gente cercava di imitarle. Che forza, per, quel tipo. Gi, ma la gente non si
lasciava mettere sotto.
Io mi domandavo quante parole straniere, completamente incomprensibili, bisogna sentirsi dire,
ognuna schiacciata in mezzo a cento altre, per dare fuori da matto.
Una lettera di Thomas Mann
Era una lettera circostanziata, scritta a mano, tutta in quel linguaggio ben calibrato che si
conosceva dai suoi libri. Vi erano cose che non potevano non sorprendermi e rallegrarmi. Esattamente
quattro anni prima avevo mandato a Thomas Mann il manoscritto del romanzo, in tre grossi volumi
rilegati in tela nera che dovevano avergli dato limpressione di una trilogia. Nella lettera di
accompagnamento, lunga e asciutta, gli avevo esposto il progetto di una  Comdie humaine dei folli .
Non avrei potuto usare un tono pi altero, era difficile trovarvi una sola parola di omaggio al
destinatario, e Thomas Mann dovette domandarsi che cosa mai poteva avermi indotto a scegliere
proprio lui come lettore.
Veza amava I Buddenbrook quasi quanto Anna Karenina, e accadeva spesso che il suo
entusiasmo, quando arrivava a un grado tale, mi tenesse lontano dalla lettura di un libro. Avevo letto
invece La montagna incantata, la cui atmosfera mi era familiare grazie ai racconti della mamma, che
aveva trascorso due anni ad Arosa nel sanatorio tra i boschi. Il romanzo mi aveva fatto una grande
impressione, se non altro per la problematica della morte, e sebbene io avessi altre idee in proposito,
lanalisi fatta dallautore era senza dubbio circostanziata, pari allimportanza del tema. Allora,
nellottobre del 1931, non mi vergognavo di rivolgermi in prima istanza a Thomas Mann. Musil non
lavevo ancora letto, e un motivo di ritegno sarebbe potuto venire solo dal fatto che avevo gi letto
qualche libro di Heinrich Mann, che a me piaceva pi del fratello. Ci che era stupefacente, in ogni
modo, era la mia fiducia in me stesso. In quella prima lettera non rendevo omaggio a Thomas Mann,
mentre La montagna incantata lo avrebbe senzaltro giustificato. Ma ero dellidea che gli sarebbe
bastato dare unocchiata al manoscritto per sentirsi costretto a leggere fino in fondo, senza scampo,
perch quello era un libro irresistibile per un autore pessimista quale Thomas Mann mi sembrava. Ma
lenorme plico ritorn indietro intatto, con una garbata lettera nella quale lo scrittore chiedeva venia
spiegando che limpegno era superiore alle sue forze. Fu un colpo molto duro. Se non lo leggeva lui,
chi altri avrebbe voluto leggere un libro cos tetro? Da lui mi ero aspettato assai pi che un consenso,
qualcosa di molto vicino allentusiasmo. La parola di Thomas Mann, una parola che il libro meritava e
che egli avrebbe pronunciato con convinzione e non solo per amichevole solidariet, avrebbe potuto
aprire la strada al romanzo. Non vedevo ostacoli davanti a me, e forse per questo gli avevo scritto con
tanta presunzione.
La sua lettera di diniego era la risposta alla mia presunzione, e probabilmente era la risposta
giusta, dal momento che Thomas Mann non conosceva il libro. Cos il manoscritto rimase bloccato per
quattro anni.  facile immaginare le conseguenze per la mia vita esterna. Ma le conseguenze furono
ancora pi gravi per il mio orgoglio. Mi sentivo offeso da quel diniego e decisi di non prendere pi
iniziative per il libro. Solo a poco a poco, dopo essermi fatto qualche amico attraverso le letture
pubbliche di brani del romanzo, mi lasciai persuadere a provare con questo o con quelleditore. Furono
tentativi infruttuosi, come del resto mi aspettavo dopo il colpo che Thomas Mann mi aveva vibrato.
Ora finalmente, nellottobre del 1935, il libro aveva visto la luce, e io avevo la ferma intenzione
di mandarne una copia a Thomas Mann. La ferita che mi aveva inferto era rimasta aperta. Lui era
lunico che potesse guarirla, se la lettura del libro lo avesse convinto che aveva avuto torto, che aveva
respinto qualcosa che avrebbe meritato la sua attenzione. La lettera che scrissi questa volta non era
sfacciata, poich mi limitavo a esporgli i fatti e lo mettevo gi cos, senza forzature, dalla parte del
torto. Mi rispose con una lunga lettera. Il suo carattere, la sua scrupolosa coscienza lo avevano spinto a
riparare a quel torto. La sua lettera, dopo tutto quello che era successo, mi rese felice.
Nello stesso periodo il romanzo ebbe anche uneco pubblica, molto pubblica, poich nella 
Neue Freie Presse  apparve la prima recensione. Era un articolo traboccante di elgi, ma firmato da
uno scrittore che io non stimavo e che era difficile stimare. Fece tuttavia il suo effetto, poich nello
stesso giorno (o fu il giorno dopo?), quando entrai al Caff Herrenhof, Musil mi venne incontro con
una cordialit che non gli avevo mai conosciuto. Mi tese la mano e non solo sorrise, era addirittura
raggiante, e ne fui tanto pi colpito perch ero convinto che in pubblico non si permettesse mai un
atteggiamento simile. Disse: Mi congratulo con lei per il suo grande successo! . Aveva letto soltanto
una parte del romanzo, ma se continuava cos, disse, quel successo me lero meritato. Nelludire dalla
sua bocca quella parola,  meritato , fui preso da una specie di ebbrezza. Aggiunse altre osservazioni
molto positive, ma preferisco non riportarle, perch forse, con la piega che presero poi le cose, Musil
avrebbe anche potuto ritirarle pi tardi. Furono parole che mi fecero perdere la testa. Allimprovviso
capii quanto avessi contato sul giudizio di Musil, forse non meno che su quello di Sonne. Ero inebriato
e confuso, dovevo essere molto confuso perch, altrimenti, come avrei potuto commettere la pi penosa
delle gaffes?
Lo ascoltai fino in fondo e poi dissi subito:  E immagini un po, ho anche ricevuto una lunga
lettera da Thomas Mann! . Musil cambi fulmineamente, fu come se con un balzo si fosse ritirato in
se stesso, la faccia gli divent grigia, era ridotto al solo guscio. Ah s!  disse. Mi diede la mano a
met, cos che potei stringergli soltanto le dita, e si volt bruscamente. Cos fui congedato.
Il suo fu un congedo definitivo. Musil era un maestro nell 'imporre le distanze, aveva una lunga
pratica in quellarte: se respingeva una persona, la respingeva per sempre. Nel corso dei due anni
successivi mi accadde qualche volta di vederlo in mezzo ad altra gente, ma non mi rivolse mai la parola
pur mostrandosi sempre cortese. Non si lasci pi attirare in una conversazione con me. Se qualcuno
faceva il mio nome, se ne stava zitto come se non sapesse di chi si parlava e non avesse nessuna voglia
di informarsi.
Che cosera successo? Che cosa avevo fatto? Qual era la colpa imperdonabile da cui non poteva
pi assolvermi? Avevo pronunciato il nome di Thomas Mann nello stesso istante nel quale lui, Musil,
mi esprimeva il suo apprezzamento. Avevo parlato di una lettera di Thomas Mann, una lunga lettera,
subito dopo che lui, Musil, si era congratulato con me e aveva motivato le sue congratulazioni. Doveva
supporre che io avessi mandato il romanzo a Thomas Mann, come a lui, con una dedica altrettanto
piena di ammirazione. Non conosceva lantefatto e non sapeva che il primo invio era avvenuto gi
quattro anni prima. Ma anche se avesse conosciuto tutta la vicenda, anche se fosse stato al corrente di
ogni particolare della vecchia storia, non si sarebbe offeso meno profondamente per la mancanza che
avevo commesso nei suoi riguardi. In Musil il senso dellonore arrivava a una suscettibilit che non ho
mai sperimentato in nessun altro, e non pu esservi dubbio che io, felice e confuso comero, mi ero
preso troppa confidenza. Era comprensibile che mi facesse espiare la mia colpa.  unespiazione che
mi ha molto addolorato, in realt non sono mai riuscito a consolarmi del fatto che Musil mi volt le
spalle in quello che per me rimane il momento pi alto tra quanti ne ho vissuti con lui. Ma proprio
perch era lui a infliggermela, ho accettato questa espiazione. Ho capito tutta la gravit delloffesa che
gli facevo in quello stato di confusione mentale che accompagna limprovviso riconoscimento di un
merito, e me ne sono vergognato.
Musil doveva credere che io collocassi Thomas Mann pi in alto di lui. Non poteva ammettere
una simile valutazione da parte di qualcuno che aveva sempre proclamato il contrario. Per Musil il
rispetto doveva avere una motivazione intellettuale, altrimenti non era da prendere sul serio. Per Musil
fu sempre importante una chiara scelta tra lui e Thomas Mann. Se si fosse trattato soltanto di un
personaggio come Stefan Zweig, la cui fama era affidata soprattutto allintensa attivit, il problema di
una simile scelta non si sarebbe mai posto. Ma Musil sapeva benissimo chi era Thomas Mann, e ci che
lo irritava principalmente era la misura dellapprezzamento riservato a Thomas Mann in rapporto a
quello riservato a lui. A suo modo, proprio in quel periodo, Musil si era adoperato in favore di Thomas
Mann (senza che io ne avessi la pi pallida idea), ma nella consapevolezza che lui stesso valeva di pi,
con lintima sensazione che lui aveva il diritto di strappargli una parte della sua celebrit. Tutte le
lettere di Musil a Thomas Mann, nelle quali gli offre aiuto, hanno il tono di altrettante rivendicazioni.
Le cose cambiavano nel mio caso: qui cera un giovane che, dopo avergli reso lomaggio pi convinto,
proprio nel momento in cui vede accettata e riconosciuta da lui la propria opera, tira fuori per lappunto
il nome che lui, Musil, ha il diritto di soppiantare, che lui - per il momento -tenta ancora inutilmente di
scalzare. Questo comportamento getta unombra di sospetto su tutti gli omaggi del passato. Nelle cose
dello spirito ci equivale a un delitto di lesa maest e merita la pena dellostracismo.
Il brusco commiato di Musil lasci in me un segno profondo. Gi nel momento in cui avveniva
davanti a me, in senso strettamente fisico, nella sala dello Herrenhof, intuii che qualcosa di irreparabile
si era compiuto.
Adesso per non mi sentivo di rispondere alla lettera di Thomas Mann. Dopo leffetto che il suo
nome aveva prodotto su Musil era subentrata in me una sorta di paralisi. Per alcuni giorni non riuscii a
prendere in mano la lettera. Rimandai la risposta cos a lungo che a un certo punto mi era diventato
impossibile anche solo ringraziare Thomas Mann. Poi ritornai alla sua lettera e la rilessi con una gioia
tanto maggiore. Fintanto che ad essa non avevo reagito, la mia gioia rimaneva intatta. Ogni giorno
avevo la sensazione di avere appena ricevuto la lettera. Pu darsi che, dopo averla aspettata per quattro
anni, volessi fare aspettare Thomas Mann ancora un po, ma questa  una congettura di oggi. Gli amici
che sapevano di quella lettera mi domandavano come avessi risposto, e tutto quello che io potevo dire
era soltanto: Non ancora, non ancora! . Dopo qualche mese la domanda era: Che spiegazione lei gli
dar? Come giustificher il fatto che non ha ancora risposto a una lettera simile? . Era unaltra
domanda alla quale non sapevo rispondere.
Nellaprile del 1936, dopo pi di cinque mesi, appresi dai giornali che Thomas Mann sarebbe
venuto a Vienna per una conferenza su Freud. Mi parve lultima occasione per rimediare al mio ritardo.
Gli scrissi la lettera pi ridondante della mia vita, non vedevo altro modo per chiarire la mancanza che
avevo commesso. Oggi proverei un po di vergogna a leggere quella lettera. Al momento di scriverla,
infatti, conoscevo lopera di uno scrittore che per me contava pi di lui: i primi due volumi dell'Uomo
senza qualit. A Thomas Mann ero realmente grato, perch quella ferita si era chiusa. Nella sua lettera
cerano cose che mi riempivano di orgoglio. In fondo, senza confessarmelo, facevo dopo quattro anni la
stessa cosa che proprio Thomas Mann aveva fatto: un atto di riparazione dopo una negligenza. Lui
aveva letto la Blendung e aveva espresso la sua opinione, io avevo sostituito la mia prima lettera piena
di presunzione con unaltra in cui moltiplicavo la riverenza che avrei dovuto tributargli fin da allora.
Credo che Thomas Mann se ne sia compiaciuto. Ma il cerchio non si  mai chiuso del tutto. Io
dicevo nella mia lettera quanto piacere mi avrebbe fatto poterlo incontrare durante il suo soggiorno a
Vienna. Fu invitato a pranzo dai Benedikt. L, quel giorno, Thomas Mann chiese di me e disse che mi
avrebbe visto assai volentieri. Al pranzo era presente Broch, il quale spieg che io abitavo l a due
passi, dallaltra parte della strada, e si offr di cercarmi e di andare a prendermi. Venne a casa mia e non
mi trov, avevo appena preso il tram per andare da Sonne al Caf Museum. Cos avvenne che Thomas
Mann lo sentii parlare in pubblico ma non lho mai conosciuto di persona.
Ras Cassa. - Gii schiamazzi notturni
Una comitiva indiana, a tarda sera, in uno degli Heurigen della Kobenzlgasse. Davanti
allingresso cinque o sei automobili di lusso depositano il loro carico, una comitiva di forse trenta
persone occupa il locale, sono tutti indiani, cercano di accaparrarsi una sala, gli altri clienti che li hanno
preceduti sgomberano premurosamente i posti e passano nella seconda sala. Vi sono giovani indiani,
vestiti elegantemente alleuropea, con gioielli alle dita che brillano di pietre preziose, bellissime donne
in sari, tutti, uomini e donne, scuri di pelle, neanche un bianco tra loro -hanno laria di non volere
estranei e lo fanno capire mentre cercano sorridendo, ma con piglio risoluto e sempre in inglese -
nessuno di loro conosce il tedesco -, di far vuotare la sala laterale.
Ora che sono tutti seduti, i musicisti del posto si avvicinano dallaltra stanza e si accingono a
cantare per loro. Il portavoce degli indiani rifiuta con un gesto energico :  la loro musica che vogliono
far sentire l, questa volta. Da un angolo si ode gi un suono che sembra il verso di un grillo,
inconsueto, vago; tutti ammutoliscono, poi segue un canto che alla gente del paese sembra
malinconico, quasi un inno funebre, e proprio l, nellallegro Heurige di Grinzing; ed  per questo che
tutti hanno fatto silenzio. Adesso si vorrebbe sapere - la canzone  appena finita - che roba , e il
portavoce degli indiani, con un sorriso invitante che chiede comprensione per quella musica, dice:  An
Indian low-song. Nessuno capisce. Che cos un low-song? Da quando gli indiani hanno attaccato con
la loro musica c nellaria una curiosa tensione, altre teste spuntano nel vano della porta, c gente
fuori che preme per vedere. Nessuno ha ancora messo piede nella sala degli indiani. Low-song?
Low-song? Poi qualcuno, forse io stesso, trova la soluzione : love-song, love-song, una canzone
damore indiana. Allora la delusione si fa strada:  Una canzone damore! Oh bella! Hai sentito! . E la
musica dello Heurige ha dovuto smettere per questa roba. La chiamano canzone damore, da quelle
parti!
Gli indiani si aspettavano applausi per la loro canzone. Invece avvertono ostilit, grida come
quelle che accompagnano le canzoni tradizionali del posto, che si sentono soppiantate e offese. Gli
indiani esitano, forse quella che hanno eseguito non era la canzone giusta. Provano con unaltra, ma il
cantante non ha molta fortuna, per orecchi inesperti leffetto  ancora lo stesso. Ora c gente del posto
che, spinta da dietro,  gi nella sala. Fuori le grosse automobili sono state ispezionate con occhi pieni
di astio. Il portavoce degli indiani continua a sorridere, ma sintuisce il suo disagio di fronte ai plebei
che gli si avvicinano; le donne, s, sono ancora sedute, ma si fanno piccole e non hanno pi il loro
aspetto radioso, le voci degli intrusi diventano pi forti e pi rudi, un indiano fa ancora sentire il verso
del grillo. Nessuno lo ascolta, in mezzo alla sala qualcuno lancia un grido astioso e sguaiato: Ras
Cassa!.
 il nome del capo abissino che combatte ancora contro gli italiani. Mussolini ha aggredito
lAbissinia, bisogna difendersi contro aeroplani e bombe. La fotografia di Ras Cassa  su tutti i
giornali.  ammirato per il suo valore. Ha la pelle scura. A parte il colore della pelle non ha altro in
comune con questi indiani di Grinzing; e tuttavia il suo nome, una volta gettato l, ha leffetto di un
grido di guerra. Bench pronunciato alla viennese, lo afferrano anche gli indiani, che per vi sentono
qualcosa di minaccioso. Le note del grillo e il canto si perdono nel frastuono crescente. Gli indiani si
alzano e si spingono verso luscita, prima esitanti, poi pi in fretta. La gente li lascia passare. Si ode
ancora qualche grido di Ras Cassa!, fuori c un assembramento intorno alle grosse automobili.
Lammirazione per tanta ricchezza cede il posto allesecrazione per tutto quel lusso.  ancora
unostilit titubante, non aggressiva, ma molto prossima a scatenarsi. Lostilit si esprime, in fondo, in
quel grido di Ras Cassa! , divenuto per un insulto, lultima cosa che ci si potesse aspettare durante
questa guerra in Abissinia: tutte le simpatie, si pensava, erano dalla parte dei deboli, degli aggrediti che
hanno deciso di difendersi in una guerra senza speranza. Ras Cassai Ras Cassa! Gii indiani scompaiono
nelle automobili. Adesso tutto ci che  scuro di pelle  Ras Cassa. Gli indiani si allontanano.
Di notte scendevo nel giardino che dietro la casa digradava per un ampio tratto lungo la collina.
Allinizio dellestate laria era rischiarata da tracce luminose, dappertutto lucciole, che io cercavo di
seguire con gli occhi ma perdevo di vista, erano troppo numerose. La loro moltitudine era inquietante
come se le avesse inviate un misterioso potere, risoluto a eliminare la notte. Nella loro luce cera un
fascino che mi entusiasmava fintanto che erano poche, ma poi si faceva ossessivo col loro rapidissimo
moltiplicarsi. Ero contento che si tenessero basse, che non si levassero in alto e non si disperdessero
troppo.
Giungeva fino a me un cantare scomposto, da tutte le parti, non troppo vicino, non fastidioso,
soprattutto dalla direzione del paese sottostante, il canto a squarciagola degli ubriachi negli Heurigen,
le loro canzoni impossibili da distinguere luna dallaltra, un mugghiare tra la gioia e il pianto, non
lululare di lupi. Era la voce di un animale vero e proprio, un animale che l si adagiava volentieri,
contento di accucciarsi, di commuoversi su se stesso e di abbandonarsi a questa commozione, con una
voce in cui non si sentiva tanto una minaccia quanto un desiderio di beatitudine. Anche chi non aveva
la minima inclinazione per la musica poteva tuffarsi in quella fonte di giovinezza e diventare parte di
quel curioso animale dosteria unendosi alle voci di tutti gli altri.
Ogni notte stavo ad ascoltare tutto ci dal giardino della casa, nella parte alta della
Himmelstrasse. Fintanto che accoglievo in me quei canti a squarciagola nel loro insieme, potevo
giustificare davanti a me stesso il fatto di vivere l. Me ne veniva una sorta di disperazione che per non
mi impediva di sentire che avrei superato la prova, perch la affrontavo.
Era un esempio plausibile di quella che in seguito chiamai massa festiva.8 Quando scendevo a
Grinzing con amici e mi sedevo in una delle osterie con giardino, anche noi vi prendevamo parte a
modo nostro. Ci limitavamo a bere e a raccontarle grosse, senza unirci a quei canti scomposti. Ad altri
tavoli cerano altri che le raccontavano grosse. Tutto era a portata dorecchi e tutto era tollerato. Era
comico e poteva essere impudente, ma non ti era proibito eguagliare limpudenza altrui. Tutto si
muoveva nel senso dellesagerazione, ma nessuno toglieva qualcosa allaltro e non cerano scontri : per
quanto grossolani fossero i desideri, ognuno sembrava disposto a concedere allaltro la sua parte di
esagerazione. Nel frattempo si continuava a bere, il bere era il magico strumento dellamplificazione, e
fintanto che si beveva tutto singrossava, sembrava che non ci fossero ostacoli, divieti o nemici.
Quali enormi pietre, destinate allo scalpello di Wotruba, mi accadeva di vedere quando ero
seduto l con lui! Ma intanto lui tollerava che un giovane architetto, seduto con noi, elevasse citt
intere. Wotruba lasciava addirittura che gli gettassero addosso il nome di Kokoschka, cosa che
raramente poteva passare liscia. Era il nome pi importante di cui allora potessero gloriarsi i pittori e
gli scultori di Vienna, e sebbene a quel tempo Kokoschka fosse a Praga e di Vienna non volesse pi
saperne, chiunque avesse a cuore la celebrit era fiero di lui, che era ritenuto insuperabile. Quando gli
amici volevano raffreddare i bollori di Wotruba, quando avevano limpressione che si prendesse troppo
sul serio, ecco che saltava fuori ad un tratto il nome di Kokoschka; e sebbene Wotruba non avesse
niente in comune con lo stile del pittore - egli era lesatto opposto di ci che in Austria, negli ultimi
tempi, si richiamava al barocco -, quel nome, a causa della sua importanza, aveva su di lui leffetto di
una mazzata sulla testa.
Questa reazione la osservai pi di una volta: era come se improvvisamente lo paralizzasse la
paura di non poter arrivare tanto in alto, era qualcosa che proprio non sintonava alla sua natura, e io
usavo allora appellarmi alla sua coscienza e metterlo in guardia da una sopravvalutazione di
Kokoschka, del quale, comunque, egli non teneva in nessun conto le opere pi recenti. Solo allo
Heurige, mentre fantasticava intorno a enormi blocchi di pietra e raccontava di Michelangelo, che
voleva scolpire montagne intere dalle parti di Carrara per poi imbarcarle sulle navi che si vedevano
laggi sul mare, montagne intere, non semplici blocchi da spedire a Roma per la tomba del papa;
mentre si intuiva quanto lo affliggeva lidea che Michelangelo non lo avesse fatto davvero -, sembrava
che Wotruba pensasse ancora adesso di incitare Michelangelo a farlo, e in verit erano i suoi blocchi di
pietra che stavano improvvisamente in mezzo a quelli di Michelangelo, e lui gli toglieva il lavoro di
mano senza tanti complimenti -, solo in quegli istanti il nome di Kokoschka, se mai qualcuno era tanto
stupido da pronunciarlo, diventava un nome insulso, pi o meno come Hhnlein,9 e Wotruba, al
confronto, possente come una montagna.
Con Wotruba assistevo letteralmente al moltiplicarsi e allingrossarsi, si vedevano le pietre
crescere. Non lho mai sentito cantare, e dunque neanche unirsi a quei cori dosteria, tuttal pi
ringhiare, ma allora era in collera e lui non andava allo Heurige per sfogarsi.
Ma quando di notte scendevo tutto solo nel giardino e udendo quei canti a squarciagola mi
vergognavo di abitare cos vicino e non me ne andavo prima di averli assimilati fino in fondo e di aver
superato la vergogna, allora mi avveniva qualche volta di chiedermi se laggi non vi fossero anche altri
che, come Wotruba, non si abbandonavano a quei canti e dalla generale volont di amplificazione
traevano forza per un fine particolare, per un fine legittimo. Non mi sono mai dato una risposta. Non mi
sarebbe stato possibile scalfire la fiducia nella solida, inconfondibile personalit del mio amico, ma gi
il fatto che mi ponessi la domanda smorzava un poco la superbia dellascoltatore che si credeva
superiore a quegli schiamazzi di ubriachi.
Negli Heurigen ci andavo - di tanto in tanto, non spesso - in compagnia di amici e specialmente
di ospiti che venivano dallestero. In questi casi era quasi inevitabile fare gli onori di Grinzing. Allora
capivo anchio, con laiuto di occhi stranieri, che cosa avevano da offrire quei locali. L, dove la vita
conservava davvero un tono campagnolo, dove si poteva star seduti tranquillamente in un giardino
senza troppa gente intorno, affiorava in molti il ricordo di antichi dipinti olandesi, di Ostade, di Teniers.
Non mancavano gli argomenti a favore di questa idea, che ravvivava di colori la mia avversione per
quel cantare scomposto. Grazie a questi richiami pittorici compresi finalmente che cosera in realt a
disturbarmi in quella specie di svago. Io ero ancora e sempre soggiogato da Brueghel, amavo tutto ci
che aveva la sua ricchezza e le sue dimensioni, continuer sempre ad amarlo. A me riusciva
insopportabile la caduta da quei portentosi quadri dinsieme ai piccoli particolari addomesticati dello
stesso mondo, appunto ci che avveniva nella pittura olandese di genere. Era lo svilimento, era lo
spezzettamento a darmi la sensazione dellinganno, e solo quando si arrivava a scene come quelle
provocate dalla presenza dei distinti ospiti indiani che eseguivano le loro canzoni damore in un simile
ambiente e cos si attiravano una reazione di ostilit, solo allora quellambiente ritornava di colpo a
somigliare al mondo reale, a Brueghel.
Il tram 38
Non era un lungo tratto, io lo facevo da capolinea a capolinea, neanche mezzora in tutto. Ma il
viaggio sarebbe anche potuto durare di pi, era un tratto interessante, e non cera niente che facessi
tanto volentieri quanto installarmi in una vettura alla curva di Grinzing. Allinizio del pomeriggio,
quando vi salivo, la vettura era ancora quasi vuota. Mi sedevo in libert e aprivo il libro, uno dei non
pochi che avevo con me. Lo stridere delle rotaie completava la mia partitura, e per quanto questa mi
assorbisse, non tutti i sensi vi erano impegnati: ero pronto ad accorgermi di ogni fermata e badavo a
tutti quelli che prendevano posto sulla panca di fronte a me. Era la distanza giusta per osservare le
persone. Prima si sedevano qua e l a caso, a una certa distanza tra loro. A ogni fermata gli spazi liberi
diminuivano. I passeggeri che si sedevano dalla mia parte sfuggivano allosservazione. I pi lontani
erano coperti da quelli che sedevano pi vicino a me, e potevo guardarli solo quando salivano nella
vettura o quando poi si alzavano per scendere. Ma di fronte a me se ne radunavano sempre in numero
sufficiente, e poich questo avveniva un po per volta cera il tempo di inquadrarli con calma, mentre si
susseguivano quasi a intervalli precisi.
Alla prima fermata, al Kaasgraben, saliva Alexander von Zemlinsky che io conoscevo come
direttore dorchestra, non come compositore: una testa da uccello, tutta nera, con un naso triangolare
assai sporgente, senza alcuna traccia del mento. Lo vedevo molto spesso, lui non badava a me, era
davvero sprofondato nei suoi pensieri, pensieri musicali, mentre io facevo solo mostra di leggere. Ogni
volta che lo vedevo, era inevitabile che mi mettessi alla ricerca del mento. Non appena spuntava sulla
porta del tram io avevo come un piccolo sobbalzo e cominciavo la mia ricerca. Questa volta ce lha,
non ce lha, lavr finalmente trovato? Non laveva mai, e anche senza il mento conduceva la sua vita
molto intensa. Per me era come se fosse il rappresentante delluomo che a quel tempo non era pi a
Vienna, Arnold Schnberg. Pur avendo soltanto due anni meno di Zemlinsky, Schnberg era stato suo
allievo e lo aveva ripagato con la venerazione, che era lelemento essenziale del suo carattere e di cui
fu gratificato lui stesso dai suoi allievi Berg e Webern. Schnberg era povero, e chi sa in quali
condizioni aveva dovuto tirare avanti a Vienna! Per lunghi anni aveva strumentato operette, aveva
dovuto contribuire digrignando i denti allo splendore pi dozzinale di Vienna, lui che fond ex novo la
fama mondiale della citt come culla di grande musica. A Berlino gli era stato concesso di insegnare
ufficialmente composizione. Poi, licenziato come ebreo, era emigrato in America. Io pensavo a
Schnberg ogni volta che vedevo Zemlinsky, la cui sorella era stata sposata con Schnberg per
ventidue anni. E ogni volta lo guardavo con soggezione, sentivo lenergia concentrata in quella testa
piccola piccola, profondamente segnata da linee pure, spirituali, cos austera, quasi macilenta, senza
unombra della boria del direttore dorchestra, sebbene in fondo anche lui lo fosse. Non aveva limiti il
prestigio di cui Schnberg godeva presso i giovani pi seri e promettenti, e forse dipende da questo il
silenzio che circondava la musica di Zemlinsky. Nel guardarlo, non immaginavo che esistesse musica
sua. Sapevo per che Alban Berg gli aveva dedicato la sua Suite lirica. Berg non era pi al mondo,
Schnberg non era pi a Vienna, e da questo pensiero ero sempre commosso quando Zemlinsky, che li
rappresentava, saliva alla fermata del Kaasgraben.
Ma il viaggio poteva anche cominciare in tuttaltro modo se al Kaasgraben saliva Emmy
Wellesz, la moglie del compositore Egon Wellesz. Questi si era reso benemerito con le sue ricerche
sulla musica bizantina, per le quali aveva avuto il riconoscimento dellUniversit di Oxford. Si parlava
anche della sua opera di compositore, ma meno di quanto Wellesz avrebbe desiderato. Per lui era quasi
unoffesa ricordargli che si era distinto in un altro campo. Sua moglie era una storica dellarte, e io
lavevo gi osservata da qualche tempo sul tram prima di farne la conoscenza in societ. Aveva uno
sguardo intelligente, un po troppo mite, come se avesse deciso di convertirsi alla mitezza per vincere
una natura forse troppo penetrante. Poi, nel corso di una lunga conversazione, appresi da dove veniva
tanta mitezza. Emmy Wellesz aveva uninfatuazione per Hofmannsthal, che aveva conosciuto di
persona, e quando parlava di lui, di come lui le era apparso in anni lontani durante una passeggiata,
simile a una visione soprannaturale, quei lineamenti cos assennati e critici si trasfiguravano, la voce
cedeva alla commozione e lei doveva trattenere una lacrima. Ne parlava come se avesse incontrato
Shakespeare. Io trovavo ridicolo quel fanatismo, e da allora non potei pi prenderla sul serio. Solo
molto tempo dopo scoprii quanto Emmy Wellesz fosse gi allora in armonia con la germanistica pi
avanzata del secolo; e allorch venni a sapere dei preparativi per ledizione di tutte le opere di
Hofmannsthal in centottantotto volumi cominciai a vergognarmi della mia miopia. Che cosa non darei
adesso, a posteriori, per aiutare quella lacrima a scorrere liberamente e per bagnarmi in quella mitezza.
Nei pressi del parco Wertheimstein, l dove la linea 39 si distacca per Sievering, saliva talvolta
un giovane pittore che abitava nella vicina Hartckerstrasse. Ero andato a trovarlo nel suo studio un
giorno che presentava i suoi quadri. Era il padrone di una creatura dai capelli nerissimi, una bellezza
eccitante che aveva il fascino di unantica yakshini 10 indiana, senza per essere minimamente indiana.
Si chiamava Hilde, e le sue origini le davano diritto a quel nome. Era sottomessa al suo signore come
una schiava: una schiava che si guarda intorno con occhi languidi alla ricerca di un liberatore ma che
poi, quando le arride la liberazione - niente sarebbe stato pi facile per una donna cos bella -, ritorna
docilmente alla frusta del suo padrone. Mai, in nessun caso, si sarebbe lasciata liberare. Soffriva sotto
quella dura signoria, ma soffriva volentieri. Mi avevano raccontato di quellinsolito rapporto, ma
soprattutto della bellezza della ragazza, e forse per questo avevo accettato linvito allatelier senza
avere ancora unidea dei quadri del pittore.
Questi, sotto linflusso di Braque, si era votato al cubismo. La presentazione dei quadri avvenne
con una solennit vagamente rituale. Lentamente, impersonalmente, a intervalli regolari, senza il
minimo tentativo di accattivarsi lo spettatore con charme o lusinghe, i quadri venivano collocati a turno
sul cavalletto, e sembrava doveroso reagire con altrettanta regolarit.
Uno scrittore che abitava al piano di sopra della stessa casa assisteva alla presentazione in
compagnia della sua amica. Era un individuo imponente e m colp per le continue smorfie che faceva e
per le braccia lunghissime. Si era accomodato a una giusta distanza dal cavalletto. La sua amica, poco
vistosa ma a suo modo assai docile anche lei, di un biondo un po insipido, gli sedeva accanto e
sorrideva come lui, sia pure con maggior discrezione, allapparire di ogni nuovo quadro. Laria di
dolciastro apprezzamento che emanava dallo scrittore mi urtava i nervi nella generale monotonia: ogni
quadro suscitava in lui lo stesso piacere ben calcolato, la stessa partecipazione come se fossimo stati in
San Marco a Firenze ad ammirare un Fra Angelico dopo laltro. Io ero talmente affascinato dal regolare
ripetersi dello spettacolo di quella reazione che tenevo gli occhi pi sullo scrittore che sui quadri, ai
quali sicuramente non resi giustizia. Proprio a questo mirava lo scrittore: la sua presenza e il gioco dei
suoi consensi diventarono la principale attrazione di quella piccola brigata, e non era un risultato da
poco se si considera che intanto la schiava locale non risparmiava alcuno sforzo per richiamare
lattenzione sul proprio stato di oppressa.
Con incrollabile sicumera, come se fosse a cavallo, lo scrittore sorrideva dallalto, intrepido
cavaliere mai sfiorato da un dubbio su se stesso, in confidenza da sempre con la Morte e il Diavolo,
abituato a trattare con loro da pari a pari. Ma non guardava la prigioniera che si torceva in catene non
lontano da lui; anzi pareva a me che non vedesse nemmeno i quadri che gli sfilavano davanti, tanto
puntuale e uniforme era il sorriso con cui li liquidava. Finita la presentazione, ringrazi sentitamente
per quella grande esperienza. Non si trattenne un attimo di pi, e mentre la schiava sorrideva invano,
lui si ritir con la sua amica. Solo allora appresi il suo nome, un nome che trovai un tantino comico
sebbene si attagliasse a tutte quelle smorfie: si chiamava Doderer.11
(Lo rividi ventanni dopo in circostanze molto mutate. Era diventato celebre, e venne a farmi
visita a Londra. La celebrit, mi disse, una volta che ha preso piede,  irresistibile come una corazzata.
Mi domand se avevo mai ucciso qualcuno, e alla mia risposta negativa fece una grande smorfia che
esprimeva tutto il disprezzo di cui era capace, e disse :  Allora lei  una vergine! ).
Ma era il giovane pittore a salire sul tram 38 a quella fermata e a salutarmi col suo stile formale
e incolore. Era sempre solo, e un giorno che chiesi della sua amica la risposta non fu meno contegnosa
del saluto:   a casa. Quella non esce mai. Quella non sa comportarsi .  E come va lo scrittore con le
lunghe braccia da scimmione, quello che abita sopra di lei? . Indovin il mio pensiero.  Quello  un
signore. Quello sa comportarsi. Quello si fa vedere solo quando io lo invito .
Di l in poi, nella Billrothstrasse, il tram cominciava gi ad affollarsi, e quasi sempre finiva la
possibilit di osservare tranquillamente i passeggeri. Ma per me il viaggio offriva ancora altre
suggestioni, di natura storica. Dopo il Grtel veniva finalmente la Wahringer-strasse, e ben presto
passavo davanti allistituto di Chimica, nel quale avevo passato alcuni anni senza scopo e senza
risultato. Mai una volta mi lasciavo sfuggire la vista dellistituto in cui non avevo pi messo piede dal
1929. Lo guardavo con sollievo, congratulandomi di averla scampata bella, e mentre il tram vi correva
davanti si ripeteva per me la fuga che non avrei mai potuto benedire abbastanza. Con quale rapidit si
pu riguardare a un certo passato e con che gioia si sfiora la salvezza dal pericolo corso un tempo! Quel
senso di esultanza mi accompagnava fino allo Schottentor e si rinnovava ogni volta che il tram passava
per la Whringerstrasse. Hermann Broch, che veniva a trovarci a Grinzing, mi domand una volta se
era quello il motivo per il quale mi ero stabilito l; e se nel fare la domanda non avesse tentato di
squadrarmi con locchio indagatore dellanalista, forse gli avrei dato ragione.
1. All'inizio della prima guerra mondiale Karl Kraus aveva bollato Moritz Benedikt come  il
banchiere delle battaglie . Nell'epilogo degli Ultimi giorni dellumanit lo raffigur come il Signore
delle iene che scorrazzano ancora sul campo di battaglia tra i corpi dei caduti (N.d.T.).
2. Si veda il primo volume dell'autobiografia di Canetti, La lingua salvata. Storia di una
giovinezza, Adelphi, Milano, 1980, pp. 79-87 (N.d.T.).
3. Ernst Krenek, nato nel 1900,  il compositore gi ricordato come secondo marito di Anna
Mahler. Per Egon Wellesz (18851974), compositore e musicologo, si veda pi avanti a p. 327. Willi
Reich (1898-1980) pubblic importanti studi su Berg (N.d.T.).
4. Si veda il capitolo  Il direttore dorchestra , dove gi si accennava alla parte avuta da H.
(Hermann Scherchen) nel favorire l'incontro di Canetti con Alban Berg (N.d.T.).
5. Secondo una frase famosa di Dostoevskij, tutta la letteratura russa moderna  uscita dal
Cappotto di Gogol (N.'d.T.).
6. Nel testo eine Feder vale  una piuma , ma anche  una penna per scrivere , mentre 
implicito il riferimento a Federgewicht (  peso piuma ) (N.d.T.).
7. Le numerose osterie dei dintorni di Vienna, e soprattutto di Grinzing, con sale interne,
giardino e tavoli allaperto. Il nome si richiama al vino nuovo, bianco e frizzante, chiamato Heurige,
che si produce sulle colline viennesi (N.dT.).
8. Cfr. Massa e potere, cit., pp. 73-75 (N.d.T.).
9. Hhnlein, un cognome abbastanza diffuso, equivale a  galletto , mentre Kokoschka vuol
dire  gallinella ,  piccola chioccia  (N.d.T.).
10. Yakshini o yakshi: un genio femminile, spirito degli alberi, portatore di vita e di
abbondanza, che nellarte ind  spesso effigiato come donna di aspetto rigoglioso (N.d.T)
11. Il nome pu richiamare il verbo inglese to dodder ( tremolare , barcollare) (N.d.T.).
PARTE QUINTA
LEVOCAZIONE
Incontro insperato
Ludwig Hardt, che io avevo conosciuto in veste di dicitore durante una matine a Berlino nel
1928, viveva adesso in esilio a Praga e veniva di tanto in tanto a Vienna a tenere qualche lettura. Andai
a sentirlo una volta e di nuovo rimasi incantato, come allora. Ero sicuro che non si sarebbe ricordato di
me, ma andai ugualmente nel suo camerino per ringraziarlo. Non avevo ancora aperto la bocca che mi
balz addosso e mi spavent con una frase che coglieva nel segno:  Lei ha perduto il suo idolo e non 
nemmeno andato al funerale! .
Karl Kraus era morto da poco, e in effetti non ero andato al funerale. La delusione per la sua
condotta dopo gli avvenimenti del febbraio 1934 era stata enorme. Si era pronunciato a favore del
cancelliere Doll-fuss, aveva accettato la guerra civile per le strade di Vienna e avallato il peggio. Tutti,
veramente tutti lavevano abbandonato. Ormai Karl Kraus teneva soltanto piccole serate clandestine di
cui non si sapeva nulla, non si voleva saper nulla: in nessun caso si sarebbe cercato di esservi ammessi.
Era come se la persona Karl Kraus non esistesse pi. I vecchi numeri della  Fackel  erano ancora al
loro posto senza che io li avessi pi aperti negli ultimi due anni: lui, come persona, era soppresso in me
come in molti altri, cancellato, non pi presente, in nessun modo e in nessun luogo. Era proprio come
se Karl Kraus, davanti al suo pubblico riunito, avesse tenuto uno dei suoi pi grandiosi discorsi contro
se stesso e cos si fosse annientato. In quegli ultimi due anni della sua vita veniva ancora nominato
nelle conversazioni, sia pure con una certa riluttanza, ma gi come se si parlasse di un defunto. La
notizia della sua morte vera - mor nel giugno 1936 - la accolsi senza la minima commozione. Non mi 
rimasta nella memoria neppure la data, e adesso ho dovuto addirittura documentarmi sul mese. Il
problema di andare al funerale non me lo posi nemmeno per un istante. Nel giornale non lessi una riga,
e non la sentii come unomissione.
La prima persona a spendere una parola sullargomento in mia presenza era adesso Ludwig
Hardt. Dopo otto anni mi aveva riconosciuto subito e si ricordava di quella conversazione a Berlino
nella quale mi ero coperto di ridicolo mostrando una cieca venerazione per il mio semidio. Sapeva che
cosera successo nel frattempo e dava per certo che non ero andato al funerale. Per la prima volta
provai un senso di colpa per quellassenza. Volendo rimediare alleffetto della sua frase, Ludwig Hardt
si invit da s e venne a farci visita a Grinzing.
Mi aspettavo una grande discussione, un colloquio imbarazzante, ma ero talmente stregato
dallarte di Ludwig Hardt che ero pronto a mettermi nelle sue mani. Daltra parte non potevo pensare
che un uomo come lui volesse aver ragione a tutti i costi. Forse mi avrebbe compianto e si sarebbe
aspettato una sorta di confessione, lammissione che per Karl Kraus avevo preso un abbaglio. Ma come
avrei potuto rinnegare luomo al quale ero debitore degli Ultimi giorni dellumanit e di innumerevoli
letture di Nestroy, del Lear, del Timone, dei Tessitori? Io ero fatto di quelle letture, su questo non
poteva esservi dubbio, e ci che era accaduto di terribile negli ultimi tempi, pochi anni prima della sua
morte, era inspiegabile e doveva restare inspiegabile. A una discussione non cera neanche da pensare,
si poteva solo tacere: era la pi profonda delusione che un grande spirito mi avesse mai riservato in
trentanni, una ferita cos grave che neanche i prossimi trentanni avrebbero potuto guarirla. Vi sono
piaghe che si portano addosso fino alla morte, e tutto quello che si pu fare  nasconderle agli occhi
degli altri:  semplicemente assurdo frugarvi dentro in pubblico.
Non sapevo con sicurezza come mi sarei comportato nel colloquio con Ludwig Hardt, ma di
una cosa ero certo: mai e per nessuna ragione avrei rinnegato ci che Karl Kraus era stato per me. Io
non lavevo sopravvalutato, nessuno laveva sopravvalutato, era cambiato lui, ed era morto - cos
pensavo - in seguito a quel cambiamento.
Ludwig Hardt venne a Grinzing e non dedic a Karl Kraus una sola parola, nemmeno
unallusione. La frase con cui mi aveva tanto spaventato dopo la sua recita non era stata nientaltro che
un segno di riconoscimento. Un altro avrebbe forse detto:  Mi ricordo perfettamente di lei, sebbene
siano passati gi otto anni e non ci siamo pi parlati da allora. Lui aveva dovuto dimostrarlo subito,
alla sua maniera, saltandomi addosso, per cos dire, e anchio del resto lo ricordavo sempre nellatto di
saltare da un tavolino allaltro, nella casa di quellavvocato di Berlino, quando voleva dire qualcosa o
declamava Heine.
Arriv, e io lo accompagnai subito nella stanza dove avevo i miei libri e il tavolo al quale
scrivevo. Era un mio dovere verso di lui, ma non volevo nemmeno distrarlo col paesaggio. Da quella
stanza non cera niente da vedere, non i vigneti, n la pianura, n la citt: soltanto lingresso del
giardino e il breve sentiero che portava alla casa. Forse mi ci sentivo pi sicuro, dal momento che
mi\aspettavo uno scontro. E lui doveva vedere che l, tra i molti libri, si trovavano ancora al completo
quelli delluomo per il quale ci saremmo accapigliati.
Ma lui non vi prest attenzione, parlava di Praga, quel piccolo uomo dal bel viso e dalla
straordinaria mobilit, incapace di star fermo un attimo e poco disposto a sedersi. Mentre andava su e
gi per la stanza, teneva la mano destra affondata nella tasca della giacca e giocava con un oggetto che
aveva la forma di un libriccino. Alla fine lo tir fuori, era davvero un libro, me lo porse con un gesto
solenne e disse:  Vuole vedere la cosa pi preziosa Che possiedo? La porto sempre con me, non mi
fido a lasciarla a nessuno, e quando vado a dormire la metto sotto il cuscino .
Era unedizioncina ottocentesca dello Schatzkstlein 1 di Hebel. Laprii e lessi la dedica :
 A Ludwig Hardt, per la gioia di Hebel, da Franz Kafka.
Era lesemplare dello Schatzkstlein appartenuto a Kafka, quello che anche lui usava portare
con s. Dopo avere ascoltato per la prima volta Ludwig Hardt che recitava Hebel, Kafka era rimasto
talmente commosso che gli aveva regalato il libro con quella dedica.  Le piacerebbe sapere quali brani
ascolt Kafka da me quella volta?  domand Hardt.  S, s  dissi io. E a memoria come sempre - il
libro lavevo in mano io - Hardt declam nellordine :  La notte insonne di una nobildonna , i due
brani su Suvarov,  Malinteso ,  Moses Mendelsohn  e, per finire,  Incontro insperato .
Vorrei che tutti potessero aver ascoltato questultimo racconto dalla voce di Hardt. Erano
passati dodici anni dalla morte di Kafka, e le stesse parole che egli aveva udito allora, dalla stessa
bocca, giungevano adesso al mio orecchio. Restammo entrambi in silenzio, consapevoli di aver vissuto
una nuova versione della stessa storia. Poi Hardt domand:  Le piacerebbe sapere quale fu il
commento di Kafka? . Non aspett la mia risposta e aggiunse:  Kafka disse:  la storia pi
meravigliosa che esista! . Lavevo pensato anchio, e avrei continuato a pensarlo. Ma era gi
straordinario udire un tale superlativo sulle labbra di Kafka, nel racconto di una persona che per aver
recitato quella storia era stata premiata col dono del suo esemplare dello Schatzkstlein. I superlativi di
Kafka, come si sa, sono contati.
Da quel giorno i rapporti tra Ludwig Hardt e me furono diversi. Avevano acquistato un senso di
intimit quale ho provato per pochissime persone. Adesso Hardt veniva spesso a trovarci, ogni volta
che capitava a Vienna correva subito da noi. Passava molte ore nella Himmelstrasse, recitando quasi
senza sosta. Il suo repertorio era inesauribile, e io non ne avevo mai abbastanza. Aveva tutto nella testa,
e forse non ho ascoltato proprio tutto ci che aveva nella testa. Il ricordo di quel momento hebeliano
non impallidiva mai. Qualche volta, quando ci sembrava che appunto per questo latmosfera si facesse
troppo solenne, andavamo nella stanzetta di Veza, tutta foderata di legno, e l Hardt declamava altre
cose che piacevano anche a lei: molto Goethe e poi sempre quella poesia di Lenz,  Die Liebe auf dem
Lande , scritta a Sesenheim, che sembra di Goethe e in cui Goethe  presente. Seguiva poi una vivace
discussione su Lenz, il cui destino appassionava Hardt non meno di me; e una volta, quando io dissi
che quella poesia era pervasa di ci che Goethe era stato per Lenz, e che in ogni suo momento Lenz
aspettava Goethe, come lo aveva aspettato Friederike Brion, e che Goethe non poteva tollerare tutto
questo e perci lo aveva distrutto, allora Hardt mi balz addosso e mi abbracci: un raro segno del suo
pieno consenso. Per Veza, ma anche per me, recitava Heine, al quale mi aveva convertito a suo tempo a
Berlino, e a Veza dedicava We-dekind e Peter Altenberg.
Cerano due brani da cui non poteva mai esimersi, entrambi di Matthias Claudius. Erano il 
Canto di guerra  :
E' guerra!  guerra! O angelo di Dio
soccorri e intercedi!
 guerra, ahim - e io chiedo soltanto
di non avervi colpa!
del quale ancora oggi potrei trascrivere a memoria ognuna delle sei strofe, e lo  Scritto di un
cervo, abbattuto nella caccia di corsa, al principe che lo aveva abbattuto .
Alla fine di questo brano avveniva il miracolo della metamorfosi che da allora ho sempre
davanti agli occhi: la metamorfosi di Ludwig Hardt in un cervo morente. Se avessi potuto dubitare che
di tutti gli atti di cui lessere umano  capace la metamorfosi  il pi alto - la sua giustificazione, il suo
coronamento dopo tutto ci che ha commesso -, l ne avrei avuto la prova con schiacciante evidenza.
Hardt era il cervo morente, e quando aveva esalato lultimo respiro mi riusciva inconcepibile come
potesse riaversi e ridiventare Ludwig Hardt; e bench godesse del nostro stupore, non era mai meno
veritiero: quella era lagonia dellanimale incalzato, qualcosa di emozionante, perch lanimale era al
tempo stesso una persona, e una persona che per questo aveva il nostro affetto.
La guerra civile spagnola
Lamicizia che mi legava a Sonne comp il suo secondo anno al tempo della guerra civile
spagnola.
Era questo il tema dominante della nostra conversazione giornaliera. Tutti quelli che conoscevo
e avevo in simpatia stavano dalla parte dei repubblicani. A favore del governo spagnolo si prendeva
partito scopertamente e ci si pronunciava con passione.
Se ne parlava dappertutto, ma mentre di solito le conversazioni scaturivano dalla lettura
quotidiana dei giornali e non andavano oltre le notizie, con Sonne si allargavano a un preciso esame
della situazione spagnola e degli effetti che sul futuro prossimo dellEuropa avrebbe avuto ci che
avveniva, per cos dire, davanti ai nostri occhi. Sonne si rivel un eccellente conoscitore della storia
spagnola. Sapeva una quantit di cose sulla guerra che si era combattuta per secoli in terra iberica, sul
periodo moresco e su tutti i particolari della Reconquista. Le tre culture della Spagna gli erano familiari
come se fosse di casa in tutte, come se esistessero ancora, come se la padronanza delle tre lingue,
spagnolo, arabo, ebraico, e la lettura del loro patrimonio letterario bastassero per acquisire il senso della
loro continuit. Da lui imparai non poco sulla poesia araba. Con facilit, come se si trattasse di testi
biblici, Sonne traduceva per me la lirica moresca di quel tempo e me ne spiegava linflusso sul
Medioevo europeo. Del tutto incidentalmente, senza che se ne fosse mai fatto un vanto, venne fuori che
per lui la lingua araba non aveva segreti.
Quando io cercavo di spiegare certi avvenimenti della storia spagnola, contemporanei o
anteriori, richiamandomi alle peculiari aggregazioni di massa proprie della penisola, Sonne ascoltava e
si sforzava di non scoraggiarmi; anzi, avevo limpressione che si astenesse da ogni intervento personale
solo perch intuiva che i miei pensieri erano ancora allo stato fluido ed era meglio lasciarli sviluppare
liberamente, evitando di consolidarli prima del tempo con una discussione.
Veniva spontaneo, in quei mesi, pensare a Goya e alle sue acqueforti, i Disastri della guerra.
Perch il primo dei pittori moderni, e anche il pi grande di tutti,  dovuto passare attraverso
lesperienza del suo tempo per diventare ci che fu.  Non ha girato gli occhi dallaltra parte  diceva
Sonne, e io sentivo quale peso avesse per lui quella frase che gli veniva dal cuore. Il rococ dei primi
quadri, e poi quelle acqueforti e i dipinti della vecchiaia! Si sapeva che Goya aveva una sua concezione
del mondo, che prendeva partito: come avrebbe potuto non avere una sua concezione luomo che
vedeva con quegli occhi la famiglia reale! E tuttavia vedeva ci che avveniva come se lui appartenesse
a entrambi gli schieramenti, perch la sua scienza era quella delluomo e il suo orrore era la guerra, e
sapeva meglio di tutti - come nessuno prima di lui e forse con una passione che nessuno ha eguagliato
ancora oggi - che non c una guerra che sia buona, perch attraverso ogni guerra si perpetua ci che vi
 di pi perverso e pericoloso nella tradizione dellumanit, ci che non si pu correggere. Con la
guerra  impossibile abolire la guerra, la guerra non fa che rafforzare tutto quello che si esecra pi
profondamente nelluomo. La testimonianza di Goya trascese la sua passione di parte, ci che vide era
mostruoso ed era pi di quanto si augurasse. Dopo il Cristo di Grnewald, nessuno aveva rappresentato
lorrore come lui, senza migliorarlo di un filo rispetto alla realt, ripugnante, opprimente, pi
sconvolgente di qualsiasi profezia, e tuttavia senza soggiacervi. La coercizione che esercitava sul
riguardante, la direzione ineludibile che imprimeva ai suoi occhi, era lultimo brandello di speranza,
anche se nessuno avrebbe osato chiamarlo cos.
Quelli per i quali non era andata in fumo la lezione che avevano tratto dalla prima guerra
mondiale vivevano nella pi tormentosa condizione di spirito. Sonne capiva la vera natura della guerra
civile spagnola e sapeva a che cosa avrebbe condotto. Lui che odiava la guerra riteneva necessario ed
essenziale che la Repubblica spagnola si difendesse. Con occhi di Argo scrutava ogni passo delle altre
potenze che cercavano di evitare un allargamento del conflitto in Europa. Si doleva dellingenuit con
cui le potenze democratiche scoprivano i propri punti deboli quando dichiaravano il non-intervento,
facendosi cos ingannare consapevolmente dalla controparte. Sapeva che tanta debolezza scaturiva da
quellorrore della guerra di cui volevano impedire a ogni costo il dilagare. La loro condotta era
alimentata dallorrore che Sonne condivideva, ma tradiva anche una totale ignoranza dellavversario e
una spaventosa miopia. Ogni scrupolo, ogni esitazione, ogni cautela imbaldanziva Hitler, il quale
voleva soltanto saggiare fin dove poteva spingersi e la cui determinazione di fare la guerra cresceva
sulla paura che della guerra avevano gli altri. Sonne riteneva che nulla si potesse pi mutare nella
determinazione di Hitler, la giudicava un dato acquisito, la legge naturale di quelluomo (ricavata dalla
sua esperienza della guerra), una legge che aveva seguito e grazie alla quale era arrivato al potere. Era
inutile, secondo Sonne, tentare di influire su quella volont. Era invece necessario troncare la catena dei
suoi successi fintanto che in Germania sopravviveva una resistenza contro la guerra. Si poteva
ravvivare dallesterno, quella resistenza, soltanto con atti chiari e inflessibili. La marcia trionfale di
Hitler era diventata per tutti, compresi i tedeschi, il pericolo pi letale, poich la sua cieca concezione
della storia gli imponeva di travolgere infine nella guerra tutte le potenze e tutti i popoli; e come
avrebbe potuto la Germania vincere contro il resto della Terra?
Mi  impossibile dare unidea adeguata della chiarezza con cui Sonne vedeva tutto questo. La
sua visione era di gran lunga in anticipo su unet in cui i politici si trascinavano traballando da un
espediente allaltro. Sebbene per lui si delineasse sempre pi netta la rovina incombente, prendeva
parte a ogni minimo aspetto degli avvenimenti spagnoli. Lo straordinario era infatti che per uno spirito
cos lucido nulla era definitivo, da un episodio inappariscente che nessuno aveva previsto poteva
discendere una speranza nuova - e non si doveva trascurarla, bisognava tener docchio tutto, non cera
niente che non fosse importante.
Nel corso della guerra civile affioravano nomi spagnoli, luoghi ai quali si collegava un ricordo
storico o letterario. Sonne mi dava ragguagli in proposito, e io non finir mai di stupirmi del modo in
cui scoprii la Spagna, con tanto ritardo e tanto fervore.
In passato un senso di soggezione mi aveva trattenuto dalloccuparmi pi da vicino del
Medioevo spagnolo. I proverbi e le canzoni della mia infanzia restavano indimenticati, ma non erano
stati di stimolo, erano rimasti sepolti dentro di me, irrigiditi nellorgoglio della mia famiglia, che si
arrogava un diritto su tutto ci che era spagnolo in quanto giovasse alla sua fierezza di casta. Tra gli
spagnoli della Bulgaria conoscevo individui che vivacchiavano nellindolenza orientale, paghi di uno
sviluppo intellettuale inferiore a quello di chi aveva frequentato la scuola a Vienna, convinti che per
essere felici nella vita bastasse e avanzasse credersi superiori agli altri ebrei. Non avevo neanche torto
se, nel caso di mia madre, notavo che era imbevuta di quasi tutte le letterature europee ma poi sapeva
poco o niente di quella spagnola. Aveva visto alcuni drammi di Caldern al Burgtheater, ma non si
sarebbe mai sognata di leggerne uno nel testo originale. Per lei lo spagnolo non era una lingua da
leggere. Ci che aveva ereditato dalla Spagna era il ricordo di un Medioevo glorioso, un ricordo che
aveva forse qualche valore solo perch era orale e ispirava un certo contegno distinto a persone
dellambiente pi vicino a lei. Dalla mamma non potevo ricevere impulsi che mi avvicinassero alla
letteratura spagnola. Perfino i modelli del suo orgoglio, che aveva moltissimo di spagnolo, andava a
prenderseli in Shakespeare, nel Coriolano. La sua rispettabile cultura si ispirava a Vienna, non certo
alle sue origini familiari.
Avevo trentanni quando venni a sapere qualcosa dei poeti che hanno fondato il patrimonio
durevole di quel lontano periodo della Spagna; e lo appresi da Sonne, che per mia madre era un 
todesco  - la sua famiglia veniva dalla Galizia austriaca - al quale non avrebbe mai riconosciuto il
diritto di accedere ai  nostri  poeti, che lei poi ignorava del tutto. Sonne me li traduceva a voce
dallebraico e me li commentava, ma poteva succedere che nello stesso pomeriggio avesse tradotto
dallarabo e commentato poesie moresche. Poich mi mostrava qualcosa nellinsieme, senza isolarlo
dai nessi del suo tempo per il ridicolo gusto di farsi bello, io misi da parte la mia diffidenza contro tutto
ci che era spagnolismo mal riposto e cominciai ad averne rispetto.
Era curiosa la piega che prendevano quelle conversazioni. Si partiva dalle notizie dei giornali
sui combattimenti in Spagna. Se ne discuteva con realismo valutando le forze contrapposte, facendo
congetture sul tempo necessario perch gli aiuti promessi arrivassero a destinazione, cercando di
prevedere gli effetti di una ritirata sullatteggiamento degli altri Paesi -sarebbero aumentati gli aiuti,
sarebbero diminuiti? -, prendendo in esame i cambiamenti avvenuti nel governo spagnolo, il crescente
influsso di un partito, il peso specifico delle regioni nella loro volont di autonomia ed era un realismo
che non ometteva nulla e non dimenticava nulla. Spesso mi sembrava di avere davanti a me un uomo
nelle cui mani confluissero i fili degli avvenimenti. Ma Sonne, era evidente, voleva anche darmi la
sensazione che tutte quelle cose si compivano in un Paese che a me doveva essere familiare, e si
adoperava lui stesso perch tale mi diventasse. Nel suo modo pregnante mi spingeva nei domini
spirituali che erano tuttuno con la Spagna non meno di quella terribile guerra.
Posso dire ancora oggi quali furono le occasioni che mi avvicinarono a questa o a quellopera.
Esse sono rimaste legate molto spesso ai nomi di allora e continuano a portare dentro di s lemozione
di una notizia, cos che il libro non  pi fatto soltanto di se stesso : dagli avvenimenti di quei mesi si 
formato un cristallo segreto, la seconda, immutabile struttura di quel libro.
Venni spinto allora verso i Sogni di Quevedo, e questi divent, dopo Swift e Aristofane, uno dei
miei antenati. Uno scrittore ha bisogno di antenati. Alcuni deve conoscerli per nome. Quando teme di
essere soffocato dal proprio nome, dal nome che continua a portare, si ricorda di antenati che portano i
loro nomi felici, non pi mortali. Gli antenati possono sorridere della sua invadenza, ma non lo
respingono. Anche a loro stanno a cuore gli altri, ossia i posteri. Sono passati per mille mani; nessuno li
ha mai scalfiti, perci sono diventati antenati, perch senza combattere possono difendersi dai pi
deboli, e diventano tanto pi forti quanto pi prestano la propria forza. Ma vi sono anche antenati che
vogliono prendersi un po di riposo. Dormono per cento, duecento anni. A un certo punto vengono
svegliati, di questo si pu essere certi, e allora squillano improvvisamente da ogni parte, come fanfare,
e gi anelano a ritornare alla solitudine del loro sonno.
Forse a Sonne riusciva insopportabile il fatto di lasciarsi totalmente assorbire dagli avvenimenti
del tempo. Forse non sopportava il loro corso perch su di esso non poteva influire. Non perdeva
occasione per richiamarsi alla mia origine, per renderla vera, proprio perch io ci tenevo cos poco. Per
lui era importante che in una vita non scompaia niente. Un essere umano porta con s tutto ci che ha
toccato. Se mai se ne dimentica, bisogna ricordarglielo. Non  in gioco lorgoglio delle origini, che 
sempre piuttosto dubbio.  in gioco la necessit che non sia rinnegato nulla di ci che si  vissuto. Un
uomo racchiude in s tutto quello che ha sperimentato e continua a sperimentare, e in questo consiste il
suo valore. Di un tale patrimonio fanno parte i Paesi in cui egli  vissuto, le lingue che ha parlato, gli
uomini di cui ha inteso le voci. Ne fa parte anche la sua origine, se mai  possibile saperne qualcosa.
Ma per Sonne lorigine non era, non poteva essere un fatto puramente privato, al contrario era linsieme
del tempo e del luogo da cui si proviene. Le parole di una lingua che forse si  conosciuta soltanto da
bambini sono legate alla letteratura in cui quella lingua  fiorita. Le notizie su una persecuzione o su
unespulsione sono legate a tutto ci che lha preceduta, e non soltanto alle pretese scaturite da un caso
singolo. Altri casi sono avvenuti in precedenza in altro modo, e anchessi rientrano nella stessa storia. 
difficile farsi unidea della giustizia in questo genere di pretese verso la storia. Per Sonne la storia era il
regno perfetto della colpa. Bisognerebbe sapere di che cosa sono stati capaci i nostri simili nel passato,
non soltanto quello che hanno subito. Bisognerebbe sapere di che cosa si  capaci noi stessi. E poi
ancora bisognerebbe conoscere tutto, da qualunque parte e da qualunque distanza si offra la
conoscenza, bisognerebbe cercare di coglierla, di esercitarvisi, di tenerla fresca e irrigarla e fecondarla
con quanto altro si viene a sapere in seguito. Sonne non si peritava di usare lattualit di quella guerra
civile - che ci toccava pi da vicino che non gli avvenimenti stessi della citt in cui vivevamo - per
rafforzarmi nel mio passato, che solo grazie a lui divent un passato reale. Cos Sonne ha provveduto
affinch pi di quel che io ero partisse quando, di l a poco, fui costretto a lasciare Vienna. Mi ha
preparato a portare con me una lingua, a salvaguardarla con tale forza che in nessun caso essa corresse
il rischio di andare perduta a me stesso.
Non voglio dimenticare il giorno in cui, in preda a una grande eccitazione, mi presentai da
Sonne al Caf Museum e lui mi accolse in silenzio. Il giornale era davanti a lui sul tavolo, la sua mano
vi era posata sopra, lui non si alz per darmela. Dimenticai di salutarlo, una frase con cui volevo
precipitarmi su di lui mi rimase in gola. Era pietrificato, e io, io mi sentivo sconvolto come da un
delirio. Era stata la stessa notizia a provocare in lui e in me reazioni cos differenti. Guernica era stata
coperta di bombe e distrutta dagli aviatori tedeschi. Volevo udire da lui una maledizione, e doveva
essere la maledizione di tutti i baschi, di tutti gli spagnoli, di tutti gli uomini. Non volevo quella
pietrificazione. Era impotenza, la sua impotenza non la tolleravo. Sentii che la mia rabbia si volgeva
contro di lui. Rimasi in piedi e aspettai una sua parola prima di prendere posto. Mi ignor. Sembrava
come spento. Sembrava come morto da tempo e rinsecchito.  Una mummia!  fu il pensiero che mi
pass per la testa.  Ha ragione lei.  una mummia . Cos lo chiamava Veza quando scendeva in
campo contro Sonne. Ero sicuro che lui sentiva il mio insulto anche se io non lo pronunciavo. Ignor
anche linsulto. Disse:  Io tremo per le citt . La voce era appena percettibile, ma sapevo di aver
udito bene.
Non lo comprendevo. In quei giorni non era ancora cos facile capire quelle parole come
sarebbe oggi.  confuso, pensai, non sa quello che dice. Guernica distrutta, e lui parla delle citt. Non
sopportavo quello stato di confusione. La sua lucidit era diventata per me la cosa pi importante al
mondo. Era come se due notizie di catastrofi mi avessero colpito contemporaneamente. Una citt
distrutta dagli aviatori. Sonne in preda alla follia. Non feci domande. Non cercai di aiutarlo. Non dissi
niente e me ne andai. Anche fuori, una volta sulla strada, non provai compassione per lui. Provavo - lo
dico con ripugnanza - compassione per me stesso. Mi sembrava che Sonne fosse perito a Guernica, e io
tentavo di rendermi conto che avevo perduto tutto.
Non feci molta strada, e di colpo mi venne un pensiero: forse sta male, era terribilmente pallido.
Mi sorpresi a riflettere che no, non poteva essere morto, aveva parlato, avevo udito la sua frase, era
stata lassurdit di quella frase a colpirmi cos profondamente. Tornai indietro, lui mi accolse
sorridendo, era quello di sempre. Avrei voluto dimenticare ci che era accaduto nel frattempo, ma
Sonne disse:  Lei voleva prendere una boccata daria. Posso capirla. Anchio dovrei forse prendere un
po daria. Si alz, e io lo accompagnai. Fuori del caff parlammo come se niente fosse accaduto.
Anche in seguito non torn pi sulla frase che mi aveva riempito di sgomento. Forse  questo il motivo
per cui non ho mai potuto dimenticarla: anni dopo, durante la guerra, io ero in Inghilterra, fu come se
mi cadesse una benda dagli occhi. Eravamo molto lontani luno dallaltro, ma anche lui era vivo, come
me. Lui era a Gerusalemme, non ci scrivevamo. Pensavo: non c mai stato un profeta meno contento
di esserlo. Ha visto quale destino sarebbe toccato alle citt. Ha visto anche il resto. Cerano ragioni
sufficienti per farlo tremare. Non ha mescolato un orrore con laltro. Era uscito dalla spirale delle
vendette di sangue della storia.
Discussione nella Nussdorferstrasse
Una rivista in quattro lingue, progettata da Hermann Scherchen, doveva chiamarsi  Ars Viva 
come il ciclo di concerti che egli teneva allora a Vienna e per il quale aveva costituito una propria
orchestra. La rivista non doveva servire soltanto alla musica nuova: letteratura e arti figurative
dovevano esservi rappresentate con la stessa ampiezza. Quando mi domand quali collaboratori si
potevano prendere in considerazione a Vienna, gli feci i nomi di Musil e di Wotruba. Risoluto e rapido
com'era in ogni cosa, propose un incontro a quattro per discutere le prospettive di collaborazione a una
rivista di quel genere. Doveva essere un incontro riservato, senza testimoni, e in quel periodo di
tensione politica un caff sembrava un luogo troppo pubblico. Wotruba, per la prima volta, aveva
lasciato sola la madre nella casa della Florianigasse, con la sorella, e si era trasferito in un
appartamento della Nussdorferstrasse. Sembrava il posto giusto, favorevole per la posizione e per di pi
neutrale. La Himmelstrasse, a Grinzing, era piuttosto fuori mano.  vero che Scherchen abitava presso
di noi con la moglie cinese, ma da quando, un anno prima, con la mia infelice uscita su Thomas Mann,
ero incorso nella collera di Musil, questi si comportava freddamente con me e io non mi sentivo di
invitarlo a casa mia. Wotruba aveva conosciuto Musil la sera della mia lettura alla Schwarzwaldschule.
Da allora, erano passati quasi due anni, si salutavano senza per che ci fosse stato un vero
avvicinamento. Tra loro comunque non era successo niente che potesse rendere difficile un invito. Cos
Wotruba gli scrisse una lettera, piena di robusto rispetto, per la quale si era consultato con me, e
Musil accett linvito.
Fin dallinizio tutto fu complicato, come si addiceva a Musil. Linvito valeva anche per sua
moglie, perch si sapeva con quanta riluttanza Musil andasse da solo in un posto nuovo. Ma non si
limit ad arrivare con lei, si port dietro altri due signori che nessuno aveva invitato. Uno era Franz
Blei, un personaggio magro, altero, un tantino troppo sofisticato, di cui nessuno si sarebbe augurato la
presenza. Laltro era un giovane che nessuno conosceva. Musil lo present senza il minimo imbarazzo,
quasi allegramente, come un ammiratore dellUomo senza qualit; e Blei complet la presentazione
dicendo: Appartiene al circolo del Caff Herrenhof! . E adesso erano l, in quattro. Musil aveva laria
di sentirsi a suo agio, sotto la protezione della moglie, del vecchio amico Blei2 e del giovane
ammiratore, che non apr mai bocca ma stava molto attento a tutto quello che si diceva. Blei prese un
tono solenne, come se fosse lui a fondare una rivista, mentre Musil disse schiettamente e senza alcun
ritegno quello che pensava.
Sullaltro versante cominciarono subito i malumori, perch le affettazioni estetizzanti di Blei
non garbavano affatto a Wotruba. Blei, entrando nella stanza intonacata di bianco e notando alla parete
due quadri di Merkel, si era bloccato e aveva intonato un panegirico che era degenerato quasi in un
insulto:
 Ha del fascino  disse; e dopo una pausa:   un giovane? .
Wotruba, a ragione, rifer quel  giovane  a se stesso e fiut che Blei lo giudicava
semplicemente un giovane, mentre per il resto non sapeva niente di lui. Reag quindi con calcolata
villania:  Be,  vecchio quanto lei! .
Era certamente unesagerazione, Georg Merkel non era vecchio come Blei, ma apparteneva alla
stessa generazione di Musil. Per Wotruba lidea che un quadro appeso in casa sua dovesse per forza
essere di un giovane era uninsolenza bella e buona. Quando Marian entr poco dopo col caff, Fritz le
disse a voce alta, interrompendo senza complimenti la conversazione degli altri:
 Ehi tu, lo vuoi sapere che cos il Merkel?  un giovane! .
Scherchen cominci a esporre il progetto della sua rivista. A lui interessava unimpronta
originale e una qualit elevata, doveva essere qualcosa di veramente nuovo. Tutto ci che era
accademico doveva essere escluso in anticipo. Ma Scherchen non voleva legarsi a un determinato
indirizzo del moderno, tutti dovevano poter esprimersi, in qualunque lingua, si sarebbe sempre
provveduto alla traduzione. Musil volle sapere che lunghezza potevano avere le collaborazioni e
sembr contento della risposta di Scherchen. perch questi disse:
 Qualunque lunghezza . Ma aggiunse subito:  Pu essere anche un lavoro intero. Mi
piacerebbe veder pubblicato un dramma del mio amico Canetti. Lui veramente non vuole, ma noi lo
convinceremo .
Dopo pi di tre anni non aveva ancora dimenticato Nozze, che io per volevo pubblicare solo in
forma di libro. Non era il momento di discuterne, ma Scherchen teneva a far notare che non era digiuno
di letteratura moderna. Per lui Nozze era pur sempre qualcosa di nuovo.
Non aveva ancora terminato la sua frase che Blei prese la parola.
 Il teatro non  letteratura,  proclam  per una rivista letteraria il teatro  escluso.
Lo disse con tanta sicurezza che noi tre, Scherchen, Wotruba e io, restammo a bocca aperta.
Musil sorrise soddisfatto.
Secondo lui, credo, Blei doveva spuntarla e aveva belle preso nelle sue mani la rivista. Ci fu
anche un lungo discorso di Blei, in punta di penna, sul modo in cui doveva essere fatta la rivista, e ogni
sua frase rafforzava limpressione che la rivista sarebbe stata proprio cos. Con mio stupore Sch., quel
dittatore, lo lasci dire, almeno fino a quando lodio ribollente di Wotruba mi fece temere il peggio.
Adesso lo prende per il collo, pensai, e lo scaraventa fuori della finestra. Bench fossi indignato
anchio, cominciai a temere per la vita di quel sofisticato rompiscatole. Se avessi saputo che Blei era
uno degli scopritori di Robert Walser, gli avrei perdonato ogni arroganza, non lavrei trattato con
rispetto solo per un riguardo verso Musil. Ma adesso Sch. gli tronc improvvisamente il discorso:
 Noi la pensiamo in tuttaltro modo, i miei giovani amici e io  disse.  Tutto quello che lei
sostiene  allopposto delle nostre intenzioni. Noi vogliamo una rivista viva, non un fossile scolastico.
Lei si preoccupa solo di mettere limiti, mentre Ars Viva deve servire a un allargamento. Noi non
abbiamo paura,  inutile avere paura prima del tempo. Per i fossili ci sono gi abbastanza riviste in
giro.
In tanti anni che lo conoscevo, era la prima volta che sentivo Sch. parlare col cuore. Wotruba,
furente, disse :  A me lopinione del signor Blei non interessa. Nessuno lha invitato. Io voglio sapere
come la pensa il signor Musil, su questa rivista.
Wotruba era famoso per la sua villania, e nessuno gliene voleva. Chi non lo conosceva ancora
di persona sarebbe rimasto deluso se a un primo incontro lui si fosse comportato diversamente. La sua
seriet era irresistibile. Sarebbe riuscito ridicolo se si fosse sforzato di fare il gentile: sarebbe stato
come se avesse tentato di balbettare in una lingua straniera, sconosciuta. Avevo la sensazione che
Wotruba piacesse a Musil, il quale non sembrava offeso per Blei sebbene lavesse ascoltato senza
risparmiare i segni di approvazione.
A questo punto Musil usc, per cos dire, dallombra di Blei e si apr con una schiettezza non
inferiore a quella di Wotruba. Confess di essere incerto e di non potere ancora dire niente. Aveva
pronto un lavoro su Rilke che si prestava bene per la rivista. Forse gli sarebbe venuto in mente
qualcosaltro da scrivere per loccasione. Il suo modo di parlare era cos netto che contrastava ancor pi
col contenuto delle sue parole. Non prometteva proprio niente. Era indeciso. Ma era stato invitato e
accolto con tale rispetto che non poteva tirarsi indietro come se niente fosse. Si sentiva sicuro, l col suo
seguito. A Franz Blei lo legava una vecchia amicizia, ma Blei era imprevedibile e volubile, e poi era
stato lui che tutta un tratto aveva esaltato I sonnambuli di Broch fino a collocarli quasi al livello di
Musil. Broch non era stato proposto per la nuova rivista: in quei giorni non si trovava a Vienna, ma per
il momento ci eravamo guardati dal fare il suo nome, ben sapendo quale opinione Musil avesse di lui.
Se uno di noi ci si fosse provato, Musil avrebbe rifiutato subito lasciando cadere linvito a una
discussione. Nelle sue ripulse Musil era brusco e tagliente. Sul suo  no  correvano leggende che
mandavano in estasi noi due, Wotruba e me.
L, in compagnia di tre guardie del corpo e di fronte a tre uomini che lo corteggiavano, non si
sentiva alcun indizio di quel  no . La sua era la prudenza indecisa di una persona che non voleva
lasciarsi adoperare per fini poco chiari ma non voleva nemmeno trascurare una buona occasione. Musil
aveva bisogno di tempo per riflettere, e perci non diceva n s n no, ma si sforzava di sapere qualcosa
di pi. Sch., che in vita sua non si era mai tenuto tanto indietro e adesso, a ogni frase, metteva avanti i
suoi  giovani amici  prima di dire  io , poteva non piacergli. Era chiaro che Sch. non sapeva niente
di cose letterarie e si sarebbe affidato a me. Ma io ero stato messo al bando per il mio eretico accenno a
Thomas Mann. Tuttavia la tenacia con cui avevo continuato a sostenere che lui, Musil, stava pi in alto
di tutti, aveva avuto il suo peso nellindurre Musil ad accettare la mia presenza. Verso Wotruba si
sentiva attratto. Wotruba gli piaceva straordinariamente: non aveva niente a che fare con la letteratura,
ma le sue parole avevano vigore e penetravano come proiettili. La faccia di Musil, quando qualcuno gli
piaceva, esprimeva meraviglia. Era una meraviglia controllata che non degenerava mai in effusioni.
Musil aveva il potere di determinare il peso esatto delle proprie reazioni e non si sbagliava. La sua
meraviglia era limitata, ma entro quei limiti non perdeva nulla della sua purezza. Musil non la
assoggettava a scopi particolari.
Adesso, quando diceva qualcosa, dava la sensazione di aspettare una reazione, quella di
Wotruba, come se nessunaltra contasse. Non aveva dato troppo peso al proclama ben tornito di Blei.
Erano cose che conosceva da un pezzo e senza dubbio le aveva gi assimilate. Mi venne il sospetto che
lo annoiassero. Le mand gi perch erano pronunciate dal suo primattore, ma non vi si sofferm e
sorrise con indulgenza, prendendone cos le distanze. Il rude intervento di Wotruba, col rifiuto opposto
a Blei e poi con linvito a Musil perch dicesse la sua, fu apprezzato da questultimo, che infatti
cominci senza timore a sondare cautamente il progetto della rivista. Insistette nel suo proposito di
scrivere su un tema di poesia e cerc di sapere qualcosa di pi preciso su quello che poteva fare al caso.
Sch. osserv che era una bella coincidenza, perch sua moglie, che non era presente alla
discussione, sinteressava in modo del tutto particolare alla poesia. A buon diritto, dal momento che per
lei, cinese, la lirica faceva parte di un antico patrimonio ereditario. Per sua moglie la lirica era
addirittura pi importante della musica. Certo, lui laveva conosciuta come allieva a un corso di
direzione orchestrale che teneva a Bruxelles, e la ragazza era venuta apposta dalla Cina a Bruxelles per
averlo come maestro, ma lui era sempre pi convinto che le stesse pi a cuore la poesia. Adesso gli
dispiaceva di non averla portata con s. Sua moglie aveva preparato per la rivista certi progetti che si
riferivano esclusivamente alla lirica e si era annotata tutta una serie di possibilit, quella che lei
chiamava la sua  lista . Ed era prontissima a presentarla subito, ma a lui, Sch., non avevano detto che
il signor Musil si occupava anche di poesia, e perci gli era sembrato sconveniente mettere in tavola
questo argomento fin dalla prima discussione. Ma cera tempo, meglio preparare la cosa con la cura
necessaria. Avrebbe provveduto lui a mandare al signor Musil le riflessioni di sua moglie insieme a
quella lista di temi nel campo della lirica, che cadevano tutti a proposito. Del resto sua moglie parlava
solo il francese, lui alloccorrenza poteva intendersi con lei, a voce non era tanto facile, e anche per
questo aveva esitato a portarsela subito dietro; ma lei scriveva un francese eccellente, gi a Bruxelles
tutti le avevano fatto grandi elogi. E poi anche Veza si era offerta di rivedere punto per punto quei testi
francesi, per maggior sicurezza, e quindi il signor Musil non doveva darsene pensiero.
Nessuno era abituato ad ascoltare da Scherchen perorazioni cos circostanziate. In generale si
accontentava di dare ordini o di spiegare faccende musicali. Ma della sua nuova moglie cinese parlava
volentieri. Era fiero di lei, con lei al fianco faceva scalpore. Era una donna affascinante, molto colta, di
ottima famiglia. Aveva assistito allinvasione giapponese, e quando ne parlava faceva rivivere quegli
spaventosi avvenimenti. A Bruxelles, cos delicata, esile, avvolta in seta cinese, aveva difetto Mozart, e
a quella vista Sch. si era innamorato di lei; ma quando parlava della guerra in Cina, dalla sua bocca
crepitavano le mitragliatrici, tac-tac-tac. Dopo essere tornata a Pechino aveva scritto a Sch., e lui aveva
disdetto tutti i concerti ed era partito con la Transiberiana per Pechino. Disponeva solo di cinque giorni,
non poteva concedersi pi di cinque giorni per sposare Sh-Hsien. Allarrivo gli avevano detto che non
era possibile fare le cose cos in fretta, che doveva prendersi pi tempo gi solo per il matrimonio, ma
anche l aveva fatto valere la propria volont : in capo a cinque giorni aveva sposato Sh-Hsien,
laveva lasciata provvisoriamente presso i genitori, si era rimesso in treno e dopo poco pi di un mese
era di nuovo in Europa, ai suoi concerti.
Sh-Hsien lo segu alcuni mesi dopo, e i due si stabilirono nella nostra casa di Grinzing. L
fummo testimoni del primo periodo del loro matrimonio. La lingua in cui dovevano intendersi era il
francese : corretto, ma scandito in una musica di monosillabi, quello di lei; un franco-tedesco
indicibilmente barbaro, infarcito di errori e per noi assolutamente incomprensibile, quello di lui. Sch.
mise subito al lavoro la moglie cinese, che tutto il giorno doveva copiare note per lui, voci per la sua
orchestra. Mi domando quando le restasse il tempo per trovare temi di poesia per la progettata rivista 
Ars Viva . Forse le era capitato una volta di parlare con Sch. della lirica cinese. Pu darsi che lui
allora, pronto comera a trarre profitto da tutto, le avesse dato lincarico di mettere su carta le proprie
idee sullargomento. Ora, durante la discussione, questo ricordo gli veniva proprio al momento buono.
Poteva promettere a Musil qualcosa, una serie di temi che forse lo avrebbe allettato e la cui esposizione
non sarebbe costata alcuna fatica a Shu-Hsien, che era ferrata in letteratura francese.
Sch. era talmente infatuato del suo amore cinese che non avrebbe mai smesso di parlarne. A
quel tempo mi riusciva simpatico. Il rancore che covavo in me dai giorni di Strasburgo sembrava
sfumato. Il cambiamento era cominciato quando avevo ricevuto un suo telegramma, del tutto inatteso,
con cui mi pregava caldamente di andare il tal giorno e alla tal ora, con le indicazioni pi precise, alla
stazione Ovest di Vienna, dove lui avrebbe fatto una sosta di unora fra due treni. Io cero andato, pi
per curiosit che per compiacerlo. Allarrivo del treno, ancora dal finestrino aperto, Sch. mi aveva dato
la grande notizia:  Vado a Pechino a sposarmi! .
Poi, appena ebbe messo piede sulla banchina, gi tutta la storia, senza nemmeno prender fiato.
Parlava della sua cinese con entusiasmo. Mi descrisse quel che aveva provato nel vederla dirigere
Mozart in costume cinese. Era incredibile: Sch. aveva parole, parole estasiate, per un altro essere
umano. Le aveva promesso di sposarla non appena lei gli avesse scritto, sui due piedi, per cos dire. E
adesso lei gli aveva scritto, ed era come se lui, che di solito dava sempre ordini, fosse agli ordini di
qualcun altro: gli ordini venivano dallaltra parte della Terra, e lui vi si assoggettava ciecamente e
beatamente. Non lavevo mai visto in quella disposizione di spirito, e mentre continuava a parlare
senza prender fiato sentii che allimprovviso mi era simpatico.
Sembrava inconcepibile che lui, quellanimale da lavoro, avesse disdetto per cinque settimane
tutti i concerti e le prove.
Nella sua ebbrezza nuziale aveva dimenticato qualcosa dimportante. A un tratto spunt di corsa
Dea Gombrich, la violinista, anche lei convocata alla stazione. Era in ritardo, lui le disse soltanto che
andava a Pechino a sposarsi e la preg di correre a comprargli una cravatta, perch si era dimenticato di
portarsene dietro una per la cerimonia. Lei scapp via subito e ritorn in tempo, prima che il treno si
avviasse. Gli allung la cravatta attraverso il finestrino dello scompartimento, lui era l in piedi,
sorrideva, ringraziava, non teneva le labbra strette come sempre. Era gi in viaggio verso la Siberia
quando io raccontai tutta la storia a Dea, ancora trafelata per il gran correre.
Avevo visto Sch. soggiogato, e per un bel po rimase vivo in me il nuovo calore che provavo
per lui. Poi, come ho gi detto, accogliemmo i due sposi, per un periodo abbastanza lungo, nella nostra
casa della Himmelstrasse. Veza era entusiasta di Sh-Hsien, che aveva spirito, vedeva Sch. come
realmente era, pur essendone innamorata, ed era capace perfino di ridere di lui.
Non mi sfior il sospetto che adesso, durante la discussione su  Ars Viva , Sch. si servisse di
lei, di fronte a Musil, come si serviva di tutti. Sentivo piuttosto che non poteva fare a meno di vantarsi
di quella moglie cinese, perch ne era ancora innamorato. Forse avviene un miracolo, pensai, e questa
storia non finisce come tutto finisce con lui: forse Sch. rimane con la cinese. Nel mio amore per tutto
ci che era cinese, mi stava a cuore lesito di quella storia, e la mia preoccupazione per Sh-Hsien,
capitata in un mondo cos estraneo al suo, era maggiore di quella che avevo mai provato per una delle
mogli europee di Sch. Ma allimprovviso, durante quella discussione nella Nuss-dorferstrasse,
Sh-Hsien era ben presente. Musil, che evidentemente aveva cura soprattutto di non promettere nulla di
epico per la rivista e quindi metteva avanti la possibilit di argomenti lirici, aveva evocato Sh-Hsien
con le sue domande dubbiose. Tutti ormai sapevano di lei, la si pensava con simpatia, era diventata lei
stessa un argomento poetico. Della rivista non si fece nulla, ma quella discussione preliminare rimase,
credo, un gradevole ricordo per tutti, grazie alla cinese.
Hudba. Danze di contadini
Il 15 giugno 1937 mor mia madre.
Alcune settimane prima, in maggio, ero andato per la prima volta a Praga. Mi sentivo ancora
leggero e libero, e presi una stanza allalbergo Julis nella piazza San Venceslao, allultimo piano. Della
stanza faceva parte unampia terrazza, dalla quale si vedeva di giorno il traffico della piazza sottostante
e di notte le sue luci. Quella vista sembrava fatta apposta per il pittore che abitava nella stanza vicina
alla mia: Oskar Kokoschka.
Per il suo cinquantesimo compleanno si era aperta a Vienna una grande mostra al Museo dArti
e Mestieri, sullo Stubenring. L mi ero fatto unidea precisa della sua opera, che prima conoscevo solo
attraverso quadri isolati. Kokoschka si era rifiutato di ritornare a Vienna per la circostanza, e rimase a
Praga, dove stava facendo il ritratto al presidente Masaryk. Il suo vecchio paladino di Vienna, Carl
Moll, mi aveva raccomandato di rintracciare Kokoschka a Praga e mi aveva affidato una lettera per lui.
Dovevo raccontare a Kokoschka della mostra e ricordargli quanti ammiratori avesse a Vienna. Si
sapeva che il pittore era pieno di rancore verso lAustria ufficiale. Non si trattava soltanto del disprezzo
dimostrato per la sua opera. Kokoschka non poteva scordare gli avvenimenti del febbraio 1934. Sua
madre, alla quale era affezionato pi che a qualsiasi altro essere umano, era morta di crepacuore per la
guerra civile nelle strade di Vienna. Dalla sua casa nel Liebhartstal aveva potuto vedere i cannoni che
sparavano contro le case dei lavoratori costruite dal municipio. Proprio perch il luogo offriva quella
vista su Vienna, il figlio aveva comprato la casa alla madre, che fin dallinizio aveva creduto in lui e
aveva partecipato con tanta passione alla sua vicenda di pittore; e adesso, ecco che cosera diventata
quella bella vista! 3
La madre si trovava abbastanza vicino per udire il tuonare dei cannoni, e non pot fare a meno
di seguire lo svolgersi dei combattimenti. Poco dopo si era ammalata, e da quella malattia non si era pi
ripresa. Carl Moll laveva conosciuta ed era convinto che senza di lei il figlio non sarebbe pi stato lo
stesso. Il fatto che non ci fosse pi quella donna che portava un nome meraviglioso, Romana, era un
pericolo per lui. Ora Kokoschka avrebbe troncato ogni rapporto con lAustria. Per il nuovo regime al
potere in Germania Kokoschka era un pittore degenerato, per lAustria si offriva unoccasione per
accogliere a braccia aperte il suo pittore pi grande. Ma anche se a Vienna fossero stati cos
lungimiranti da invitarlo a un ritorno con tutti gli onori, come avrebbe potuto Kokoschka ritrovarsi
sotto un regime al quale attribuiva la responsabilit della morte di sua madre?
Gi prima avevo sentito parlare molto di lui. A una fase turbolenta del suo passato mi avevano
riportato i racconti di Anna. La passione per Alma Mahler, la madre di Anna, era diventata leggenda
attraverso alcuni dei quadri migliori di Kokoschka. Durante la mia prima visita alla Hohe Warte avevo
visto il ritratto che lei chiamava  la Lucrezia Borgia . Era appeso nella stanza trionfale
dellinstancabile vedova e veniva presentato ai visitatori con molta enfasi, non senza sottolineare che
lartista, a quel tempo ancora cos capace, aveva preso purtroppo una brutta strada  era diventato un
povero emigrante.
Adesso lo vedevo in persona per la prima volta, da una terrazza allaltra, con quei lineamenti
che mi erano familiari dagli autoritratti. Ci che mi sorprese non poco fu la sua voce. Parlava cos
sommessamente che stentavo a capirlo. Stavo molto attento a non lasciarmi sfuggire nessuna frase, ma
ci nonostante ne perdevo molte. Carl Moll gli aveva anche scritto direttamente per annunciargli la mia
visita, ma era un caso inaspettato che abitassimo in due stanze contigue. Kokoschka parlava con molta
discrezione, non solo a bassa voce. Ancora sotto limpressione della grande mostra, ero un po'
imbarazzato vedendo che mi trattava da pari a pari. Chiese del mio libro, disse che voleva leggerlo, che
Moll gliene aveva scritto con grandi elogi. L sulla terrazza ebbi la sensazione che fosse curioso di
conoscermi. Mi sentivo addosso il suo occhio da polipo, che per non mi sembrava ostile.
Chiese scusa se quella sera non era libero, quasi che si sentisse in obbligo di dedicarmi subito
una serata. Era una delicatezza tanto pi stupefacente se ripensavo ai racconti di Anna, a un episodio
della sua prima infanzia: lei, Gucki,4 come la chiamavano allora, era seduta sul pavimento in un angolo
dellatelier e ascoltava atterrita una scenata di gelosia che si svolgeva tra sua madre e Kokoschka. Lui
minacciava di chiuderla a chiave nellatelier prima di andarsene, e forse una volta aveva davvero messo
in atto la minaccia. Di nessunaltra cosa Anna mi aveva parlato con tanta emozione. Quelle scenate me
le immaginavo fragorose e violente, e quindi mi ero aspettato di incontrare un uomo appassionato che
avrebbe accolto le mie notizie sulla mostra viennese indirizzando subito parole di fuoco contro il
governo austriaco. A questo argomento, invece, dedic soltanto qualche parola sprezzante, ma sempre
in tono sommesso. La parte pi aggressiva della sua persona mi sembr il mento, che era molto
pronunciato, quasi come amava dipingerlo negli autoritratti. Ma quello che colpiva davvero era
locchio, immobile, opaco, fisso, in agguato: stranamente, pensavo sempre a un solo occhio, cos come
ho scritto adesso. Le sue parole erano atone e appannate, come se Kokoschka le emettesse quasi a caso
e controvoglia. Mi diede appuntamento per il giorno dopo e mi lasci alla mia perplessit: non riuscivo
a conciliare i suoi quadri e tutto ci che sapevo di lui con quella mansuetudine.
Il giorno dopo lo incontrai al caff. Era in compagnia del filosofo Oskar Kraus, un fedele
allievo di Franz Brentano. Questo Kraus, professore di filosofia, un personaggio assai noto a Praga,
aveva ereditato dal suo maestro l'interesse per gli indovinelli e ora faceva la parte del leone con
Kokoschka e con me. Riusc ad avvincere Kokoschka con enigmi dogni genere e con discorsi che si
riferivano sempre a quellargomento, e di nuovo il pittore mi diede uningannevole impressione di
modestia, anzi addirittura di ingenuit. In realt, me ne resi conto solo in seguito, era tuttaltro che un
semplice, il suo spirito prendeva volentieri strade complicate. Non era neanche modesto, ma gli piaceva
scomparire dentro certi ambienti, quasi adattandosi a un determinato colore, quello dominante. Questa
iridescenza era un suo dono: Kokoschka somigliava a un polipo anche nel suo naturale e agevole
cambiar di colore, mentre il suo occhio, molto grande e - come ho gi detto - apparentemente unico,
spiava la preda con una forza inesorabile.
Ma l, al caff, cera poco da spiare. Kokoschka conosceva bene il vecchio Oskar Kraus, e
diffcilmente si sarebbe lasciato eccitare da quel professore chiacchierone e tanto sicuro di fare effetto.
Linsistenza con la quale costui, alla sua et, si richiamava ancora allantico maestro, il filosofo
Brentano, aveva qualcosa di subalterno; cos almeno sembrava a me, che di Brentano non mi ero
ancora occupato e avevo unidea inadeguata dei suoi molteplici influssi. Mi pareva poi di cattivo gusto
quellinstancabile loquacit di fronte a Kokoschka, ma questi aveva laria di trovarla gradevole; non
aveva voglia di prendere la parola e si ostinava nel suo iridescente occhieggiare.
In verit io ardevo dal desiderio di sentire da Kokoschka qualche notizia su Georg Trakl.
Sapevo che laveva conosciuto e che Trakl gli aveva suggerito il titolo meraviglioso di un quadro, La
sposa del vento. Ero convinto che senza quel titolo il quadro non sarebbe esistito, che se si fosse
chiamato in altro modo non avrebbe attirato lattenzione. Era il periodo in cui Trakl mi aveva
conquistato, nessun lirico moderno ha avuto per me tanta importanza. Del suo destino sono ancora tutto
preso come la prima volta che ne venni a conoscenza. 5 Certo, essendo l con noi larido ometto degli
enigmi, non era il momento migliore per portare il discorso su Trakl, e tuttavia lo feci e domandai a
Kokoschka se laveva conosciuto.  Lho conosciuto molto bene  rispose con la sua voce atona. Non
disse altro, e anche se avesse voluto non avrebbe potuto dire di pi, perch lometto aveva gi tirato
fuori un nuovo indovinello e lo snocciolava belando con la sua voce da capra.6
Io avevo limpressione che Vienna non contasse pi per Kokoschka da quando ne era partito.
Allinizio della sua carriera, quando improvvisamente spuntava dappertutto tenuto per mano da Adolf
Loos, Vienna aveva rappresentato qualcosa per lui. Ma adesso non era Vienna a metterlo al bando, era
lui che metteva al bando Vienna; e il buon vecchio Moll, che da decenni si dava tanto da fare per
Kokoschka, non era la persona pi adatta a risvegliare in lui linteresse per quella citt.  vero che
Kokoschka eccelleva nellarte di scomparire, ma intuivo che adesso scompariva soltanto per essere
lasciato in pace da tutti.
Avevo quasi rinunciato alla speranza di un vero colloquio con lui quando si scald
allimprovviso e port il discorso su sua madre e su suo fratello Bohi.
La casa nel Liebhartstal, dove il fratello abitava ancora dopo la morte della madre, era lunica
cosa che al momento legasse Kokoschka a Vienna. Era convinto che suo fratello fosse uno scrittore. Lo
conoscevo? Aveva scritto un grande romanzo in quattro volumi. Era stato marinaio e aveva viaggiato
molto. Nessun editore voleva pubblicargli il libro. Sapevo di qualcuno che potesse interessarsene? In
quel genere di cose suo fratello non aveva fortuna. Non gli mancava la coscienza del proprio valore, ma
la capacit di fare il proprio interesse. A Kokoschka non sembrava assolutamente un disonore che il
fratello si lasciasse aiutare da lui. Lo manteneva volentieri e senza brontolare. Ne parlava con
delicatezza e rispetto. Io ero commosso da quellamore per il fratello che aveva sempre creduto in lui
ma anche in se stesso; e mi parve un tratto molto accattivante di Kokoschka linsistenza con cui
cercava di stabilire davanti al mondo una sorta di equivalenza tra s e suo fratello.
Con alcuni miei amici di Vienna si era parlato spesso di Bohi. Il prestigio di Kokoschka era cos
grande che ogni relazione con lui, anche la pi modesta, tornava a onore di chi poteva vantarla. Un
giovane architetto, Walter Loos, che non era parente del grande Loos ma aveva lo stesso cognome, si
sentiva in dovere - forse proprio a causa di quella omonimia - di conoscere almeno il fratello di
Kokoschka; e nello Heurige in cui sincontrava con Wotruba e con me si abbandonava a entusiastiche
descrizioni della bella e prosperosa ragazza, figlia di uno spazzacamino, che sembrava nata apposta per
essere lamica del grasso Bohi. Raccontava degli alti e bassi di quella relazione, della gelosia di Bohi,
di violente scenate e tempestose riconciliazioni. Tutti correvano dietro alla figlia dello spazzacamino,
ma lei restava assolutamente fedele al suo Bohi, era impossibile sedurla. Cos Bohi era proprio il
fratello del famoso pittore, il quale era in realt il vero oggetto di tutti quei discorsi, e perci la gelosia
diventava obbligatoria anche per lui. Wotruba ascoltava quasi con devozione tutti i racconti che si
riferivano al fratello di Kokoschka. Il giovane Loos, come noi lo chiamavamo, continuava a stuzzicarlo
con la celebrit del pittore; e a furia di esaltarlo con una fiducia incrollabile, come fosse una bandiera,
si era fatto una certa posizione nella nostra cerchia, sebbene per il resto non dicesse niente di molto
interessante.
Adesso era Kokoschka a portare il discorso su suo fratello. Nominava Bohi con la massima
naturalezza, come se a Vienna tutti dovessero sapere di lui senza bisogno di altre spiegazioni; e quando
io mi addentrai nellargomento e raccontai quel che sapevo dal giovane Loos, il pittore sembr un po
irritato da questo nome.
 Sarebbe meglio se non ci fosse un altro architetto che si chiama cos; di Loos ce n stato uno
solo .
Non si rasseren neanche quando difesi il nome del mio conoscente dicendo che in fondo costui
era amico del fratello e non, come il vecchio Loos, del vero Kokoschka. Ne prese spunto per tessere
lelogio di Bohi, e cos ebbi notizie pi precise sullopera in quattro volumi che non trovava un editore.
Possibile che il cosiddetto giovane Loos non avesse mai accennato a quel romanzo?
No, lui parlava solo e sempre del suo amore per la figlia dello spazzacamino e delle scenate tra i
due. Kokoschka, che reagiva con una prontezza sbalorditiva, subodor il nesso con le leggendarie
scenate avvenute tra lui e Alma Mahler, e par il colpo senza che io avessi avuto lindelicatezza di
alludervi.
 Questo  Nestroy bello e buono,  disse  questo non ha niente a che fare con Bohi e col suo
modo di scrivere. Le loro baruffe fanno tanta impressione solo perch tutte due sono cos grassi. Ma
Bohi  un uomo puro. Non fa quelle scene perch si parli di lui .
Sembrava che volesse giustificare se stesso per le sue scenate di una volta. Quando insegnava a
Dresda viveva con una bambola di grandezza naturale, preparata secondo le sue indicazioni, che
riproduceva le sembianze di Alma Mahler; e cos aveva perpetuato - si pu ben dire - le chiacchiere che
correvano su loro due. Questa storia era familiare anche a coloro che sapevano solo inorridire davanti
alla sua pittura. La bambola se la trascinava sempre dietro, era ci che gli restava delle scenate di un
tempo con Alma. Al caff stava seduta al tavolino accanto a lui, aveva la sua tazzina davanti, e poi,
cos si diceva, finiva addirittura nel letto di Kokoschka. Bohi, tutto al contrario del fratello, non
muoveva un dito per farsi conoscere, e perci Oskar lo chiamava  un uomo puro , perci ne parlava
volentieri e si richiamava a lui come se personificasse la sua innocenza.
In uno dei giorni successivi ebbe luogo una grande sfilata di contadini nella piazza San
Venceslao. Dallalto della terrazza della mia stanza allalbergo Julis si poteva seguire benissimo tutto
lo spettacolo. Ludwig Hardt, che adesso abitava appunto a Praga, venne con sua moglie. Lo avevo
invitato con qualche altro conoscente a guardarsi la sfilata, e in quelloccasione conobbi sua moglie,
piccola come lui, una personcina graziosa, che si prendeva alquanto sul serio. A vederli insieme non si
poteva non pensare a un numero di circo equestre. Da un momento allaltro ci si aspettava di assistere
allingresso dei cavalli e di vedere quella figurina ben tornita saltare da un cavallo allaltro mentre lui
eseguiva acrobazie non meno temerarie, passando a un millimetro da lei oppure insieme con lei.
Ma adesso stavano entrambi accanto a me sulla terrazza, alta sulla piazza in cui contadini di
tutte le parti del Paese sfilavano nei loro costumi, non pochi a cavallo, accompagnati dalla musica e da
acclamazioni: sembrava un quadro di nozze campestri. Singoli contadini cominciarono a ballare,
ognuno per conto suo, avvicendandosi in rapida successione, e il modo in cui uscivano allimprovviso
dal corteo muovendosi di traverso e facendosi largo in quel trambusto, senza per rinunciare in nulla
alla loro aria solenne, aveva una tale levit che mi vennero le lacrime agli occhi. Mi voltai da una parte
per nascondere la commozione, e proprio allora il mio sguardo incontr quello di Kokoschka, che era
uscito sulla sua terrazza e guardava gi, come noi, verso i contadini. Egli not la mia emozione e mi
fece un cenno affettuoso, come se parlasse di suo fratello Bohi.
Che cosa mi toccasse cos da vicino negli assolo di danza dei contadini che si staccavano dal
loro gruppo, allora non avrei saputo dirlo. Nella loro allegria, nella loro forza, in tutti i loro colori non
cera niente che potesse turbare. Era un momento libero da ogni cattivo presagio, uno stato di felice
commozione, anche se non si prendeva parte alla loro sfilata -che cosa si poteva avere in comune con
un contadino? La mia commozione veniva anche da un ritrovamento: ritrovavo davanti a me i balli dei
contadini di Brueghel. I quadri condizionano le nostre esperienze. Si incorporano in noi quasi come una
terra che ci appartenga. A seconda dei quadri di cui siamo fatti ci  data in sorte una vita diversa. Era
ricca di colori e liberatrice lemozione per quei contadini impegnati nelle loro danze sulla piazza San
Venceslao. Due anni dopo il destino di Praga era segnato. Ma a me fu ancora consentito di vivere la
forza e la grazia un po greve di quegli esseri umani.
Qualcosa di simile sentivo anche nella lingua, che mi era del tutto sconosciuta. A Vienna i cechi
erano moltissimi, ma allinfuori di loro nessuno conosceva quella lingua. Innumerevoli viennesi
avevano nomi cechi, e non si sapeva che cosa significassero. Uno dei nomi pi belli laveva il mio
gemello, Wotruba. Neanche lui conosceva una parola della lingua di suo padre. Adesso ero a Praga e
andavo in giro da ogni parte, di preferenza nei cortili delle case dove abitava molta gente di cui potevo
ascoltare i discorsi. Mi sembrava una lingua combattiva, perch tutte le parole erano fortemente
accentate sulla prima sillaba, e quindi, in ogni discorso che si ascoltava, si percepiva una serie di
piccole scosse che si ripetevano per tutta la durata della conversazione.
Io mi ero occupato della storia delle guerre hussite, il quindicesimo secolo mi aveva sempre
attirato, e chi tentava di capire qualcosa delle masse non poteva non rimuginare a lungo sugli hussiti.
Avevo un grande rispetto per la storia dei cechi, ed  probabile che l, da profano, mentre cercavo di
ascoltare la loro lingua nei suoi vari gradi dintensit, credessi di scoprirvi cose che derivavano soltanto
dalla mia ignoranza. Ma non potevano esservi dubbi sulla vitalit di quella lingua, e non poche parole
erano per me sorprendenti nella loro assoluta originalit. Rimasi incantato nell'apprendere la parola
ceca che significa musica: hudba.
Nelle lingue europee, per quanto ne sapevo, la parola era sempre la stessa : musica, una bella
parola sonante. A pronunciarla in tedesco, Musik, con laccento sulla seconda sillaba, si aveva la
sensazione di balzare in alto insieme con la parola. L dove laccento cadeva invece sulla prima sillaba,
la parola non sembrava cos dinamica, rimaneva un poco a librarsi nellaria prima di dilatarsi. Avevo
per quella parola un attaccamento pari quasi a quello per la cosa che significava, ma a poco a poco non
mi era sembrato giusto che fosse usata per ogni genere di musica. Quanto pi ascoltavo musica nuova,
tanto pi incerto diventava il mio rapporto con quella denominazione universale. Una volta ebbi il
coraggio di domandare ad Alban Berg se non dovessero esservi anche altre parole per significare la
musica, se lirrimediabile chiusura dei viennesi di fronte a ogni novit non dipendesse anche dal fatto
che erano diventati tuttuno con l'idea che avevano di quella parola, a tal segno che non potevano
tollerare qualcosa che ne modificasse il contenuto. Forse, se si fosse chiamata in altro modo, sarebbero
stati pi facilmente disposti ad abituar-visi. Ma lui, Alban Berg, non voleva saperne. Per lui, come per
tutti gli altri compositori venuti prima, si trattava della musica, di nientaltro, di qualcosa che
discendeva da quei predecessori; ci che lui stesso faceva, ci che i suoi allievi imparavano da lui era
musica, ogni altra parola sarebbe stata un inganno; e non mi aveva colpito il fatto che la stessa parola si
fosse diffusa su tutta la Terra? Reag alla mia proposta con impeto, quasi con sdegno, con una tale
determinazione che non toccai pi largomento.
Ma anche se non ne parlavo, consapevole comero della mia ignoranza musicale, tuttavia quel
pensiero non mi abbandonava. E adesso, a Praga, scoprendo improvvisamente e come per caso che la
parola ceca per musica era hudba, ne rimasi estasiato. Questa era la parola per Les Noces di
Strawinsky, per Bartk, per Jancek, per molte altre cose.
Come ammaliato passavo da un cortile allaltro. Ci che al mio orecchio suonava come sfida
era forse semplicemente comunicazione, ma in questo caso era pi carica, racchiudeva qualcosa di
pi del parlante, conteneva pi di quanto noi usavamo mettere di nostro nel comunicare. Forse era
limpeto con cui entravano in me le parole ceche a richiamare ricordi del bulgaro della mia prima
infanzia. Ma io non ci pensavo mai, perch avevo dimenticato del tutto il bulgaro; e non saprei stabilire
in che misura le lingue dimenticate permangono, nonostante tutto, dentro di noi. Di certo, in quei giorni
di Praga riconfluivano in me molte cose che si erano svolte in periodi isolati della mia vita. Percepivo i
suoni slavi come parti di una lingua che mi riguardava da vicino, in maniera inspiegabile.
Ma con molte persone parlavo in tedesco, parlavo soltanto in tedesco, ed erano persone che
avevano con questa lingua una consuetudine consapevole e differenziata. Per lo pi erano uomini di
lettere che scrivevano in tedesco, e ogni volta si avvertiva come questa lingua, alla quale restavano
fedeli sullo sfondo vigoroso del ceco, rappresentasse per loro qualcosa di diverso che per quelli che
adoperavano la stessa lingua a Vienna.
Era stata pubblicata da poco la traduzione ceca della Blendung. Per questo motivo avevo
intrapreso il viaggio a Praga. Un giovane scrittore, che oggi  noto sotto il nome di H.G. Adler,
lavorava allora in un istituto pubblico e mi aveva invitato a tenere una lettura. Apparteneva a un gruppo
di amici che scrivevano in tedesco, pi giovani di me di circa cinque anni, tra i quali la Blendung
passava di mano in mano. Adler, il pi attivo del gruppo, si era battuto in ogni modo a favore della mia
lettura. E fu ancora lui a guidarmi per la citt, con molto impegno, affinch nessuna delle sue bellezze
mi sfuggisse.
Ci che lo distingueva soprattutto era lalta tensione del suo fervore idealistico. Lui, che di l a
poco sarebbe stato vittima in cos grave misura di quel tempo degno di essere maledetto, dava
limpressione di non appartenere al tempo. Difficilmente si sarebbe potuto immaginare in qualche
parte della Germania un uomo che fosse pi segnato dalla tradizione letteraria tedesca. Ma lui viveva l,
a Praga, parlava e leggeva agevolmente il ceco, aveva rispetto per la letteratura e la musica ceche; e
tutto ci che io non capivo me lo spiegava in modo tale da rendermelo attraente.
Non voglio enumerare le meraviglie di Praga, che sono sulla bocca di tutti. Mi sembrerebbe
quasi sconveniente parlare di piazze, chiese, palazzi, vicoli, dei ponti e del fiume con cui altri hanno
trascorso una vita e della cui presenza  impregnata la loro opera. Di tutto questo io non ho scoperto
nulla da solo, ogni cosa mi veniva mostrata e spiegata: se c qualcuno che avrebbe il diritto di parlare
di simili scoperte, sarebbe colui che le ha progettate e provocate. Il giovane scrittore, che non sembrava
mai stanco di escogitare sorprese per me, era a sua volta pieno di curiosit e continuava a fare domande
nel corso delle nostre camminate. Io lo accontentavo volentieri, e molte persone che erano entrate nella
mia vita affiorarono davanti a lui nella conversazione, con opinioni, giudizi e pregiudizi.
Ma il giovane intu anche quanto fosse importante per me ascoltare da solo, poter ascoltare la
gente, le persone pi diverse, mentre parlavano in una lingua che non comprendevo, ascoltarli senza
che subito mi venisse tradotto ci che dicevano. Per lui quella doveva essere un'esperienza nuova: cera
qualcuno che inseguiva l'eco di parole incomprese, un effetto tutto particolare che non si poteva
paragonare a quello della musica, poich dalle parole incomprese ci si sente minacciati, si continua a
voltarle e rivoltarle dentro di s e si cerca di smussarle, ma quelle si ripetono e nel ripetersi diventano
ancor pi minacciose. Il mio accompagnatore ebbe la delicatezza di lasciarmi solo per ore intere, ed era
un po preoccupato che io potessi smarrirmi e sicuramente non accettava senza rammarico
linterruzione che il nostro dialogo doveva subire in quel modo. Con tanto maggiore curiosit mi fece
poi raccontare le cose che mi avevano colpito; e fu un segno della mia grande simpatia per lui se feci
fatica a non dirgli tutto.
Morte della mamma
La trovai assopita, gli occhi chiusi. Tutta consunta, ormai soltanto pelle diafana, eccola l
distesa, profondi fori neri al posto degli occhi, immobili fori neri l dove prima era il gico delle sue
ampie, stupende narici. La fronte sembrava pi stretta, contratta da entrambe le parti. Mi ero aspettato
lo sguardo dei suoi occhi, ed ebbi la sensazione che li avesse sigillati contro di me. Poich gli occhi si
negavano, cercai quelli che in lei erano i tratti pi personali, cercai le grandi narici e la fronte
imponente; ma la fronte non aveva pi unestensione, non delimitava nulla, e la collera delle narici si
era persa in tutto quel nero.
Mi spaventai, ma ero ancora talmente persuaso della sua antica forza che in me sinsinuava il
sospetto che si celasse ai miei occhi. Non vuole vedermi, non mi aspettava. Sente che sono qui e finge
di dormire. Mi passavano per la testa i pensieri che lei stessa avrebbe avuto al mio posto, perch io ero
lei, conoscevamo i pensieri luno dellaltro, appartenevano a entrambi.
Avevo portato delle rose, lei non resisteva mai al loro profumo. Laveva respirato nel giardino
della sua infanzia a Rustschuk, e quando negli anni migliori scherzavamo sulle sue narici, enormi,
come nessun altro le aveva, lei diceva che erano diventate cos grandi perch da bambina le aveva
dilatate per accogliere il profumo delle rose. Nel pi remoto dei suoi ricordi era stesa tra le rose e poi
piangeva perch la riportavano in casa e il profumo svaniva. In seguito, dopo aver lasciato la casa e il
giardino di suo padre, aveva saggiato ogni profumo alla ricerca di quello vero, e in questo esercizio le
narici le erano cresciute ed erano rimaste cos grandi.
Quando apr gli occhi, dissi:  Ti ho portato questo da Rustschuk. Mi guard incredula, non
dubitava della mia presenza, bens del luogo che avevo nominato.  Dal giardino  dissi, e non cera
che un giardino. Lei mi ci aveva condotto, aveva respirato profondamente e mi aveva consolato con la
frutta per le umiliazioni che avevo sofferto dal nonno. Ora io le porgevo le rose, lei inal lodore, la
stanza ne fu invasa. Disse :   questo il profumo. Vengono dal giardino . Si arrendeva alla notizia,
accettava anche me - io ero racchiuso in quella nuvola - e non domand perch ero a Parigi. Era
ricomparso il suo viso, con le narici insaziabili. Gli occhi, molto pi grandi, si fissarono su di me, e lei
non disse: Non ti voglio vedere! Che cosa fai qui? Io non ti ho chiamato! Riconosceva il profumo, e nel
profumo mi ero insinuato anchio. Non faceva domande, si abbandonava interamente allolfatto, e a me
parve che la fronte le si allargasse e che dovessero arrivare le sue parole inconfondibili. Aspettavo
parole dure e le temevo. Udivo il suo amaro rimprovero come se lavesse gi pronunciato ancora una
volta: Vi siete sposati. Non mi hai detto niente. Mi hai ingannata.
Non aveva chiesto di vedermi, e quando Georg, allarmato per il suo declino, mi aveva
telegrafato e scritto di accorrere subito, quando avevo interrotto dopo otto giorni la visita a Praga ed ero
partito in tutta fretta per Vienna proseguendo poi per Parigi, un pensiero lo angustiava: come avremmo
potuto farle accettare la mia presenza? Per lui la cosa pi importante era sciogliere ci che alla fine si
era coagulato dentro di lei, ci che le occupava la mente, ci che la tormentava, evitando a ogni costo
uno scoppio di collera che Georg paventava anche in una condizione di spirito cos estenuata.
Quando al mio arrivo gli spiegai ci che avevo in mente, l'idea di portarle le  rose del giardino
di Rust-schuk , e dissi che lei mi avrebbe creduto, Georg non nascose i suoi dubbi :  E tu hai questo
coraggio? Sar la tua ultima bugia! . Ma non gli venne unidea migliore, e quando cap che io non
volevo semplicemente vincere in lei la resistenza alla mia visita, ma che mi premeva davvero riportarle
il profumo per il quale aveva provato tanta nostalgia, allora cedette, vergognandosi un po e forse anche
convertendosi al mio proposito. Ma non volle assistere allincontro per non compromettere la fiducia
che la mamma aveva in lui, nel caso che il mio piano fallisse e attizzasse in lei nuova collera.
I fiori se li teneva sopra il viso come una maschera, e a me parve che i suoi lineamenti
riprendessero forza e dimensioni. Mi credeva ancora, come una volta, e aveva ricacciato i suoi dubbi,
sapeva chi ero ma dalle sue labbra non usc una parola ostile. Non disse: Hai fatto un lungo viaggio. Sei
venuto per questo? Ma a me ritorn alla mente ci che in passato aveva raccontato tante volte. Prima di
arrampicarsi sul gelso in cui usava ritirarsi a leggere, faceva ancora una corsa tra le rose. Leggeva nel
segno delle rose, il profumo persisteva in lei, e ogni libro se ne saturava. Allora le riuscivano
sopportabili anche le cose pi spaventose, perfino quando moriva di paura non si sentiva veramente in
pericolo.
Nel nostro periodo peggiore gliene avevo fatto un rimprovero. Le avevo detto che tutto ci che
aveva letto in quello stato di narcosi non aveva per me alcun valore, che quella sua paura non era paura,
che le cose spaventose che avevano resistito al profumo delle rose non erano spaventose. Non avevo
mai ritirato quelle dure parole. Forse per questo mi era venuta lidea di quello stratagemma.
E ora disse tuttavia: Non sei stanco del viaggio? Riposati un poco! . Non si riferiva al viaggio
da Vienna, ma allaltro, quello pi lungo, in Bulgaria, e io assicurai che non ero per niente stanco, che
non volevo staccarmi subito da lei unaltra volta. Forse immagin che fossi venuto soltanto per portarle
quel messaggio da laggi, che sarei subito scomparso di nuovo. Forse sarebbe stato meglio cos. Non
avevo pensato che nella mia persona qualcosa poteva disturbarla anche dopo il primo atto di
riconoscimento e che nel suo stato sopportava le visite solo per breve tempo. Presto disse: Siediti pi
lontano!. Io mi ero appena seduto. Scostai la sedia dal letto, ma lei disse: Pi lontano, pi lontano!.
Arretrai ancora un poco, ma a lei non bastava. Mi ritrassi fin nellangolo della piccola stanza e
compresi che non voleva parlare e perci mi allontanava da s. Georg, quando entr, cap da come
erano posate le rose che la mamma le aveva accettate, e dai suoi lineamenti che era sollevata. Ma poi,
vedendomi in disparte nellangolo, si meravigli che stessi seduto e in quel punto.  Non preferisci
stare in piedi?  domand; ma lei scosse la testa quasi con violenza.  E perch non ti siedi pi vicino?
 aggiunse Georg, ma lei gli interruppe la frase e rispose al mio posto:  L  meglio.
Lui invece non doveva allontanarsi dal letto, le rimase vicino e inizi una serie di operazioni di
cui non mi era sempre chiaro il senso. Erano cose che lei si aspettava da Georg, in una successione
prestabilita, e per le quali dimentic tutto il resto. Non sapeva pi che ero l, a quel punto ormai le
sarebbe stato indifferente se me ne fossi andato. Per quanto inerte sembrasse, preveniva Georg con tanti
piccoli movimenti, come se volesse ricordargli lordine delle varie operazioni. Lui le inumid le mani e
la fronte e la rialz un poco sul letto. Le port un bicchiere alle labbra e lei accett di bere un sorso. Le
aggiust la coperta e tent di toglierle le rose dalla mano. Forse voleva liberarla dallingombro, forse
pensava di metterle in un vaso, ma lei non allent la presa e gli rivolse uno sguardo severo, come una
volta. Lui avvert limpeto di quella reazione e si rallegr dellenergia che la animava. Da settimane
seguiva e temeva in lei il declinare delle forze. Le lasci i fiori nella mano posata sulla coperta:
occupavano molto posto e non erano meno importanti di lui. Intanto io ero stato confinato in un angolo
e dubitavo che lei fosse cosciente della mia presenza.
Improvvisamente la sentii dire a Georg:   arrivato il tuo fratello pi grande. Viene da
Rustschuk. Perch non vi salutate?. Georg guard nel mio angolo, come se solo adesso si accorgesse
di me. Si avvicin, io mi alzai, ci abbracciammo. Ci abbracciammo veramente, non di sfuggita come
prima, quando avevo messo piede nellappartamento. Ma lui non pronunci una parola, e io la sentii
dire :  Perch non gli chiedi niente?. Si aspettava un dialogo sul mio viaggio, sulla mia visita al
giardino.  Era tanto tempo che non ci andava disse lei; e Georg, che non amava le invenzioni, ader
con riluttanza alla mia storia :  Da ventidue anni, dal tempo della prima guerra mondiale . Lui voleva
dire che non ero pi stato a Rustschuk dal 1915. Allora la mamma mi aveva mostrato unaltra volta il
giardino della sua infanzia, suo padre non era pi al mondo, ma il gelso era sempre al suo posto e
dietro, nel frutteto, maturavano le albicocche.
Le si chiusero gli occhi, e ancora mentre noi due stavamo in piedi luno accanto all'altro, si
assop. Quando Georg fu sicuro che avrebbe dormito per un poco, ci ritirammo nel soggiorno, e lui mi
disse delle condizioni della mamma e che non cera nulla che potesse salvarla. Molti anni prima, noi
eravamo bambini, si era convinta di avere un male ai polmoni, poi la malattia era diventata realt. Lui,
giovane medico di ventisei anni, si era specializzato in malattie polmonari per assisterla. In ogni
momento libero, giorno e notte, era stato vicino alla mamma. Da studente si era ammalato lui stesso di
tubercolosi : i suoi amici pensavano che fosse stato contagiato dalla mamma. Allora aveva trascorso
alcuni mesi in un sanatorio sopra Grenoble, lavorandovi come medico, ne era ritornato rimesso a
nuovo, come si diceva, e aveva ripreso a curare la mamma con la stessa dedizione.
Lo preoccupavano le difficolt respiratorie, da anni la mamma soffriva di asma. Durante gli
ultimi mesi aveva avuto un declino cos rapido che alla fine Georg era arrivato, tra molte incertezze,
alla decisione di chiamarmi. Sapeva che cosa voleva dire un incontro, le conseguenze potevano essere
pericolose, ma per lui contava di pi il pensiero di una riconciliazione. Ora sembrava, per il momento,
che la cosa fosse riuscita, e sebbene Georg conoscesse i repentini mutamenti dumore della mamma e
non fosse da escludere con sicurezza unesplosione ritardata di collera, si sentiva sollevato per il buon
inizio. Con mio stupore, anche quando fummo soli, non mi rimprover, non disse che non ero stato nel
giardino del nonno e lavevo ingannata con un mazzo di rose preso a Parigi.  Lei ti crede ancora, 
disse  e tu le hai sempre creduto. Ecco quello che vi unisce. Voi due avete il potere di uccidervi. Tu
sapevi bene perch dovevi proteggere Veza dalla mamma. Io lo capisco. Ma io ho visto leffetto che
tutto questo ha avuto sulla mamma. Perci non posso perdonarti. Adesso non ha pi importanza. Per lei
tu sei venuto dal luogo a cui continua a pensare .
Nel piccolo appartamento rumoroso della Rue de la Convention non cera posto per me.
Dormivo fuori e andavo da lei pi volte al giorno. Sopportava solo per poco tempo la mia presenza, ma
del resto non sopportava a lungo nessuna visita. Dovevo sempre lasciare di nuovo la stanza e aspettare
fuori.
Al suo letto non mi avvicinavo troppo. Ogni mattina, al primo incontro, i suoi occhi
diventavano pi grandi e pi luminosi, e io mi sentivo catturato da quello sguardo. Il respiro si
attenuava, ma lo sguardo acquistava forza. Non guardava dallaltra parte: quando non voleva vedere,
chiudeva gli occhi. Mi guardava fino a che mi odiava. Allora diceva: Vattene! . Lo diceva alcune
volte ogni giorno, e nel dirlo era ben decisa a punirmi. Quella parola mi colpiva, sebbene fossi
consapevole del suo stato e mi rendessi conto che ero l per questo, per essere punito e umiliato - era
per questo che adesso le servivo. Mentre aspettavo nella stanza vicina, entrava da me linfermiera e con
un cenno del capo mi faceva capire che la mamma aveva chiesto di me. Allora andavo da lei, e mi
puntava lo sguardo addosso, squadrandomi con una forza tale che io temevo dovesse restarne fiaccata.
Lo sguardo si dilatava e si acuiva, lei non diceva niente, finch allimprovviso ordinava di nuovo in un
soffio: Vattene! , ed era come se per tutta leternit io fossi condannato a rimanere lontano dal suo
cospetto. Mi inchinavo appena, da imputato che accetta la sentenza perch  cosciente della propria
colpa, e uscivo. Pur essendo sicuro che di nuovo avrebbe chiesto di me, che presto mi avrebbe
chiamato, ne restavo afflitto, non mi ci abituavo e ogni volta era come una nuova punizione.
Era diventata molto esile. Tutta la vita rimasta in lei si era concentrata negli occhi, grevi del
torto che io le avevo fatto. Mi guardava per dirlo, io reggevo il suo sguardo, lo sopportavo, volevo
sopportarlo. Non cera collera in quello sguardo, cera il tormento di tutti gli anni in cui le avevo
impedito di liberarsi di me. Per sciogliersi da me si era convinta di essere malata, era andata dai medici,
si era spinta in luoghi lontani, in montagna, al mare, qualunque posto andava bene purch io non ci
fossi, e l era vissuta e nelle lettere mi aveva nascosto la verit, e per causa mia si era creduta malata e
dopo anni si era ammalata davvero. Era quello che adesso mi rinfacciava, ed era tutto nei suoi occhi.
Poi cedeva alla stanchezza e diceva: Vattene! , e io, mentre aspettavo nellaltra stanza, falso
penitente, scrivevo a colei il cui nome non affiorava su quelle labbra, e accordavo a Veza la fiducia di
cui ero debitore a lei.
Poi, dopo il breve assopimento, chiedeva di me, come se fossi appena arrivato dal viaggio; e il
suo sguardo, che nel sopore si era di nuovo caricato del passato, si puntava unaltra volta su di me e mi
diceva in silenzio come io lavessi lasciata per un altro essere umano, lasciata, ingannata e offesa.
Quando per Georg era presente, in ogni atto di mio fratello avevo lo spettacolo di ci che
sarebbe dovuto essere. Lui non si era legato a nessuno. Lui era l solamente per lei. La serviva in ogni
gesto, non poteva far nulla che non fosse ben fatto, perch era fatto per lei. Quando si allontanava, non
vedeva che il momento di tornare da lei. Per lei era diventato medico e andava in ospedale a raccogliere
esperienze utili alla sua malattia, e mi condannava come lei, istintivamente, senza che lei glielo avesse
imposto. Il fratello minore era ci che il maggiore sarebbe dovuto essere, incurante della propria vita,
sempre pronto al servizio della mamma; e quando il fardello era diventato troppo pesante per lui si era
addirittura ammalato come lei, della stessa malattia. Era andato in montagna a cercarvi laria e la vita,
ma solamente per ritornare da lei e curarla di nuovo. Verso di lei non aveva un debito di gratitudine
cos grande come il mio, perch io ero in tutto figlio del suo spirito, ma io avevo fallito, mi ero lasciato
persuadere a inseguire chi sa quali chimere, ero rimasto a Vienna, mi ero votato anima e corpo a
Vienna, e poi, quando finalmente avevo ideato qualcosa che aveva valore, si scopriva che anche quello
veniva da lei, era stata lei a dettarmelo, e non le chimere. Cos tutta la triste vicenda non sarebbe stata
necessaria, avrei potuto percorrere la mia strada senza staccarmi da lei e sarei giunto allo stesso
risultato.
Questa  la forza di chi sta per morire e lotta per difendersi da chi gli sopravvive; ed  bene che
sia cos,  bene che si affermi il diritto del pi debole. Quelli che noi non riusciamo a proteggere
devono poter rinfacciarci che non abbiamo fatto niente per la loro salvezza. Nel loro rimprovero 
racchiusa la sfida che tramandano a noi, la divina illusione che potremmo riuscire a vincere la morte.
Colui che ha mandato il serpente, il tentatore, lo richiama indietro. La pena  durata abbastanza.
Lalbero della vita  vostro. Voi non morirete.
Rimane in me la sensazione di una lunga marcia dietro il feretro, come se avessimo attraversato
a piedi lintera citt fino al Pre Lachaise.
Provavo un orgoglio mostruoso e volevo dirlo a tutti quelli che si aggiravano quel giorno in
quella citt. Ero pieno di fierezza, come se per lei fossi sceso in campo contro tutti. Per me nessuno era
meglio di lei. Non riferivo quel  meglio  alla bont, che non aveva mai avuto, ma a unaltra qualit,
alla capacit di rimanere bench fosse morta. Accanto a me, a destra e a sinistra, camminavano i due
fratelli. Non sentivo nessuna differenza tra loro e me: fintanto che camminavamo, eravamo una cosa
sola, noi e basta. Tutti gli altri che seguivano il feretro erano troppo poco per me. Il corteo doveva
estendersi per lintera citt, per quanto era lungo il tragitto. Maledicevo la cecit che ignorava chi
veniva portato alla sepoltura. Il traffico non si fermava se non per lasciar sfilare il corteo, e quando
eravamo passati era di nuovo lo stesso trambusto, come se il carro non trasportasse il feretro di
qualcuno. Era un lungo percorso, e sempre, per tutta quanta la sua lunghezza, dur quel senso di sfida:
come se dovessimo combattere per aprirci la strada attraverso quello sterminato numero di persone.
Come se, in onore di lei, cadessero vittime a destra e a sinistra; e nessuna bastava mai e nessuna
poteva saziare le pretese di lei.  la lunghezza del cammino a giustificare il funerale.  Guardatela!
Eccola! Lo sapevate? Sapete chi  chiuso l dentro?  lei,  la vita. Senza di lei nulla esiste. Senza di lei
crolleranno le vostre case e si rattrappiranno i vostri corpi .
 ci che ancora ricordo di quel corteo. Mi vedo camminare, mi vedo sfidare, con la fronte di
lei, la citt di Parigi. Sento accanto a me i due fratelli. Non so come Georg abbia fatto tutta quella
strada. Sono stato io a sorreggerlo? Chi lo ha sorretto? Lo sosteneva il medesimo orgoglio? Lungo il
tragitto non vedo le facce degli altri, nemmeno una, e non so chi cera. Con odio, prima di uscire, avevo
assistito anchio alla chiusura della bara, con le viti che entravano nel legno, e fintanto che lei rimase
nella casa era come se le avessero usato violenza. Durante la lunga marcia non provavo nulla di simile,
il feretro era diventato lei stessa, niente mi separava dallammirazione per lei; e cos devessere portata
alla tomba una persona come lei, perch la si possa ammirare incontaminata. Era il medesimo
sentimento che non si affievoliva, aveva sempre la stessa forza, devessere durato per due o tre ore. E
in esso non era alcuna traccia di rassegnazione, forse neanche di dolore: come si sarebbe potuto
conciliare con quellorgoglio furioso? Mi sarei battuto per lei, avrei potuto uccidere. Ero pronto a tutto.
Non era paralisi, era sfida. Con la sua fronte io le aprivo la strada attraverso la citt, uomini barcollanti
da ogni parte, e aspettavo loffesa che mi obbligasse a scendere in lizza per lei.
Voleva star solo per parlare con lei. Per alcuni giorni rimasi vicino a Georg nel timore che si
facesse del male. Poi mi preg di lasciarlo solo due o tre giorni, per stare con lei: era ci che
desiderava, per s non chiedeva altro. Mi fidai di lui e ritornai il terzo giorno. Non voleva lasciare la
casa in cui lei era stata malata. Si sedeva sulla sedia sulla quale aveva trascorso le serate accanto al letto
e continuava a parlare. Per lui, fintanto che diceva le vecchie parole, lei era ancora in vita. Non voleva
ammettere che non potesse pi udirlo. La voce della mamma era diventata cos fievole, non era
nemmeno un soffio, ma lui la udiva e continuava a parlare. E poich lei voleva sempre sapere tutto, le
raccontava della sua giornata, della gente, di insegnanti, di amici, di passanti per la strada. Raccontava
come allora, come quando ritornava dal lavoro; adesso non andava pi in nessun posto e tuttavia aveva
da raccontare. Inventava per lei, ma non se ne faceva un rimprovero, e infatti ogni invenzione era
lamento, un sommesso, monotono, incessante lamento, poich forse tra poco lei non avrebbe pi udito.
Lui voleva che nulla finisse, tutti i gesti, tutte le incombenze continuavano sotto forma di parole. Le sue
parole la svegliavano, e lei che era morta soffocata aveva di nuovo il respiro. La voce era intima e
sommessa, come allora, quando lui la scongiurava di respirare. Non piangeva; per non perdere uno solo
dei momenti di lei; quando era seduto l, su quella sedia, dove laveva davanti agli occhi, non si
permetteva nulla che potesse degenerare per lei in una perdita. Levocazione non finiva mai, io udivo
quella voce che non avevo mai conosciuto, pura e alta come quella di un evangelista: non avrei dovuto
udirla, perch lui voleva star solo, ma la udivo, perch ero preoccupato e mi domandavo se potevo
lasciarlo solo, come lui desiderava, e saggiavo a lungo quella voce prima di decidermi: mi  rimasta
nellorecchio per tutti questi anni. Come si saggia una voce, che cosa non si riesce pi a trovarvi, che
cosa pu ispirare fiducia. Si ode il parlare sommesso alla morta che lui non abbandoner mai, pur senza
seguirla; alla quale lui parla come se avesse ancora in s tutta la forza per trattenerla, e questa forza
appartiene a lei, e lui la d a lei, lei deve sentirlo. Si sta in ascolto come se lui le cantasse qualcosa
sottovoce, non di s, nessun lamento, solo di lei, soltanto lei ha sofferto, soltanto lei pu lamentarsi, ma
lui la consola e la evoca e le promette sempre di nuovo che lei  ancora l, lei sola, con lui solo, nessun
altro, ogni persona la disturba, perci lui vuole che io lo lasci solo con lei, due o tre giorni, e sebbene sia sotto terra lei  l, distesa dove  sempre stata durante la malattia, e lui va a prenderla con le parole e lei non pu abbandonarlo.

FINE.

NOTE.

1. Il titolo completo  Schatzkstlein des rheinischen Hausfreundes (Tesoretto dellamico di
famiglia renano), Johann Peter Hebel vi raccolse nel 1811 raccontini e articoli apparsi negli anni
precedenti nellalmanacco  Der rheinische Hausfreund  che redigeva per i contadini del Baden. Dallo
Schatzkstlein Canetti rimase affascinato fin dalla prima lettura, avvenuta negli anni del liceo in
Svizzera.  Non ho scritto un solo libro senza averlo misurato sulla sua lingua  afferma in La lingua
salvata, cit., pp. 314-16 (N.d.T.).
2. Franz Blei (1871-1942), scrittore e critico, si era avvicinato a Musil dopo la pubblicazione
dei Turbamenti del giovane Trless (1906) e laveva invitato a scrivere racconti per una sua rivista, 
Hyperion  (che pubblic anche, fin dal 1908, i primi frammenti di Kafka). Nel 1920 Blei aveva poi
trovato a Dresda un editore disposto a pubblicare I fanatici di Musil. Come curatore e traduttore
contribu a far conoscere nellarea tedesca G.K. Chesterton, Paul Claudel, Andr Gide e Francis
Jammes. Per la sua opera a favore di Robert Walser, si veda la pagina seguente (N.d.T.).
3. Nel 1924 circa, Kokoschka aveva dipinto nel quadro WienLiebhartstal il paesaggio intorno
alla casa della madre, nella campagna a ovest di Vienna (N.d. T.).
4. Il nomignolo dato alla figlia da Gustav Mahler ha anchesso un riferimento al 'gioco degli
occhi, essendo legato al verbo gucken,  guardare con curiosit, con gli occhi sgranati  (N.d.T.).
5. Georg Trakl (1887-1914) fece visita a Kokoschka nel 1914 e vide nello studio un grande
quadro in cui il pittore aveva raffigurato se stesso con Alma Mahler. Improvvis allora una poesia in
cui ricorreva la parola Windsbraut ( sposa del vento , o  tempesta ). Poi, come racconta Kokoschka
nell'autobiografia, Trakl  ha indicato il quadro con la pallida mano e l'ha chiamato die Windsbraut. Di
l a poco egli  morto, disperato per il massacro di Grodek, a causa di una dose eccessiva di medicinali,
nellospedale di guerra di Cracovia  (N.d.T.).
6. Il filosofo Franz Brentano (1838-1917), le cui idee avevano trovato molto seguito a Praga,
aveva anche pubblicato, sotto il titolo Aenigmatias, una raccolta di indovinelli, sciarade, logogrifi e altri
giochi. Racconta Max Brod nellautobiografia :  La segreta attrazione di questo libro stava nel fatto
che non vi erano indicate le soluzioni. Aenigmatias era entrato in molte delle grandi famiglie di Praga,
e anche nelle riunioni mondane si cercava di venire a capo di quegli enigmi. Inutilmente: alcuni dei
giochi pi difficili erano diventati famosi, resistevano a tutti gli assalti (...). Si diceva che Oskar Kraus
avesse ricevuto dallo stesso Brentano un esemplare del libro in cui per ogni indovinello cera la
soluzione, scritta di pugno dallautore. Molti pregavano Kraus di svelare qualche soluzione. Lui non
trad mai il segreto (N.d.T.).
...
.
...
FINE.